Come sono fatti certi libri, 3 / “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni

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Alessandro Manzoni, in un ritratto giovanile.

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Un paesotto lombardo, circa il 1630 o 1631 o poco dopo. E’ estate, si prende il fresco. Un giovanotto racconta. Gli sono capitate delle avventure. Doveva sposarsi (e ora è sposato: la sua bella moglie è lì, un po’ discosta come è suo solito, un bimbetto ancora minuscolo tra le braccia), un potente delle sue parti (non è originario di lì) aveva chissà come messo gli occhi sulla promessa sposa (non che lei gliene avesse dato lo spunto: era stato un caso), e così il giorno prima del matrimonio il prete, spaventato da due scherani del potente, aveva imbastito su un sacco di scuse per rimandare. E poi: il tentativo di forzare la mano, presentandosi davanti al prete di notte e di sorpresa a proferire le frasi fatidiche (poiché i ministri del matrimonio sono gli sposi, mica lui); gli scherani del potente che si presentano alla casa della promessa, trovandola fortunatamente vuota; la fuga; il ricovero di lei in un monastero, presso una monaca di buona famiglia, una tipa strana; lui invece a Milano, a cercar fortuna, e a cacciarsi invece nei guai; lei dai guai inseguita, invece, rapita e portata in un castellaccio: il cui castellano, peraltro – la Provvidenza! – quell’istessa notte decide di cambiar vita; e poi la peste, la peste (e qui, l’uditorio al completo fa una faccia cupa: tutti hanno perso qualcuno, in quella peste); e finalmente il ritrovarsi, e il ritrovare nel Lazzaretto di Milano proprio quel potente cattivo, e poterlo perdonare, sgravando il cuore dal risentimento e dall’odio – la Provvidenza, ancora – e finalmente èccoci qui, come vedete, l’abbiamo scampata, l’abbiamo scampata bella.

Tra quegli uditori, c’è magari qualcuno che sa scrivere; o qualcuno ha raccontato pezzi e lacerti della storia a qualcuno che sa scrivere, e questi si è incuriosito tanto da venir a sentire. Costui ascolta, conserva nella memoria, magari appunta, magari fa domande, si prende del tempo da stare con quel giovane, farlo parlare, riesce perfino a cavar qualcosa dalla moglie, così modesta e ritrosa: e ve’, la storia è bella, pensa il qualcuno – del quale non sappiamo il nome, e perciò lo chiameremo Anonimo -, la storia è bella, pensa l’Anonimo, è che è incompleta. Quindi si dà da fare: s’informa, fa qualche viaggio, scopre la vera storia di quella monaca un po’ strana, nel frattempo per i suoi crimini murata viva -, va a curiosare al paese d’origine – il prete è ancora lì, e non vuol saperne di parlare di quei fatti: che tipo! -, eccetera eccetera. E, insomma, alla fine, scrive.

Scrive, ma quel che scrive non va alle stampe. Resta manoscritto. Forse volontariamente, essendo ancora vivi alcuni attori di quella storia, di quelli un po’ pericolosi, nonché molti parenti. Magari l’Anonimo pensava di passare alle stampe più tardi, una volta che più tempo fosse trascorso: ma il destino, chissà, gliene tolse l’occasione. Certo è che per non firmare nemmeno una tale fatica – il manoscritto è voluminoso – bisogna considerarla davvero roba scottante. E in effetti, soprattutto la storia di quella monaca, i cui parenti possiedono mezza Milano e quasi tutta Monza…

Passano duecento anni. E quel manoscritto capita nelle mani di un baldo quarantenne conte milanese, uomo nevrotico, tormentato, almeno un paio di volte convertito, illuminista, già autore di non pochi scritti e soprattutto di due tragedie in versi piuttosto lodate anche all’estero. E il baldo quarantenne, rispondente al nome di Alessandro Manzoni, si accorge che la storia non è da meno, e forse è da più, di quelle che si raccontano nei romanzi, in particolare nei romanzi di quel Walter Scott, che fanno tanto successo. Con la differenza che, al netto delle prudenze e dei silenzi dell’Anonimo, è vera.

