Come sono fatti certi libri, 16 / “La Bibbia”, di Dio (prima parte)

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Come sono fatti certi libri 16 la bibbia di dio prima parte

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono undici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

All’origine di tutto il proliferare, nella tradizione occidentale, di narrazioni che abdicano alla forma lineare del tipo “la storia va da qui a qui”, per complicarsi in rivoli e andirivieni e divagazioni a volte oltre ogni decenza; di narrazioni che anziché stare dentro a un testo – come decenza vorrebbe – si disseminano in testi di varia e non sempre coerente specie (romanzo, documento, lirica, verbale, atti giuridici, ec.); di narrazioni che della riscrittura, della contaminazione, dell’intarsio, della sovrapposizione, del raddoppiamento fanno indecentemente abuso; e così via; all’origine di tutto questo proliferare sta – in Occidente, almeno – quel libro che noi comunemente conosciamo (ma non ne conosciamo, in genere, dico noi lettori comuni e non studiosi, che uno dei possibili stati di esistenza) con il nome di Bibbia o Sacra Bibbia o Sacre Scritture o più seccamente Scritture: libro che è in realtà un coacervo di libri, scrittura che è in realtà un coacervo di scritture (e di stili, e di generi letterari, e di forme testuali, e di lingue, e financo, al di là delle pretese, di autori); senza contare che alle duemila pagine circa (nelle edizioni italiane d’uso, intendo) del testo originario (ma la questione dell’origine, ne accenneremo, è problematica) nei secoli dei secoli si sono aggiunte a milioni (non scherzo; forse a miliardi) le pagine di commento; a migliaia, se non a decine di migliaia, le parafrasi più o meno fedeli (in prosa, in verso, in forma teatrale, in forma di teatro musicale ec.); e senza contare che al testo cosiddetto “canonico”, ossia ufficiale (che peraltro non è il medesimo presso questa o quella diramazione della tradizione antica), non possono non essere accostate svariate dozzine di testi “non canonici”, ossia non ufficiali, talvolta dalle autorità religiose (perché di un libro religioso, in qualche modo, si tratta) ignorati o tollerati, talvolta stigmatizzati e proibiti, talvolta studiati e commentati con interesse.

Dal Tristram Shandy di Laurence Sterne

Insomma: a prescindere dalla tenuta sintattica delle righe fin qui scritte, il libro la Bibbia è un testo smagliantemente avanguardistico, neoavanguardistico, postmodernistico, e chi più ne ha più ne metta, prodotto da un collettivo di autori la cui attività è durata secoli, e molti dei quali a tutt’oggi, nonostante le approfonditissime ricerche, restano non identificati (altro che i Wu Ming!). Non ho nessuna voglia di ricalcare la celeberrima “scheda di lettura” che tutti hanno letto nel Diario minimo di Umberto Eco, o almeno leggeranno qui di seguito:

Anonimi. La Bibbia
Devo dire che quando ho cominciato a leggere il manoscritto, e per le prime centinaie di pagine, ne ero entusiasta. È tutto azione e c’è tutto quel che il lettore oggi chiede a un libro di evasione: sesso (moltissimo), con adulteri, sodomia, omicidi, incesti, guerre, massacri, e così via.
L’episodio di Sodoma e Gomorra con i travestiti che vogliono farsi i due angeli è rabelasiano, le storie di Noè sono del puro Salgari, la fuga dall’Egitto è una storia che andrà a finire presto o tardi sugli schermi… Insomma, il vero romanzo fiume, ben costruito, che non risparmia i colpi di scena, pieno di immaginazione, con quel tanto di messianismo che piace, senza dare nel tragico.
Poi andando avanti mi sono accorto che si tratta invece di una antologia di vari autori, con molti, troppi, brani di poesia, alcuni francamente lamentevoli e noiosi, vere e proprie geremiadi senza capo né coda.
Ne viene fuori così un omnibus mostruoso, che rischia di non piacere a nessuno perché c’è di tutto. E poi sarà una grana reperire tutti i diritti dei vari autori, a meno che il curatore non tratti lui per tutti. Ma di questo curatore non trovo mai il nome, nemmeno nell’indice, come se ci fosse ritegno a nominarlo.
Io direi di trattare per vedere se si può pubblicare a parte i primi cinque libri. Allora andiamo sul sicuro. Con un titolo come I disperati del Mar Rosso.



