“I plagi” di Daniele Muriano / terzo estratto

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di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblico alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il terzo estratto. Il primo estratto è qui. Il secondo è qui. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič]

Sintesi: Angelo – trentenne alle prese con l’accudimento di un padre “sregolato” – scopre di ritorno dalle vacanze che suo padre è morto d’infarto. Alfredo è stato, a suo modo, un genitore esemplare: fotografo artista, ingegnoso truffatore, grandioso mitomane.
Nell’afa dei primi d’agosto, guidato dal senso di colpa e dalla paranoia, Angelo ricostruisce gli ultimi momenti di vita del proprio modello. A un certo punto delle peripezie, si trova davanti un estratto conto bancario in cui il padre figura quale intestatario di duecentomila euro (ne mancano all’appello, però, centomila).
C’è che Alfredo ha dato negli ultimi anni un’immagine di sé ai limiti della povertà assoluta. E ha vissuto chiuso in casa tra un ricovero psichiatrico e l’altro. La verità su Alfredo sta quindi altrove. E Angelo la cerca basandosi su prove, a suo dire certe, che riconducono le vicende – e forse anche la morte del padre – ai piani invisibili e occulti della massoneria. Angelo indaga sul coinvolgimento della massoneria, allora, e grazie alla sua fantasia paranoica trova perfetti riscontri.
Recuperata l’agenda personale di Alfredo, Angelo si mette in capo di andare a trovare le donne i cui nomi e numeri telefonici si trovano sotto una voce esplicita. Non le conosce, ma è certo che tra le amanti di suo padre c’è anche la colpevole. La complice dei massoni. La donna che – immagina – era presente nell’ultima fatidica notte, e ha in tutta evidenza rubato il denaro che manca. Parte della sua eredità. E comincia la caccia.
È pronto a smascherare finalmente questa “Signora X”. È guidato dalle sue ossessioni (tra cui la pornografia, che a suo dire contiene il mistero dell’impossibilità di un vero contatto fra corpi). Nella canicola d’agosto si porta dietro vagando il giacchino del padre, e l’inconfessabile desiderio di diventare Alfredo, tra le sue donne.
Il linguaggio di Angelo è sintomo di tutto ciò.

E poi lo sbaglio, il terribile sbaglio fu andare a vivere subito nella casa del padre. Alice, la mamma cercò di farmi ragionare, ma per me era avviata una fase nuova. C’era da scoprire l’identità della Signora X, quella che aveva passato l’ultima notte con il padre, quella che aveva svaligiato il padre non davvero nullatenente ma ricco, quella che sapeva di più sulla sua morte ma probabilmente pure della sua vita. Avrei indagato oh sì.
Inaugurai una unità di crisi. La sala, ripulita delle cartacce come di ogni fonte di distrazione, diventò un vero ufficio. C’era il laptop e c’era tutto l’occorrente. Così sulla porta della sala-ufficio misi affisso questo cartello:

