Considerazioni sparse e provvisorie in vista di una qualche modesta proposta per riuscire a fare a scuola gli autori del nostro tempo senza rinunciare ai classici (e viceversa)

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di giuliomozzi

1. Un luogo comune molto condiviso dice: “Non puoi capire che cosa è successo dopo se non sai che cosa è successo prima“. Sembra ineccepibile. E tuttavia: se non padroneggi la lingua italiana d’oggi, come fai a capire quella del Duecento? Se non sperimenti la letteratura come cosa che parla oggi a te, come puoi immaginare l’esperienza della letteratura che potevano avere Dante e i suoi (pochissimi, rispetto al mondo di massa dell’oggi) lettori?
Mettiamo che a un ragazzino piaccia quella canzonetta che a un certo punto dice:

La puzza di benzina
mi fa girar la testa:
quando sto su di lei
proprio la mia festa.
[…]
Sei come la mia moto
sei proprio come lei;
andiamo a farci un giro,
fossi in te io ci starei.

Per questo ragazzino sarà facile capire quella poesia che comincia:

Tu sei come una giovane,
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.

Magari non gli piacerà, e preferirà la canzonetta, ma non sarà difficile fargli notare che Lorenzo Cherubini e Umberto Saba compiono operazioni simili: paragonano la donna che amano a qualcos’altro (una moto, una pollastra), e parlano di quel qualcos’altro come se parlassero della donna che amano (o parlano della donna che amano come se parlassero di quel qualcos’altro: è più o meno la stessa cosa).

2. Dal punto di vista della comprensione dei testi, e delle operazioni che vi si compiono, non è tanto differente lavorare su testi antichi, o vecchi, o su testi moderni o contemporanei. Dirò di più: non è tanto differente lavorare su testi dal valore sicuro o su testi dal valore dubbio. Io sono molto affezionato, per esempio, a un sonetto di Ciro di Pers (sono molto affezionato, per ragioni mie, a Ciro di Pers). Il titolo è: Il mal di pietra (quello che oggi chiamiamo: calcoli).

   Son nelle rene mie, dunque, formati
i duri sassi a la mia vita infesti,
che fansi ognor piú gravi e piú molesti,
ch’han de’ miei giorni i termini segnati?
   S’altri con bianche pietre i dí beati
nota, io noto con esse i dí funesti;
servono i sassi a fabricar, ma questi
per distrugger la fabrica son nati.
   Ah, ben posso chiamar mia sorte dura,
s’ella è di pietra! Ha preso a lapidarmi
dalla parte di dentro la natura.
   So che su queste pietre arruota l’armi
la morte, e che a formar la sepoltura
nelle viscere mie nascono i marmi.

Propongo spesso la lettura di questo sonetto per spiegare che un componimento in versi, per quanto ascrivibile al genere “lirico” (il sonetto è, diciamo, la poesia lirica in persona; l’autore parla di sé; ec.), non è necessariamente un testo che sgorga dal cuore. Questi quattordici versi di Ciro sono lambiccati, enigmistici, crudelmente giocosi, composti con un “collage” di nozioni da enciclopedia e di luoghi comuni. Dov’è il cuore del poeta, qui, dov’è il “cuore del cuore” (come diceva Croce) del poeta? Non c’è proprio, e non solo perché propriamente si parla di reni.
Ora: il giovinetto (ma anche l’adulto), una volta che avrà capito che la poesia non è – se non attraverso mille mediazioni, non solo letterarie – uno sfogo del cuore, lo avrà capito per Ciro di Pers come per tutti gli altri poeti. Leggiamo Balestrini, per esempio:

   Nettatela squamatela infilatele nel ventre
le erbe odorose fissatela allo spiedo
con un sottile filo metallico o con uno spago
umido grigliatela alla carbonella accesa
   cospargetela con rosmarino e alloro
lasciatela riposare per un’ora così che
tutti gli aromi la penetrino poi scuoiatela
e pulitela tagliatela in grossi pezzi
   infilzatela ben unta d’olio sullo spiedo
e praticatele qualche taglio sulla pelle
perché non abbia a screpolarsi fatela cuocere
a fuoco moderato spruzzandola di sale
   tagliatela a dadini potatela a bollore
mescolando senza interruzione cuocetela
a fuoco scoprto molto dolce per 20 minuti
colatela attraverso un setaccio sottile
[continua]

Così comincia la celeberrima tra le celebri Ballate della signorina Richmond, intitolata Istruzioni per l’uso pratico della signorina Richmond. Fa qualcosa di diverso da ciò che faceva Ciro, Balestrini? Be’, sì, fa qualcosa di un po’ diverso: ma non fa qualcosa di tanto diverso. Il ragazzo che abbia imparato a leggere le Istruzioni (che si leggono così: ridendo, e inorridendo) capirà al volo che cosa ha fatto Ciro nel suo sonetto colitico.
Quanta poesia lirica, grande o piccola, non è altro che gioco combinatorio?