No, il ragionamento che voglio tentare è tutt’altro (terrei però ben presente l’efficace sintesi: “un omnibus mostruoso, che rischia di non piacere a nessuno perché c’è di tutto”). Cominciamo ricordando ciò che scrisse T. S. Eliot nel saggio Tradizione e talento individuale:

I monumenti esistenti compongono fra di loro un ordine ideale, che si modifica con l’introduzione tra essi della nuova (veramente ‘nuova’) opera d’arte. L’ordine esistente è in sé completo prima che arrivi l’opera nuova; perché l’ordine persista dopo la comparsa della novitas, l’intero ordine deve essere, sia pur in misura minima, alterato. E così i rapporti, le proporzioni, i valori di ogni opera d’arte si correggono rispetto all’insieme: è, questa, la relazione di conformità tra vecchio e nuovo. Chiunque condivida questa idea di ordine, della forma che è propria alla letteratura europea, e alla letteratura inglese, non troverà assurdo il fatto che il passato sia modificato dal presente, così come il fatto che il presente sia indirizzato dal passato.

Non era la prima volta che si formulava un pensiero simile, suppongo (in molti scrittori del Seicento, per dire, ai tempi del Cannocchiale aristotelico e della querelle des anciens et de modernes, l’idea è implicita o esplicita); ma è d’uso citare Eliot, anche per la formula ben riuscita: “il passato è modificato dal presente, così come il presente è indirizzato dal passato”.

In fondo, lo stesso libro La Bibbia ne dà testimonianza: il cosiddetto Nuovo testamento è per molti tratti una riscrittura del cosiddetto Antico testamento. Vediamo un paio di passaggi esemplari. Il primo è in Matteo, 5, dal 17 in poi:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. […]
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. […]
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. […]
Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio». Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: «Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti». Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno. (testo completo).

“Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”: ogni riscrittura, infatti, non può che avere lo scopo di mostrare ciò che è vero, e non era stato riconosciuto come tale, nel testo-origine; o mostrare ciò che è falso, e non era stato riconosciuto come tale, nel testo-origine. Umberto Eco, nel pezzo citato, sceglie la seconda opzione (e il registro della parodia); Gesù, secondo il racconto di Matteo, sceglie la prima (e per condivisibilissime ragioni di prudenza politica si propone più come interprete che come innovatore).

Secondo esempio: naturalmente Paolo di Tarso, nella lettera ai Galati:

Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: «Maledetto chi pende dal legno» [*], perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.
Fratelli, ecco, vi faccio un esempio comune: un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa. Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furon fatte le promesse. Non dice la Scrittura: «e ai tuoi discendenti», come se si trattasse di molti, ma «e alla tua discendenza», come a uno solo, cioè Cristo. [**]
Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso, non può dichiararlo nullo una legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo [***], annullando così la promessa. Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece concesse il suo favore ad Abramo mediante la promessa.
Perché allora la legge? Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore.
[…] Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo.
Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.
Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa. (testo intero)

[*] Deuteronomio, 21, 23: Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità.
[**] In realtà qui Paolo tira il testo un po’ per i capelli: la benedizione, nelle storie di Abrano, è normalmente associata alla moltiplicazione (vedi).
[***] Secondo la cronologia del tempo, piuttosto fantastica.



Mosè mostra la Legge
(Philippe de Champaigne)




Qui è ancora più esplicito il lavoro di riscrittura: la “legge” (cioè, per gli israeliti, sostanzialmente quello che noi chiamiamo il Pentateuco, e di esso il libro normativo, cioè il Deuteronomio) viene confinata dentro un limite piuttosto stretto: “è come un pedagogo”, un semplice proemio. E il concetto, chiarissimo, è che finché eravamo come bambini avevamo bisogno di una legge, ora che siamo adulti possiamo vivere nella Grazia. Ma, naturalmente, nemmeno Paolo può abolire la legge; la sua invenzione retorica è nella interpretazione del lascito ad Abramo “e alla sua discendenza”. La storia della relazione tra il creatore e il popolo, dice Paolo, va dall’atto di fede di Abramo (gli fu detto: prendi e va’; e lui andò, senza nemmeno chiedere perché) al Cristo: il tempo della legge è solo un interludio.