I N V E S T I G A Z I O N I     I N F E R N A L I

Dipartimento Anti-massonico

Il 5 d’agosto lanciai la telefonata infernale. E mi preparavo così a fare visita ad Anna.
Indagata numero uno.
Verso le cinque del pomeriggio, salivo le scale. Guardavo la crepa su questo muro. Pestavo forte le scarpe sul granito. Ma non mi riusciva di distrarre il corpo. Tenevo il giacchino disteso sull’avambraccio. Pensavo a delle possibili vacanze al mare. La crepa si chiudeva sotto al pulsante. Dovevo suonare all’anonimo campanello. Ma appena fermo detonavano brividi. L’interno del ginocchio batteva come un cuore. Salivano fili di terrore come dentro al corpo. Sono un burattino che mima l’elettroshock. Perché ho paura…? Ma è davvero «paura»? Mi sentivo un bambino prima d’essere punito severamente. Il secondo piano aveva il soffitto uniforme, senza una crepa. Palpitavo.
La porta ruotò lentissima. C’era adesso il naso dritto e slavo. Gli occhi scuri sgranati. Le labbra sottili fatte solo di rossetto.
Non riuscivo a enunciare. Lei mi guardava dura.
Poi mi inoltrai, dietro lei che sculettava meccanica. Ma non ricordo assolutamente il preambolo.
Siamo in una stanza minuscola. C’è spazio per un armadio bianco e stretto. Un letto di una piazza e mezzo. La tapparella è giù, la finestra spalancata.
– Prima i cento euro, amore, – dice.
Tenendo la giacchetta all’avambraccio, mi frugo. Sfilo una banconota appena fresca di banca. La sfrego tra i polpastrelli, per nascondere il tremolio della mano. Anna o come si chiama, afferra robotizzata.
Spingo bene in fondo il portafogli.
– Spogliati amore.
Non voglio questo le dico. Voglio parlare e null’altro pronuncio secco. Silenzio. Paralisi mia, sua. Gli occhi si guardano mezzo secondo.
Calza scarpette rosse, tacchi alti. Nude le gambe e fini fino al vessillo del gonnino. Nero, e più su roba senza importanza. Era bella era da grandi.
– Sono un investigatore, – dissi rauco.
Entravo dunque nella finzione. Sprofondavo nel brago di menzogna. Scendevo nell’inferno inventato. E pertanto mi sentii d’improvviso saldo. Sicuro di me. Forte nell’io.
Anna o come si chiamava invece sviò. Guardò la banconota con un balenio di spavento. Corrucciata.
E io? Io mi sentivo io. Invulnerabile nella menzogna. Folle nella irrealtà di una reale identità. Sicuro delle mie energie affabulatorie. Grande nella menzogna appena enunciata. Ottimo e folle come sperimentatore. Senza paura al di fuori di Angelo. Ero Poirot…? Oh sì, ma ero anche Holmes. E non ero forse pure Dupin…? Già. Già. Respiravo la finzione delle cinque passate, in quel giorno infernale. Ero Javert. O più semplicemente Barlach. Ero il poliziotto cattivo. Oppure il cattivo poliziotto? Ero forse Marlowe. O non ero, a conti fatti, Ingravallo…?
Fatto sta che mi sentivo incredibilmente superiore alla troia. Per questo mi ero seduto, senza chieder permesso, sul letto disfatto. Quanti culi umani si erano posati qui? Immaginavo.
– Sono un investigatore, – dissi ancora una volta. Ed ero disposto mentalmente a tirare fuori la tessera delle biblioteche. L’avrei mostrata rapidamente, come un distintivo.
Sei uno di… polizia?
– Un investigatore privato, come quelli che ammazzano tutti nei serial televisivi.
Non capiva ma aveva inteso. Dal basso la guardai nelle pupille. Dissi la battuta prevista.
Lavoro a un caso raggrovigliatissimo. Intanto, lei è Anna o mi sbaglio…?
Sì, disse nell’incertezza di un no. E mi tradussi che Anna era il nome con cui lavorava. Chi sa chi era per l’istituto anagrafico.
– Guardi.
La foto è di quelle prese in considerazione per la tomba. Poi all’ultimo ho cambiato idea. In questa foto mio padre mi somiglia terribilmente. Ce l’ho qui vicino mentre scrivo, Lettore.
Tenevo la foto a un palmo dal suo seno. Mi aspettavo che in un istante scoprisse tutto. Avrebbe notato la somiglianza, pensavo. Speravo…?
– Lui è Alfred, – disse inaspettatamente.
– Alfredo, – corressi.
– No, lui è Alfred.
Riponendo la foto nel portafogli, divaricai le pelli. L’esibizione delle banconote fresche di banca servì. Rinsaldai col dire: raccontami questa bella storia, e ti arricchisco.
Si avventurò nei propri ricordi. Si sedette qui affianco parlottando fra sé, poi raccontò inestirpabile. Era uno strano, Alfred. Andava a trovarla sempre a notte fonda. Si annunciava per telefono un po’ prima. Alle undici? Anche a mezzanotte! E portava sempre una rosa… Di plastica. Una rosa di plastica? Sì e faceva sempre complimenti, dava a questa misera della «regina», sì, giura. – Regina, oh mia regina, – diceva. Ma perché poi una rosa… di plastica? Boh. Mi alza le spallucce, Anna. Non sa o finge di ignorare. Una rosa di plastica non è una rosa. Una rosa di plastica è una dichiarazione d’odio. In qualche modo. Ma entrava ogni volta baldanzoso… – Da quella porta! – e guardiamo. Ecco Alfredo, pardon Alfred con la sua rosa falsa, e sgrana il sorriso delle occasioni. In una delle irresistibili smorfie a disposizione. Faceva la sua comparsa ogni tanto. Potevano passare mesi. Potevano passare giorni. Lui veniva qui dopo essere stato battuto. In che modo…? Diceva sempre che lo avevano battuto. Che aveva perso l’amicizia di ognuno. Era disperato, e rideva forte. Sì, passava di qua tutte le volte che perdeva al gioco. Ma quale? Non sa mica. Diceva di tornare dal casinò. – Al casinò mi hanno truffato, – dice nell’immaginazione del figlio. – Al casinò mi hanno truffato, – dice e avanza verso di lei una rosa. Rigida e falsa.
Ho capito bene? Veniva in questo posto perché aveva sbagliato ogni cosa al gioco d’azzardo?
– Certo, amore – dice la cantilena di Anna, irriproducibile.
– Non ci capisco proprio!
– Diceva che sfortunato a giocare… lui… Come si dice?
– Sfortunato al gioco fortunato in amore…?
Attimo di compressione del silenzio.
– Sì, amore…
– E poi, insomma: pagava?
Certo. Pagava doppio.
– Perché mai? – dico ormai perso.
Perché? Lui molto generoso.
– Ti ricordi altro?
Lui voleva fare fotografie. Lui voleva chiudere la principessa in un quadro. Lui era stato una volta un fotografo.
– Così parlava? Ma ti ha fatto mai queste fotografie?
Lui diceva che non era più fotografo. Era uno tramontato.
– Ti diceva questo? Ma quando è stata l’ultima volta? E per quanto avete continuato a copulare?
È successo qualcosa ad Alfred?
La scruto. Le rughe sotto gli occhi sono eloquenti. Il naso dritto e altero. Gli angoli della bocca anche sono stretti corrugati invecchiati. Le do una quarantina d’anni di ferma onestà e assoluta moralità. Sono certo e la guardo, ghiotta. Siamo a un palmo di lontananza, spalla a spalla, sul letto. Le vorrei dire: – Io sono Alfred e sono Alfredo… Amami.
E nell’istante in cui apro la bocca sono sicuro. Non è una approfittatrice. Non ruberebbe un euro neanche per finta. Lo so. E l’ho capito dal primo sguardo.
– Alfredo è scomparso, ma tornerà – dico nel mio tono oracolare.
E lei si ritrae, bocca spalancata.
– Il caso è difficile. Per questo mi servono tutti ma tutti i particolari, – dico e avanzo le tre banconote verdi sul ginocchio nudo.

