Il codice del dolore (e la consolazione del gioco)

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di Franco Foschi

[Franco è un amico, questo devo premetterlo. E’ uno scrittore bravo ed eclettico, in prosa e in versi, ed è un eccellente pediatra. E ha altre qualità morali, sulle quali qui sorvolo. Ha letto Fiction 2.0 e mi ha mandato questo. gm].

Quanti, tra coloro che scrivono, partono sin dall’inizio ponendosi un obiettivo alto? Quanti, tra questi, hanno la forza, le idee e quel filo di presunzione necessari?

La massima parte degli scrittori, sfogliandoli nelle librerie, mi pare abbia a che fare più che altro col mondo del commercio. L’altra fetta che mi sembra dominante è quella di chi scrive senza tanti perché. Infine, nella “torta” statistica, c’è quella strisciolina esigua, di solito dipinta con un colore intenso perché altrimenti sparirebbe, che appartiene agli scrittori con un perché. I quali con ogni probabilità rifiuterebbero questa nicchia, alcuni magari sarebbero pronti a schermirsi, altri a sostenere una leggerezza che poi i loro testi contraddicono, altri, forse la maggioranza, sceglierebbero il silenzio.

Mozzi ha il talento, la forza, le idee e quel pizzico di presunzione da appartenere agli scrittori con un perché. E che gran perché, nel suo caso. I racconti di questo Fiction 2.0, remake riveduto e corretto di un libro già uscito sedici anni fa, possiedono un piglio, una carica emotiva e una elettricità tali, soprattutto nella prima metà del libro, che ci prendono a spallate lasciandoci barcollanti, stupefatti, ma soprattutto pieni di domande. Il che è una caratteristica di ogni forma d’arte che meriti rispetto. Sì, perché gli argomenti di Mozzi non sono mai light, diciamo così dietetici (per l’anima, ovvio): il suicidio, la malattia della mente, il sesso anche patologico, il disamore, la frustrazione esistenziale… Argomenti che non possono che essere resi sulla pagina se non in maniera provocatoria, violenta: niente di consolatorio, quieto, quella letteratura che ti lascia lì tranquillo a crogiolarti nel nulla, nel vuoto, nello sterile riposo…

Ogni racconto è un cazzotto, bene assestato, feroce, che come quelli allo stomaco ha un solo obiettivo: toglierti il fiato. Mozzi ti togli il fiato titillando quella che lui stesso definisce “la naturale e crudele curiosità della gente”: che cosa si nasconde sotto a quelle vite che ci sembrano serene, tranquille, in poche parole perfette? Perché, se scaviamo un poco, troviamo così spesso l’orrore?

Gli strumenti con cui Mozzi ci porta alla conoscenza dolorosa e alle domande fondamentali sono molto letterari: inizi brucianti di racconto (nel primo, ricorda gli esordi esplosivi del miglior Bierce, nei suoi racconti satanici), apparente semplicità di scrittura talvolta, ma limpida come cristallo, e in particolare in un racconto, Di mio padre, una musica interna impressionante per ritmo incalzante e spietato.

Questi strumenti rigorosi e forti conducono la danza fino a metà libro. Poi arriva Narratology, un disvelamento poetico-esistenziale, una messa a nudo sul libro-dei-libri che mi ha ricordato i frammentari e intensissimi libri di Edmond Jabés: domande e tentativi di risposte sul dio, sul suo libro-dei-libri, su io e dio, sul libro-dei-libri e io. A mio parere, che ho letto tutto di Mozzi, uno dei suoi scritti più pressanti, intensi, e voraci nella ricerca del senso (e sul come soddisfarne la fame).

Poi da qui, improvvisamente, inizia tutto un altro libro. Lo strumento implacabile di Mozzi, da profondamente, seriamente letterario che era, diventa iperletterario, e quindi più dedito al gioco, all’apparente scherzo, alla fluidità invece che allo spessore. Mozzi dà infatti spazio ai suoi eteronimi, un fotografo artista, coraggiosamente un paio di donne, un poeta rancoroso, e altri. Roba da far tremare l’establishment letterario, se non fosse che quest’ultimo è impermeabile anche a se stesso…

Per precisione, il gioco letterario era già cominciato nella prima metà, quando a ogni racconto seguiva un contrappunto sotto forme le più varie (articolo di giornale, lettera esterna, processi documentali, eccetera) e dove spesso veniva ribaltata completamente la prospettiva primaria del racconto stesso. Ma è nella seconda parte che questo gioco si fa spina dorsale dei testi, tanto che l’autore giunge persino a produrre un saggio teorico-filosofico sui propri scritti…

Nel presentare alcuni (veri questi, si presume) scritti critici seguiti all’uscita della prima edizione del volume Mozzi lamenta, ma senza acredine, il sostanziale disinteresse che questo libro suscitò. In tutta sincerità credo che neppure questa seconda edizione sarà in grado di smuovere la pachidermica macchina della critica, così come non credo assisteremo alla formazione di lunghe code di compratori fuori dalle librerie. Eppure, alla luce (come dicevamo all’inizio) dell’alto obiettivo di scrittura di Mozzi, e della feroce bellezza del suo libro: non sarà che proprio questo sia un valore? Un gran libro ignorato dalla critica e dai lettori rimane un gran libro, una puttanata osannata dalla critica e dai lettori rimane una puttanata. E nel paradiso dei libri, solo il primo sarà ammesso.