Il libro La Bibbia si dà dunque come testo in fieri, nel quale non solo ciò che viene prima prepara – come in tutte le narrazioni – ciò che verrà dopo, ma nel quale ciò che viene dopo dà senso e “compimento” a ciò che è venuto prima, letteralmente riscrivendolo (“Avete udito… Ma io vi dico…”) o, addirittura, mettendolo da parte (“Non siamo più sotto un pedagogo”). Ma il modo in cui nel libro La Bibbia ciò che è venuto prima influenza ciò che verrà dopo è quantomeno curioso. Non si tratta di semplici relazioni di causa ed effetto, ma di relazioni tra profezie e avveramenti.

Mi spiego. Nel primo capitolo del Vangelo di Matteo, dopo l’elencazione della genealogia di Gesù di Nazareth, si legge:

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”, che significa Dio-con-noi.

Non abbiamo dunque, come nel romanzo borghese, un gioco di cause ed effetti che conduce da un punto A a un punto B; abbiamo un punto A nel quale si dice che avverrà B, e da lì in poi gli avvenimenti si piegheranno alla profezia. Tutto questo potrebbe essere abbastanza semplice, ma il guaio è che la profezia A è una profezia, e profetizza ciò che avviene in B, in quanto è stata interpretata come una profezia, e precisamente come una profezia di B. La battuta profetica “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele” viene dal Libro di Isaia, capitolo 7, 14 sgg.:

“Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re. Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Efraim si staccò da Giuda: manderà il re di Assiria”.



Isaia proclama la sua profezia
(Raffaello Sanzio)



Ma in quale contesto Isaia dice queste parole? Lo prendo da Wikipedia, perché è ben riassunto:

Nell’ottavo secolo a.C. l’Assiria era una grande potenza regionale. Nel 735 a.C. due nazioni vassalle decisero di rendersi libere: la Siria (spesso chiamata Aram) governata da re Resin, ed il Regno di Israele (spesso chiamato Efraim dal nome della principale tribù) governato da re Pekah. Acaz, il re di Giuda, rimase fedele all’Assiria e rifiutò di unirsi a loro, così Resin e Pekah si prepararono a deporlo per insediare un re scelto da loro. Di fronte all’invasione Acaz, la sua corte e tutto il popolo ebbero paura, ma Isaia disse ad Acaz che i suoi nemici non avrebbero avuto successo. Poiché Acaz era restio ad accettare la profezia venne invitato a chiedere a Dio un segno che dimostrasse che l’oracolo è veritiero. Acaz rifiutò di chiedere il segno dicendo che non intendeva mettere Dio alla prova, ma Isaia rispose che avrebbe avuto il suo segno in ogni caso.

Quindi, diciamo così, la nascita di Gesù di Nazareth da Maria, donna vergine, sarebbe la conferma della bontà della profezia fatta da Isaia ad Acaz settecentotrentacinque (circa) anni prima. E nel contempo Isaia, nel parlare ad Acaz a proposito di tutt’altro, avrebbe colta l’occasione per profetizzare la nascita, settecentotrentacinque (circa) anni dopo, del Messia. Ovviamente su questo un lettore cristiano (per il quale la venuta del Messia appartiene al passato) e uno israelita (per il quale la venuta del Messia appartiene al futuro) non possono trovarsi d’accordo. Senza contare, che secondo molti studiosi, nel testo di Isaia, lì dove la tradizione (cristiana) legge “vergine”, sarebbe più corretto tradurre invece “giovane donna” (cosa che non implica la verginità). E da qui nasce la formidabile, e irrisolvibile, inimicizia tra filologi e mariologi (“gente strana”, questi ultimi, diceva un mio amico biblista-filologo): e non a caso fu proprio nell’Ottocento, nel Grande Secolo della Filologia, che il papato sentì il bisogno di fissare d’autorità, proclamando dei dogmi, un paio di cosette sul conto della madre di Gesù (nel 553 il Concilio di Costantinopoli aveva stabilito che essa era “sempre vergine”, ossia vergine prima, durante e dopo il parto; nell’Ottocento si stabilì definitivamente che ella era stata concepita libera dall’eredità del peccato dei progenitori e che al momento della morte fu portata in cielo tutta intera, anima e corpo).