Poi a casa, nella sala-ufficio la insulto. Schifosa magalda. Brutta sozzona. Messalina odiosa. Troia perduta. Femmina sconfitta. Questi i preliminari per poi ferire davvero il suo ologramma. Cammino intorno al tavolo, faccio traiettorie. Nella luce agostana delle sette circa. Insulto l’ologramma. Non ripeterò in questo libro gli insulti più terribili. Da sempre ho orrore dei maschilismi. Ho orrore anche di me-Alfredo. Donnaccia ucraina! Ah quanto ero vigliacco. Puttana dell’Est. Com’ero anche un razzista… Disdoro addosso all’Angelo che sono. Che fui. Passeggiavo nella base operativa. Insultavo la femmina interrogata, i suoi cascami erotici.
Non ricordava. E il denaro era servito a poco. Parlava di Alfred o Alfredo al passato. Ricordava esattamente i particolari delle visite. La rosa inorganica. Ciò che scagliava Alfred o Alfredo a lei: avere perso al gioco d’azzardo. E altre inezie. Ignorava la profondità di questo passato.
– Quando accadevano i fatti di cui si parla? – aveva detto l’investigatore infernale.
– Anni fa!
– Per favore uno sforzo. Due anni fa, quattro anni fa o cinque…
– Non so io non ricordo. Vita è uguale sempre uguale!
Poteva esser sincera. E mi immaginavo una vita a catena di montaggio… Era arrivata dall’Ucraina in questo Bel Paese più di un ventennio in qua. E poi venti anni di finzione sessuale. Poteva avere smarrito la bussola temporale?
– Puoi avere smarrito la bussola temporale. Ma quand’è stata l’ultima volta che hai visto Alfred?
– Anni fa!
E l’investigatore infernale si era lasciato impietosire dalla puttana. L’investigatore era anche un vigliacco. Aveva la pietà facile se stava in condizione di superiorità sull’oggetto di pietà.
Ora rievocava l’ologramma di Anna contro la nuda parete. L’ultima domanda, prima di salutarci, era in fondo la più rilevante per l’indagine.
– Conosci la massoneria…?
Sgomento. Tensione sul suo volto. Ma maledizione. E mollai uno schiaffo sull’ologramma, disonorevolmente. Aveva negato fino alla nausea. Guardai l’ologramma dritto e smorto, vestito così poco…
Riparto a camminar nervosamente.
Ma devo distrarre la mente, o questi ologrammi mi porteranno la follia. Dovrei occuparmi di che cosa mangiare. L’ora di cena è imminente. Ma lo stomaco è pieno di pensieri. Devo distogliermi dal pensiero ossessivo che monta. Mi siedo al tavolo circolare. Acceso il laptop, vado al promemoria di lavoro. Nella cartella consueta mi aspettano quattro files. Sono articoli da rimaneggiare o riadattare. Mi porterò avanti con il lavoro è per settembre è prudente incominciare. Le intenzioni son queste. Ma inserisco la chiavetta della connessione. E ora sono intrappolato nella rete.
Nel magma digito. Nelle fiamme dell’ossessione mi ritorco. Entro nel solito sito. Hanno caricato cinque nuovi filmati. Una giovane dalle braccia tutte tatuate. Vestita da hostess di volo, divisa ridotta a stracci smanicata. Puntati addosso al suo cappello bluetto, due falli e non un volto. Scorro in basso. Qui ci sono due tette troppo grandi. Spuntano dalle spalle mani maschili che soppesano il carico.
Sento il dominio pornografico. La volontà è scatenata, cane sciolto in calore. La Pornografia ci governa e governa il singolo. Il corpo è Pornografia. La volontà, e cioè il corpo, è ineludibile. La volontà genetica, la Volontà della Specie non mira più alla mera riproduzione. Il corpo oggi non si vuole riprodurre… La volontà e cioè il corpo ambisce a venire riprodotto. La riproduzione pornografica è il senso più autentico della riproduzione. La Pornografia ha distolto la specie dalla vera riproduzione. Oggi la Volontà della Specie è di venire, eccome, riprodotta. La mia volontà è il video, e il video è il luogo della riproduzione. Non c’è altro cui poter tendere. Il sesso è mera riproduzione della riproduzione pornografica. Non certo la Pornografia che diventa riproduzione dell’atto. Ma l’atto è la riproduzione del video pornografico. Milioni di persone seguono gli input immaginosi. Milioni di persone riproducono nelle loro case la Pornografia. Milioni di persone si riproducono quindi in Pornografia. Anch’io. Sono vivo.
Il terzo video è di una mora capelli lunghi sciolti. Grida come dolorosamente. Il fotogramma mostrato nella pagina è significativo. Un energumeno lucido e unto preme l’attrice inchinata sopra un tavolo. Sembra che soffra. Sguardo sgranato verso la telecamera, che riproduce entrambi. Loro sono la Pornografia. Sono la Volontà della Specie in uno schermo, oggettivata. Sono il desiderio del mondo.
