Come sono fatti certi libri, 4 / “Le amicizie pericolose”, di Choderlos de Laclos

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di C. P.

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

L’autore delle Amicizie pericolose (Les liaisons dangereuses) era un ufficiale di artiglieria, appassionato di balistica e conosciuto ai suoi tempi per aver vivacemente stroncato, in uno scritto che avrebbe dovuto essere elogiativo, il concetto difensivo dell’architetto militare Vauban. A parte le Amicizie, di Laclos si conoscono i titoli di solo altri due esperimenti letterari, due testi teatrali composti in gioventù di cui non è rimasta traccia e che pare non siano mai stati rappresentati.

Laclos dedicò gran parte della sua vita allo studio, alla realizzazione e al comando di fortificazioni, senza riuscire a ottenere dalla carriera militare le soddisfazioni che avrebbe desiderato. Da giovane, le scarse risorse economiche e le origini borghesi gli avevano impedito di cercare la gloria nella Guerra d’Indipendenza Americana, che era affare per nomi illustri come i Noailles o i Lauzun, o per ricchi come Lafayette, che potevano permettersi di equipaggiare e mantenere da soli i loro volontari. Giacobino e massone, dopo alcune disavventure giudiziarie (chi non ne aveva in Francia durante il Terrore?) finirà la carriera nell’esercito napoleonico. Il suo ultimo compito, che la morte per dissenteria e malaria gli impedirà di portare a termine, sarà il comando di una fortificazione che ora porta il suo nome, sull’isolotto di San Paolo, davanti al Golfo di Taranto. Alla caduta di Napoleone gli abitanti del luogo, come atto di sfregio nei confronti degli occupatori francesi, distrussero la sua tomba, che lui, non religioso, aveva voluto nella piazza d’armi del forte. I suoi resti molto probabilmente furono buttati in mare. Circolano da allora leggende sul suo fantasma, che si aggirerebbe ancora, di notte, fra i bastioni abbandonanti. Fa un po’ sorridere questa immagine romantica, di anima in pena, associata al metodico Laclos, un tecnico arido ed efficiente, tutto dedito al lavoro e all’amata famiglia, serenamente e illuministicamente ateo.

Ma chi era veramente l’autore delle Amicizie pericolose? L’immagine di apertura che ho scelto è una foto del Forte Laclos: mi ha colpito perché fa pensare all’altra opera che porta il suo nome, il romanzo, che del forte ha la stessa apparenza liscia, chiara e compatta: a guardare meglio, la sua superficie non è così asettica e impenetrabile, tra le pietre spuntano erbe selvatiche, e la porta di accesso rivela uno spazio scuro, ancora da esplorare.
Proviamo a guardare la fortezza-romanzo da fuori, poi entriamo.

La struttura del libro è presto detta: è un romanzo epistolare, come tanti altri scritti nel Settecento, pubblicato anonimo come quasi tutta la letteratura dell’epoca, e dalla trama non troppo originale, ampiamente ispirata al best-seller Clarissa di Samuel Richardson.

La prima cosa che colpisce e prende è il ritmo, molto più incalzante rispetto al romanzo inglese che lo ha ispirato: grazie alla forma epistolare i personaggi ci sfilano davanti uno alla volta, ognuno con la sua voce, il suo registro stilistico, il suo lessico, il suo punto di vista, la sua rete di relazioni. Di ognuno scopriamo segreti e paure, inganni e speranze, mentre il fuoco incrociato delle lettere disegna la struttura invisibile e micidiale del romanzo. La prima ad apparire è Cécile Volanges, ragazzina ingenua appena uscita dal collegio, piena di aspettative e curiosità. Già con Cécile l’espediente del romanzo epistolare, che tende a proporsi come serie di documenti scritti da persone reali, ha qualche cedimento: l’assenza sistematica delle risposte della compagna di collegio a cui scrive è segnalata, alla settima lettera, da una nota dall’autore, che fa un passo falso, dichiarando che le risposte di Sophie, inutili alla comprensione della storia, non sono state riportate, rivelando così la natura romanzesca del testo.

Dopo Cécile compaiono i due supercattivi, la coppia diabolica per eccellenza: la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont. I due nobili depravati decidono di vendicarsi del futuro marito di Cécile, che ha avuto il doppio torto di tradire la marchesa e cornificare il visconte, istruendo l’innocente ragazza, prima del matrimonio, a pratiche, linguaggio e atteggiamenti da bordello. I dettagli della seduzione e corruzione di Cécile, ricostruibili dalle lettere dei vari personaggi coinvolti, si intrecciano al racconto dell’innamoramento della ragazza per il cavalier Danceny e al corteggiamento parallelo, da parte di Valmont, di Mme Tourvel, donna sposata, onesta ma molto annoiata. La rete di inganni che i due protagonisti/autori costruiscono, scrivendo, di fatto, l’intreccio del romanzo, verso la fine sfugge loro di mano: i cattivi perdono improvvisamente il controllo e vengono risucchiati in un finale tragico che non risparmierà nessuno.