E anche qui, ovviamente, si tratta di riscrittura: il cosiddetto “magistero della Chiesa” interpreta, integra, spiega, eccetera, ciò su cui le Scritture tacciono (o sono sibilline); e assume come propria “fonte” anche la devozione, ciò che “è sempre stato creduto”, ovvero sé stessa. Come se la Chiesa (intesa come entità spirituale, non come organizzazione terrena finalizzata al controllo delle coscienze e dei corpi) fosse essa stessa una scrittura: un Libro. Quasi, come azzardò qualcuno, un quinto Vangelo.

Gesù di Nazareth, ancora ragazzino,
mette in imbarazzo i sapienti
(Albrecht Dürer)

[continua – tra qualche giorno]

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20 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 16 / “La Bibbia”, di Dio (prima parte)”

  1. Emanuela Says:

    Interessante disamina da cui parrebbe evincersi, nell’incipit, una sorta di “mea culpa” dell’autore stesso rispetto il suo stile di scrittura e, in chiusa, la consueta auto–referenzialità del cosiddetto “magistero della Chiesa” (cattolica apostolica romana, mi verrebbe da aggiungere). Autoreferenzialità che, a mio avviso, ancor più leggendo per quel che mi è stato possibile il Catechismo,(CCC) -certe letture mi restano sempre sfide o ostacoli non di poco conto -, lascia la Chiesa su un empireo ben algido e lontano dalla concretezza umana. Esser disquisitori di teologia al limite del sofismo non coincide con l’esser pastore di anime che si sporca le mani con la vita di tutti e, davvero, sa com-patire nel senso etimologico del termine. Attendo con interesse le altre parti e… complimenti e grazie per quest’excursus!

  2. Gilberto Squizzato Says:

    Chiederci “come” è scritta la Bibbia significa necessariamente anche chiederci “perchè”. Per la nostra Salvezza? Perchè ci sia chiaro il senso della storia? Perche ci sia rivelato il mistero di Dio? Queste sono risposte religiose, valide e utili per chi vuole avvalersene, ma che non ci esonerano dal chiederci non solo in quale contesto culturale ma anche in quale situazione storica (e dunque politica) -e soprattutto “perchè” (e da chi, e quando)- siano stati redatti i testi iniziali del Pentateuco intorno ai quali, nei secoli, si sono agglomerati gli altri libri, fino al Nuovo Testamento che con una sua specifica (e sicuramente arbitraria) “ermeneutica” di fede reinterpreta anche l’Antico. Sarà una bella ed emozionante avventura percorrere anche questo sentiero di ricerca, che io credo sia irrinunciabile, nella convinzione che proprio il “perchè” (a quale scopo) è decisivo per provare a comprendere anche il “come” la Bibbia è stata scritta, proprio a quel modo. Da molti decenni, ma soprattutto negli anni più recenti, molti biblisti, esegeti, storici, archeologi, indagando in questa direzione sono riusciti a strutturare una risposta complessa e convincente alla domanda su questo “perchè”, a mio modo decisivo per chi non voglia fraintendere il messaggio autentico e originale di questi testi nè abusarne ai fini di una predicazione dogmatica, dottrinaria, alla fine fine moralistica. Non credo che la Bibbia abbia un valore letterario “in sè” (in quei tempi la letteratura non era un valore nè una professione) e che sia interessante ricostruire il percorso della sua nascita (analizzandone la complessita intrinseca, i rimandi, gli apporti, le diversità stilistiche dei diversi testi, ecc.) se non alla luce della parallela indagine sulle finalità che hanno presieduto alla sua stesura e strutturazione. Proprio quel “perchè” storico- politico è essenziale, secondo me, a coglierne il nucleo più autentico. Seguirò con attenzione e appasionata partecipazione le indagini di Giulio in questo quadro di aspettative non solo culturali ma anche e soprattutto, voglio confessarlo, esistenziali.