3. Quando avevo diciannove anni cominciai ad ascoltare Stockhausen. La faccenda andò così. Ero un buon liceale. Per la maturità chiesi in regalo un giradischi. Me lo regalarono. Ma non avevo dischi. Da bravo liceale, volevo istruirmi nella musica classica. Ma, avendo sperimentato che i testi letterari più vicini a me nel tempo mi risultavano più comprensibili (e diciamo: mi risuonavano di più) dei testi letterari più lontani a me nel tempo, decisi che avrei cominciato con la musica classica del mio tempo. Andai in un buon negozio di dischi, parlai con un commesso che per mia fortuna la sapeva lunga, e tornai a casa con La festa della primavera di Igor Stravinskij, …sofferte onde serene… di Luigi Nono, e Trans di Karlheinz Stockhausen. Fino a quel momento la musica, per me, era in sostanza: i cori di montagna, quello che si cantava in chiesa, un po’ di canzonette della radio. Stravinskij mi piacque moltissimo, Nono mi risultò incomprensibile, Strockhausen mi entusiasmò. Un mondo sonoro tutto nuovo mi entrò nelle orecchie.
Certo: pian piano, arrivai ad ascoltare Beethoven e Mozart e Bach; oggi come oggi sto coltivando una passione per il povero Rossini (con una preferenza, un po’ perversa, per il Rossini anziano, quello dei Peccati di vecchiaia: vedi qui e qui). Non credo che avere ascoltato e riascoltato Stockhausen e Schoenberg e Dallapiccola e Petrassi e Casella e Alvin Curran (sì, Alvin Curran) e Edgar Varèse e Steve Reich e Frank Zappa e Brian Eno e Robert Fripp e Morton Feldman eccetera mi abbia, alla fin fine, resi inaccessibili gli autori antichi e classici e romantici. Semmai mi ha reso scettico sul rock duro e puro, e mi ha fatto capire che i Pink Floyd sono una bufala.
E mi ricordo di certi concerti, all’auditorium del Conservatorio, dove si eseguivano per esempio il Dumbarton Oaks di Stravinskij, la Rhapsody in blue di Gershwin, qualcosa di inudibile di Webern (di inudibile, non di inascoltabile), e Pupazzetti di Casella: con il pubblico che fregandosene del galateo entrava per Gerswhin, usciva per Webern, e rientrava solo in parte per Casella.
Quel pubblico apprezzava i classici, e per quel pubblico quella di Webern semplicemente non era musica. O era musica troppo moderna, benché fosse stata composta cent’anni prima: come se a trovassimo illeggibile, in quanto troppo moderno, il Fu Mattia Pascal di Pirandello. Non ero più fortunato io, che avevo cominciato ascoltando i postweberniani?

4. Quando avevo quindici anni la mia classe fu portata alla Biennale di Venezia. Non ho nessun ricordo della gita, che fu peraltro piuttosto sbrigativa, se non questo:

Alberto Savinio, Nella foresta,1930. Olio su tela.

All’epoca la mia cultura visiva era pressoché zero. Reincontrai Savinio qualche anno dopo, nell’unico anno in cui frequentai l’università: Antonia Arslan faceva un corso monografico sulla letteratura fantastica, e ci diede da leggere Tragedia dell’infanzia e Nivasio Dolcemare. Fui folgorato. Altri anni dopo, per puro caso, acchiappai alla radio un’esecuzione dell’Orfeo vedovo: perché Savinio fu pittore e scrittore, e pure musicista. Ecco la trama dell’opera (perché di un’opera lirica si tratta):

In un salotto borghese interamente a lutto, Orfeo, con una rivoltella in mano, si dispera per la perdita di Euridice. Bussa alla porta l’Agente dell’IRD, Istituto Ricostituzione Defunti, ma Orfeo, tutto preso com’è dalla sua vedovanza, non se ne accorge nemmeno. L’Agente si presenta e spiega che il compito dell’IRD è quello di restituire i defunti ai loro cari dopo l’ufficio delle pompe funebri. Orfeo, sulle prime, crede ad uno scherzo di pessimo gusto. Cercando di convincerlo, l’Agente spiega come questo possa avvenire grazie alla Cinecronoplastica, una nuova scienza che riesce a cogliere le immagini dei corpi in un punto del tempo e restituirli in un altro. Orfeo si lascia convincere ed entra in scena il macchinario dell’IRD (vedi)

In tre momenti diversi l’immaginario di Savinio mi impressionò, ossia – alla lettera – lasciò la sua impronta su di me. Non crediate che sapessi cosa mi stava accadendo, lì alla Biennale, non crediate che sapessi cosa mi stava accadendo, lì all’Università, non crediate che sapessi cosa mi stava accadendo, lì nella mia stanza mentre ascoltavo l’Orfeo vedovo. Ma se tra chi mi legge qui c’è qualcuno cui è capitato di leggere qualcuno dei miei libri, la cosa è evidente. Faccio un esempio. Il racconto “Novella con fantasma”, dal libro Favole del morire:

«Posso entrare?», disse l’ometto. «Qui fuori fa un freddo cane, e mi hanno mandato senza cappotto».
«Chi l’ha mandata?», disse Aurelio, immobile.
«Dobbiamo proprio parlare così, sulla porta?», disse l’ometto.
«Se mi dice di che si tratta», disse Aurelio.
L’ometto prese un’aria imbarazzata. Allungò il collo. Gettò un’occhiata dentro la casa. Si guardò alle spalle.
«Dunque?», disse Aurelio.
«Io sono il fantasma di sua moglie», disse l’ometto. Fece un sorrisetto timido. «Le porgo le mie condoglianze».
«Chi è, lei?», domandò Aurelio.
«Gliel’ho detto», disse l’ometto. «E mi rendo conto che la cosa è un po’ difficile da capire. Ma siccome è anche un po’ lunga da spiegare, vorrebbe avere la compiacenza di farmi accomodare? Le spiego con calma e mi riscaldo un po’. È più pratico anche per lei, no?».
Aurelio si fece da parte. L’ometto entrò. Aurelio chiuse la porta. L’ometto percorse il corridoio e svoltò a destra nel salotto, come se conoscesse già la casa. Aurelio lo seguì. L’ometto si mise como-do sul divano. Aurelio tirò una sedia dal tavolo da pranzo, e gli si sedette di fronte.
L’ometto lo sbirciò. Aveva ancora il cappello tra le mani. Sem-brava esitare.
«Chi è, lei», ripeté Aurelio, cupo.
L’ometto posò il cappello sul divano. Disse: «Sono il fantasma di sua moglie. Gliel’ho già detto, no? E sono qui per sbrigare qualche faccenda».
«Qualche faccenda?», fece eco Aurelio.
«Sì, la procedura abituale», disse l’ometto. «Vede, sua moglie è morta esattamente due mesi fa, il 29 dicembre».
«Sì», disse Aurelio.
«Mi rendo conto che due mesi di ritardo sono due mesi di ritardo», disse l’ometto velocemente, «fattostà che il lavoro da sbrigare è tanto, e non si è potuto far prima. Dunque io sono qui da lei, ora, per affrontare la faccenda».
«Quale faccenda?», disse Aurelio.
«La faccenda della sepoltura», disse l’ometto.
«La sepoltura?», disse Aurelio.
[…]
«Allora le spiego tutto dal principio», disse l’ometto, parlando a un tono di voce più basso. «Lei sa, o non sa, e comunque glielo dico io, che quando una persona muore, e non viene sepolta nel giro una settimana, sulla terra viene mandato un fantasma. Io sono il fantasma di sua moglie. Il mio compito è, semplicemente, sollecitarla: affinché lei provveda a dare degna sepoltura a sua moglie Maria, in terra consacrata».

