Una chiacchierata con Ivano Porpora, 3 / Ma perché sempre storie d’artisti?

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[Al romanzo di Ivano Porpora Nudi come siamo stati, da poco apparso per Marsilio, tengo particolarmente. Questa è la terza puntata di un’intervista a puntate. La prima è qui. La seconda è qui].

Ma perché sempre storie d’artisti?

Questa domanda richiederà una risposta lunghissima, articolata in diversi gradi di profondità; li trovo tutti molto interessanti; tieniti pronto.

La prima risposta che mi viene in mente è: Non lo so.

O, meglio: è casualità. In fin dei conti – mi dispiace dover fare sempre così, ma di quello che ho scritto essendo stato bloccato in una situazione editoriale poco comoda già ho detto – ne La conservazione metodica del dolore parlo di un fotografo alle prese con la fotografia e in Nudi come siamo stati di due pittori che ragionano anche sulla pittura, ma in nessun altro libro si ragiona di arte: L’argentino è la storia di una sorta di Cristo che scende al mondo e capisce che solo attraverso il peccato può redimerlo, Tutte queste cose delicate quella di Romolo e Margherita che si amano e sono bloccati nell’amore dal ritardo mentale di lui, il Cacciatore di meduse è la storia di una sorta di cacciatore di taglie lungo il delta del Po… Eccetera. Ce n’è solo uno che parla di un batterista napoletano, ma è fermo da troppo tempo, non so se lo riprenderò; un altro che ragiona di un cantante, ma in realtà è tutto incentrato sul tema della follia, si parla di un dipendente delle Poste Italiane convinto di essere una rockstar.

Né tantomeno, alla fine, quello dell’arte era l’argomento principe dei due libri: la Conservazione parla altrettanto chiaramente di memoria e di malattia, per le quali la fotografia diventa una sorta di espediente metaforico, Nudi di malattia, di eredità, di corpo, del punto in cui il rapporto tra discepolo e maestro esplode rendendo di fatto il secondo – se onesto – disponibile a farsi ammaestrare a sua volta, eccetera. Gli artisti di cui parli – mi viene da dire Severo il pittore e Benito il fotografo: per Arsène il discorso è un po’ più complesso – sono una sorta di supereroi zoppi, che fanno del loro potere anche la loro disabilità, e in quella capacità di lasciarsi cadere il loro potere; e questo era quello che mi interessava di loro. Non sono, per intenderci, Superman col dono di volare da una parte e la kryptonite dall’altra: per loro il dono di volare è la kryptonite, è il fatto che non verranno mai accettati dalla comunità degli uomini solo deambulanti – e questo credo che a entrambi sia sufficientemente chiaro.

Non a caso sono entrambi malati.

La seconda risposta è che per me il tema dell’arte è un tema fondamentale. Ne ho fatta una scelta di vita, e le scelte di vita, a mio modo di vedere, non sono coraggiose o meno: sono scelte, ci sono momenti in cui diventano necessarie, non è questo il luogo per dire una cosa di cui sono convinto – ossia: che se non avessi fatto questa scelta sarei morto, spiritualmente o fisicamente.

Mi annoiano profondamente i libri che trattano di trentenni in crisi per qualcosa – di solito: la vita – che vendono una qualche proprietà, o si aiutano con la liquidazione, e cercano la vita vera: mi sembrano scelte poco oneste e poco coraggiose di autori che non vogliono affrontare l’Italia di oggi, il tempo che cambia, i rischi di un affitto da pagare, di un mutuo, di un lavoro. Sembrano scomparsi i lavori come il muratore, l’imbianchino, il falegname; pare che stiano tutti dentro un call center.

Severo e Benito la scelta l’hanno fatta, e ne pagano le conseguenze in modo diverso. Benito mal accetta il fatto che alla parte, diciamo così, artistica ne deve affiancare una di servizio in cui fotografare yogurt – e ne discute con Mario, il suo assistente; Severo invece fa parte di quell’insieme di persone che ritengono di fare scelte coraggiose sacrificando la vita – nel suo caso le cure – per dedicarsi all’arte, finché Arsène non lo tira giù per terra e gli dice: se vuoi morire schiatta, ma se vuoi fare arte prima impara che cos’è, l’arte.