  3. Giulio Mozzi Says:

    Emanuela: è difficile che una tradizione non sia “autoreferenziale” (cioè: “portatrice di sé stessa”). Che la Chiesa (“una, santa, cattolica, apostolica”, come essa stessa si proclama fieramente nel Credo) eserciti un “magistero” mi pare, più che ovvio, inevitabile: come è inevitabile che lo eserciti una qualunque organizzazione che elabori un qualche sapere, dalla Lipu al Partito democratico. Che il Catechismo della chiesa cattolica sia un testo che pone qualche difficoltà, non mi pare di per sé un difetto: vogliamo fare un paragone con Essere e tempo di Heidegger o con i Principia mathematica di Whitehead e Russell? L’ “empireo” è il più esterno dei cieli: e di cosa vogliamo che si occupi, la Chiesa (intesa come soggetto spirituale: la chiesa, con la ‘c’ minuscola, cioè la chiesa come organizzazione, si occupa come tutte le organizzazioni nient’altro che di potere), se non dei cieli? (Cieli metaforici, s’intenda). Il verbo “disquisire” non indica altro se non la ricerca acribiosa della verità. Un “sofisma” è un “ragionamento apparentemente valido ma non concludente perché contrario alle leggi stesse del ragionamento” (Treccani): e non mi pare che, da Agostino a Tommaso a Bonhoeffer a Moltmann a Von Balthasar eccetera ci sia tanta sofistica in giro. L’espressione “pastore di anime” mi è sempre parsa poco cristiana: come se i corpi non esistessero, o fossero secondari (ma non possono esser secondari i corpi per una ditta che fonda tutto sulla promessa della resurrezione!).

    Queste noterelle pedanti, molto pedanti, sfinitamente pedanti, solo per dire che non basta, secondo me, usare un lessico “negativizzante” per fare un lavoro critico. Può essere più utile, semmai, ricordare che la proclamazione dei due famigerati dogmi mariani (la verginità perenne era già stata sistemata nel 553 al Concilio di Costasntinopoli, si dovette provvedere per il concepimento senza peccato originale e per l’assunzione in cielo: per uno di questi, ora non ricordo quale, fu attivato – unica volta in cui fu attivato – l’altro dogma ottocentesco, quello dell’infallibilità papale in questioni di dottrina) fu sostanzialmente strumentale a un ricupero di potere sulle coscienze in un momento di assai cospicua, e direi quasi fallimentare, perdita di potere temporale. Di più: la semi-divinizzazione di Maria (e sarei tentato di tralasciare il “semi”) fu un tentativo disperato, e fondamentalmente anticristiano, di ricuperare consenso su un piano emotivo e sentimentale: eccitando le attese miracolistiche, proponendo l’equazione “Maria madre di Dio = Chiesa madre dei fedeli”, eccetera. (Poi, inaspettato, arrivò Padre Pio: che, sul piano del consenso, e sfuggendo alle logiche della gerarchia, ha fatto fuori tutti).

    E: no, non faccio mea culpa per il mio talvolta intricato scrivere. Però non posso prendermi del tutto sul serio. 🙂

  4. Emanuela Says:

    Inizio dal …basso.
    Il “mea culpa” era da intendere proprio nel senso lato del non prendersi troppo sul serio, quindi nella giocosità del suo uso più “tout court” e certo non per chieder venia di un qualche errore di cui ci si senta rei…ma questo, penso, che lei l’avesse ben inteso.
    “Pastore di anime” è espressione presa da chi ne fa ampiamente uso nella sua cura pastorale all’interno della chiesa e che non metterebbe mai in dubbio la propria cristianità solo perché si limita a menzionare l’anima, anzi.
    Quanto al corpo, temo proprio che la chiesa cattolica l’abbia ben volutamente “soppresso” da secoli e, a mio modesto intendere, non si riscatta certo con la promessa-attesa di una resurrezione dei corpi…quali poi e da intender come.
    Il corpo la chiesa lo ha sempre temuto fino a tenerlo ben sotto controllo proprio con quelli che io, impropriamente, chiamo sofismi. Forse avrei detto meglio avessi usato espressioni più “forti” tipo manipolazione dei più semplici per mantenere o recuperare potere e i dogmi mariani che lei cita ne sono un esempio.
    Rispetto al corpo così come viene controllato e inteso dalla chiesa cattolica ( e dal Catechismo) la teologa Uta Ranke-Heinemann, in un libro piuttosto scomodo:” Eunuchi per il regno dei cieli, La chiesa cattolica e la sessualità”, ha ben indagato e puntato il dito.
    I corpi esistono e hanno le loro “ragioni” che non sono certo meno sacre di un’anima a torto ritenuta scollegata e superiore (personalmente ritengo che noi si sia il nostro corpo, ma questo lo penso io, che nemmeno sono credente, e poco importa).
    Le noterelle pedanti mi “sfiziano”, non demorda. Se così va anche a lei, ovvio. Cordialmente.