Come si vede, siamo sempre lì.
“Che c’entra tutto questo con il tema dell’articolo?”, potrebbe dire un lettore.
C’entra, rispondo. C’entra per questo: un immaginario, o un modo per esprimere un immaginario, può essere svegliato anche da un’opera vista o letta o ascoltata eccetera senza nessuna specifica preparazione da parte di chi la guarda o legge o ascolta. Quindi forse non è così indispensabile (ma non dico che non sia utile) sapere sempre che cosa c’era stato prima, per capire che cosa è venuto dopo.

5. Se è assodato (e qui sarebbe da citare un celebre saggio di T. S. Eliot, ma me ne asterrò) che la tradizione letteraria (ma il discorso varrebbe per tutte le tradizioni, credo: vi ricordate i discorsi leghisti sui Celti? E 1984 di Orwell?) viene continuamente rimodellata dall’uso che se ne fa nel tempo presente; al punto che si potrebbe sostenere che il passato è una creazione del presente, allora è ovvio che cominciare un percorso di conoscenza della letteratura dal passato anziché dal presente è solo un modo per fornire l’illusione che un passato esista davvero.
Che chi ha una cattedra di Storia della letteratura italiana abbia un qualche interesse, se non un riflesso condizionato, a pensare che il passato esista davvero, posso capirlo (anche se, devo dire, una cattedra di Rimodellamento della tradizione letteraria secondo le necessità del nostro tempo non sarebbe disprezzabile: a volte chi insegna Letterature comparate fa appunto questo); posso capirlo, ma un insegnante di Italiano nella scuola secondaria superiore (è l’ambiente che conosco meno peggio) questo riflesso condizionato non dovrebbe avercelo. Ha davanti a sé una masnada di ragazzi completamente immersi nel presente: da dove partire, se non da lì?
(Che quel presente venga da un passato, o dall’invenzione di un passato, è chiaro: ma è solo partendo dal presente che questo può disvelarsi).

6. I classici! I classici! Potremmo fare seriamente riferimento ai classici se i classici fossero sempre stati lì, a fare i classici. Ma così non è. Oggi, per esempio, i lirici latini non ci dicono quasi più niente. Avete provato a leggere Tibullo? Tibullo, che “multorum iudicio principem inter elegiographos obtinet locum“, dice la Vitanei manoscritti ne accompagna l’opera, “che secondo molti ha il primo posto tra i poeti lirici” (l’elegia all’epoca corrispondeva grosso modo, nell’uso pratico, alla nostra poesia lirica), Tibullo, dico, è di una noia mortale; e neanche l’Orazio lirico, agli occhi moderni il più grande di tutti, si salva facilmente. Ovidio, sì, l’Ovidio lirico dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto è leggibilissimo. I classici stanno lì, e si può smettere di essere un classico, e si può diventare classici più o meno inopinatamente, e così via.
Certo, la battaglia per la “lista” è continua. Vedi (parlo di Novecento) il destino di Federigo Tozzi: un giorno dentro, un giorno fuori dal canone. E il povero D’Annunzio? Benché Gozzano e Moravia e Montale lo odiadorassero, o lo adorodiassero, per un bel pezzo se ne stette fuori della porta. E Calvino? Il Calvino che diventò scrittore di fama mondiale con uno dei suoi libri più brutti, Se una notte d’inverno un viaggiatore, mentre il meglio di sé l’aveva dato nella Speculazione edilizia, nella Nuvola di smog, soprattutto nella Giornata di uno scrutatore. Per tacere di Mario Pomilio, di Lorenzo Montano, di Gaia Servadio, di Fausta Cialente, e chi più ne ha più ne metta. La cittadella dei classici è assediata. In questi giorni ho letto in giro che Giorgio Caproni sarebbe “un poeta minore”: a me non verrebbe mai da dirlo (lo direi piuttosto di Mario Luzi, per così lungo tempo – si dieceva – in odore di Nobel).
Opinioni, certo opinioni. Ma ci sono appunto le opinioni, e considerare rigidamente “classico” (nel senso paraetimologico di: da studiare in classe) solo ciò che fu “classico” per la generazione precedente, è antistorico.

7. Personalmente, trovo che Sopra una conchiglia fossile nel mio studio di Giacomo Zanella sia una delle più belle poesie liriche di sempre:

   Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
14E l’uomo non era. […]
   Tu, prima che desta
All’aure feconde
Italia la testa
Levasse dall’onde,
Tu, suora de’ polipi,
De’ rosei coralli
Pascevi le valli.
   Riflesso nel seno
De’ ceruli piani
Ardeva il baleno
Di cento vulcani:
Le dighe squarciavano
Di pelaghi ignoti
Rubesti tremoti.
   Nell’imo de’ laghi
Le palme sepolte;
Nel sasso de’ draghi
Le spire rinvolte,
E l’orme ne parlano
De’ profughi cigni
Sugli ardui macigni.
   Pur baldo di speme
L’uom, ultimo giunto,
Le ceneri preme
D’un mondo defunto […]