La punizione dei colpevoli alla fine del romanzo sembra in sintonia con le esigenze morali e pedagogiche dell’epoca, ma resta una perplessità: a sconfiggere il Male non è il Bene ma il Caso, o meglio il Caos, entità poco cara agli Illuministi. I cattivi perdono, semplicemente, perché si sono illusi, fidandosi dell’intelligenza, della volontà e dell’assenza di morale, di controllare il mondo. Dopo che carnefici e vittime sono morti o caduti in disgrazia, la conclusione è affidata a personaggi ottusi, marginali e insignificanti, la madre di Cécile, un avvocato, la zia di Valmont.

Esco dalla fortezza-romanzo ma mi restano delle domande: a cosa mirava l’artigliere Laclos? È riuscito a centrare il suo obiettivo?

La lettura in chiave sociale per questo testo scritto da un borghese dieci anni prima della Rivoluzione Francese è abbastanza scontata: Valmont e la Merteuil appartengono alla nobiltà antica, “di spada”, mentre la Tourvel, moglie di magistrato, a quella di “toga”, che comunque ne condivideva i privilegi. Altro possibile bersaglio, sia dal punto di vista istituzionale che ideologico, è la religione. Il ricorso al linguaggio religioso in contesto erotico è fortissimo, con voluto effetto di degradazione.

La lettura delle Liaisons come romanzo libertino è percorribile ma riduttiva: un personaggio “romantico” come la Tourvel sarebbe inimmaginabile in un romanzo di Sade o di Restif.

Le amicizie pericolose è anche un romanzo sulle relazioni umane viste come complesse partite o, ancora una volta, come battaglie da preparare con cura. Nella lettera CXXV Valmont, dopo aver raccontato alla Meurteuil i dettagli della conquista della recalcitrante Mme de Tourvel, sintetizza e commenta i fatti così:

Non mi sono discostato in niente dai veri principi di questa guerra che, come abbiamo notato spesso, è così simile all’altra. Pensate a me come a Turenne o come a Federico. Ho forzato il nemico a combattere quando avrebbe voluto temporeggiare; ho conquistato, con sapienti manovre, la scelta del terreno e le disposizioni; ho saputo rassicurare il nemico, per raggiungerlo più facilmente al momento della sua ritirata; ho fatto seguire alla sicurezza il terrore, prima di sferrare l’attacco; non ho lasciato niente al caso, assicurandomi grande vantaggio da un successo e la certezza di risorse in caso di sconfitta; infine, ho avviato l’azione solo dopo essermi assicurato una via di fuga, da cui coprire e mettere in salvo le posizioni conquistate in precedenza.

Oltre l’ironia e l’evidente vanteria, nelle parole di Valmont c’è la visione lucida e cinica delle dinamiche relazionali che illumina di una luce fredda tutto il romanzo. Le metafore dei rapporti umani oltre che dalla guerra e dalla religione, sono spesso prese dalla caccia e dal gioco, i passatempi preferiti della nobiltà.

Se l’idea di mondo che questo libro mette in scena resta ambigua, opaca, ingannevole, appare nitida un’idea di romanzo come polifonia e intreccio di forze e di romanziere come chi, prendendo da altri idee e strumenti, cerca di utilizzarli al meglio, ricavandone il massimo. Per capire come sono fatti certi libri a volte serve ricordare che la loro forma è strettamente legata al luogo e alle circostanze in cui sono nati. Se Le 120 giornate di Sodoma è un libro scritto in prigione, Le amicizie pericolose sono nate in una fortezza sull’isola di Ré costruita dall’odiato Vauban, dove Laclos era stato mandato ad aspettare l’attacco di nemici, gli inglesi, che non sarebbero arrivati mai. Laclos racconterà più tardi all’amico Tilly :

Ero di guarnigione all’île de Ré, e dopo aver studiato per un mestiere che non mi avrebbe portato né a grandi avanzamenti né a grande considerazione, decisi di fare un’opera che uscisse dalla strada comune, che facesse rumore, che risuonasse ancora sulla terra quando me ne fossi andato.

La seconda e la terza fotografia sono tratte dal film Le relazioni pericolose, del 1988, diretto da Stephen Frears.

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3 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 4 / “Le amicizie pericolose”, di Choderlos de Laclos”

  1. acabarra59 Says:

    Effettivamente, nell’amicizia c’è sempre un rischio. Per esempio, nel prendersi per amico un regista. Un romanziere non so – non ho mai conosciuto un romanziere.

  2. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ben tornato, acabarra!

  3. acabarra59 Says:

    Ben trovata, Maria Luisa. Ma non me l’ero mai andato…

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