“Non ho smesso, semmai ho finito”

by

Nicolò Menniti-Ippolito intervista Giulio Mozzi

[Questo articolo è apparso nei quotidiani Il mattino di Padova, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, oggi 5 luglio 2017].

Torna in libreria in questi giorni Fiction, la quarta raccolta di racconti di Giulio Mozzi, che fu pubblicata nel 2001 da Einaudi. Ora, lievemente ritoccata, si intitola Fiction 2.0 ed è edito da Laurana editore, che sta riproponendo tutti i lavori dello scrittore padovano, tributo a un autore che ha precocemente deciso di continuare a occuparsi di libri ma soprattutto dei libri degli altri, considerandosi un ex-scrittore. Cosa rarissima, quasi innaturale. In qualche modo Fiction, che veniva dopo altre tre raccolte di racconti, è stato l’ultima opera autenticamente narrativa di Mozzi.

Quando ha scritto Fiction, era considerasto uno dei maggiori autori italiani di racconti. Ma nel libro sembra esserci la voglia di uscire da una forma classica, di cui tutti la riconoscevano maestro.

Forse si trattava di uscire non da una «forma classica» ma dall’ingenuità. A suo tempo (la prima edizione è del 2001) percepivo Fiction come un libro molto “tecnico”, nel quale gliela facevo vedere io che cosa ero capace di fare: «Dàtemi una prima persona, e vi farò credere qualunque cosa!». E mi pareva un libro molto nitido, molto pulito. Mi accorsi solo molto dopo (ma l’illusione doveva essere forte, perché non se ne accorse in fondo nemmeno l’editore), che sulla nitidezza e pulizia formale prevalevano le follie e i delirii dei personaggi.

Quanto in Fiction nasceva da riflessione teorica? In quegli anni lei si è molto interrogato sulla natura del narrare.

Sulla natura della finzione, soprattutto. La domanda è semplice: com’è possibile che piangiamo lacrime vere (o che ridiamo vere risate) quando leggiamo una storia che sappiamo benissimo essere finta? Che cos’è che rende così credibili le storie inventate? Qual è il movimento sintattico, il tono di voce, il ritmo, eccetera, che induce chi legge a darsi fisicamente alla storia? Queste cose mi sono chiarissime d’istinto, e infatti sono un ottimo mentitore; ma teoricamente? Una risposta non sapevo darla; potevo costruire una collezione di esempi.

Fiction era un libro terminale in qualche modo. Era legato a questo l’uso di eteronimi?

Scrivere sotto un altro nome è un modo come un altro per usare diverse parti di sé. Mi pare chiaro che si può provare il desiderio di scrivere sotto altri nomi quando una certa parte di sé, quella messa al lavoro fino a quel momento, è morta, o è stanca e non ha più voglia di esporsi. E poi, visto che buona parte di ciò che ho scritto può essere rubricato sotto la voce, oggi molto di moda, dell’autofiction, non è interessante l’idea di scrivere l’autofiction di un altro?

Anche in questi racconti c’è quel misto di tenerezza e violenza, di compostezza e trasgressione che c’è in quasi tutta la tua scrittura. Però sembra un libro più estremo. Lo sentivi così?

Lo sentivo come un libro più controllato. Il mio libro più estremo, e meno controllato, tanto che continua a sembrarmi irrimediabilmente brutto, è Il male naturale: che però, come viene testimoniato da alcuni scrittori più giovani di me che lo citano tra i libri che hanno dato un “colpo” alla loro vita, qualcosa di buono doveva contenere; o almeno qualcosa di forte. Certo Fiction è un libro intellettualmente più estremo. Se Il male naturale può stare con la musica dei Bauhaus, Fiction è un oggetto schiettamente King Crimson.

Cosa si prova rileggendo le proprie opere e rieditandole nella convinzione di non essere più “scrittore” in senso tradizionale?

Nel mio caso, una certa meraviglia; e un po’ di compassione per quel giovanotto.

Quanto ha contato nella scelta di non scrivere più il tuo amore per la scrittura degli altri, la voglia di metterti al servizio delle narrazioni altrui?

Secondo me molto poco. Certo, è un’attività affascinante e coinvolgente. Ogni tanto mi sento come il mostro prigioniero in cantina del primo racconto di Fantasmagonia di Michele Mari: al quale il terzo fratello Grimm, quello che gli altri due sfruttano all’insaputa del mondo per avere nuove storie, si rivolge dicendo: «Mostro, affabula».

Gli scrittori non cessano mai di esserlo, si dice, tu invece dici che hai smesso di esserlo, però qualcosa scrivi. È una crisi di vocazione? Un rifiuto delle forme di scrittura. Narratology ha qualcosa a che fare con questo?

Non «ho smesso», ma: ho finito. Una vocazione non ce l’ho mai avuta, se non quella del pedante. Nel racconto Narratology, che fa da cerniera tra le due parti di Fiction, parla un uomo che domanda: perché il dio, che tanto parlò nei tempi antichi da riempire le duemila pagine della Bibbia, dall’Apocalisse a oggi non parla più? Perché non ha più “ispirato” nessuno? E la risposta che quest’uomo non trova, ma che dà Fiction nel suo complesso, è: perché gli uomini hanno inventato la finzione credibile.

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Una Risposta to ““Non ho smesso, semmai ho finito””

  1. rossana v. Says:

    Gran bell’intervista.

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