Come sono fatti certi libri, 19 / “I miracoli di Val Morel”, di Dino Buzzati

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di Michela Fregona

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Fu un addio che non riuscì a dare. E, come tutti i congedi senza compimento, gli è rimasto addosso il destino delle cose che non sono state del tutto: un torpore, un’ambiguità, un mistero, una certa vena di rimpianto.
De I miracoli di Val Morel, l’ultimo libro di Dino Buzzati, sappiamo più della genesi pratica che del pensiero anteriore; eppure non ce n’è un’altra, tra le opere dello scrittore, così sovrabbondante di sogni, ricordi, cronache, dicerie, leggende, invenzioni, autocitazioni, prestiti letterari, corpi, turbamenti, esagerazioni: Buzzati vi attinge con leggerezza e una punta di ribalderia, totalmente a proprio agio, come se la partita con il proprio inconscio fosse ormai scoperta. E’ il suo ultimo segno nel mondo di qua (sa già di essere malato) ed è un segno ricco della sacralità delle ultime cose: stratificato di memorie, verosimile e falsificato insieme, bambino e adulto.
Libero.
Eppure, non avrà una parola: Buzzati farà in tempo a tenerne tra le mani la prima copia stampata, ma non lo presenterà mai; non lo racconta, non lo spiega, non ne parla, non lo commenta, non risponde ad alcuna domanda: nessuna interazione con chi lo legge. Il libro esce in novembre, lo stesso mese in cui il suo autore varca le soglie della clinica da cui non uscirà più. Due mesi dopo, il 28 gennaio, Dino Buzzati è morto.

In questa coincidenza di opposti – disvelamento maggiore e definitiva scomparsa – si fonda il destino di quest’opera: nata ibrida, cresciuta come fantasma dopo un precoce ritiro dalle librerie, adorata in vitro dai bibliofili, zombizzata con un secondo tentativo editoriale di altrettanto breve durata, richiamata flebilmente in vita (40 anni dopo) da una riedizione commemorativa di modeste dimensioni e pallide riproduzioni. E, soprattutto, che nessuno ha mai più potuto rivedere tutta insieme, in originale.
In sostanza: una leggenda.


Antefatto: genesi

Torni al suo comparto, egregio signore, quello di coloro che scrivono, il comparto degli unidimensionali. – E fece un sorrisetto di compatimento.
(Dino Buzzati, Il lasciapassare, 1958)

Figurativo nel pieno successo dell’astrattismo; poco tecnico e quindi pericolosamente vicino al naïf; abbastanza pop da essere liquidato tra gli illustratori; già scrittore di fama, e pure giornalista di professione, Dino Buzzati faticò non poco a trovare un ruolo come pittore, esordendo a Milano con una personale piuttosto tardi, nel 1958.
Quando però, nel 1970, viene contattato dal gallerista Renato Cardazzo, che lo vuole per inaugurare il suo nuovo spazio vicino alla Fenice, Buzzati pittore ha già una sua storia: il peggio, in termini di amarezza, è ormai alle spalle insieme alle polemiche di Poema a fumetti; in più, i quattro vani (una stanza sopra l’altra) a Venezia gli lasciano ampia libertà di immaginazione: l’unico vincolo è che Cardazzo vuole un ciclo che abbia una sua coerenza – e, naturalmente, ha fretta.
Buzzati si toglie dagli impicci immaginando un santuario di montagna (non reale, ma possibile) e una serie di ex voto per altrettanti miracoli (dunque materia già di suo eccezionale) in una sorta di ascesa avventurosa sulle orme devozionali di una santa veramente esistita (Rita da Cascia), ma con un suo parterre di competenza tutt’altro che scontato – essendo patrona degli impossibili e dei casi disperati.
L’estate del 1970 – già comparsi i primi sintomi della malattia – è tutta un lavoro febbrile.
Il ricordo della moglie Almerina è preciso:

Tornava a casa dal «Corriere» e senza nemmeno mangiare si metteva subito al lavoro, andando avanti fino alle tre, le quattro del mattino (…) lo vedevo assorto, rapito, completamente immerso in quel mondo, in quei racconti che tavola dopo tavola stava costruendo. Gli piaceva, si divertiva. Sembrava giocasse.
(in Dino Buzzati e il mistero della vita, postfazione di Lorenzo Viganò all’edizione Mondadori 2012, p. 94).

Il 3 settembre 1970 le 34 tavole vengono esposte a Venezia: la mostra si intitola “Miracoli inediti di una santa”; il catalogo, in mille copie, bianco e nero, è stampato dalle edizioni NaviglioVenezia.