Ma a scuola non la farei. A meno che qualcuno non mi dimostri che quella poesia lì (scritta da un prete molto interessante, che dedicò non poco del suo tempo a fondare mutue operaie e artigiane), con quel conturbante miscuglio di Fede e Scienza (vedi l’immagine dell’uomo che tiene “sui tumuli [del “mondo defunto”] il piede, / ne’ cieli lo sguardo”), è il punto di svolta – mancato, peraltro – di tutta una cultura (ed è anche, ma non so se sia opinione condivisa, una delle poche degne eredi dell’innografia manzoniana). Quella poesia è bellissima, secondo me, ma la domanda è: è importante? Ha cambiato il mondo? Ha cambiato la letteratura?
Ezra Pound sosteneva che Jules Laforgue era un poeta-chiave: non ha scritto grandi cose, diceva, ma ci sono certe cosette della poesia contemporanea (Pound scriveva questo negli anni Venti del Novecento) che vengono dritte da lui; non solo lui le ha fatte per la prima volta, ma chi le fa oggi molto meglio di lui le ha imparate proprio da lui. Pound, quando scriveva questo nell’ABC of reading (uno dei libri più sconclusionati di sempre: questo mio articolo, al confronto, è pura geometria), aveva in mente T. S. Eliot; e, in effetti, a leggere di fila prima Laforgue e poi il giovane Eliot (es. Gerontion) si resta sbalorditi. Non si trova però traccia di omaggi espliciti a Laforgue, nell’opera di Eliot, se non in questa dichiarazione che vi riporto senza virgolette, perché è a memoria: Non ho mai scritto un saggio su Laforgue perché nessuno me l’ha mai proposto (per chi volesse approfondire, una buona sintesi: Joseph Maddrey, The Making of T. S. Eliot. A Study of the Literary Influences, McFarland, pp. 15 sgg.).
Il valore di un’opera, e ancor più di una singola poesia lirica, è cosa diversa dall’importanza storica dell’opera o della poesia stessa. Francesco Petrarca ha scritto sì alcune (diciamo una dozzina sul totale di 365) poesie liriche bellissime; ma, soprattutto, ha avuta un’influenza enorme: per secoli, dopo di lui (non da subito: più o meno a partire da cent’anni dopo), la poesia in Europa è stata petrarchizzante (o antipetrarchizzante, che è lo stesso) o non è stata; e ancora oggi si fa fatica a liberarsi da quella roba appiccicosa lì.
Azzardo: fosse solo per il valore assoluto dell’opera, Petrarca sarebbe un minore.

[continua]

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19 Risposte to “Considerazioni sparse e provvisorie in vista di una qualche modesta proposta per riuscire a fare a scuola gli autori del nostro tempo senza rinunciare ai classici (e viceversa)”

  1. marisasalabelle Says:

    Albachiara di Vasco Rossi, “stilnovismo” moderno (e, a contrasto, l’elemento erotico presente nelle ultime parole del testo…)
    Yellow Submarine letto in parallelo a “Guido, io vorrei…”
    Possibilità di confronto e contaminazione ce ne sono infinite, anche se non sempre è possibile proporle, per ragioni varie, non ultimo il tempo a disposizione.
    Comunque, molto spesso gli studenti trovano più difficile la poesia moderna (non parlo delle canzoni) di quella antica.

  2. Ma.Ma. Says:

    Ho letto tutto. Come al solito, l’ho fatto secondo il mio punto di vista che è da una “potenziale studentessa” (come sai Giulio succhio tutto quello che posso in ogni contesto, se riesco a imparare. E qui mi hai di nuovo dato buoni spunti).

    Mi sono segnata però delle cose. E alla fine vedo che è diventato lunghetto, ma mi permetto di inserirlo comunque. Se il tempo richiesto per leggerlo o rispondere è troppo, chiedo scusa e me ne farò di certo una ragione.

    Dunque.

    Quando tu parli della poesia di Ciro di Pers, Il mal di pietra (che mi piace parecchio, anche se metto in conto di non averla forse capita, che non si sa mai), e dici: dov’è il cuore? A me è venuto da rispondere subito: nella paura di morire. Nel corpo che viene attaccato dalla natura stessa (così capisco io), nella malattia che debilita. Perché nel cuore non ci vedo solo il bel sentimento, ma ci stanno tutte le emozioni. Anche il dolore, ovvio, ma pure il timore (parla di sorte dura: cioè, per me, teme di avere un futuro faticoso). No?
    L’altra poesia, invece, che è una ricetta (a me fa divertire, questa), mi pare giochi sul filo della sociopatia, per cui in effetti di sentimenti non se ne intravedono.
    Ma magari fraintendo il termine “cuore”. Forse con “cuore” intendevi solo “amore”?

    Quest’altro passaggio invece mi ha fatto venire una domanda:

    “Quindi forse non è così indispensabile (ma non dico che non sia utile) sapere sempre che cosa c’era stato prima, per capire che cosa è venuto dopo.”

    Sempre no. Ma come si fa a decidere che cosa lo sia e che cosa no? Cioè. Tu hai una tale sensibilità che è sintonizzata su certe frequenze e qualcosa ti arriva pur non sapendo “da dove viene”. Ma se le frequenze di altri invece non sono le stesse e per capire necessitano di conoscere il passato? Non per mettere in dubbio, anzi, mi pare abbia un senso, ma per capire come lo si potrebbe stabilire. O forse ogni opera di valore, ogni forte immaginazione arriva per forza a tutti? (E a quel punto basterebbe aiutare nella comprensione di ciò che è questa “cosa” che arriva?)

    Il punto cinque è… è… molto interessante (non mi viene altro). Da una parte mi arriva chiaro il concetto secondo cui il passato non esisterebbe perché (come mi par di intuire) siamo noi a stabilirne i contenuti (a scegliere cosa tenere e cosa no, o a essere costretti a farlo per mancanza di conferme reali), e siamo quindi sempre noi a riportare ciò che crediamo (anche nel modo più onesto possibile) sia avvenuto. (Così mi arriva). Però mi pare un’affermazione molto, ehm, audace. Mi interessa. E mi chiedo: partendo da questo presupposto, estremizzando una tendenza, non si correrebbe il rischio di perdere il passato? (vero o no che sia): cioè, introducendo il confronto con il presente, (in modo super spiccio)è probabile che si dimezzerebbe il contenuto di quanto è stato insegnato finora. Anche se a dirla tutta, se la scelta è tra “non imparare, non capire” e il “non sapere dell’esistenza di”, la differenza forse non è molta. Quindi, ora che ci ragiono, potrebbe essere comunque una strada percorribile.

