Come sono fatti certi libri, 14 / “Sopra eroi e tombe”, di Ernesto Sabato

by

Ernesto Sabato con la moglie Matilde

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono quattordici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Breve premessa:

Ernesto Sabato, argentino, scrittore considerato fra i più importanti della letteratura latinoamericana, ha vissuto cent’anni e pubblicato – parlo di narrativa – solo tre libri: Il tunnel, Sopra eroi e tombe e L’angelo dell’abisso. Si tratta di testi tra loro interconnessi, il primo infatti compare nell’universo narrativo del secondo, e l’ultimo, che è il libro cui Sabato ha continuato a lavorare fino alla fine della sua vita, vede i personaggi dei due libri precedenti convivere in un unico ambiente testuale e confrontarsi con lo stesso Ernesto Sabato, anche lui personaggio de L’angelo dell’abisso.
Dei tre libri, si è soliti considerare Sopra eroi e tombe il capolavoro assoluto di Sabato. Il libro, al di là del suo valore letterario, ha una struttura che lo rende particolarmente interessante ai fini di questa rubrica, ed è quindi questo il testo che cercherò di descrivere.

La trama:

Sopra eroi e tombe racconta quella che in fin dei conti è una storia molto semplice. Si potrebbe definirla una storia d’amore in tre movimenti, che corrispondono ad altrettante parti all’interno romanzo. Una breve nota iniziale (uno stralcio di cronaca nera tratto dal giornale “La Razòn” di Buenos Aires, datato 28 Giugno 1955) informa il lettore che una tale Alejandra ha ucciso suo padre e poi si è data fuoco. Nella stessa nota si parla anche del ritrovamento di un manoscritto, chiamato Il rapporto sui ciechi, scritto dallo stesso padre di Alejandra e che, una volta letto, getterebbe una luce particolarmente inquietante su un episodio già di per sé piuttosto orrendo.

Così inizia, poi, la narrazione vera e propria:

Un sabato di maggio del 1953, due anni prima degli avvenimenti di Barracas, un ragazzo alto e curvo camminava per uno dei sentieri di parco Lezama.

Il ragazzo che cammina nel parco ha diciassette anni, si chiama Martìn, e quello che si racconta all’avvio del libro è il suo primo incontro con Alejandra. Ecco, di qui in poi, come ho detto, quella che verrà raccontata è in buona sostanza una storia d’amore.
Nella prima parte (Il drago e la principessa) si racconta dell’innamoramento di Martìn, nella seconda (I volti invisibili) si racconta del breve vissuto amoroso tra Martìn e Alejandra, e nella quarta (Un dio sconosciuto) si racconta della fine della storia d’amore.
Molto molto semplificata, la trama del libro è tutta qui. In realtà il libro si presta più livelli di lettura, vi è ad esempio tutta la storia della famiglia di Alejandra che racchiude in sé anche il significato politico del libro. Ma qui si parla di descrizione di forme, quindi ho preferito tracciare solo un veloce accenno di trama e concentrarmi, appunto, sulla forma.
E fin qui, si direbbe che non ci sia nulla di strano nella forma di Sopra eroi e tombe, una storia d’amore in tre parti non è chissà quale strana struttura. Nel mio ricostruire la trama, però, ho detto che la storia di Martìn e Alejandra è raccontata nelle parti prima, seconda e quarta. Rimane quindi fuori la terza parte.

La terza parte: il mostro al centro del libro

Nell’ultima scena della seconda parte, quasi come in un’allucinazione, Martìn vede Alejandra entrare in un vecchio edificio, la aspetta anche per diverse ore, sperando che esca, ma lei non esce e alla fine lui decide di andar via.

E d’improvviso quasi gli sfuggì un grido: Alejandra attraversava la piazza, diretta verso quel vecchio edificio.
Nell’oscurità, sotto gli alberi, Martìn non poteva essere visto. Per di più, lei avanzava con passo da sonnambula, con quell’automatismo che egli aveva osservato in lei tante volte, ma che ora gli pareva più deciso e più astratto. Alejandra procedeva in linea retta, tagliando le aiuole, come chi cammina in sogno verso un destino dettato da forze superiori.

Subito dopo, inizia la terza parte. Si tratta dell’intero manoscritto del Rapporto sui ciechi cui si accenna nelle notizie preliminari, un intero romanzo breve di 171 pagine incastrato all’interno del libro (faccio riferimento all’edizione Einaudi).
Scritto in prima persona, è il resoconto delirante della scoperta, da parte di Fernando Vidal (padre di Alejandra), di una cospirazione di non vedenti che segretamente mira a controllare il mondo intero. Qui la narrazione è tutta allucinata, si racconta dei tentativi di Fernando di entrare in contatto con la setta, e poi della supposta riuscita dei suoi propositi, in una discesa onirica nei sotterranei di Buenos Aires fino all’incontro con queste creature (così ne parla Fernando) che hanno qualcosa di mostruoso e soprannaturale.
Insomma, un breve libro nel libro che sembra scritto da H.P. Lovecraft, sia nei toni che nel tipo di orrore che racconta. È interessante qui notare due cose. La prima è che l’ingresso al mondo dei ciechi, così come lo racconta Fernando, è attraverso un piccolo edificio molto simile (se non uguale) a quello in cui vediamo sparire Alejandra alla fine della parte precedente.
La seconda è che Fernando, a un certo punto, dice di aver letto il memoriale di un pittore rinchiuso in manicomio per aver ucciso la sua amante, e che il nome del memoriale è Il tunnel. È ovvio che si tratta del primo romanzo di Ernesto Sabato, ma è interessante vedere che qui viene presentato non come, appunto, il romanzo d’esordio di Sabato, bensì come un oggetto testuale facente parte del mondo narrativo in cui Fernando si trova.