E’ un successo: ed è da qui che nasce, in poco più di un anno, il libro vero e proprio.


Le edizioni: tre variazioni sul tema

Si proponeva di comporre un album di scherzi, e invece ha scritto col pennello la sua poesia più bella.
Vi ha posposto una spiegazione che vorrebbe essere una burla, e invece è uno dei suoi più magici racconti.
(Indro Montanelli, Prefazione a I miracoli di Val Morel).

Il 5 novembre del 1971 esce la prima edizione de I miracoli di Val Morel: il nucleo è la stessa storia dipinta per la mostra veneziana, (le avventure della santa impossibile concepite come un unico affresco in stazioni), al quale vengono aggiunte altre cinque nuove tavole.
Cambia il titolo: il toponimo realmente esistente di Valmorel – una zona poco distante da Belluno dove Buzzati amava andare a passeggiare – viene variato in Val Morel; è già la premonizione del continuo gioco di rimandi veri, verosimili, possibili e fittizi sparsi per tutta l’opera.

La copertina è rigida e occupata quasi per intero dal cipiglio del diabolico gatto mammone che felinamente si avvicina, occhi su occhi, all’indifesa Dal Pont Serafina (notare: prima il cognome, e dopo il nome, come usa tra le genti di montagna abituate da lunghe dominazioni a rispondere «Comandi?!») che può solo portarsi le mani sui capelli prima di affidarsi, in mezzo a una piazza vuota, a Santa Rita.

Il formato è grande e quadrato (21×21 cm): lo pubblica Garzanti, ed è l’unico titolo di Buzzati per questa casa editrice. E’ un fuori collana, e avrà una seconda edizione il 10 aprile 1972, pochi mesi dopo la morte dell’autore.
Oltre alla prefazione, firmata da Indro Montanelli, due sono gli interventi, importanti e tutti testuali, che Buzzati inserisce: l’aggiunta non di una premessa, ma di una Spiegazione, come la chiama lui stesso, che ha il compito di raccontare com’è che sono nati gli ex voto a seguire.
Naturalmente, si tratta di una spiegazione inventata di sana pianta, ma talmente ben congegnata che avrà, nel giro di pochissimo tempo, effetti reali: è la cornice narrativa del polittico pittorico di Santa Rita.
Il secondo intervento riguarda le tavole: prima di ogni ex voto, sulla pagina accanto, viene inserita una storia che dovrebbe (dovrebbe) sciogliere i dubbi relativi all’interpretazione del disegno appaiato.
L’edizione Garzanti non ha una vita duratura: viene ritirata dal mercato, e inizia una sua esistenza parallela nel circuito delle rarità per appassionati e bibliofili.
Dodici anni dopo le Grandi Edizioni Italiane di Milano ripubblicano il libro in toto: stesso progetto grafico, ma in formato più grande. Uniche varianti: il titolo (che diventa “P.G.R. – I famosi ex voto di Buzzati da lui stesso illustrati”) e il soggetto di copertina: scalzato il gatto mammone da un ben più esplicito formicone gigante all’assalto dell’ignuda (fatti salvi corsetto e calze, rigorosamente in pendant a righe) Roberta Klossowsky, che dura fatica a difendersi e, contemporaneamente, proteggere le pudenda di fronte al pubblico dell’ex voto. E’ il 1983: anche in questo caso, l’operazione dura quel che dura.

Poi: silenzio. Santa Rita e i suoi mirabolanti Per Grazia Ricevuta vanno in ferie dagli scaffali.
Non che manchino le esortazioni. Sporadicamente, qualche riproduzione (anche in bianco e nero) ricompare qua e là, come ricompaiono in mostre varie alcune tavole (mai tutte insieme, e prive delle didascalie pensate da Buzzati come parte dell’opera complessiva). La stessa Nella Giannetto, che all’opera di Buzzati ha dedicato i suoi studi per tutta la vita, caldeggia ancora nel 2001 un ritorno organico e completo di quello che definisce come «un singolare Decameron dei nostri tempi» (in Dino Buzzati: parole e colori catalogo della mostra omonima, Villa Comunale di Cernobbio, Como 7 aprile-1 luglio 2001, pag. 24).

Bisogna aspettare però il 2012 perché “I miracoli di Val Morel” tornino in libreria: per il quarantesimo anniversario della scomparsa dell’autore, Mondadori riprende l’edizione originale del 1971 e inserisce una quarantesima tavola, inedita.