    Sui classici. Posso dirne ancora una delle mie? Io che non so. Che non conosco. O che conosco altro. Ho pensato più di una volta che non importa veramente quello che “sai” o che “leggi” o che “impari”, importa che tu sappia, legga, impara ciò che sanno, leggono e imparano gli altri. Perché in questo modo si possono riconoscere come “gente di cultura”, “gente che sa”. Non so se mi spiego. Siccome io non ho letto ciò che viene letto a scuola, anche se leggo da qualche anno un sacco di altri testi, mi trovo ovviamente in difficoltà a parlare di letteratura con chi ha quei riferimenti là. Quindi la domanda è: ma se si formano generazioni cambiando “materia di studio” (cioè le cose studiate) ogni ciclo, o comunque più in fretta di quanto non sia stato fatto negli ultimi cent’anni (che la velocità con cui cambiano le cose oggi è parecchio alta), alla fine non si rischia che il dialogo, gli interscambi intergenerazionali diminuiscano? Perché è come se si perdessero nozioni comuni. Forse. Che è come confrontarsi con studiosi di letterature di altre lingue.
    Una volta sono andata a mangiare con un gruppo di appassionati lettori svizzero tedeschi innamorati dell’italiano, per cui frequentavano da anni corsi di lettura (più che di letteratura) di libri italiani. Mentre chiacchieravamo, è saltata fuori come una “battuta da luogo comune” un qualcosa su I promessi sposi. La docente – italiana, laureata in letteratura italiana – dovette fermare il discorso: perché io e lei sapevamo di che cosa stavamo parlando, ma tutti gli altri no. E quando la sentii dire: “È un libro conosciuto solo in Italia, dove però è noto praticamente a tutti, almeno per sentito dire,…”. Io ci sono rimasta un po’ così.

    Poi leggo: “Ha cambiato il mondo? Ha cambiato la letteratura?”
    Alla fine, un possibile suggerimento che traggo da questo inizio di decalogo è questo: (Oso) si potrebbe insegnare partendo da ciò che viene “prodotto” oggi – in quanto frutto del cambiamento del passato – per recuperare e capire la forza che ha avuto un dato testo letterario tra quelli più classici (di poesia o di prosa) di ieri.

    A me piacerebbe un sacco frequentare un corso così.

    Mi scuso ancora per la lunghezza e per il punto di vista incolto.

  3. rossana v. Says:

    anch’io sono una musicofila (e cinefila) a 360 gradi, ma ho seguito un percorso più classico, fino ad apprezzare anche Berio. A proposito di rock, GM, i miei amatissimi Clash li salva?

  4. C. P. Says:

    Gli autori del nostro tempo non sono presenti nelle storie della letteratura per il triennio finale dei licei, che propongono testi canonici in ordine cronologico dal milleduecento al secondo dopoguerra, ma sono ampiamente presenti nelle antologie di scuola media e del biennio delle superiori, cioè della scuola dell’obbligo. Non mi pare poco.

  5. Teresa Capello Says:

    Commento n.1: Sarebbe un discorso troppo lungo, da fare in un commento, per tutto quello che avrei da dire. Intanto grazie, perché lei ha sollevato la questione, che mi riguarda da vicino come docente. Lei, a mio parere, esponendosi con un racconto personale (il giradischi, la gita…) ha mostrato come l’interesse verso lo studio e l’amore per la cultura (che è un patrimonio “democratico”) possano nascere in tanti modi diversi e tutti plausibili (mettiamoci anche il commesso del negozio di dischi). Coloro che vogliono imbalsamare le cultura, trasformarla in un “sancta sanctorum”, senza far capire che è un qualcosa in divenire, sbagliano. Coloro che pensano sia “nozionismo” sbagliano. C’è chi conoscerà perfettamente date e dati ma non avrà dentro l’Idea della bellezza di tutto quel che è il Flusso del Pensiero umano, dalle origini. E non solo quello letterario, penso anche alla Filosofia, alle Scienze.

  6. Teresa Capello Says:

    Commento n.2: grazie la seconda volta per un altro importante motivo: Lei ha messo in luce come un docente – sia universitario sia della Secondaria di Secondo grado – faccia ( e soprattutto possa financo debba fare) delle scelte, nelle quali traspare e trasparrà la sua sensibilità, il suo gusto personale, nell’onestà di queste scelte. Fermo restando che un docente – obbligatoriamente – debba dare le “basi” e darle belle salde – perché l’allievo possa, da solo, procedere nei passi successivi (così come è stato per Lei, Mozzi). Si veda l’evidente riferimento finale a Petrarca, su cui si sofferma facendoci capire anche come si definisca una canone. che è sempre legato alle epoche. Sono d’accordo con lei, con tutto tutto il cuore. Ecco che però, va detto: se per caso ci si ferma al 1960, ben fatto, per la materia Italiano: nulla osta che da solo, come accade, l’alunno possa colmare le lacune, perché se ha apprezzato la “bellezza”, se l’abbia incontrata anche solo una volta, egli potrà inseguirla nell’ambito che vorrà (arte, lettere, scienze…).

  7. Teresa Capello Says:

    Commento n.3: Analisi tecnica della situazione: i Programmi ministeriali andrebbero ragionati meglio, perché si arrivi a trasmettere dignitosamente il Secondo Novecento (visto che siamo nel 2017, mi pare).

  8. Giulio Mozzi Says:

    Ma. Ma.: Mi domando se abbia cuore uno che, avendo “paura di morire”, come dici tu, e comunque di sicuro soffrendo parecchio (i calcoli fanno un male cane), si mette a fare giochi di parole (perchè questo è il sonetto: un gioco di parole; o un gioco enigmistico, come se l’autore dicesse: indovina di che cosa sto parlando).

    Similmente, si può sostenere – volendo – che le Istruzioni di Balestrini sono piene di compassione per il mondo animale divorato dagli umani. Ma dopo la settima-ottava strofa, secondo me, definitivamente prevale lo spettacolo della crudeltà.

