“I plagi” di Daniele Muriano / quarto estratto

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di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblico alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il quarto estratto. Il primo estratto è qui. Il secondo è qui. Il terzo è qui. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič].

Sintesi: Alfredo muore mentre il figlio si trova al mare in vacanza. Al suo ritorno Angelo, sconvolto dal senso di colpa, cerca di far luce su quella morte a suo avviso misteriosa. In ogni modo si rifiuta di credere che Alfredo sia morto d’infarto. Nell’irrealtà afosa di una provincia desolata, si costruisce una fortezza d’idee paranoidi e, trovata l’agenda telefonica di Alfredo, decide d’incontrare quelle che verosimilmente furono le amanti di suo padre. Indossa per questo una maschera. Diventa l’investigatore, un personaggio ricavato dalla sua scarsa conoscenza degli stereotipi narrativi da serial televisivo.
Angelo è predisposto a fingersi un altro: è un’abilità che gli ha trasmesso il padre, insieme a una quantità di storie inverosimili che valgono per il figlio la leggenda del genitore mitomane, l’infernale Alfredo.
Convince se stesso e le amanti del padre – tutte prostitute – di essere un investigatore pericoloso e violento, per estorcere loro – in modo più o meno fantasioso, facendo violenza solo su se stesso – le informazioni che gli servono. Alimenta così le proprie teorie del complotto. Le relazioni con le donne del padre acuiscono la sua paranoia facendolo dubitare ad ogni ampiezza di sé.
L’indagine si conclude: Angelo, in uno stato di febbrile allucinazione, vede quella morte direttamente dagli occhi di suo padre. Si vede morire cioè durante la foia di un rapporto orale.
Alfredo ora si sveglia, è risorto.
Ha il corpo di suo figlio Angelo. Ma i ricordi – a quanto dice l’io narrante che dice d’essere Alfredo – sono compromessi. Il narratore è dunque inattendibile.
Questa versione diminuita d’Alfredo dichiara il proprio obiettivo: domandare perdono a tutti quelli cui lui ha procurato dolore in vita. Alfredo è tornato per fare del bene, insomma. Ai vicini di casa. Agli amici. E, soprattutto, alle donne che ha maltrattato inseguendo le sue perverse vocazioni. Alfredo è stato: piccolo truffatore, fotografo artista dalle violente provocazioni e, prima di piombare nella malattia mentale, un personaggio televisivo di nessun rilievo.
E qui abbiamo quest’Alfredo/Angelo – o Angelo/Alfredo – alle prese con la risurrezione, convinto che a morire sia stato suo figlio Angelo. È diretto dall’ex moglie Alice, madre di Angelo.