Gli altri filmati sono addirittura peggio. Esco dal sito e mi rivedo in quel magma. Digito. Navigo senza rotta in quel Mare corrusco. Un sito. Sperma sui volti di due minorenni orientaleggianti. Non fa per Angelo. Vago e navigo grazie a chiavi di ricerca. Voglio una donna dagli occhi scuri e fondi. Voglio il naso dritto slavo. Voglio la bocca sottile e tutta rossetto. Vedo una sequenza in cui una donna grassa giace tra anonimi falli negri. Avanti, avanti. Un uomo intinge la lingua tra le natiche d’una brunilde. Un mucchio di polpacci, adduttori, ancora lingue. Un’orgia di sole donne. Ma non vedo Anna.
Navigo nel magma attraverso pulsazioni alfabetiche. Scocco parole inglesi volgari. Faccio refusi ed è il computer a correggerli. Dove sei Anna? Dove ti stai nascondendo? Perché non emergi esultante dal magma?
Ecco.
L’immagine di un naso dritto, slavo è al centro. Gli occhi fondi e neri guardano a sinistra dello schermo. Le labbra tutto rossetto spalancate in una smorfia di stupore. Veste una divisa di infermiera. Cosa attira la sua attenzione alla sinistra dello schermo? Faccio clic, nel magma!
Anna passa in rassegna i letti della stanza. Questo è il reparto imprecisato di un qualche ospedale. Da brava infermiera Anna guarda in volto il primo internato. Dorme? All’apparenza sì, certo. Sul secondo letto è inquadrato un altro corpo sonnoso, sotto il lenzuolo. Anna fa qualche altro passo, sui tacchi. Anche la terza faccia sembra in preda al sonno. Ma il lenzuolo è innalzato per un’erezione. Questo è il fotogramma ripreso nella pagina precedente. Anna e la sua smorfia di stupore. Mando subito avanti la riproduzione del porno.
Già a soli trenta secondi è ritta sui ginocchi. La divisa è aperta fin sull’ombelico è l’unico cencio addosso al corpo. I capezzoli spuntano fuori. Le tette sono lucide irreali. Uno dei ricoverati posa il membro sulla fronte di Anna. Lo muove. Sembra che misuri la faccia in qualche modo. È bestiale è incarognito è adulto. Ora colpisce la guancia inerme con il fallo. Piano. Nessuno dei guitti riprodotti si prende seriamente. Anna guarda in alto, è torbida. Si riempie la bocca del fallo è una macchina. Mentre tenta di ingolare interamente la cosa, ecco quest’altro. Lo guarda, e con la sinistra lo avvolge e lo smuove istintivamente. Ne arriva un terzo ancora floscio ma elefantiaco. Irreale.
Anna sembra persa nel crocevia di carne. Qualcuno sbotta frasi indecifrabili. Premo i due tasti per aumentare il sonoro. In che lingua si esprimono? Ora si distinguono i versi, incredibili e selvaggi. Ancora frasi misteriose, gutturali e veloci. Saranno scandinavi? O forse germanici. Qualsiasi altra lingua è lontana è straniera e irriproducibile. E finalmente mi decido a iniziare il cancan.
Suona un campanello. Ora Anna manipola i falli più piccoli, a destra a sinistra. Al centro è alle prese col membro d’elefante. Suona un campanello. Mani nodose gargantuesche la spingono a ingolare la cosa. Ora bussano alla porta. Ma è troppo grande abnorme irreale. Anna rischia di essere soffocata. E mi alzo.
Esco dalla sala-ufficio, a gambe larghe. Guardo allo spioncino. È la faccia deformata, tumefatta della signora Maggio. – Sì?…
– Angelino, vieni a cenar da noi, – gracida la signora piattola.
Oh grazie mille. Ma ho poca fame.
– Ci fai compagnia lo stesso?
Oh, molto gentile, magari domani!
Silenzio. Un due tre.
– Buona serata e notte.
Questo dico soddisfatto dell’eloquenza.
Da questa parte invece Anna è cavalcioni sul corpo steso. La telecamera inquadra il tentativo del fallo abnorme. Nello spostamento sussultorio delle chiappe, mentre galoppa sul fallo a terra, l’elefantiaco cerca di entrare. Il retto si dilata è di burro. L’uccello entra di scatto. Per metà. E il terzo uomo approfitta della reazione spalancata delle labbra per occuparne il centro. Si addentra nel bocchino.
Angelo è ora nella scena. Stringe il proprio bastone e si sente eterno. Si dirige verso quella donna, nella catena di montaggio del sesso. Non si vuol riprodurre. Vuole, esige di venire lui riprodotto. Nella Pornografia. Vuol essere il porno, e nel porno. Velleitariamente come tutti… E così sia.