  5. Lettore Occasionale Says:

    No, niente, volevo solo dire che vedere Dio nella tag list assieme ad Albrecht Dürer, Laurence Sterne e Umberto Eco fa un effetto piacevolmente straniante. Attendo curioso la seconda puntata.

  6. Giulio Mozzi Says:

    L. O.: non va dimenticato che Eco fu – da giovane – nella direzione del Movimento studenti dell’Azione Cattolica, e per anni fu sostanzialmente uno studioso di Tommaso d’Acquino; che Sterne era un religioso (pubblicò anche almeno una raccolta di omelie); mentre l’intensa religiosità di Dürer mi pare ben testimoniata dalle sue opere.

    Emanuela: lo “scollamento” tra “anima” e “corpo” (così come idee tipo l’immortalità dell’anima ec.) viene dalla tradizione greca e non da quella israelitica (e duemill’anni il cristianesimo ha mescolato tutto, certo). Come sarà la resurrezione lo sapremo solo risorgendo: Paolo di Tarso ci aveva provato, nella prima lettera ai Corinzi (cap. 15):

    Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?”. Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo. Non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci. Ci sono anche dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altro è lo splendore dei celesti, e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, e altro lo splendore delle stelle; perché un astro è differente dall’altro in splendore. Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c’è un corpo naturale, c’è anche un corpo spirituale. Così anche sta scritto: “Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente”; l’ultimo Adamo è spirito vivificante. Però, ciò che è spirituale non viene prima; ma prima, ciò che è naturale; poi viene ciò che è spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste. Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba,

    ma è chiaro che tutto questo è suggestivo (“io vi dico un mistero”) e non razionale; dal “tutti saremmo trasformati” fu poi ricavata, per astrazione, la formula-base: il corpo risorto sarà il medesimo che siamo stati in vita, ma non tal quale lo siamo stati in vita. Formula, appunto, ancora suggestiva: ma pretendere un sapere razionale della resurrezione mi sembra un po’ esagrato (non esiste, al momento, un sapere razionale dell’amore coniugale: cosa che non ci impedisce il coniugio, più o meno imperfetto e durevole). Il pamphlet di Uta Ranke-Heinemann fu un libro di successo mondiale per molte ragioni, non ultima la sua eccellente retorica: ma (vado a memoria, lo lessi quando uscì in Italia nel 1990) è un libro sulla sessualità e non sul corpo (e il corpo non è solo sessualità): e la sua sostanza è che il cristianesimo di per sé non sarebbe sessuofobico, mentre i contenuti sessuofobici – da un certo punto in poi dominanti – gli verrebbero da altre tradizioni culturali assimilate.

    Peraltro (e qui, attenzione, faccio una manovra retorica) proprio quel libro e il percorso dell’autrice sono un buon esempio di una tendenza verso una religione astrattamente razionalistica, dematerializzata, lontana anni luce dallo “sporcarsi le mani con la vita di tutti”. In tarda età Uta Ranke-Heinemann definì con queste proposizioni (le ho lette qua e là tante volte, ora le pesco dalla Wikipedia in inglese – perché mi pare siano state da lei scritte proprio in inglese) il proprio addio alla chiesa (ma, specificò, non a Gesù di Nazareth):

    1. La Bibbia non è parola di Dio ma parola degli uomini.
    2. Che Dio esista in tre persone è un’immaginazione degli uomini.
    3. Gesù è uomo e non Dio.
    4. Dio ha creato il cielo e la terra, ma l’inferno se lo sono inventato gli uomini.
    5. Il Demonio e il peccato originale non esistono.
    6. La crocifissione è un rito pagano, il sacrificio di un essere umano basato su un modello religioso ancora dell’età della pietra.