Da quanto non mi davo alla guida pazza… Ma da quanto non guidavo un’automobilina? Avevo svenduto la vettura nel 2004, annegato nei debiti, e amen. Ora mi scagliavo in certo senso verso quel passato. E anche più lontano. Andavo incontro a Alice, oramai l’ex moglie. Anche a lei dovevo chiedere perdono. Dovevo riparare almeno attraverso il verbo alle nequizie. – Ti chiedo perdono, – avrei detto semplicemente. E m’immaginavo la scena. Ma ricadevo nei tempi trascorsi, ah che tempi! Quant’acqua sotto ai ponti crollati… E il gioco dei se scardinava le vene. Reggevo a malapena lo sterzo. Pulsava l’organismo tutto dei mille mila «se». Se avessi rispettato di più le donne in gioventù. Se l’Arte non mi avesse ingannato e messo in capo d’essere un «vero artista»… Se in nome dell’Arte non avessi messo Alice, la famiglia sullo sfondo… Se. Mi fossi. Comportato meno. Da stupido e. Da pazzo negli anni ‘80, se. Se? Avessi agito in modo assennato? Be’, adesso Alice starebbe mica con questo «nuovo uomo», l’ennesimo nella storia, come ha raccontato al mio Angelo. Che so tutto io, ah? …Oggi sarei io al fianco di mia moglie, e potremmo forse essere una famiglia felice. Una, acceleravo. Famiglia, acceleravo. Felice… E il rosso.
Frenai. Ma lo spazio di frenata fu profondo, lancinante e inarrestabile. Lo spazio fu dolore. E dalle spalle un secondo grido meccanico di autovettura frenante. Un odore di gomma incendiata e poi? Sento il colpo nella schiena, osservo col corpo l’urto che passa di nervo in nervo, lungo la schiena. Il collo si piega. L’onda si frange nel cervelletto.
C’è un’epoca spesa nel contemplare la faccia dallo specchietto. Sono io?
Poi esco di qui, infuriato. – Stupida, troia, imbelle, – sparo all’indirizzo della tipa. Seduta. Mani sul volante. Occhi vuoti sul bagagliaio informe.
Tenendo la mano alla nuca urlante, mi volto al bagagliaio. Il danno è piccolo, lamiera ripiegata. Ha frenato con molta prontezza. Il sole è imbufalito sulla stradona… Desertica.
– Str… – comincio e sospendo l’insulto. Non mi sono imposto una linea di condotta? Non sono tornato per chiedere perdono ai vivi? E alle donne in particolare?
Mando giù, mi friziono alla nuca. – Sa, pensavo ad altro, ho visto all’ultimo il rosso. Ha frenato con prontezza!
Silenzio e sole, lamiere e nervi.
Si è fatto molto male, dica, per favore?
Questa la voce irriproducibile che a un tratto pigola da qui dentro. C’è un cortissimo caschetto biondo. Ci sono gli occhi miti e una rassegnazione radicata.
Mentre la mano lenta sul fogliaccio della constatazione amichevole scrive e scrive e io, dietro le spalle, esamino la scrittura larga, tonda da infante, appare il nome della donna.
– Questo nome? – interrompo.
Siamo all’ombra reticolare di un paio d’alberi morenti. Nel parcheggio svuotato di un supermarket sbarrato. Il vento è un dono.
– Legalmente è sua la colpa. Non ha tenuto la distanza e stronzate del genere… Ma è mia – dichiaro e levo il fogliaccio dalla lamiera infernale.
– Il nome del carissimo figlio mio – aggiungo dopo la valanga del guardarsi interrogativamente. Là faccio della constatazione, ebbene, un mero asteroide cartaceo. E atterra sull’erba.
L’espressione crolla l’energia compressa in quel faccino sgorga a sembianza del pianto.
Dovrei consolarla…?

– Che maleducato. Non ho fatto un’adeguata presentazione. Alfredo, al suo servizio, milady – dico e sfioro la mano biancastra labbra serrate.
Siamo sull’asfalto infernale, poche macchine posteggiate, l’elefantiaco complesso commerciale, ineludibile là nella periferia vuota arroventata.
– Il complesso si chiama Fiordaliso. A te anima delicata che ti evoca questo nome…
– Fiordaliso? Il fiore!
Ecco. E guarda invece.
In questo istante ci sono due totali sconosciuti cogli occhi affilati e le mani a visiera.
– Aperto!
Non dubitavo. E le sorrido con tutto il potere del mio incarnato. So che è ritenuto irresistibile.
Muoio dalla sete.
– Ma siamo vivi, oserei dire per miracolo!
Per curiosità, dove andavi prima così a scheggia!
Fermo all’istante l’andatura e siamo fermi alle porte scorrevoli. Conviene che dica la verità? O è più sensato che inventi una favola, come ad esempio «andavo al Mare, in vacanza»…? Ma perché mai.
Dico la verità. Andavo dalla ex moglie!
Ex?!
Per chiedere perdono. Ho fatto torti epocali. Ora anche se non importa più, è bene che chieda perdono.
Che uomo gentile, sei un estraneo ma credo d’averti inquadrato… – Racconta, chi sei? E che fai?
Dico la verità. – Sono un ex fotografo. E sono un ex artista. O forse artista non sono mai stato. Ma la vita è una favola dalla morale indecifrabile.
– Ex? Ma parli difficilissimo. Mi sembri un poeta!
– A parlare non sembro malaccio. E devi sapere che son stato in tv, per qualche tempo, l’ho data a bere a milioni di spettatori. Ma è come se quel tempo fosse avvolto nella nebbia.
Guarda con slancio. – Tv? Oh raccontami delle star. Fammi sognare un po’…
È stordita è mia.
Vieni. Che fa caldo. Prima di tutto passiamo didentro.
Non un cliente… civilissima abnormità.