Più tardi vado ad accendere il cellulare. Sono stremato. Il sesso mi ha annichilato. E precipitano a catinelle i messaggi nel telefono. Mi ha cercato Alice, la mamma. E mi ha cercato Marzio, dal suo paradiso di vacanza. E c’è un messaggio di Alice che dice mi ha cercato il nonno. Con l’ennesimo messaggio mi domanda come va.
Persino Marzio mi scrive. Oh, bella. Anche Marzio chiede «come va». Spengo il maledetto telefonino. Siedo al tavolo tondo, sotto al cerchio del lampadario. Tra la libreria a parete tutta polvere e il divano rappezzato. Mi domandano: come va? Qui tutto sembra antico o una volta accesa la luce: vecchio. Io sono moderno. Il laptop lo è. Il telefono cellulare anche. Tutto il resto è antico, qui. Ora tutto diventa… Vecchio.
Ho acceso il lampadario, dall’esterno s’intrufola la luce malata dell’occaso.
«Come va?»
Non ho idea del perché. Mi stanno cercando in molti. Chiedono questa stupida informazione. Ma è inutile. Perché non li merito e loro del resto non mi meritano. Rifletto con il naso all’aria guardando di squincio cinque piani questa vertigine. Libertà.

Il mattino di venerdì 6 agosto è un colpo d’acqua sul viso. Sono immobile nel divano spalancato letto. Appena sveglio e come risorto. Della pazzia dei giorni andati resta un vago mal d’ossa. Dove sono? Perché dormo in questo letto? Cosa posso sperare dal futuro? Ecco le domande che sono anche i passi in bagno. Un’occhiata al buco dello scolo in questo lavabo. Quindi un’iniziativa semplice e potente. Rivoluzionaria. Immergo il viso nel sacro ruscello e.
Mio padre è morto venerdì scorso. Questo è stato riscontrato dal medico legale il giorno dopo. A che ora è deceduto? Non me ne sono interessato! E la causa del decesso quale sarebbe? Arresto cardiaco, così mi ha detto la Maggio. E io a nessuno ho chiesto precisazioni. Mi va bene così. Era solo in questa casa quando si è sentito morire?
Ora risvegliato da un colpo d’acqua improvvisamente, rifletto. Mio padre ha cacciato il badante mercoledì a ora di cena. Il badante ha sostenuto di essere stato scalzato da una badante. Le testimonianze della Maggio confermano. La tesi è che questa Signora X avrebbe tenuto compagnia al defunto padre, fino alla fine. Quindi sarebbe scappata con il malloppo, il suo oro del castello. O forse dovrei dire: ipotesi?
In realtà può essere successo di tutto. Papà può avere introdotto in casa più di una Signora X. Magari una per ognuno dei tre giorni prima di morire. O più d’una in un giorno. O più d’una contemporaneamente. E niente mi assicura che al momento della morte non fosse da solo. Che la ricostruzione non sia totalmente falsata. Che il furto dell’oro del castello non sia avvenuto dopo la morte. Ma l’esistenza dell’oro del castello non è anch’essa pura ipotesi? Mi sto inventando tutto quanto per elaborare questo lutto e smembrare un senso di colpa? Perché sono pazzo e immaginifico, mitomane…
Tutto un pensare davanti allo specchio, corrugatissimo.