Si tratta dell’ultimo dipinto di Buzzati: una Santa Rita (aureola, velo, occhio glauco e perfetta manicure) da destinare a un (vero) capitello votivo in grado di soddisfare le ricerche (vere) dei fans degli (immaginari) miracoli del libro.
L’edizione è corredata da una postfazione di Lorenzo Viganò, accurata e ricca di riferimenti e riflessioni sull’opera complessiva, ed ha il merito di esistere e di renderla di nuovo accessibile. Il formato e la qualità delle riproduzioni (che ne fanno un libretto simile alle guide economiche dei musei) non sono proprio esaltanti: ma tant’è.


Dentro il libro: la cornice fumogena

Quando ero giovane ero romantico. Disegnavo giovanotti romantici in pose romantiche. Ora che sono passati tanti anni e che la vita mi ha disincantato, sono romantico.
(Dino Buzzati, didascalia a Romantica, tempera su carta, 1924).

Dall’espediente letterario di un manoscritto ritrovato nella biblioteca paterna parte la Spiegazione che fa insieme da antefatto e da collante di tutto: storie esplicative, tavole dipinte e didascalie incorporate.
E’ un dispositivo noto, che ha una sua solidità rassicurante – anche (e nonostante) quando, come in questo caso, tanto spiega quanto inventa: la razionalità presunta è la migliore alleata di Buzzati nell’arte di confondere.
In sostanza, l’autore Buzzati afferma di avere ritrovato un quaderno nella biblioteca paterna contenente una descrizione dei miracoli che Santa Rita avrebbe compiuto: chiesto aiuto all’architetto Alberto Alpago Novello, storico locale e amico del padre, non emerge però alcuna notizia relativa a un santuario della santa in zona; Buzzati, diventato in breve personaggio della sua storia, comincia una personale ricerca: mentre il parroco della chiesa di Limana gli conferma l’esistenza soltanto di un modesto tabernacolo, una volta salito in Valmorel trova facilmente, su indicazione degli abitanti, un’edicola votiva, circondata di lumini. Un po’ deluso davanti a tanta modestia di apparato (una tavola sbiadita e quattro candele, in fondo), e pronto a girare i tacchi e tornarsene a casa, Buzzati viene sorpreso da un personaggio che spunta da un cespuglio di noccioli.
Il fatto che, simbolicamente, il nocciolo sia pianta legata al mondo della saggezza e della magia potrebbe forse avere un suo valore di sottotraccia; per non incappare in equivoci, comunque, Buzzati piazza lì un nome che parla per dritto: Toni Della Santa, che si presenta, afferma di essere il custode del santuario, di poterci portare il visitatore, di volergli fare strada.
E’ uno strambo, a prima vista, e anche un po’ inquietante: ma di quella stranezza gentile che, alla fine, male non fa e, anzi, rafforza il civile uomo di mondo nel suo civile esercizio di ascolto; si tratta solo di tenerlo un poco distante, bonariamente: cosa peraltro facile, perché il Della Santa è uno di quegli ometti che, abituati a parlare solo un dialetto fatto di gutturali, quando si sforzano con l’italiano finiscono per ingessarsi nella sintassi. Più che le parole, del resto, gli preme fargli vedere, fargli respirare quello per cui vive.
Ed ecco il fulcro di tanta devozione: Buzzati cronista viene ammesso nel sancta sanctorum, una costruzione fitta di ex voto, tutti della stessa mano.
Il Della Santa (che prima sembra vecchissimo ma in realtà non lo è) è già un campione di quella tipologia “uomo dei boschi” che tanto affascina i popoli delle pianure: semplice e misterioso, dotato di una sua saggezza atavica, buono come tutti gli esseri naturali e ambiguo tanto quanto, un po’ spaventoso nell’aspetto ma genuino e poetico come i ruscelli di montagna. La gente è abituata ad andare lì, raccontargli il miracolo, lasciare un’offerta e via: Toni si incarica di realizzare l’ex voto, e tiene vivo il calore della gratitudine.
Quanto al quaderno che Buzzati gli esibisce, il dialogo tra i due è un vero capolavoro di ambiguità. Il Della Santa, imbarazzato, afferma di esserne stato l’autore e per compiacere le curiosità antropologiche del padre di Buzzati, e per attirarne l’attenzione sul peso e sulla serietà di cotanti miracoli, che nella medesima frase sono «memorie, sa?… fatti magnifici… fatti documentati…»: dunque sono veri in quanto memorie, documentati in quanto ricordati, magnifici in quanto accaduti – o accaduti in quanto magnifici… Fa lo stesso.
Che fa dunque il razionale Buzzati di fronte a tanta grazia? Due errori da uomo di città: chiede di poter comperare un ex voto (provocando l’inorridimento del Toni: come si può anche solo pensare di acquistare l’atto devozionale di un altro, un suo sogno, una sua preghiera?) e poi in quell’estate si perde via, non torna più neanche a fotografare (ergo: non ferma, non in-quadra nulla di quel mondo così poco inquadrabile).
L’unica cosa di buono, se lo dice da sé, è prendere nota – riflesso incondizionato della sua professione – dei miracoli di Santa Rita post 1909 che Toni Della Santa gli snocciola alacremente, quasi a ricongiungere il filo lasciato in sospeso dal padre di Buzzati.
Poi c’è la guerra.
Su quelle montagne, Buzzati uomo torna solo otto anni dopo: è il 1946, ma a Valmorel non c’è più né il santuario, né il suo custode, e neppure la memoria di quel tempo attraversato dai miracoli.
Il mondo è cambiato.
A questo punto, solo Buzzati pittore può salvare il salvabile: e da quel quaderno mai esistito comincia con ordine a dipingere gli ex voto che l’inesistente Toni Della Santa non gli ha mai raccontato.