Questo è servito a me per capire cosa significasse chiamarmi: scrittore. Lo dicevi tu qualche giorno fa, dirsi scrittore esordiente vale se hai scritto un libro, dirsi scrittore emergente fa ridere; e allora chi è uno scrittore, cosa è, a cosa serve? Quando hai un tarlo, scrivere ti aiuta a risolverlo; e se il tarlo è troppo complesso ci torni e ci torni finché non esaurisci l’argomento. Io sono giunto a una conclusione che letta così pare semplice, ma mi ha chiesto anni di vita per capirla e farla emergere nei personaggi che sono e in quelli che verranno: che, cioè, ogni persona sulla faccia della terra si fronteggia con una frattura primigenia, che è una sorta di demolizione del mondo perfetto che si era creata. In quel mondo tutto tornava, ed era una sorta di Eden; il problema è che quel mondo perfetto è perfetto come l’uovo di un coccodrillo visto dall’interno, geometricamente ineccepibile eppure privo di luce e limitato. Quella è la condizione anche di Adamo ed Eva, e non a caso si cita la Genesi in esergo al libro: vivono in un mondo perfetto, i due, e ancora sono non-uomini. La raccolta del frutto, così come i colpi che il coccodrillo ancora lucertola dà all’uovo, causa la frattura di quel mondo e la cacciata dal mondo. Paradossalmente, quello cui assistiamo non è un decadimento ma la promozione a uomo per Adamo e Eva, a coccodrillo per quell’esserino che era là dentro: il mondo diventa enormemente più complesso e pieno di problemi, ma diventa anche più libero, e concede la possibilità di muovere al bene e muovere al male. Lì, dopo quella frattura, per me si consuma sia il momento in cui si crea l’artista sia la condizione di felicità o meno dell’uomo: la frattura primigenia è caratteristica inscindibile all’essere umano, ma l’artista è colui che si volge continuamente a lei, la fa fruttare, paradossalmente la indica in ogni sua opera. Gli uomini frustrati, al contrario, la nascondono e negano, rendendo impossibile in quel modo la promozione che la ferita ci dà.

Per questo ho scelto di parlare di artisti: perché sono persone che continuando a rimuginare e agire sulla loro arte, contemporaneamente si questionano sulla natura umana, sul senso delle scelte, sulla felicità e l’infelicità, e questo è il valore di un’opera: porre problemi profondi perché se ne generino soluzioni creative.

Chiudo dicendo che c’è una terza risposta, e ha a che fare con la domanda mai esaudita, ossia: Perché fai arte? È una domanda che genera infinite risposte, e che per sua natura non può mai essere esauriente. Anzi: è la domanda che più ci imbarazza perché va a toccare quella parte di mondo che cerchiamo costantemente di coprire con la nostra abitudine – di persone, non di artisti – di fingere competenze che non abbiamo. Interrogarmi sull’artista per me ha significato anche interrogarmi sull’arte, e c’è un dialogo che trovo centrale nel romanzo, e cui non a caso ho dato poco spazio, in cui Arsène tartassa di domande Severo cercando di capire chi negli scacchi, in pittura, nell’amore sia il partner. Chiederselo significa cercare di capire quali siano gli spazi di collaborazione in un’opera d’arte, qual è la cooperazione intrinseca nell’opera – ossia: a chi realmente serve ciò che faccio. Solo una persona al momento nelle recensioni avute mi ha chiesto direttamente cosa siano le mosche che passano dal corpo di Arsène a quello di Severo e li tormentano senza che loro quasi se ne accorgano. Posto che come spesso accade ho scritto quella scena senza avere una risposta, ma solo una sensazione di bene alla pancia, penso di poter dire che le mosche sono l’arte: una volta che l’hai abbracciata non smette mai più di tormentarti.

Per fortuna, aggiungo.

[continua]

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