– Veramente il tuo nome è…
– Pensi che racconti bugie al prossimo?
– Tutto sembra talmente falso, irreale. Il modo in cui ci siamo conosciuti, per strada… E ora questo posto, a immagine e somiglianza di un saloon, ammobiliato come fosse il set di uno spaghetti western, e c’è quel fucile appeso al muro…!
– Eccitante?
– Non so, è così kitsch e anche vuoto, noi i soli clienti, che dà a tutto le apparenze del teatrino in farsa… E tu sei Angela.
– Non guardarmi in quel modo. Ho un nome come ogni persona.
– Era il nome di mio figlio…
– Era? Scusa, non volevo… E poi sembri tanto giovane…
– Le apparenze ingannano, ma la verità è che sono stato padre. Mio figlio è scomparso da poco, troppo poco tempo! Scusa, parliamo d’altro o vien da piangere. Raccontami qualcosa…
– Può sembrar strano, ma ho pure io un grosso dispiacere dietro le spalle. Ma aspetta un attimo. Sta arrivando.
La tipa indossa una brutta maglietta con il nome del localaccio, e ha addirittura un finto cinturone con il terminale delle ordinazioni nella fondina. Lo sfila macchinalmente e ci guarda, appare disperatissima.
– Voglio del whisky. C’è il Lagavulin?
Si volta come in sovrappensiero, torna collo sguardo al nostro tavolo.
– Sì. Per la signora…?
– Del whisky alle undici di mattina, che pazzia!
Guardo Angela e mi faccio intenso. Le scocco un occhiolino.
– E va bene. Anch’io.
– Senza ghiaccio, ovviamente – dico alle spalle della tipa diretta al bancone laggiù. Sembra affondare coll’immaginazione in un Mare lontanissimo. È altrove. Non è certo in un finto far west, nel distretto di un complesso commerciale desertificato.
– Non mi ricordo che cosa stavo dicendo. Ma sei più bravo tu. Ecco, racconta di quando andavi in tv.
Mah, fare televisione non è nulla di trascendentale. Come se adesso ci fossero altre persone in ascolto, come se io Alfredo non mi rivolgessi soltanto a te ma tenessi in considerazione un uditorio lontano e segreto, come. Di fatto è complicato spiegare a chi non è stato mai in televisione. È anzi inutile. A me è successo una decina di anni in là…
– Grazie!
– In tutto sedici euro.
– Ecco. Il resto è mancia per il sorriso spento!
Occhiataccia imbalordita. Disagio o deferenza?
…Al nostro incontro!
– È fortissimo, povera me!
Insomma. Era la fine degli anni novanta, e del secondo millennio. Mi ero spremuto le idee e avevo fatto un libro. Si trattava di 50 scatti con i medesimi modelli: un uomo, una donna. Ogni foto li ritraeva in pose, abiti, atteggiamenti in tutto speculari a quelli d’una band esistente. C’era la bionda delle Babes in toyland, c’erano due degli Stereolab e c’era persino Courtney Love, con il fantasma sfocato di Kurt Cobain.
– Mai sentiti…
Non è importante. Un bel giorno la redazione del Maurizio Costanzo Show mi invitò al teatro.
– Il Parioli! Sul serio hai partecipato? Io guardavo il Costanzo Show ogni volta che potevo.
Ecco. Dopo la prima apparizione là dentro, che non spinse di niente il libro ma sì, fu molto divertente, cominciarono a chiamarmi richiamarmi e chiamarmi ancora. E io che dovevo fare? Ci andavo e sfolgoravo. Cosa dicevo, come agivo sul palco e cosa mi dicevano dal pubblico? Oh, devo confessarti che ho rimosso ogni cosa. Del teatro ho un ricordo nebuloso. Di Maurizio ho ricordi affettuosi ma confusi. Del giro di artistoidi attorno a lui mi ricordo un velato sentore nauseabondo. Io chi ero? Ero Alfredo il fotografo. Io l’artista emergente sregolato più che mai. Incarnavo il perfetto stereotipo del talentuoso. E in verità Angela, ammetto che la verità sta all’opposto, verità è che non ho nessunissimo talento.
– Ma se parli benissimo!
– È il whisky, solo il whisky sa quello che posso raccontare.
– Vedo già tutto un mare… Se volevi ubriacarmi, ci sei riuscito eccome. Ma c’è una cosa che mi confonde. Tu, cavoli. Quanti anni hai?
– Se dicessi, cara, non potresti credermi.
Sfavillano le iridi marine…

