Come sono fatti certi libri, 1 / “Il circolo Otes”, di Giuseppe D’Agata, prima parte

by

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com)]

Anche se non lo sapete, sapete qualcosa di Giuseppe D’Agata: se non altro perché vi sarà capitato di vedere il film, protagonista Alberto Sordi, Il medico della mutua, tratto dall’omonimo romanzo appunto di D’Agata, o perché vi ricordate qualcosa, magari vagamente, dello sceneggiato Il segno del comando (quello del 1971, il rifacimento del 1992 non fa testo), che aveva tra gli sceneggiatori appunto D’Agata; il quale, ma con comodo, nel 1987, ne ricavò anche un romanzo. Quindi sapete qualcosa di Giuseppe D’Agata, anche se non sapete di saperlo. Tanto perché sia chiaro che non vi sto parlando di uno di quegli scrittori assurdi che ogni tanto mi piace tirare fuori dal cappello. Se volete saperne di più, c’è un bel sito dedicato a lui, sommario ma preciso: www.giuseppedagata.it.

Vi parlerò dunque di un romanzo che si intitola Il Circolo Otes, svelandovi subito che Otes è acronimo per Operai, Tecnici e Scienziati. Comincerò dai dintorni del romanzo vero e proprio, dal cosiddetto paratesto, perché ci fu un tempo in Italia (il romanzo è del 1966) nel quale era tale la capacità progettuale di certi autori e di certi editori (l’editore di questo romanzo è Feltrinelli), che opera letteraria e quarta di copertina e bandelle e immagine di copertina e segnalibro (alcune collane avevano su un segnalibro quel tipo di testi che noi oggi siamo abituati a trovare nelle bandelle o nelle quarte) finivano col costituire un tutt’uno.

I dintorni del testo

In quarta di copertina del Circolo Otes c’è un lungo testo di Roberto Roversi: del quale forse qualcosa sapete, pur non sapendo di saperlo. Se vi è capitato di ascoltare la canzone Nuvolari, cantata da Lucio Dalla, ebbene: il testo è di Roberto Roversi. Poi, per carità, Roversi fondò Officina con Pasolini e Leonetti, fu condirettore (e per un certo tempo formalmente direttore) di Lotta continua, scrisse un romanzo del quale forse parleremo (Registrazione di eventi, Rizzoli 1964), lavorò per una vita intera (o quasi) a un poema intitolato L’Italia sepolta sotto la neve, pubblicandone via via e qua e là delle porzioni (ma il poema completo fu poi stampato in sole cinquanta copie): eccetera. Ma, anche se non sapete questo, qualcosa di Roversi, pur magari non sapendolo, sapete. Ebbene, sulla quarta di copertina del romanzo Il Circolo Otes Roversi scrive:

“Questo libro, cioè questo bel libro, insomma questo libro vero, tormentato (tormentoso) e nuovo fino allo scrupolo, si articola (in movimento) su due coordinate: una affidata alla macchina della memoria che recupera da un fondo abbastanza ingiallito di anni (dal tempo) strani secchi patetici oggetti (persone-volti in lacrime, sorrisi che sono ferite) i quali poi suonano e producono, con il risentimento del tempo incompiuto, del tempo ritardato, del tempo odio-amore, una specie di ossessiva nostalgia, un torpore dei sentimenti che è quasi simile a una apparente morte privata; l’altra, nel guizzo freddo della ragione che raduna, calcola assomma e deduce; che si sviluppa su un linguaggio ‘fortemente’ calcolato, double-face, in cui la inevitabile ‘improvvisazione’ non prescinde mai dalla necessità, dal proposito di essere capito – e da una sorta di giuoco (molto acuto e colto, per la verità) che l’autore propone di continuo, come in una altalena, e che rappresenta il ‘movimento’ (l’arpicordo della memoria e la realtà di una balera), l’ossessione dell’uomo-jazz, la struggente ‘resa dei conti’ del quarantenne (l’autore). Un romanzo per tutti, dunque, nel senso che ogni lettore può usufruirlo, rivoltarlo, aprirlo, discuterlo, intenderlo, rifiutarlo; ma anche un libro che si pone subito, con il rigore delle opere elaborate con cura, entro la querelle odierna intorno alle opere narrative, al romanzo; concorrendo, col supporto, della propria calcolata ‘genericità’, a contraddirla e a superarla, in qualche modo; offrendosi come un progetto di possibile lavoro futuro e insieme, con cauta malizia, anche come possibile risultato. Il ferro e il fuoco della situazione può consentire che, a un certo punto, la carta canti; cioè che i risultati non si facciano aspettare, come in questo caso. Una cultura scientifica, una forte esperienza umana, il gusto dell’aneddoto, la causticità sentimentale e il rigore dell’impegno politico, uniti ad una ironia che riesce spesso ad essere perfino malvagia, ma che tuttavia sempre divertita (e divertente), concorrono, in quest’opera, a un risultato di notevole impegno al livello della sperimentazione più raffinata.”