Da tempo l’ambizioso Manzoni cercava l’idea e l’occasione di un’opera che gli permettesse di giungere a imperitura fama, e soprattutto di manifestare le proprie convinzioni politiche e linguistiche, nonché di politica linguistica. Pubblicare il romanzo – benché all’epoca la letteratura romanzesca non fosse manco considerata letteratura, bensì roba da serve, al massimo da mogli di grassi borghesi – era l’idea e l’occasione giusta. Un bel romanzo destinato a sicuro successo, con amoreggiamenti e fughe e inseguimenti e travertimenti e sant’uomini e cattivacci e qualcosina di morbosetto dentro, che non guasta mai… E trascriverlo e riscriverlo bene, dignitosamente, in bell’italiano (lui, che parlava comunemente milanese e francese!), compulsando per benino repertori e dizionari, magari sollecitando aiuto da qualche amico fiorentino, di quei fortunati venuti al mondo con la bella lingua in bocca…

Detto fatto. Cioè no: detto, ma tutt’altro che fatto. Si mise al lavoro. Fu un lavoro durissimo. Durò un anno, forse due, forse tre, a lottare con quello che ormai in famiglia tutti chiamavano “lo scartafaccio”: che ormai era diventato, da fascio di carte, quasi un amico o un parente. Discorreva, Manzoni, dell’Anonimo suo, come se si frequentassero: come se l’Anonimo, quella storia, gliela raccontasse a voce, come Renzo ai compaesani, e lui se la notasse, come l’Anonimo ascoltando Renzo. Tant’è che poi, nel libro come venne fatto, quest’aria di conversazione resta: Manzoni ci parla, col suo Anonimo, lo commenta, gli fa le reprimende, lo prende in giro: a leggere il romanzo, noi, oggi come oggi, non ci par mica di leggere il solito romanzo di amoreggiamenti e fughe e inseguimenti e travertimenti e sant’uomini e cattivacci, ma ci par di vedere una commedia: con l’Anonimo di qua, che gesticola, e racconta rincarando i toni, e sputa sentenze morali a vanvera, e fa i cattivi cattivissimi, e i buoni buonissimi, eccetera; e là Manzoni che ascolta, scrive, aggiusta, modera il linguaggio, cerca di penetrar nell’animo dei personaggi, e trova i difetti dei buoni, e i piccoli pregi dei cattivi, e prova a salvar loro l’anima, almeno ad alcuni, e riduce insomma tutti a una certa qual mediocrità, qui un po’ tinteggiata di cattiveria, lì un po’ tinteggiata di bontà; e quando s’imbatte nella parte morbosetta, cioè la storia degli amori di quella monaca, mentre l’Anonimo si esalta, a lui viene il dubbio che sia tutto vero, e poi va a vedersi gli atti del processo (perché un processo ci fu), e scopre che l’Anonimo non si è inventato niente, e tuttavia: decide, dopo averli trascritti, zac!, di tagliar via due capitoli, perché a lui lo spettacolo della miseria umana, o la miseria umana trattata come spettacolo, non gli va proprio a genio.

Una lotta titanica, dunque, questo è il soggetto del romanzo: la lotta tra il romanzesco, incarnato dall’Anonimo, e l’antiromanzesco incarnato da Manzoni; che alla fin fine vince, segnando il destino del romanzo italiano (che non saprà mai più essere pienamente, lietamente, senza imbarazzi romanzesco); nonché, sul piano stilistico, la lotta tra la retorica ampollosa del tempo barocco e quella fine, sottile, allusiva che Manzoni (e questo fu un portato positivo, invece) lasciò in eredità alla letteratura italiana. Di queste lotte il punto più sintomatico, che possiamo considerare come vero centro e cuore del romanzo, è l’attacco del capitolo xxvi. Il xxv si era interrotto sul più bello del gran cazziatone del Cardinale a don Abbondio, nel quale il primo si era lanciato a descrivere in toni eroici, diremmo oggi supereroici, il ruolo del sacerdote:

“E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo”.

Eccetera. E il xxvi comincia – udite udite – così:

A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, né altro da temere che le critiche de’ nostri lettori; anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica, tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di sacrifizio illimitato di sé. Ma pensando che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio.

Rileggete: “anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano…”. Manca solo: con lo scaldino sotto i piedi, il gatto in grembo e la cuffia di lana in testa. Mai, mai, il corpo dello scrittore era apparso in tal modo sulla scena. Non che, per dire, i varii Henry Fielding o Lawrence Sterne non avessero incluso sé stessi nei propri romanzi: ma intellettualmente, ma giocosamente, astrattamente, e sempre, comunque, per suggerire la falsità della propria storia, frutto d’ingegnosa invenzione. Manzoni invece appare corporalmente, e per far l’inverso: per garantircene la verità.