Sono poi sfuggito alla verità, ho attraversato il territorio della finzione. Ho concepito seduta stante una storiella su Luca Laurenti. Ho inventato una leggenda su un cameraman di Buona Domenica, rapito dalla mafia albanese. Tragico epilogo. Lo sguardo della spettatrice s’è fatto più languido, marino. Ho inventato la storia che Costanzo ci ha una piscina sottoterra, nelle profondità della sua villa in Roma. E là sotto si celebrano segretissimi riti privati, massonici. I suoi occhi erano dunque dolcissimi, mare puro. E certi retroscena sul programma di Cristina Parodi. E le manie della Barale in vacanza a Saint Morritz…? Anche le tristi vicende famigliari di una ex ballerina di quei mondi, tra cocaina e sesso industriale.
Ora stringo lo sterzo. Alle spalle – sbircio allo specchio – c’è il complesso dal nome floreale, ma dai dedali diabolici e in cemento, piccolo e sempre più piccolo. Le strade sono vuote. Il sole ci benedice. La macchina della femmina plagiata mi segue. A tratti svolta e riprende la carreggiata, adesso lampeggia una freccia qui sotto il ponte ma per pura casualità. Un grido di clacson. Poi accelera e frena in un battibaleno. Devo stare attento. L’ubriachezza entusiasta di quella svampita può dirottarci al primo ospedale. Ancora ho addosso l’impatto dell’ultimo incidente. Nella postura forzata della guida il collo, le scapole e la nuca stridono colle connessioni nervose. Un torcicollo d’acciaio. Ci penso e mi viene da sghignazzare: un paio d’ore fa ci siamo incidentati, miracolosamente direi, su una stradona deserta. E invece di starci ancora impilati, lei a un centimetro dal bagagliaio ammaccato, dovremmo essere agli antipodi. Lontanissimi e irrelati. Ma abbiamo prontamente parcheggiato le auto affiancate, sul lato destro del mio condominio. E usciamo simultaneamente dalle lamiere scoccando sguardi rapinatori.
E già saliamo coll’ascensore mentre le lingue sgusciano nella bocca sua e queste mani le strozzano i fianchi. Dopo un milione di anni scattiamo sul piano e in un minuto oltrepassiamo l’ultima barriera. Siamo un solo organismo. Ah!…
In corridoio la premo al muro e immergo una mano fin sotto dove raccolgo il madore eccitato è la sua acqua è una linfa essenziale frattanto sprofondo nel suo collo morbido ahh ahh e sono io e la sto toccando e la pelle ha sapore sono nel rischio di annientamento sono vicinissimo a questa stratificazione di cellule epidermiche ahh uh la sposto forzatamente qui eccoci ora scalzo tolgo slaccio è a gambe nude si distende brava sì così sopra al mezzoletto queste gambe tozze un poco ispide gambe gambe ahh che tocco che posso strizzare nessuna Separazione fra queste dita e queste ginocchia e il sapore di caviglia è reale credibile e effettuale ahh uh sto leccando la curva del piede e l’asprigno scoppia a rallenti sulla lingua in fondo alla gola ahh uh sono contiguo sono incollato a lei a intermittenza mi credo Angela forse sono Angela ma poi ritorno in fuori e tocco tocco tocco sono io un po’ tocco ma la guarigione è alla foce risalgo risalgo con lingua premuta ed ecco ahh uh sono a contatto con ahh uh ho l’odore acre di Mare nell’organismo ho questo sapore di pesca marina nell’infinitesimo d’eterno che rappresenta questo assaggio mi senti Angela senti che arrivo dentro con la lingua ahh sì ahh e spingo colla lingua il clitoride tra le onde i singhiozzi del ventre e poi ahh uh questo indice entrante è il mio nessuna Separazione sono dentro e dentro e sì ahh ahh forza bambina ahh questo dito che indica la galassia più bella ahh che indica la nostra salvezza penso e smuovo penso finquando lei Angela lo vuole sentire uh sì lo vuole sentire così mi spoglio anche degli ultimi tessuti ultimissime barriere e le spingo il cazzo nelle fauci mentre qua mordo un interno coscia e ahh mi allontana mi allontana con inaudita violenza sbalzo fuori dal morbido sono adesso sulla rete nuda uhh si abbatte contro di me sono contro la maglia di ferro ecco ecco ecco spinge la fica dischiusa su questi denti mentre inghiotte una parte di me come prima tuttavia lei va sopra vuole oh sì imperare Angela è imperatrice e qua sotto mastico i peli dell’imperatrice finché ahh sì oh s’alza d’un colpo è preda del demonio si adagia con la mano ahh il cazzo sull’ingresso della fica tutta s’inarca quindi torreggia oh sfiata così e ahuu scende sfiata ah uh sale sfiata e rientra per una scaglia d’eterno e guarda non da basso non guarda me oh gli occhi sono fissi in cielo il collo ingombro dalle arterie a scoppiare le fauci spalancate a sfiatare sfiatare sfiatare accompagno il sussulto colla schiena mentre tocco un ginocchio tocco tocco tocco lei scoppia è un rabbioso piagnucolare tra sollievo e male fisico eccola esprime un ultimo strascico si schianta sì come morta qui addosso ma ride ahh ahh ahh m’incendio l’afferro volto così sta contro la rete lei la rete in ferro la rete nuda ah la dischiudo e immergo il cazzo finalmente sono finalmente salgo finalmente ìmpero e le spiano gli occhi sulla faccia conficco sguardo nello sguardo ahh uh m’immergo oh il suo muso replica in una smorfia dolorosamente come a dire no no è finita ma questo corpo spinge dentro al corpo e spinta su spinta all’infinito la faccia di Angela si apre a una figurazione di enorme incalcolabile gigantesco stupore e si fa voce quello stupore fino a divenire un sì ahh un vero sì ah un vero grido di morte. E mi infilo con il cazzo in quel corpo e collo sguardo nel corpo e nell’anima idealmente e sempre più concretamente e c’è il grido c’è la voce c’è nulla di più, prima della notte oscuratrice dell’amplesso è la gola che dice «vieni dentro» e la scossa di statica sul pube.
– Dio…!

