Una chiacchierata con Ivano Porpora, 2 / E veniamo dunque al tema cristologico

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giuliomozzi conversa con Ivano Porpora

[Al romanzo di Ivano Porpora Nudi come siamo stati, da poco apparso per Marsilio, tengo particolarmente. Questa è la seconda puntata di un’intervista a puntate. La prima è qui].

E veniamo dunque al tema cristologico. Non so se a te vada bene chiamarlo così. Arsène, in Nudi come siamo stati, letteralmente prende su di sé il male di Severo. Nella sua bella recensione, Demetrio Paolin ha sostenuto che, a suo avviso, il vero protagonista del romanzo non è Severo ma Arsène: che salva Severo perdendo sé stesso, e perdendo sé stesso si salva. Certo: Arsène non sembra avere la mitezza tradizionalmente associata all’agnello; d’altra parte nemmeno Gesù di Nazareth era particolarmente mite quando addestrava i suoi discepoli o – indifferentemente – i suoi avversari a suon di gesti e parabole provocatori. Che si tratti di strategie retoriche zen (come ha proposto a es. Raul Montanari nel suo Cristo Zen) o di prescrizione del sintomo alla Erickson, si tratta sempre di un approccio aggressivo e, soprattutto, che mette a rischio chi lo esegue.

Mi va benissimo parlare di tema cristologico a un patto: che ci si riferisca al Cristo dei Vangeli e non alle sue attualizzazioni povere, così come al Dio rivelato della Bibbia e non alle sue comparsate barbute, così come alla Madonna sempre dei Vangeli e non ai messaggi insapori su pizzini che vengono da qui e là; e che al contempo, se di Severo parliamo, che gli si anteponga l’aggettivo: povero.

Isaia dice di essere stato mandato da Dio perché porti il lieto annunzio ai poveri, e povero Severo lo è, il povero Severo come il povero Cristo, povero perché spogliato di tutto ciò che gli servirebbe e nelle condizioni di cui parla Andrea Pomella in un bel libro per Laurana Editore: è un povero che è quasi un misero. Ha l’amante ma non l’amore, ha la mano d’artista ma non l’arte, ha il padre ma non la condizione di figlità, ha la condizione di uomo ma non la salute; soprattutto, e dopo tutto questo il soprattutto credo che sia degno di riflessioni, ha un corpo grosso ma non è consapevole del significato del suo corpo grosso, che significa che non sa quale sia la sua collocazione fisica nel mondo, non conosce il senso del proprio ingombro, non saprebbe riconoscere su un percorso di sabbia le proprie tracce. Quando parlo di scrittura dico sempre: prestate attenzione al vostro ingombro nel mondo; il vostro peso si inserisce nella vostra scrittura, la vostra altezza anche – una persona alta 1,50 e una alta 2 metri avranno due punti di vista differenti sul mondo, questa è una opportunità per entrambi, e questo è importante da notare e inevitabile al contempo -; se non ne siete consapevoli non vuol dire che non accada, ma la consapevolezza crea possibilità.

Arsène sta creando nelle discussioni intorno al libro, soprattutto là dove lo sto portando, una quantità di spaccature che trovo molto interessanti: ci sono lettori che amano Severo e odiano Arsène, altri che invertono questa tendenza e trovano Severo un bamboccio, altri ancora che amano Armando; molti non sopportano Anita. Mi diverte tutto questo perché significa che il libro è vivo, che le mie indubbie simpatie – io li amo tutti, so il valore di tutti proprio per le risposte che ti ho dato l’ultima volta, conosco da dove vengono tutti -, dicevo, le mie simpatie non si sono proiettate in modo pervasivo su di loro appiattendoli. Per me posso dire, come dicevi giustamente tu, che Arsène non ha la mitezza tradizionalmente associata all’agnello; ma Cristo era un agnello ma non un agnellino, i primi a riconoscerlo sono i demonii, i primi che ne attestino la natura; i Vangeli sono pieni di momenti in cui il Cristo promuove buone azioni attraverso la violenza – la cacciata dal tempio, la prima risposta che dà ai genitori, addirittura diverse volte in cui si rivolge a Pietro apostrofandolo duramente. Arsène in questo è colui che deve salvare, sì, ma paradossalmente per la propria salvezza; è un Salvatore che vuole essere salvato; è questo se ci pensi che gli fa fare una forsennata caccia alla salvezza di Severo, caccia la quale, a volte, si risolve in una durezza insostenibile. Una sorta di vessazione.

Come fa Severo a sopportare tutto questo? Prima di tutto perché è, indipendentemente da tutto, un martire: si fa carico di situazioni che molte persone non sopporterebbero, è un giocatore di scacchi, è una persona che anche fisicamente sa tenere le tensioni. Io sono un giocatore di scacchi; so quanto a fondo si può spingere una mossa, so che la famosa partita a scacchi con la morte di Bergman è una sfida tranquilla perché la morte non è nel giocatore ma nei pezzi. Poi, perché è intelligente, e per me l’intelligenza si esplicita spesse volte non tanto nella capacità di pensiero ma in quella di tenere le tensioni, di non abbandonare il banco per l’incapacità di continuare. Forse è questo il grande insegnamento che riceve Severo: se vuoi amare devi stare lì, se vuoi essere figlio devi stare lì, se vuoi fare arte devi stare lì, essere lì. Infine, perché Severo è un artista che non sa di esserlo, e in questo Arsène si deve mascherare da lupo per stanarlo nelle sue ipocrisie: lo vede, lo riconosce, gli dice Se vuoi morire per consacrarti all’arte prima devi sapermi dire cosa è arte, sennò sei solo un suicida, un uomo da poco.

In questo Severo è davvero come me: non mi spaventa la morte ma la mancanza di rilevanza, quella sì. Quella mi fa orrore.

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