Conclusione:

Come ho già detto, qui non mi interessa (perché non interessa alla rubrica) parlare dei significati più o meno nascosti del testo, ma solo e unicamente della sua forma. E volendo quindi ricapitolare e descrivere in modo un poco meno dispersivo il libro mi limiterò a questo schema:

1. Il libro si divide in quattro parti, più una breve nota iniziale.
2. Prima, seconda e quarta parte raccontano la storia di Alejandra e Martìn.
3. La terza parte è un testo narrativamente autonomo (tanto che in alcune edizioni è stato pubblicato a parte, o in fondo al libro come appendice al testo), incastrato all’interno della storia principale così da creare un diverso rapporto tra le parti restanti. [Nota di Giulio Mozzi: e ne esiste anche una versione a fumetti:]

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8 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 14 / “Sopra eroi e tombe”, di Ernesto Sabato”

  1. Ma.Ma. Says:

    C’è un perché? Cioè esiste una “lettura” del motivo per cui ci avrebbe infilato quel testo in mezzo al romanzo (forse solo per lasciare credere che la ragazza sia scomparsa a causa di questa setta?) ? Ché fa strano pensare che un editore possa aver scelto di metterlo alla fine (capisco di più che qualcuno abbia voluto publicarlo anche separatamente, meno invece che il testo completo venga ricomposto diversamente da com’era stato pensato dall’autore, che avrà pure avuto un suo perché, forse, o no?).

  2. Edoardo Zambelli Says:

    @Ma.Ma.

    Sì, credo sia possibile rintracciare un motivo “narrativo” al fatto che il testo sia stato messo lì, tra le pagine del libro. Quando parlo di motivo narrativo intendo dire che, nella trama, i motivi possono essere rintracciati. Li ho lasciati fuori dalla descrizione perché nella rubrica si chiedeva di descrivere una forma, non il significato di un testo.
    Forse però ho creato confusione.
    Allora, per fare ordine: no, non sta a significare che Alejandra è scomparsa perché rapita dalla setta. Lo escludiamo perché, ci informa la notizia preliminare, Alejandra muore in un rogo assieme a suo padre, per sua volontà. Quello che però il romanzo non ci dice è perché Alejandra (personaggio già comunque tormentato e “misterioso”, a me ha ricordato anche la Laura Palmer di Twin Peaks) lo abbia fatto. Ecco, in questo senso il Rapporto sui ciechi dà, in modo molto allusivo, una risposta. Ci parla del padre di Alejandra, Fernando, che fino a quel momento non è stato menzionato se non per vaghi accenni, e ce ne parla mostrandoci la sua follia.
    Quando ho accennato alla scena finale della seconda parte (Alejandra entra nell’edificio di cui si parla anche nel Rapporto) era per sottolineare come il manoscritto non è del tutto staccato dal resto, e che forse, il fatto che proprio Alejandra vada nel posto di cui poi il padre parla nel suo delirio, ha un significato. C’è da contare anche che in tutto il testo, rimane mai detto ma lasciato supporre che un rapporto incestuoso fra padre e figlia vada avanti da parecchio tempo.
    Da tutto questo ho lasciato fuori anche il significato politico del romanzo – Alejandra e Fernando appartengono ad una nobile famiglia ora decaduta – e a un ulteriore livello di lettura anche il Rapporto sui ciechi può assumere una valenza di quel tipo.
    Ora, questa è la forma del libro, e leggendolo (parlo della mia esperienza di lettura) mi pare che l’interpolazione del testo abbia un suo motivo d’essere, rende anzi molto più affascinante la lettura. Perché poi Sabato abbia deciso di usare questo modo – cioè l’inserimento di un intero romanzo breve all’interno di un romanzo più grande – per mostrare determinate cose e dar forma alla sua idea di romanzo, invece, questo non lo so. La prendo come una scelta legittima dell’autore, realizzata in modo eccellente e trovo, quindi, assurdo che si sia pensato di pubblicare il Rapporto in una disposizione diversa da quella voluta da Sabato. Pubblicato alla fine, come appendice, non avrebbe nemmeno avuto lo stesso effetto straniante che invece ha nella forma concepita dall’autore. E lo straniamento, detto così di passaggio, sta molto bene con l’atmosfera generale del romanzo.
    Posso comunque ipotizzare che, data la sua autonomia narrativa, il Rapporto si presti a una pubblicazione a parte (come anche tu trovi più sensato) e che quindi, per lo stesso motivo, qualche editore abbia pensato che forse, per non intralciare la lettura della storia principale, si potesse addirittura metterlo in appendice (scelta invece molto discutibile).
    Tra l’altro mi viene in mente che anche un capitolo del – a mio avviso splendido – romanzo d’esordio di Thomas Pynchon, V., è stato pubblicato come un racconto a parte col titolo La storia di Mondaguen (edito in Italia da Rizzoli, mi pare).
    Spero di aver eliminato un po’ della confusione che posso aver causato con l’intervento principale, della quale comunque mi scuso.