Gli ex voto. La verità nel labirinto dell’immaginazione

Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di quell’impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione: anche se vero.
(Dino Buzzati, Le notti difficili, 1979).

Trentanove quadri: per ognuno un mostro, una paura, un incubo, una leggenda, un desiderio, un sogno inconfessato. Perfino pezzi di fiabe e luoghi letterari.
L’immaginario puro, il fatto (o il fattaccio) così com’è, antecedente a tutto, fermo in un suo tempo soprannaturale, se lo palleggiano le parole: a sinistra il testo compilativo di spiegazione, il gancio razionale – matrice positivista e intonazione puntigliosa da storico locale che ha l’ansia di far vedere che domina la fonte per definire la veridicità o meno del miracolo; a destra, direttamente dentro il quadro, con una scritturina leggibile per lo più in stampatello epigrafico (in calce, ma anche sopra, o in mezzo, o in cameo, o sbandierato su più livelli), l’ex voto vero e proprio: data, dedicatario e protagonista, luogo, evento.

(Le ottime scansioni delle pagine intere sono di Stefano Fiorucci).

Entrambi parlano della stessa cosa (il miracolo dipinto), ma lo fanno da due punti diametralmente opposti: l’effetto è una amplificazione reciproca.
La linea scritta non è un completamento: è parte dell’opera; «I testi aggiungono elementi, indizi, retroscena e sviluppi che i disegni nascondono» afferma Viganò, e il rimando è esplicito a quello che Nicoletta Comar (Dino Buzzati, Catalogo dell’opera pittorica, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli, 2006) aveva già notato: le parole, dice, «non sciolgono il significato dell’immagine, semmai lo amplificano, fanno da cassa di risonanza e lo complicano».
Perché tutto questo? Perché il mondo reale è complicato; anche quando appare normalizzato, imbrigliato dai meccanismi razionali, non sfugge alle immaginazioni invisibili.
E allora l’inventario dei mostri che la piccola Santa Rita si ritrova a dover affrontare è un catalogo di eccezionalità: animali abnormi come il pettirosso gigante innamorato e rapitore, il formicone tentatore, i vespilloni (calabroni fuori scala), il gatto mammone; ma anche animali improvvisamente dotati di parola – le formiche mentali che tormentano la testa del povero tipografo Angelo Dal Pont riempiendolo di domande paranoiche («Lo sai che non esisti? O che, se esisti, esisti male? Perché mangi carne di pesce? Come mai non ti sei inserito?»), o i rinoceronti impagliati, trofei di caccia del marchese Ermanno Seborga Sonego che, risvegliatisi dalla propria mummificazione, lo terrorizzano sulla sedia iniziando a parlargli (in simil geroglifici, nel quadro) dal muro dove sono esposti ordendogli un processo.
E mostri sono ancora animali che fanno quello che non dovrebbero fare: gatti rabiosi che eruttano dai Colli Euganei, bisce e balene volanti, orsi che inseguono fin quasi alla morte, lupi divoratori; senza contare tutta la teoria satanica più e meno “in chiaro”: diavoletti, diavoli incarnati, porcospini satanici, caproni.
Ibridi, intraprendenti, pronti a uscire dalle storie dei libri (come il Colombre, autocitazione di Buzzati), i mostri contaminano il reale; la noterella dello storico è in continua distonia con l’illustrazione: si concentra su dettagli insignificanti, dà per scontate invenzioni abnormi, enumera storici fittizi, luoghi, varianti minori, si attacca a facezie, si improvvisa intervistatore di testimoni anziani e sordi.
In fondo non è il caso di attribuire al Colombre azioni disonorevoli solo perché i marinai ne hanno da sempre paura, ci dice, mentre nell’ex voto i quattro occhi e la bocca felicemente dentata puntano sulla disgraziata barca del capitano Simone Lak. E poi, taglia corto, il Colombre è sempre stato verde o azzurro – mica bianco infernale, come la perfida Moby Dick.