Altri articoli di Franco Foschi in vibrisse:

recensione di Maps of the Imagination: the Writer as Cartographer, di Peter Turchi;

recensione di L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco.

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11 Risposte to “Il codice del dolore (e la consolazione del gioco)”

  1. Paola Says:

    “Un gran libro ignorato dalla critica e dai lettori rimane un gran libro, una puttanata osannata dalla critica e dai lettori rimane una puttanata. E nel paradiso dei libri, solo il primo sarà ammesso.”
    Grazie a Franco Foschi per averlo efficacemente qui ribadito. Grazie davvero!

  2. Ma.Ma. Says:

    Che – bella – recensione! Ho sempre pensato che fosse difficile scrivere in merito a tutti i (tuoi) libri di Giulio, un pensiero “pratico”, senza lasciarsi andare alle sensazioni e alle masturbazioni mentali o metaletterari: ché uno si lascia coinvolgere e alla fine ne esce frastornato. Questo commento invece riassume esattamente quello che penso della (tua) sua scrittura con una lucidità e chiarezza disarmante. Dico anch’io: grazie.

  3. Eugenia Borghi Says:

    Sono d’accordo ..la bella letteratura ti deve lasciare dentro qualcosa.. per lungo tempo…per sempre. …..fosse anche un pugno nello stomaco ad ogni racconto …un bel libro deve essere feroce in almeno uno o più dei suoi aspetti ! Quanto al fatto che non ci sarà mai la “coda” in libreria mi dispiace. Perché ? perché la gente legge libri di cucina, libri di ricette, di sport e corsa, ma perché ? Saremo in pochi a leggere bella letteratura , felice di far parte di quella minoranza !!

    Grazie, tantissimo per le splendide recensioni !!

  4. rossana v. Says:

    sacro + santo. Mozzi santo subito! 🙂

  5. Nadia Bertolani Says:

    Quanto alla critica, nulla è in mio potere, ma quanto ai lettori (e direi ancor di più quanto alle lettrici) si può fare molto: leggerne e parlarne e scriverne… Insomma, suoniamola la grande tuba della Fama, qualcosa accadrà.

  6. Maria Luisa Mozzi Says:

    Anch’io apprezzo la presentazione di Franco Foschi.
    Però, adesso che è passato un po’ di tempo da quando è uscita questa nuova versione di Fiction, adesso che Giulio ha scritto: “Non «ho smesso», ma: ho finito.”; vorrei che si parlasse a possibili nuovo lettori anche della possente riflessione etica che il suo libro (non solo questo, per la verità) contiene.

    Fiction 2.0 non è solo un esercizio, come gli Esercizi di stile di Queneau o Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino.

    Propone protagonisti per i quali dio è centrale, la chiesa come comunità è centrale, il sacerdote come guida è centrale. In cui i temi fondamentali dell’esistenza (quanto vale la mia vita? Quanto posso tollerare l’orrore del male? Il popolo di dio ha una storia; anche dio ha una storia? Dio è buono e cattivo? Perché non esistono più libri in cui dio parla di sé al suo popolo? Siamo noi che non sappiamo riconoscerli, questi libri, o dio si è fatto muto?) sono affrontati in pagine e pagine di narrazione/riflessione a mio avviso bellissime.

    Allora: anche un lettore che abbia voglia di leggere testi di spessore su questi temi (e a me sembra che pochi siano uomini, e uomini di fede, come Giulio) potrebbe appassionarsi a Fiction 2.0, anche se non interessato a struttura, focalizzazione, scambio con la realtà e mille diavolerie su cui il libro è costruito e in parte trova la sua ragione di essere.

    Giulio, un tuo protagonista si chiede: “Perché il dio, che tanto parlò nei tempi antichi da riempire le duemila pagine della Bibbia, dall’Apocalisse a oggi non parla più? Perché non ha più “ispirato” nessuno?”. Tu rispondi nell’intervista a Nivolò Menniti Ippolito: “Perché gli uomini hanno inventato la finzione credibile”.
    In che modo la finzione credibile ha un compito simile a quello del libro dei libri? Puoi spiegare?
    Grazie.

  7. Ma.Ma. Says:

    (L’ultima domanda di Maria Luisa Mozzi me la sono posta già tre volte anch’io: temevo di essere l’unica a non riuscire a trovare una risposta. Ora sono curiosa di leggere quella “vera”)

  8. Giulio Mozzi Says:

    Provo a rispondere, Maria Luisa.