    Qui non si nomina la resurrezione, e francamente non so che cosa ne pensi Uta Ranke-Heinemann; ma questi sei punti messi tutti insieme (singolarmente no: che il peccato originale sia sostanzialmente un’invenzione di Agostino d’Ippona è chiaro a tutti; che la tradizionale immaginazione dell’aldilà sia insostenibile è ugualmente chiaro a tutti, da Von Balthasar che immagina un inferno deserto a Benedetto XVI che “abolisce” il Limbo ec.) sono in sostanza il riifuto di pressoché tutto ciò che che nella tradizione israelo-cristiana è cosmologico, ovvero immaginativo e non razionale. Voltaire non faceva niente di diverso. Il guaio è che, tolto il contenuto cosmologico, resta solo la moralità: e la moralità è immersa nella storia (mentre il cosmo contiene la storia). E una religione decosmologizzata a me pare necessariamente decorporeizzata: immaginare (assai poco razionalmente) il mio proprio corpo, nonché l’altrui, come “tempio”, come “immagine del cosmo”, ec., tutte queste robe qui spossono parere (ma solo parere) astratte, a percorrerle in una direzione, dal corpo al cosmo; ma sono corporalissime a percorrerle nell’altra, dal cosmo al corpo.

    Sia chiaro: non intendo difendere nulla, se non la libertà d’immaginazione.

  7. Ma.Ma. Says:

    Auch: ho seguito pure i commenti con un interesse quasi affamato, ma mi sono persa proprio nella conclusione tua, Giulio, che ho già letto cinque volte: “Il guaio è che, tolto il contenuto cosmologico (***cioè, dici sopra, l’immaginazione, mentre io credevo fosse ciò che viene “studiato” come qualcosa di fisico e reale), resta solo la moralità (***mentre a me questa sembra roba astratta!): e la moralità è immersa nella storia (mentre il cosmo contiene la storia).” Quindi qui mi sono cunfusa.

    Poi però mi pare che tu dica quello che sembrava a me: “E una religione decosmologizzata a me pare necessariamente decorporeizzata” (***ecco, usando questo termine: ma dunque la cosmologia è corpo e materia, o è immaginazione?)

    Poi arriva la conclusione che mi ha creato davvero un caos in testa, credo perché forse mi manca qualche “informazione”: “(…) immaginare (assai poco razionalmente) il mio proprio corpo, nonché l’altrui, come “tempio”, come “immagine del cosmo”, ec., tutte queste robe qui possono parere (ma solo parere) astratte, a percorrerle in una direzione, dal corpo al cosmo; ma sono corporalissime a percorrerle nell’altra, dal cosmo al corpo.” Che cosa intendi?

    Ti dico quello che passa per la mia testa (ingenuamente, lo so, per questo chiedo): quando leggo queste ultime frasi penso che il mio corpo sia per forza il mio “tempio” (ma in che senso?, io lo intendo come luogo fisico e reale dove risiede la mia vita e tutto c’ho che apprende nel bene e nel male). È questo, il tempio, un’immagine del cosmo? Bho, forse sì, mi pare tangibile se con cosmo si intenda una cosa fisica: io posso toccare il mio corpo. Esiste. Ma anche se con cosmo si intende l’universo intero, in fondo, io sono il mio unico mondo. Morta io, finisce il mio mondo. Ma che cosa c’entra in tutto questo il “percorso” da A a B, rispetto da B ad A?

    (se non risponderai avrò la certezza che la mia sia una domanda stupida e me ne farò una ragione 🙂 per cui chiedo venia a priori)

  8. Lettore Occasionale Says:

    Certo GM, ma l’effetto straniante è semplicemente dovuto al fatto che la compresenza nel medesimo elenco annulla la distanza fra Dio e gli uomini, indipendentemente dalla consuetudine di quei molteplici con l’Uno.

    Effetto dell’accostamento fra sacro e profano ai giorni nostri. Gli antichi non avevano difficoltà a immaginarsi Giove che discende dall’Olimpo per zompare allegramente su belle ninfe o paffuti giovinetti. I protocristiani non avevano difficoltà a immaginarsi un Dio che arriva sulla terra, cresce, gioca, impara un mestiere, va ai matrimoni, ecc. A noi contemporanei, credo, sembrerebbe strano (straniante) un Dio che, che so, fa un giro in bici, entra in un bar, si fa uno spritz, punta una fanciulla e l’invita a cena, ecc. Forse c’entra qualcosa proprio la separazione forzata fra corpo e anima di cui si parla nei commenti.

    Noto a margine che nell’Hypnerotomachia del post precedente è centrale il tema dell’accesso al divino, se sia cioè questione riservata all’anima, al corpo o alla sintesi di anima e corpo. Tutto si tiene, per Bacco!