    Sull’opportunità di sapere cosa c’era prima. Ma. Ma., a me dispiacciono le prese di posizione assolute. A volte sento dire cose del tipo “la conoscenza dei classici è indispensabile” (al di là del fatto che “classici” è in buona misura una parola vuota), io preferirei dire che è utile. Ogni persona farà il suo percorso. Il buon insegnante, nei limiti del possibile (in un’aula ci sono tanti ragazzi), cercherà di inventarsi tanti percorsi. E lo farà anche esibendo, raccontando il proprio.

    Sul passato ricreato. Scrivi: “estremizzando…”. No. Nessuna voglia di estremizzare. (Vedi subito sopra). Estremistico è l’attuale ordinamento, che ha un’impronta storica, e storicistica, fortissima.

    Sui passaggi intergenerazionali: considerazioni sensate, le tue. Il guaio è che negli anni Sessanta, in Italia, dovevano insegnare Manzoni e Carducci dei giovani insegnanti che intanto leggevano avidamente Pavese e Faulkner; negli anni Settanta dovevano insegnare Manzoni e Carducci dei giovani insegnanti che intanto leggevano avidamente Arbasino e Robbe-Grillet; negli anni Ottanta dovevano insegnare Manzoni e Carducci dei giovani insegnanti che intanto leggevano avidamente Tondelli e Edgar Lee Masters; negli anni Novanta dovevano insegnare Manzoni e Carducci dei giovani insegnanti che intanto leggevano avidamente Silvia Ballestra e Thomas Pynchon; negli anni Zero del Duemila dovevano insegnare Manzoni e Carducci dei giovani insegnanti che intanto leggevano avidamente Foster Wallace e Tullio Avoledo; eccetera (i nomi valgono solo come esempi).
    La rottura intergenerazionale c’è già stata.

    In conclusione scrivi, riassumento:

    …si potrebbe insegnare partendo da ciò che viene “prodotto” oggi – in quanto frutto del cambiamento del passato – per recuperare e capire la forza che ha avuto un dato testo letterario tra quelli più classici (di poesia o di prosa) di ieri.

    Meglio di così non si può dire.

  9. Giulio Mozzi Says:

    C. P.: sì, ma varrebbe la pena di leggere Fenoglio o Michele Mari o Aldo Busi a diciott’anni, anziché a dodici: non ti pare?

    Teresa Capello: ma sì, potremmo fermarci ai nati nel 1960… 🙂

  10. C. P. Says:

    G.M.: sono d’accordo, i contemporanei andrebbero letti anche dopo, ma forse il problema dipende dall’impostazione storico-letteraria che vige da sempre sullo studio delle varie letterature nel triennio finale dei licei: se si parte dalle origini è difficile, in tre anni, arrivare all’oggi.
    La storia della letteratura come si fa a scuola, svincolata dalla sociologia della letteratura (senza quasi riferimenti alla ricezione dei testi nel loro tempo) senza grandi aperture verso le altre letterature, non integrata dall’approccio tematico, è quasi solo trasmissione di un canone in ordine cronologico. Questa impostazione coinvolge anche altre discipline: noi studiamo storia della filosofia, mentre in Francia, ad esempio, studiano la filosofia per temi.
    Forse, prima di aggiornare i contenuti del programma, ne andrebbe ripensata l’impostazione. Poi c’è anche la questione della formazione degli insegnanti. Non so chi ha studiato letteratura italiana contemporanea negli anni 2000 e 2010 su quali autori ha lavorato: io ho dato l’esame negli anni novanta con manuali che finivano con Pasolini e corso monografico sulla narrativa tra le due guerre. Magari nel frattempo qualcosa è cambiato.

  11. Ma.Ma. Says:

    Giulio: grazie.

    1. Vado a riascoltarmi la registrazione del corso in versi; ricordo che parlasti di Ciro di Pers ma rammento solo la parola “fabbrica” (e potrebbe essere sbagliata) che mi aveva mandato in cortocircuito l’ingranaggio del ragionamento su questa poesia. Non so, pensavo che uno magari non scrive mentre sta male, ma dopo esserci passato. O anche no, e che la metafora in questo caso fosse (solo): è la natura stessa (giocoforza) a distruggere il nostro corpo, che va giorno dopo giorno, sasso (malattie, problemi, acciacchi…) dopo sasso che ci colpisce, a morire… e la paura è per la morte. Ma le miei interpretazioni sono – lo so – troppo mie e quindi difficilmente reali e/o condivisibili. Però sarebbe comunque una verità quella che percepisco io leggendolo. Cioè: capisco male, ma quel che capisco mi piace. Non so se è un bene (per fortuna non ho mai dovuto sostenere esami di interpretazioni di questo genere!)

    2. Sull’estremizzare. Capisco. Mi sono spiegata male: nella mia testa mi sono detta, se cominciamo così, potrebbe accadere che poi uno ci prende la mano a lasciar perdere il passato e se questa tendenza fosse portata all’estremo, ci dimenticheremmo del passato… ma la tua osservazione vale comunque come risposta anche a questo, mi pare: basta non estremizzare, che non è mai un bene.

    3. Mi segno tutti i nomi, sia mai che un giorno riesca a portarmi in pari.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Appunto, C. P.: l’approccio storicistico mostra ormai la corda.

    Peraltro non è così vero che “se si parte dalle origini è difficile, in tre anni, arrivare all’oggi”. Dipende da come si seleziona il materiale, per così dire. L’ansia da completezza sul tre, quattro, cinque, sei, sette, ottocento genera l’incompletezza del Novecento. Ma questa è una banalità.

    Il punto è, forse, che nelle nostre scuole, come accenni tu, non si fa propriamente storia della letteratura. Si fanno dei “medaglioni” dedicati a certi autori, certi “movimenti” (la cui consistenza storica è a volte debolissima: lo “stil novo”, santiddio, è fatto di Dante giovane e un po’ di Cavalcanti, la “scapigliatura” non ha prodotto un’opera notevole che sia una, il “decadentismo” è una categoria così vaga e onni- (o nullo-) comprensiva che sembra di parlare della Uil.