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7 Risposte to ““I plagi” di Daniele Muriano / quarto estratto”

  1. enrico ernst Says:

    Uah Daniele! che viraggio stilistico, verso il basso, verso il centro, verso il coito… molto bello… questo Alfredo è veramente un “rapitore”… wow! ma quanti registri c’hai?

  2. enrico ernst Says:

    comunque: Editori! pubblicatelo questo romanzo, perché voglio leggerlo DIFILATO! DIFILATO, CAPITO?

  3. dm Says:

    Enrico, grazie. (Speriamo. Il romanzo porta avanti un’idea di letteratura un po’ matta, per cui vale tutto e il contrario di tutto. Le altre forme d’arte si sono liberate da un pezzo del tabù dell’indistinzione, sembra invece che un’opera narrativa, oggi come oggi, debba essere già confezionata per la comodità dell’etichetta. Sarà dura).

  4. gian marco griffi Says:

    E pensa, Daniele, che – a proposito di registri diversi – avevamo cominciato con l’Inferno di Dante.
    Ma oggi forse è come scrivi tu, l’etichetta conta, non so.

  5. dm Says:

    Ho l’impressione che, per alcuni decisori dell’editoria, le caratteristiche di un’opera narrativa coincidano solo e soltanto con i punti di riconoscimento della categoria merceologica necessaria a smerciarla (voce, stile, tema, immaginario eccetera). E che, perfettamente in buona fede, parlando della difformità di registri, voci, stilemi in un giudizio estetico stiano invece facendo una valutazione merceologica. Chiusa la valvola, e lo sfogatoio.

  6. Fiammetta Palpati Says:

    Al termine della lettura del primo estratto esprimevo il mio apprezzamento insieme ad una riserva – circa la possibilità di sostenere a lungo, con coerenza ma senza annoiare, questo tipo di narrazione. In altre parole mi chiedevo: ma io ho davvero voglia di entrare nella testa di questo qui e seguire le sue anacolutiche peripezie? Oggi la riserva è completamente sciolta. E la risposta è sì.
    La lettura è stata un’esperienza intensa, sorprendente, giocosa e commovente. Pensavo di dover scendere negli abissi, tenere il fiato, annegare. Invece questa scrittura agilissima, complessa e ricca è perfettamente navigabile.
    Mi sembra un testo davvero notevole.

  7. dm Says:

    Fiammetta, ti ringrazio.

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