Ma quale verità? La verità delle avventure di Renzo e Lucia? Macché: la verità di un uomo seduto allo scrittoio, che racconta una storia, e mentre la racconta non sa se crederci o no, e perciò chiama il lettore in aiuto. E in tal modo sembra preannunciare, Manzoni, il famoso – ma meno “nuovo” di quel che sembra – ingresso in scena di Paul Auster in Città di vetro, primo romanzo della Trilogia di New York (cap. 10):

Ad aprirgli la porta dell’appartamento venne un uomo. Era un tipo alto e bruno sui trentacinque anni, coi vestiti trasandati e una barba di due giorni. Nella mano destra, fra il pollice e le prime due dita, stringeva una stilografica senza cappuccio ancora alzata come se stesse scrivendo. L’uomo sembrò sorpreso di trovarsi davanti uno sconosciuto.
– Sì? – chiese con perplessità.
Quinn parlò con tutta la cortesia di cui era capace. – Forse stava aspettando qualcun altro?
– Mia moglie, a dire il vero. Per questo ho aperto senza domandare chi era.
– Mi spiace disturbarla, – si scusò Quinn. – Ma stavo cercando Paul Auster.
– Sono io, Paul Auster, – disse l’uomo.

E dunque? E dunque, niente: I promessi sposi è un’opera metaletteraria. Basti vedere la penultima frase dove, con un gioco di prestigio alla Robbe-Grillet, l’intero senso di tutta la narrazione – il discretissimo ma cospicuo lavoro della Provvidenza per garantire un senso al mondo e alle vicende umane – viene demolito:

Il bello era a sentirlo [Renzo] raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

Non c’è dunque giustizia; i guai, colpiscono anche gli innocenti; e il dio, impotente, può solo consolare. Tutto il contrario, insomma di ciò che era stato raccontato nella cavalcata dei trenttotto capitoli.

La realtà è l’esatto contrario del romanzesco, e la “grande narrazione” cristiana non è altro che un romanzo.

Chapeau.

Se avete avuta la pazienza di leggere fin qui, magari date anche un’occhiata al bando della Bottega di narrazione per l’annualità 2017-2019. Grazie].

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18 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 3 / “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Chapeau anche a Giulio Mozzi.

  2. Emanuela Says:

    Splendido…e fosse raccontato così nelle scuole, forse, poco poco d’amore in più lo scartafaccio lo susciterebbe. Quanto a scaldino, gatto in grembo e cuffia di lana dell’autore, nonché familiarità quotidiana con l’Anonimo, ma anche un che di fuga consolatoria dai guai domestici che il Manzoni traeva nel dedicarsi al suo scartafaccio, lo si trova abilmente descritto da Natalia Ginzburg nel suo “La famiglia Manzoni”ed Einaudi.
    Leggendolo, si ridimensiona alla vita di tutti i giorni, e ce lo avvicina nella sua umana fragilità, un autore che, fra Provvidenza, conversioni e convinzioni di politica linguistica, rischia sempre di rimanere una sorta di polverosa e algida icona poco amata dai ragazzi.
    Poi sì, chapeau, ma anche a Giulio Mozzi.
    p.s.
    Paul Auster ha raggiunto ormai la settima decade (portata bene): una foto poco poco più “attuale”, no?
    Anche i miti letterari invecchiano, diamine! :-p

  3. Giulio Mozzi Says:

    Oltre al libro di Natalia Gizburg, Emanuele, sarebbe da consigliare il romanzo di Mario Pomilio Il Natale del 1833 (1983, a centocinquant’anni esatti dalla data in copertina; premio Strega). Anch’esso, peraltro, basato su uno “scartafaccio”: un diario del Manzoni medesimo, ovviamente inventato di sana pianta da Pomilio. Vedi in Wikipedia.

  4. Giulio Mozzi Says:

    (Ah: e ho scelta quella foto di Auster perché volevo un ritratto giovanile di Manzoni).

  5. Ma.Ma. Says:

    Meraviglia. Non l’avessi già letto, vorrei assolutamente leggerlo.

  6. rossana v. Says:

    grande Mozzi, dopo il sorriso manzoniano anche il suo. Bellissimo pezzo.

  7. donatella Says:

    Quest’anno in quarta liceo comincio con Manzoni e la prima cosa che farò è leggere questo testo. Ma perchè Giulio non scrivi una storia della letteratura italiana per le scuole? Non immagini quanti “chapeau” riceveresti dagli studenti (per tacer degli insegnanti)

  8. Ilaria Introna Says:

    Davvero bellissimo pezzo, I promessi sposi l’ho letto a 15 anni (anni ’80) da sola perchè al liceo artistico all’epoca non lo si insegnava (mah..misteri) e, letto così senza insegnanti austeri a decodificarlo, mi è piaciuto molto, nonostante la scrittura ottocentesca. Questa lettura da punti di vista differenti me lo fa apprezzare ancor di più.