    L’effettiva storia della letteratura è un’altra cosa. E’ quella tentata dai “sociologi della letteratura” o dagli esponenti della “teoria della ricezione”; è quella agognata da Franco Moretti e talvolta realizzata, per l’Italia, a es. nell’Atlante delle letteratura italiana pubblicato presso Einaudi, è quella che ti fa capire che Manzoni, quando decise di non far più tragedie e mettersi al romanzo, fece una scelta (per l’Italia) altamente innovativa, come altamente innovativa (non solo per l’Italia) fu la scelta di trattare seriamente i personaggi di basso livello sociale (ne fece i protagonisti!) (e questo lo notava già Goethe), è quella che mostra come le scelte di ogni generazione si possono comprendere come opposizione alla generazione precedente, eccetera eccetera. E’ quella che ti parla anche di mercato, di circolazione delle opere, di editoria.

    La mia personale proposta sarebbe: fare storia delle letteratura, abbondante, e leggere poche opere il più estesamente possibile. Non so se è praticabile, sono abbastanza sicuro che in realtà non contrasti con le indicazioni nazionali (prelevabili qui). Che, tra parentesi, tra gli autori del Novecento citano esplicitamente anche il povero Caproni…

  13. gianlucatrotta Says:

    Le hai linkate alla fine del tuo commentoto qui sopra, Giulio; ma torno ancora sulla questione: in molti commenti sopra leggo “i programmi andrebbero aggiornati”, “i prorammi impediscono di…”, “dobbiamo insegnare X e Y”. Ecco, direi che è il caso di ribadire, una volta per tutte, che NON ESISTONO I PROGRAMMI. Esistono, appunto, delle indicazioni (quelle linkate sopra da Giulio). Su queste indicazioni il docente deve presentare la propria programmazione. E per l’esame di Stato finale non conta avere fatto X oppure Y (molte analisi del testo degli anni scorsi lo testimoniano), conta avere sviluppato gli strumenti per leggere, analizzare, commentare… Anche per il colloquio orale: non è data la possibilità che un ipotetico commissario esterno di italiano faccia una domanda su un argomento che non sia presente nel programma effettivamente svolto, firmato dal docente e dagli studenti: se anche lui ritenesse, chessò, che sarebbe importantissimo avere letto Saba (siamo d’accordo tutti, penso), ma se questo autore, per motivi vari, non fosse stato affrontato, il commissario esterno non può fare una domanda su Saba. Qui però poi ci scontriamo con altre problematiche:
    – ogni docente, per sua formazione, può avere in mente un “canone obbligatorio”; se questo canone coincide con la “vulgata”, le scelte dell programmazione ricadranno necessariamente sugli autori che si danno largamente per necessaria; il problema sorge quando il docente non conosce altro che il canone “scolastico” (non so come diversamente chiamarlo): a questo punto si porterà avanti per inerzia l’idea di un canone necessario, che però non è frutto di una scelta, ma di un comodo adeguamento;
    – spesso i docenti temono il confronto con l’esterno: e cioè, è vero che l’eventuale commissario esterno non può chiedere qualcosa oltre il programma svolto ecc.; ma talvolta gli insegnanti, temendo il giudizio del collega (ed è vero, esistono insegnanti che non vedono l’ora di andare a fare i commissari esterni in una scuola per potere criticare e debitamente fare mettere a verbale che considerano inadeguato il programma svolto), si adegueranno a una scelta scontata;
    – esiste quello che si potrebbe chiamare un “hidden programma ministeriale”, e si nasconde nella non consapevolezza che ormai da anni, appunto, non esistono i programma ministeriali, nell’adeguamento a un “programma ideale” che spesso si ha in mente (perché, banalmente, lo si è “subìto” da giovani a scuola) o si trova negli indici dei libri di testo adottati (che, dovendo essere “ecumenici”, tendono a essere poco coraggiosi e conformisti).
    In tutto quello che ho appuntato sopra ci sta, mi sembra, una buona dose di “pigrizia mentale”, che porta non tanto a fare le scelte che inevitabilmente, visto il poco tempo a disposizione, un insegnante DEVE fare, quanto a a adeguarsi a una norma non scritta né imposta.
    Scusate l’eccessiva lunghezza del commento.

  14. gianlucatrotta Says:

    Scusate la sciatteria, mi sono reso conto che mi sono sfuggite molte sviste nella battitura del commento sopra, ma purtroppo non riesco più a correggerle.

  15. marcocandida Says:

    Be’, ho fatto un intervento su It di Stephen King, a Novate Milanese, in un incontro su It, chiedendo se fosse un classico o no. Ho fatto la mia proposta di definizione di “classico”, che è “libro che serve per orientarsi nel mondo”. Stante il valore artistico, un classico deve educare (educare alla vita e non al contrario della vita). Perciò, Manzoni è certo un classico e lo sono anche Carducci e Pascoli. Su gli altri, qualche dubbio l’ho. Il Classico deve essere un libro per bambini, educativo come un libro per bambini. Un Classico in senso assoluto.

    Poi vabbè esistono anche i Classici del p*rno muto, probabilmente. Ma li siamo più sul “per modo di dire”. Ecco, anche, cos’è la società attuale (ma già da mo’): il trionfo del “per modo di dire”. Si comincia dicendo che l’Esorciccio è un classico e ahahahah, e dopo un po’ questa cosa detta per modo di dire e per farsi due risate diventa vera, e con tanto di premi e attestati.

  16. Teresa Capello Says:

    Giulio Mozzi: in effetti… concordo (con tutta la sfumatura etimologica del verbo: è quel che si definisce …una promessa sincera: vera/verosimile/veridificabile) !
    Intanto: grazie (nuovamente) per il prezioso Repertorio di riferimenti.

    Ma.Ma. : la frase espunta dal tuo testo nella Risposta: concordo nuovamente, del tutto, con quanto affermi!

  17. Teresa Capello Says:

    Mi soffermerei su alcuni punti, nell’insieme. Continuerò dandomi l’obiettivo della concisione (non ci si spaventi: quella sotto, è concisione estrema, data l’ampiezza della Problematica sollevata ) riprendendo vari spunti dai begli interventi. Le varie osservazioni , infatti, sono tutte molto interessanti e sottolineano punti dolenti / volenti / nolenti.