Ma durò un battito di ciglio, forse un paio.
Alle dieci del mattino già mi preparavo a un nuovo interrogatorio formale. Alle undici meno qualche minuto Anna apriva lenta lenta la porta. La sozzona.
– Grazie per aver accettato un appuntamento subito!
Shhh. Mi guarda terribilmente e batte l’indice sulla bocca. Shhh e ancora shhh.
Controllo che le altre porte sul piano siano inerti. Oh sì, giusto. Chiedo scusa, pispiglio.
Nella minuscola stanza c’è odore di sonno, non di chissacché. Mi vien da riflettere sulla quotidianità della lucciola. O mi son fatto pigliare per il rincoglionito di turno? O sono stato forse truffato?
Ti conviene parlare, Anna.
Sai quanti interrogatori ho condotto? Quanti credi che abbiano resistito in questo silenzio? Ti credi al sicuro?
Confessa. In quali rapporti sei colla massoneria?
Confessa immediatamente… Su quale libro paga sei? Oppure menti per una malvagità originaria?
E confessa su. In quali anni hai conosciuto Alfredo? E quando lo hai visto… l’ultima volta?
Quali servizietti gli hai contrattualizzato?
Quali desideri nutriva il tuo cliente?
Quanti orgasmi gli hai prodotto?
E a che scopo? Chi te lo ha comandato?
Quale parte hai in questa orribile congiura?
Ne hai avuto del piacere, o tutto è una finzione e un’illusione spuria, indistinguibile?