  3. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Grazie Giulio, leggerò Sabato. Io conoscevo solo l’attore, Antonio, protagonista di spaghetti western di serie B.

  4. rossana v. Says:

    grazie, GM.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Rossana, Maria Cristina: ringraziate Zambelli.

  6. Fiammetta Palpati Says:

    Grazie Edoardo.
    Mi chiedo, peraltro che effetto abbia avuto durante la stesura di “Nunca Más” – la memorabile relazione sui crimini di guerra commessi dal regime militare argentino negli ‘anni ’70 stilata dalla “Commissione Nazionale sulle persone scomparse” di cui Sábato era presidente – l’aver immaginato e scritto, 24 anni prima, il “Rapporto sui ciechi”. Un altro tassello a conferma della coerenza e dell’unitarietà dell’opera di Sábato.
    Quanto al perché “Rapporto sui ciechi” possa stare tanto a sé – per compiutezza narrativa ed autonomia espressiva che avvicina il testo ad un racconto fantastico in forma di diario – quanto all’interno della narrazione (o in appendice, ma mi pare che sia stato lo stesso autore a rivedere l’edizione del 1965) io ritengo che non ci sia una contraddizione. Come si dice nell’articolo, si tratta di una vera e propria relazione, frutto delle indagini di Fernando Olmos Vidal (padre di Alessandra, la ragazza di cui Martino si innamora) sui misteri di una presunta setta di ciechi attiva a Buenos Aires intorno al 1955, epoca in cui si svolgono i fatti del romanzo (siamo alla vigilia del primo tentativo di golpe contro Peron). All’interno del testo “Rapporto sui ciechi” testimonia – o fa sospettare fortemente –
    che Fernando sia un pazzo, un paranoico, la vittima di una gigantesca allucinazione che lo accompagnerà fino alla morte e nella quale ha trascinato la propria figlia, a cui è legato da un rapporto incestuoso e che dà conto, nell’intera storia, del perché la ragazza si dia fuoco insieme al padre e all’intera casa. E’ Fernando stesso a definirsi un paranoico, e a descrivere gli stati della sua alterazione e ad organizzare la sua intera esistenza in funzione di questi – fino a produrre il “Rapporto”, appunto – ossessionandone chi gli sta intorno e coltivando meticolosamente una fantasia assurda, terrificante ma anche affascinante: una setta di ciechi malvagi abita nei sotterranei e da lì muove, indisturbata, le fila del mondo.
    Ma come nei migliori racconti fantastici ottocenteschi (e qui torna l’autonomia del testo) Fernando ne potrebbe uscire anche come un eroe che impiega la sua vita a svelare e combattere una setta del male della cui esistenza nessuno sembra accorgersi. Qui il protagonista (Martino) e il lettore mantengono fino alla fine della narrazione l’incertezza tra la spiegazione naturale e quella sovrannaturale, tra l’allucinazione (vedo cose che in realtà non ci sono, frutto della mia pazzia) e la realtà (è tutto vero, e allora, contro l’evidente ottusità dell’uomo comune, siamo in mano alle forze sovrannaturali del male).
    Solo la sua compiutezza ed autonomia legittimano, insomma, “Rapporto sui ciechi” all’interno del testo.
    Poi, come diceva Edoardo, il romanzo ha molte chiavi di lettura (sociale, politica, psicoanalitica, mitica, antropologica) e l’una sostiene l’altra. Sicché il “Rapporto” può essere – è – leggibile attraverso il topos della discesa agli inferi: un’esperienza iniziatica. Ma, a differenza della formazione di Martino che si apre sia al tempo (con l’incontro di personaggi positivi e tutti calati nella realtà storico-sociale), si apre anche allo spazio con un viaggio verso la terra del futuro – la Patagonia – l’iniziazione di Fernando è totalmente individuale ed a-storica e si concluderà con la morte. Quella di Fernando è un’esperienza intorno alla chiusura, alla mancanza di sbocchi, di senso della realtà, di contatto con il quotidiano, di cui egli conserva una visione immobile – tematica rappresentata dal motivo dominante della cecità e confermata da quello dell’incesto, che sottende tutto il romanzo (e che, sul piano antropologico, rappresenta il ripiegamento all’interno del clan) e che riguarda – sembra dire l’autore – la condizione dell’Argentina stessa.

  7. Ma.Ma. Says:

    (E io ringrazio Fiammetta perché in pratica risponde alla mia curiosità 🙂 merci!)

  8. Fiammetta Palpati Says:

    Grazie a te, Ma.Ma. per avermi stimolato a scriverne. (mi scuso per le sviste, ero senza occhiali).

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