“Un insieme di materiali che abbatte il confine tra vero e falso, tra letteratura e vita, tra artificio e cosmologia”

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di Cristina Taglietti

[Questo articolo di Cristina Taglietti, che ringrazio, è apparso oggi nel quotidiano “Corriere della sera”.]

Bisogna leggere Fiction per rendersi conto di quanto Giulio Mozzi abbia anticipato temi e questioni che oggi sono diventati di moda nel dibattito culturale. Fiction 2.0 è il nuovo titolo dato alla raccolta che uscì nel 2001 da Einaudi e viene ora ripubblicata in una nuova edizione «sfoltita e incrementata» da Laurana, l’editore che a Mozzi si è affidato e a cui lo scrittore veneto affida i suoi testi.

Mozzi è uno scrittore che si mette in discussione, che si rilegge e ripensa il suo lavoro; uno sperimentatore che ama mescolare generi e tecniche ridefinendo continuamente la sua scrittura ma sempre sotto il segno di una straordinaria coerenza stilistica. Prima di molti altri ha praticato l’autofiction, prima di molti altri ha messo al centro l’idea stessa di finzione che, in questo libro, imbocca due strade distinte accomunate dal fatto di giocare sul paradosso e sull’equivoco.

Fiction 2.0 è un insieme di materiali che abbatte il confine tra vero e falso, tra letteratura e vita, tra artificio e cosmologia. Rispetto alla precedente edizione Mozzi ha messo un po’ di ordine alla raccolta senza toglierle quel retrogusto virtuosistico che la caratterizzava dall’inizio. La prima parte del libro è composta di sette racconti, tutti in prime persone che, a differenza dei libri precedenti di Mozzi, non si chiamano Giulio Mozzi. Apparentemente sono racconti ispirati a fatti di cronaca e però sono smentiti dagli allegati che li accompagnano, oppure li smentiscono perché chi può dire che cosa sia vero e che cosa sia falso, soprattutto se le pezze di appoggio sono articoli giornalistici?

Confessione, lettera, invocazione, sbobinatura, commemorazione, memoriale sono alcune delle forme attraverso cui le voci parlano: il maestro che uccide l’amico prete, colpevole di mettere in discussione ciò in cui ha creduto fino a quel momento; un uomo avvelenato dalla moglie che riesce a salvarsi mentre lei muore; il giovane, figlio di genitori separati che uccide il padre a colpi di martello; il figlio che davanti ai giudici difende la madre colpevole di aver ucciso la figlia di due anni nascondendone il corpo nell’armadio. Il morire (non la morte), tema centrale nella narrativa di Mozzi, è qui più un elemento tecnico, formale.

I racconti della seconda parte sono invece affidati a eteronimi vari di artisti «creati e prodotti» da Mozzi con l’amico Bruno Lorini.

Come Giovanna Melliconi, stiratrice in una lavanderia, o Carlo Dalcielo, nato nel 1980, perito chimico in attesa di occupazione stabile, «sottile, educato come sono educati i ragazzi timidi, con un gran ciuffo nero, occhi nerissimi» come lo descrive in un’intervista Lucio Sorgato (anche lui naturalmente un’altra invenzione di Mozzi). O ancora Mariella Prestante, una creazione più recente (2013), poetessa erotico-macabra che pubblica i suoi versi su Facebook e che fornisce uno dei contributi nuovi del libro.

In tanta finzione c’è anche un saggio del (vero) filosofo salernitano Massimo Adinolfi dedicato all’artista immaginario Carlo Dalcielo. Nel mezzo, a dividere le due parti, il monologo Narratology , un «mistero» martellante dove la domanda «Che cosa sono io?» genera altre domande e risposte che sono teologiche e allo stesso tempo stilistiche.

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