Come vedete, ce n’è quanto basta – per il lettore standard del 2017 – per riporre immediatamente il libro sullo scaffale, così come al risveglio si cerca di dimenticare immediatamente l’incubo: ma per il lettore del 1966 una presentazione siffatta non doveva essere un problema (l’edizione che possiedo, per dire, è già una ristampa: quindi qualcuno se lo comprò, ‘sto libro). A questo punto guardiamo la copertina (cliccando sull’immaginetta qui sopra, la potete vedere in grande). Il controfrontespizio spiega che il disegno rappresenta “Giuseppe D’Agata ‘visto’ dai Kukriniksij”. E chi sono questi Kukriniksij? Ebbene: i Kukriniksij, o Kukryniksy, o Kukriniksi, o Koukryniksy, secondo la traslitterazione, nell’originale russo Кукрыниксы, sono addirittura degni di una voce nella Treccani:

KUKRYNIKSY. – Pseudonimo collettivo di tre pittori russi che da più di 25 anni lavorano insieme – Michail Vasil′evič Kuprijanov (n. 1903), Porfirij Nikitič Krylov (n. 1902) e Nikolaj Aleksandrovič Sokolov (n. 1903) -, composto di parti dei loro nomi e cognomi. Sono membri dell’Accademia di Belle Arti dell’URSS e lavorano anche ognuno per conto proprio come pittori di paesaggi e ritratti. Insieme hanno creato un esempio eccezionale di lavoro collettivo, soprattutto nel campo della caricatura e del manifesto. Il loro primo lavoro collettivo risale al 1924, la loro prima mostra, organizzata per iniziativa di M. Gor′kii, è del 1932. La loro attività è multiforme e colpisce per l’inesauribile fantasia, l’ardire e lo spirito fine e tagliente, ma sono soprattutto noti, anche in campo internazionale, per le caricature, i manifesti e i quadri satirici di argomento politico. Tutti i principali avvenimenti della politica interna dell’URSS, della politica internazionale e della seconda guerra mondiale hanno trovato riscontro e riecheggiamento nelle loro caricature e nei loro manifesti. Notevoli sono le loro illustrazioni per opere di Gogol′, Saltykov-Ščedrin, Gor′kij e Čechov, più volte premiate.

La voce treccaniana è nell’Appendice III, del 1961, e possiamo supporre che i tre amiconi siano, nel frattempo, passati a miglior vita (ce lo conferma qualche scarnissima voce di Wikipedia).

A quel disegno – a quella caricatura, possiamo dire – Giuseppe D’Agata doveva essere piuttosto affezionato, se a distanza di venticinque anni, nel 1991, lo riusò per la copertina di Artisti e gallerie in Bologna, Edizioni delle Muse, un libriccino del quale non so nulla ma che sarà quello che dice il titolo, una guida per collezionisti e curiosi. Prendiamo la cosa come un segno di fedeltà a sé stesso.