  9. Giulio Mozzi Says:

    Be’, L. O., anche secondo Ivan Karamazov, ec.

  10. Giulio Mozzi Says:

    Manuela, provo a risponderti con alcune immagini:

  11. Ma.Ma. Says:

    Ho capito: è questa la cosmologia? Giusto? 🙂
    Ho capito davvero. (Se ho ben capito): te sei un mito! (scusa l’entusiasmo)

  12. Ma.Ma. Says:

    (…dimenticavo: grazie!)

  13. Giulio Mozzi Says:

    Queste, Manuela, sono immagini che in diversi modi fanno “coincidere” il corpo e l’universo. E da qui capisci che l’immaginazione cosmologica e quella corporale sono assai vicine…

  14. Ma.Ma. Says:

    Sì! Grazie, mi confermi la sensazione generata dalle immagini: e la sintesi fatta a parole “ferma il punto”. Molto interessante.

  15. Emanuela Says:

    A quei disegni cosmologici (splendidi) manca, secondo me, e lasciando via libera all’immaginazione, il paradigma olografico, più vicino a noi e in piena fisica quantistica…lascio il link ( valuti se è il caso di metterlo, diversamente lo si trova facilmente facendo ricerca google http://www.xmx.it/universoillusione.htm). A questo punto, restando nell’immaginazione, sarebbe azzardato pensare alla resurrezione dei corpi come a tanti nostri ologrammi? E considerando che l’etimo di Dio porta sempre a luce e/o potenza mai come in quest’ipotesi saremmo a sua immagine e somiglianza…può far sobbalzare un teologo canonico, ma c’è da scriverne all’Asimov. Sono forse fuori tema biblico, ma l’immaginazione porta lontano.

  16. Lettore Occasionale Says:

    GM, russo per russo, mettiamoci anche Il maestro e Margherita.

  17. Giulio Mozzi Says:

    Ma, Emanuela: non c’è vera risurrezione se non c’è la carne. Il bello della faccenda – cioè il punto del tutto irrisolvibile – è questo.

  18. Emanuela Says:

    Ma se l’universo è illusione e ologramma, già noi siamo illusione ai nostri sensi che diversamente non riescono a percepire oltre il tridimensionale e mera proiezione di quell’ologramma(potremmo anche chiamarlo, luce, laser, potenza,Dio…) e perciò nemmeno carne o corpo nel senso strettamente biologico. Quanto alla carne nel senso del CCC 990 Il termine designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità e in fase di resurrezione dovremmo esserne ben donde…tutto sta a definire quel “carne” e poi scegliersi, in questa disamina, quel che più “convince” andando là dove ti porta immaginazione o qualsivoglia fede…Ergo: non è mai dato sapere con certezza.

  19. Ma.Ma. Says:

    A me – che non avevo mai letto queste cose – ha eccitato il cervello (tanto, ma tanto) la prima parte del testo di Paolo di Tarso (quelle messe in un commento di Giulio): “Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?”. Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo. Non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci.”
    Mentre mi scade proprio (sarà che ho avuto molto a che fare in passato con chi portava “l’esoterismo spirituale” come arte di vita, filosofia, e soluzione a tutto, e mi hanno parecchio “disgustata” infine) la parte subito dopo dove inizia a parlare di corpi celesti.
    Il mix creato tra qualcosa di più concreto, tangibile – ma, sì, mi va benissimo la carne come carne – e qualcosa di altro, o in un altrove, o qui, dopo una prima cancellazione totale, o va be’ mi interessa un sacco… Però mi sono anche detta – più volte – che fatico a suddividere la resurrezione dalla reincarnazione induista (do da spirito a spirito, ma da corpo a corpo), e questa cosa mi manda in crash. E allora mi faccio tutto il film, che vede i cadaveri trasformarsi in altro (reincarnarsi, del tipo in una pianta o come disse in un’intervista Margherita Hack, in una “merda”) in attesa del dopo… Ok, la smetto, accidenti. Non va bene stimolare troppo le celluline con roba così.

  20. Qualche pensiero (con molte pretese) sulla Bibbia | vibrisse, bollettino Says:

    […] aver letto qui  la rubrica Come sono fatti certi libri, 16/”La Bibbia”, di Dio (prima parte) mi sono […]

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