    Galileo Galilei era convinto che ciò che andava dicendo attorno al sistema solare fosse “vero”. Il cardinal Bellarmino, fortemente interessato a salvare la pelle di Galilei e il progresso scientifico, gli suggeriva di parlare piuttosto di “modelli” più o meno efficienti: e, al di là del senso “politico” di quel suggerimento in quel contesto, aveva ragione. Oggi il pensiero scientifico non si azzarda a parlare di verità: parla di modelli più o meno efficienti. Di riflesso, le stesse “verità assolute” (quelle che non possono essere discusse, non essendo né verificabili né falsificabili) hanno perso un po’ del loro potere (Bellarmino s’immaginava il contrario: che allontanando la scienza da una concezione, non so come dire, “realistica” della “verità”, le “verità assolute” sarebbero staste rafforzate”).

    Sostanzialmente da Origine in poi la lettura delle Scritture si è giovata di un certo strabismo: il testo veniva preso alla lettera, e contemporaneamente letto allegoricamente. Non che prima di Origene non si facesse (nei Vangeli si parla di cose che avvengono, o sono compiute da Gesù, “per adempiere le scritture”): ma si può dire che con Origene, all’incirca, la cosa diventa istituzionale. Il progressivo perdere peso della “verità storica” del racconto scritturale, pian piano retrocesso a epos nazionale come l’Iliade o l’Odissea, ha avuto prima l’effetto di accrescere la “verità” delle interpretazioni allegoriche; ma poi, sparendo la “verità storica” della narrazione sottostante, le interpretazioni allegoriche si sono trovate per così dire sospese in aria, o sono rotolate a terra come uno a cui si strappi il tappeto da sotto i piedi.

    La scoperta della “finzione credibile”, la cui data di nascita più simbolica che storica è, per grande benché non universale consenso, la pubblicazione del Robinson Crusoe, ovvero la scoperta della capacità umana di produrre racconti che, diversamente da quello biblico, si rendevano “credibili” con le loro stesse semplici forze (ricordo che il libro non portava la firma di Defoe, ma si offriva come autentico libro di memorie del marinaio Robinson), produsse due effetti: da un lato, un’esaltazione della “capacità di credere” (soprattutto presso i lettori più ingenui); dall’altro, una tendenza (soprattutto presso i lettori meno ingenui) a considerare come finzionali tutte le narrazioni.

    Allora: tutto questo, e anche eventualmente altro, e non saprei dire esattamente in quali relazioni storiche, secondo me ha finito col sottrarre alle narrazioni il coraggio di proporsi come “vere”.

    Mi vengono in mente, alla rinfusa, tra tante altre cose, le considerazioni di Paul Veyne (Come si scrive la storia) attorno al fatto che “come il romanzo, la storia trasceglie, semplifica, organizza, racchiude un secolo in una pagina”. “Il tessuto della storia – dice Veyne – costituisce ciò che potremmo chiamare un intreccio”; e usa apposta la parola “intreccio” per ricordare che “ciò che lo storico studia non è meno umano di un dramma o di un romanzo, di Antonio e Cleopatra o di Guerra e pace”.

    Si potrebbe dire anche: una volta si pensava che le storie avessero un senso; oggi pensiamo che, se ha un senso, è una storia (e quindi non può essere “discorso di verità”).

    Mi rendo conto che il discorso è assai poco organizzato.

  9. Ma.Ma. Says:

    (A me ora pare chiarissimo: ha un senso, eccome. Grazie a entrambi: a chi ha posto la domanda, e a chi ha risposto. Rientra nel discorso di cui si è parlato di recente e il pensiero che ho fatto ora è: per assurdo io tendo a “non credere” ai libri di storia, mentre sono più portata a credere alle storie dei singoli. E allora mi sono ritrovata a pensare a un’altra cosa – seguendo il flusso di ragionamenti sparsi e casuali – sarà che la Bibbia abbia una sua forza perché riporta – oddio, credo, eh, che mica la conosco davvero – le storie quasi di “singoli”? Ok, mi sa che ho scritto una scemenza. Sorry).

  10. Maria Luisa Mozzi Says:

    La parola “casa” scritta qui o pronunciata è altra cosa dalla casa in cui mi trovo e di cui sto toccando il pavimnto con i piedi.
    La frase “la casa è bella” è qualcosa di ancora diverso, perchè crea una relazione. Anche raccontare: “Gino è uscito” esprime una relazione. Le parole e le relazioni dello scritto e del parlato, tanto più del narrato, hanno corrispondenze complicate con la realtà, ma sicuramente non riescono ad esprimerla e a riprodurla. Nella realtà le cose accadono e basta, nelle narrazioni le cose accadono con un perchè. Che forse c’è anche nella realtà, ma non è lo stesso che siamo abituati a mettere o a trovare nelle storie. Nel momento in cui, facendo convergere riflessioni nate nell’ambito della filosofia e della letteratura, ci si è accorti di questo, ogni narrazione è apparsa finzione e le narrazioni sono diventate non credibili. Il libro dei libri ha smesso di avere un’origine e una natura diversa, ha smesso di essere il libro ed è diventato un libro fra tutti gli altri libri.

    Ho capito?

  11. Maria Luisa Mozzi Says:

    Terzultima riga: “… sono diventate non credibili”. No. Sono state percepite come finzioni non rappresentive delle realtà, anche se credibili.

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