Ma apriamo finalmente il libro, quello che ci interessa, Il Circolo Otes. Dopo l’elenco dei libri pubblicati nella collana I narratori di Feltrinelli. Collana di grandi autori moderni di tutto il mondo (la lista comincia con Boris Pasternak e finisce con Hubert Selby jr.), e prima ancora del frontespizio, troviamo un altro testo illustrativo: ed esso è tale che ci permettiamo di immaginare lo stesso D’Agata come estensore, sia pure in terza persona.

Giuseppe D’Agata è già al suo terzo libro. Il grosso pubblico lo ha imparato a conoscere dopo il successo de Il medico della mutua (Feltrinelli, 1964) dal quale Luciano Salce sta ricavando un film, che avrà come protagonista Ugo Tognazzi. [In realtà il film sarà poi girato da Luigi Zampa con Alberto Sordi protagonista. gm] Ma tra i critici e i letterati D’Agata era già noto da alcuni anni. Nel 1957 un suo racconto era stato premiato col Pozzale, e nel ’60 usciva il suo primo romanzo: L’esercito di Scipione, che vinse il premio Viareggio-Armistizio. Tra questo e Il medico della mutua aveva cominciato a buttar già la prima stesura del Circolo Otes (che cambiò titolo parecchie volte): lo lesse Vittorini e lo lodò, pur suggerendo vari cambiamenti e rettifiche. Lo aveva soprattutto colpito, come scrisse all’autore, “il tentativo di volgarizzare, di spiegare al pubblico dei non addetti ai lavori come stanno andando le cose dell’arte e della letteratura”. Ma D’Agata era il primo a non esserne soddisfatto; l’idea continuò a ronzargli in testa per i quattro anni che seguirono, l’idea di un libro “praticamente senza tradizione da noi”, ma non un romanzo-saggio, anzi “dal punto di vista narrativo piuttosto omogeneo, fitto di legami interni e di richiami, di motivi che tornano continuamente, anche se all’apparenza costituito da singoli blocchi narrativi”. Il “congegno narrativo” (come alla fine l’autore ha preferito chiamarlo) è dunque andato proliferando per anni, e D’Agata ha finito per mettervi una gran parte di se stesso: lo spirito ironico, il gusto del paradosso brillante, un’ansia di ricerca che gli impedisce di star fermo al generico e al luogo comune, persino il suo vivace virtuosismo, scrittore com’è con molte corde al suo arco. E chi infatti se non un virtuoso (dote ormai rara in letteratura) avrebbe potuto sciorinare con tanta grazia un così ricco inventario di modi e di stili, un po’ sul serio e un po’ (estrema capriola) facendo il verso a tutti? L’ultima tessera del mosaico (il romanzo “collettivo”) è stata aggiunta di recente: e D’Agata vi ha messo un altro pezzetto di se stesso, il jazzista che fu a vent’anni (suonava la batteria); ma lo spirito del jazz si sente in tutto il libro. D’Agata è nato nel 1927, a Bologna, da genitori molisani. Ha preso parte alla Resistenza. S’è laureato in medicina, ma non esercita più la professione del medico. Tiene una rubrica d’arte figurativa su un quotidiano.

Non sarà inutile sapere che il Premio Pozzale, vinto da D’Agata col suo primo racconto, fu fondato nel 1948 a Pozzale, frazione di Empoli, “per comune volontà di operai, contadini e intellettuali di ricostruire il tessuto morale, civile e culturale dalle macerie della guerra” (vedi)

Per finire: in copertina Il Circolo Otes è qualificato come “romanzo”; nel frontespizio compare la dicitura “congegno narrativo”, che chissà che cosa vorrà dire. Ma per oggi basta, direi. Adesso mi metto a fotografare il libro.

[Vai alla seconda parte].

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4 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 1 / “Il circolo Otes”, di Giuseppe D’Agata, prima parte”

  1. cronopioblog Says:

    Piccola nota: Il film “Il medico della mutua” non solo poi ebbe come protagonista Sordi al posto di Tognazzi, ma fu diretto da Luigi Zampa (non da Salce).

  2. gian marco griffi Says:

    Gran bella rubrica.

  3. rossana v. Says:

    intrigante,

  4. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Cronopio. Introduco la correzione.

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