Facevo queste domande, e forse pure altre che ho dimenticato. Ovvio che non ascoltavo nemmeno quelle risposte, o tentativi di rispondere. Interrogavo. Con durezza e sopraffazione. A un tratto guadagnò i due passi che ci distanziavano.
Lei.
La sua faccia si abbassa. I suoi capelli odorano del temporale più violento. Cosa vuol dire avere il cuore in picchiata? Le mani strisciano su forme di tessuto. A occhio potrebbe persino essere mezzodì. Mi piace il rumore delle tegole quando il vento le spaventa. Una cerniera non può aprirsi senza quel rumore. Se mi mettessi a dire una preghiera avrei dunque meno paura. Sogno interminati campi di grano tra i corpi divisi. È come fosse lontana molti chilometri. Tra gli occhi una ruga o la piaga di un fulmine. Quando ho detto di essere la Separazione? Non vedo io. È solo un bosco buio profumato e infelice. La testa si muove sono nella bocca. Vorrei sputare una parte del nostro fardello. Noi chi siamo? Come si guadagna tutta questa grande infelicità? Conto i rintocchi di questa lingua è un’alba di fiamma. Ma sento la durezza e poi che cosa? Niente niente niente. I capelli di Anna odorano di temporale è la pioggia che scaldare non può mai. Cade.
– Vuoi?
È il silenzio che ammorbidisce il pensiero. E che ore potranno essere? Mi basta pensare a quando si giocava ancora nel cortile. La Separazione sono io. Io è impossibile che mi si bagni. E l’aridità è un vortice. Vorrei grattarmi la punta del naso per questo ed altro ancora. E sfreccia la sua chioma nel basso ancora, ed è una marachella lasciarsi portare dal coito. – Perdonami se tra mezzo secondo mi metto a scappare, devo andare via prima che ti ammazzi.

E così, svuotato grossomodo il portafogli contro il letto, con ancora in mano maglietta e giacchetta, sfreccio alla porta, a torso nudo ridiscendo quelle scale, sue strillate contenute in gola… Solo respiri.
È come fosse accaduto poco fa. Ricordo alla perfezione ora, non più fra uomini. Ricordo qui nell’oltre. A distanza di anni ma, appunto, quasi fosse appena successo. Ricordo la tempesta dello stato d’animo. La puttana aveva avuto pena del sottoscritto. Pena, pena! Solo mossa dalla pena si era lanciata in un servizio non richiesto. Pena di Angelo, investigatore infernale…? L’avrei ammazzata, se fossi rimasto là. Ma c’era poi lo spavento. Non avevo provato il minimo piacere durante quella sozzeria. Ne avevo tratto solo paura e insensibilità. Paura e insensibilità, e non avevo sentito niente!! Il rapporto orale mi aveva solo dato un’emozione uguale a uno spavento originario. Niente di più. Era come non avessi potuto toccare la femmina. Sentivo ancora la barriera sistemica tra Angelo e la femmina. Impossibile sfiorare… Il solito umiliante miraggio del contatto.
D’altra parte quando mai avevo effettualmente sfiorato una donna? No, ah laido di un Dio. Sino a quel momento avevo fatto solo vera Pornografia. Finzione. Decenni di Pantomima dei Sessi. Inopinatamente….

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