  9. valeriana maspero Says:

    Se i geni, i superuomini, i santi sapessero che fatica si fa a essere gente normale… questo è il succo che ho sempre tratto dalle riletture del romanzo di Manzoni. Complimenti Giulio Mozzi.

  10. maria Says:

    Nel ritratto ho riconosciuto Paul Auster(da giovane). Che significato ha l’accostamento?

  11. maria Says:

    .Beh! Mi rispondo da sola. Begli uomini e di pari livello artistico.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Basta leggere l’articolo, Maria.

  13. maria Says:

    Così imparo a completare sempre una lettura anche se impegnativa per le mie forze intellettuali.

  14. pococurante Says:

    Una narrazione è comunque necessaria per sopravvivere all’assurdità della realtà. Chi non riesce a raccontarsela, ad auto prodursi una narrazione in proprio, deve procurarsela, pagando, sul mercato delle narrazioni preconfezionate. La “grande narrazione” cristiana che avrebbe come scopo primario (e non come sottoprodotto) quello di consolare gli afflitti mi ricorda la narrazione di facebook che secondo il suo fondatore avrebbe come scopo primario quello di connettere amici e parenti.

  15. Maria Letizia Verola Says:

    caro Giulio, mi accodo a Donatella nel suggerirti una storia della letteratura per le scuole. O meglio: non un manuale scolastico, ma un viaggio sentimentale attraverso la letteratura italiana (hai tirato in ballo tu Sterne). Insomma, qualcosa di simile all’operazione incompleta di Giampaolo Dossena, la Storia confidenziale della letteratura italiana.
    E chapeau da una prof che ama Manzoni e che ne deve giustificare la lettura, anche con i colleghi 🙂

  16. Giulio Mozzi Says:

    No, no, Pococurante: la “grande narrazione” cristiana dice che la fine del mondo è imminente e che bisogna vegliare nell’attesa (perché arriverà all’improvviso, come i ladri nella notte ec.). E nel Regno non ci sarà la “consolazione”, bensì il riscatto degli afflitti (che “erediteranno la terra”, ec.).

  17. Giulio Mozzi Says:

    Donatella, Maria Letizia: non sarei mai capace di fare quello che mi proponete. Tutto quello che posso fare è proporre un atteggiamento (uno “stile di approccio ai testi”, se volete parlar difficile).

    Per esempio. Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo ha avuto una storia editoriale piuttosto complessa (la trovate, sinteticamente, anche in Wikipedia). Partire da lì, dalla fuga di Foscolo che abbandona a Bologna – perduta dai napoleonici – il romanzo mezzo stampato; dal tipografo che lo fa (forse) completare da tale Angelo Sassoli [“persona tristemente nota in Bologna”, leggo in giro – ed è tutto da verificare – “ideatore con Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis dell’insurrezione del 1794”, ma che “aveva poi denunciato i compagni (che erano tragicamente morti) e subìto egli stesso un processo da cui era uscito quasi indenne proprio per quel suo tradimento”]; da Foscolo che s’incazza pubblicamente col tipografo (“Corrono delle ultime lettere di Jacopo Ortis tre edizioni: la più antica in due tometti fu impressa in Bologna […]. Perché oltre il nome dell’Ortis vi è posto in fronte il mio ritratto, quasi io fossi l’editore, e l’inventore di que’ vituperj, io dichiaro solennemente queste edizioni apocrife tutte, e adulterate dalla viltà e dalla fame”) e nel contempo si rende conto, impotente e deluso, del cinismo politico di Bonaparte; i francesi che si ripigliano Bologna, e il tipografo bolognese che rifà un’edizione mutata e filofrancese, mentre Foscolo dà la sua definitiva (crede lui; ma definitiva non è) in Milano; eccetera.

    La storia dell’Ortis, insomma, come storia delle illusioni e dei voltafaccia dell’autore e degli editori; come storia di un Foscolo che parla di Jacopo come se esistesse davvero (si proclama “erede de’ libri dell’Ortis, e depositario delle lettere da lui scrittemi”), e identificandosi dunque in Lorenzo, ma viene soppiantato da Angelo…

    Sì, vabbè, poi c’è quello che s’innamora di quella, e poi fa una brutta fine: ma non sarà mica questa, la sostanza della cosa.

  18. Come sono fatti certi libri, – “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni — vibrisse, bollettino | Italianostoria Says:

    […] via Alessandro Manzoni — vibrisse, bollettino […]

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