Come si perdono gli uomini in questo mondo fantastico, quando non hanno da affrontare un mostro? Finiscono dentro labirinti infestati di ossa, o bottiglie che gli spolpano l’anima; o, ancora, si schiantano nell’ossessione di corpi conturbanti (bocche gigantesche, bionde lascive). Ed ecco l’altra faccia dell’immaginario, l’ossessione erotica: più e meno nude, più e meno legate, tentate, soggiogate, complici, le donne hanno a che fare sempre con la dimensione sensuale e sessuale. E Santa Rita ha il suo bel daffare a districarsi tra fantasie di tutti i tempi – dagli zoccoli caprini ai robot meccanici.
Unica eccezione: quella di una vestitissima casellante, che scongiura un desastro ferroviario fermando il treno prima che vada incontro a una frana.

Quanto alla santa, a metà tra una casalinga coscienziosa e una volteggiante wonder woman, è un bel caratterino.
E, soprattutto, non si tira indietro rispetto a niente: scaccia con la scopa l’orribile bavoso Vecchio della Montagna, fa da ombrello gigante con la sua tonaca per proteggere Beniamino Pichler e i suoi beni dall’alluvione della Balena Volante, tira il lupo per la coda e salva Cappuccetto Rosso (sì: proprio quella), esce come neanche il Grillo Parlante da una mega bottiglia di whisky per placare i fumi alcolici di Natale Da Ronc, indica strade, agguanta al volo ragazzine cadute dal crollo della Casa Usher (benedetto Edgar Allan), frusta nubi di bisce, placa, dissuade.
Perfino, cavalca la falce di luna rischiando di farsi male (ché la luna a mezzo, si sa, taglia) per proteggere dai perfidi Ronfioni la notte d’amore della bella Listilina – e, insomma, santa sì: ma con un cuore.
L’unica cosa che non digerisce, ecco, sono le riunioni oziose degli intellettuali che la chiamano per niente, solo perché la serata non gira e loro si sentono malinconici: con quelli sì che si indispettisce (fatto sta che la lieta compagnia dei colli asolani appare subito galvanizzata dopo la dipartita, per quanto puntigliosa, della santa).


Coda

Nel settembre del 1973, in una bella giornata di sole, la santa degli impossibili riesce in una di quelle avventure singolari che a pochi riescono: esce dal libro, sulle proprie gambe.
Lì, proprio in Valmorel, dove era stato immaginato e descritto e raccontato, le viene eretto un capitello. Con cerimonia, taglio del nastro e tutto.
L’ultimo dipinto di Buzzati, il ritratto di Santa Rita, viene inserito all’interno di un tabernacolo. Vero.







«Il bello – aveva dichiarato il suo autore – è che (…) è la vita a imitare l’arte e non viceversa».

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8 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 19 / “I miracoli di Val Morel”, di Dino Buzzati”

  1. Lettore Occasionale Says:

    Eh, ma che bellezza… Grazie a Michela Fregona.

  2. anna maria bonfiglio Says:

    E’ un bellissimo raccontare. Godibile, lieve e molto particolare. Complimenti, Michela

  3. Maria Luisa Mozzi Says:

    Bello, grazie. Bravissima come sempre, Michela.
    Non conoscevo questo libro.

    E’ la seconda volta, quest’anno, che incontro qualcosa di Dino Buzzati che non conoscevo.
    Quest’inverno, cercando delle letture da proporre ai miei scolari per la “Settimana delo sport”, mi sono imbattuta nelle sue cronache del “Giro d’Italia” del periodo Bartali-Coppi, cronache in bilico fra ironia e ingenuità, giornalismo e letteratura. Le ho molto apprezzate.

  4. Ma.Ma. Says:

    Ma che bel pezzo, e che bel libro dev’essere. Che belle immaginazioni.

  5. maria Says:

    Molto,molto interessante. Presentazione affascinante come l’opera.

  6. Elianda Says:

    Bello davvero questo racconto generoso di Michela. Grazie!

  7. Fiammetta Palpati Says:

    Mi è venuta una gran voglia di avercelo per le mani questo testo. Grazie Michela Fregona per la godibilissima illustrazione.

  8. Teresa Sciacca Says:

    Bellissimo! Grazie. Adoro Dino Buzzati. Quando pratico la lettura animata con ragazzini delle scuole medie leggo La giacca stregata che, so già, quanto sia successo possa riscuotere.

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