    Che cosa sarà mai, un classico? Per la mia posizione, per la quale la modestia sia il punto d’avvio, definisco – a lezione – ai miei alunni “classico” … qualcosa che, sia che il passato l’abbia poi sepolto, sia che l’abbia tenuto in vita per centinaia di anni e poi magari seppellito nuovamente ( e ci sono esempi illustri ), abbia comunque segnato in modo irreversibile (sottolineo irreversibile) l’evoluzione del Pensiero Letterario, in qualsiasi Paese, in qualsiasi Lingua. E, per questo, quando spiego, tendo a dire “Ecco, vedete, questa cosa, da quando l’ha scritta o detta X è diventata un caposaldo del Pensiero Umanistico (un esempio per tutti, Laura/L’Aura/Lauro: il narcisismo dello specchio umanistico). Oppure, a livello di stile “Ecco vedete, questa cosa, da quando questa tecnica narrativa è stata realizzata in questo modo (esempio: stream of consciousness) , poi tutti gli autori successivi han dovuto confrontarcisi. E così via. Diciamo che vedo il Pensiero Umanistico nel suo evolversi, cerco di farlo “passare” osmoticamente e poi inserisco gli Autori. Pare funzioni.

    Il rapporto fra Programma e Docenti: di solito Noi Prof si fa molta attenzione alle Gride Manzoniane che sono i Programmi ( ed anche alle Grida manzoniane e reali, successive, di Noi Docenti ). Noi si lavora Insieme. Se verranno date Indicazioni chiare, tutti – dico tutti – e non solo l’isolato che fa un po’ come glie parresse (sic) a lui – faremo quanto indicato.
    Ma, visto che s’è evocato lo Spettro del Cotanto… Come si può mettere in discussione, anche solo per ipotesi, il Grande Manzoni?Come si può mettere in forse nella cultura di base dell’Italiano (medio) colui che a suo tempo pronunciò un così importante discorso sulla Lingua Italiana? Nel pieno dello spirito del Risorgimento! In quell’Ottocento, noi Popolo italiano abbiamo Radici Culturali come Stato!!! Ehm, diciamo che non sono d’accordo per nulla… anzi, tanto per dire, piuttosto, lo metterei come obbligatorio nel Secondo e Terzo anno della Scuola Media ( così Renzo ed Harry Potter combatterebbero insieme, uniti per la pelle, la loro battaglia in nome del bene ).

    Informazioni tecniche: l’Ultima Riforma, tagliando le spese, ha ridotto le ore umanistiche alle Medie (Secondaria Di Primo Grado). Alle Superiori i Ragazzi hanno ancora necessità di una formazione che un Tempo si dava per salda alle medie ( Ma per l’Area scientifica è lo stesso ). Inoltre, alla SdPG ( cfr. sopra Secondaria…) si propongono già testi letterari che poi vengono riproposti, ma nell’eterogeneità, bisogna sempre ripetere tutto. Per non parlare della Grammatica, che dalla Quinta Elementare alla Seconda Superiori è sempre (dico sempre) da riproporre (s’immagini, deh…). Ecco quello che manca alla SdSG (Secondaria di Secondo Grado): un po’ di riordino…Riordinamento.

  18. Pensieri Oziosi Says:

    Devo ammettere che non mi aspettavo che il prezzo di listino per l’Atlante fosse in tutto 255€. La mia biblioteca ce l’ha, ma solo per consultazione.

    ***

    D’accordissimo sui limiti dell’impostazione storicistica.

    ***

    In una conferenza su Dante (“What Dante means to me”) tenuta a Londra, il 4 luglio 1950, T.S. Eliot scrive:

    The greatest debts are not always the most evident; at least, there are different kinds of debt. The kind of debt that I owe to Dante is the kind which goes on accumulating, the kind which is not the debt of one period or another of one’s life. Of some poets I can say I learned a great deal from them at a particular stage. Of Jules Laforgue, for instance, I can say that he was the first to teach me how to speak, to teach me the poetic possibilities of my own idiom and speech. Such early influences, the influences which, so to speak, first first introduce one to oneself, are, I think, due to an impression which is in one aspect, the recognition of a temperament akin to one’s own, and in another aspect the discovery of a form of expression which gives a clue to the discovery of one’s own form. These are not two things, but two aspects of the same thing. But the poet who can do this for a young writer, is unlikely to be one of the great masters. The latter are too exalted and too remote. They are like distant ancestors who have been almost deified; whereas the smaller poet, who has directed one’s first steps, is more like an admired elder brother.

    Then, among influences, there are the poets from whom one has learned some one thing, perhaps of capital importance to oneself, though not necessarily the great contribution these poets have made. I think that from Baudelaire I learned first, a precedent for the poetical possibilities, never developed by any poet writing in my own language, of the more sordid aspects of the modern metropolis, of the possibility of the fusion between the sordidly realistic and the phantasmagoric, the possibility of the juxtaposition of the matter-of-fact and the fantastic. From him, as from Laforgue, I learned that the sort of material I had, the sort of experience that an adolescent had had, in an industrial city in America, could be the material for poetry; and that the source of new poetry might be found in what had been regarded hitherto as the impossible, the sterile, the intractably unpoetic. That, in fact, the business of the poet was to make poetry out of the unpoetical; that the poet, in fact, was committed by his profession to turn the unpoetical into poetry. A great poet can give a younger poet everything that he has to give him, in a very few lines. It may be that I am indebted to Baudelaire chiefly for half a dozen lines out of the whole of Fleurs du Mal; and that his significance for me is summed up in the lines:

    Fourmillante Cité, cité pleine de rêves,
    Où le spectre en plein jour raccroche le passant.

    I knew what that meant, because I had lived it before I knew that I wanted to turn it into verse on my own account.

  19. Teresa Capello Says:

    postilla:
    E’ bene che lo faccia. Chiarisco: “Renzo ed Harry… (autocit.non autoreferenz. )” si intende: ……inserire tra le letture dei ragazzi, oltre a quelle canoniche della loro età / quelle “da fare”, insomma, per automatico passaparola tra kids / pure i “Promessi Sposi”.

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