“I plagi”, di Daniele Muriano / secondo estratto

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di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblicherò alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il secondo estratto: si tratta dell’inizio della seconda parte. Il primo estratto è qui. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič]

Sintesi: Angelo, trentenne oppresso da una certa fatica esistenziale, va al mare per dimenticarsi completamente. Si lascia alle spalle il padre, Alfredo, malato psichiatrico momentaneamente accudito dal badante. A Viareggio, forte della solitudine, vive sei giorni di eccessi. Cercando in ogni modo di dimenticarsi, si unisce a un gruppo di adolescenti (tra cui la bella Manuela) con cui compie una serie di nequizie a suo dire eclatanti. Piccoli furti, spaccio di droghe leggere, rapporti sessuali in serie, molte azioni immaginarie. Riesce in tutto questo a essere altro da sé. Ma la sua vita gli ritorna addosso in un istante, nel viaggio di ritorno. Al sesto giorno di irraggiungibilità telefonica, accende il cellulare. Scopre che il padre è morto in sua assenza. Il treno sta entrando ora nella stazione centrale di Milano. (Tra le persone che assistono al cedimento, due cinesi dall’aspetto perturbante).

Premuto al pavimento di un treno, gli sguardi curiosi addosso tante stelle cattive, che effetto può fare lo so.
Apre gli occhi, una voce bambina.
Sotto alla testa ho un asciugamano, non è il mio.
– Devo andare – arrangolo.
– Arrivano! – il ragazzo calvo fiducioso.
Mio padre è morto, dico, e ha bisogno di me. Certo non lui – spiego.
– Morto, – dice la maschera.
In verità dice «molto» nel più irriproducibile dei cliché. Non mi provo a restituire la parlata estranea dell’aguzzino cinese, no.
Vorrei venisse mangiato quanto prima dal fuoco dei successivi ricordi.
– Eccoli.
Il tentativo di alzarmi di scatto si riverbera esclusivamente in uno scatto di pupille. Sbatto le palpebre, scopro di non potere fare altro. Luci abbacinanti probabilmente inesistenti, fatuità dei fuochi fatui.
Due tipi robusti senz’altro. Sollevano questo corpo come polvere che diventerà e si mettono a filosofare, intanto. La gente ritorna dalla vacanza e, chissà come, si sente morire. Dice uno. Non preoccuparti dice l’altro, nessuna ruga per lo sforzo. E rivolto al collega: – Ieri altri tre!
Adagiano me a una sottospecie di barella. Nella ridda spaventosa di gambe polpacci piedi in agitazione. L’odore di motori e vecchiume e polvere. Gli occhi caritatevoli del ragazzo calvo. La maschera cinese e la madre trascinata.
– Sono in lutto, mi capite?
I muscoli erano fusi ai ricordi, di rimembranze per le membra ne sentivo andare venire, un grande circuito il corpo. I fasci muscolari bloccati aprivano all’interno spazi… Era il cielo di ferro sotto cui scorrono i vermi veloci sulla ferrovia li ricordavo. Nei muscoli si diffondevano germi di visioni attecchivano ricordi rivisitati. L’enorme tunnel della stazione in scorrimento sopra il capo, la sottospecie di barella volante avanzava, non aveva cambiato colore. Quand’ero bambino il papà mi portava la domenica qui a vedere i treni dal vivo. Non bastavano i trenini con cui far inciampare gli ospiti, in giro per la casa fra le stanze, i bambini non sono stupidi e sanno che le dimensioni contano. Le locomotive qui erano più grandi del soggiorno. Non erano docili i vagoni adagiati sulla via ferrata, non potevi inciampare nel telaio che s’aggancia all’alta tensione. Io ero lì lui era qui e guardavamo, con l’ammirazione di chi i viaggi può farli coll’immaginazione e più lontano più lontano ancora, guardavamo.
Ho nei muscoli ricordi invece che le ossa. Quand’ero bambino, ero alto più o meno così. La barella era il mio mento. Mi spostavo a quest’altezza ignaro delle barelle. È facile sentirmi bambino, a quest’altezza caritatevole.
Per di più dai ricordi sbiancati che provo a riportare qui non posso cancellare il senso di farneticazione. Credo muovessi le labbra il palato molle la glottide. Anche le corde vocali! È terribile parlare contro la volontà e perciò contro se stessi. Cosa dicevo? Di testimoni certo non ne sono rimasti. …È che sentii, a un tratto, la voce fioca e livellata del cinese in maschera. – Una volta che il padre muore, il figlio diventa padre. Fu uno scherzaccio del sistema nervoso? Non è da escludere, tant’è che quella sentenza provenne come da mondi antichi e disumani, da un vortice.
Ma, prima di perdermi totalmente nel vortice, con uno scatto tornai all’immobilità. E subito alla vita. Incornato il nemico, cioè sgrovigliato il mio corpo dalla barella nello stupore dei due, ero di nuovo in piedi. Nello stupore altrui è facile sentirsi belli di fumo e di ventura. Guardavo i barellieri, la maschera cinese con madre accanto, il ragazzo calvo fiducioso con indosso il mio zaino. E… dritto… agli occhi.
– Non sopportavo la sua malattia, la sua follia, la sua debolezza. Così sono andato in vacanza, lasciandolo solo. Dovevano esser sei giorni di pace di agnizioni – e perché, ecco, sto confessando tutto questo a degli sconosciuti? Perché a degli sconosciuti dovrei dire, intanto, che la stagione delle streghe e dei prìncipi mi pareva conclusa? Che c’erano donne e uomini, anche qui sulla banchina, e non certo streghe prìncipi e cazzate? Perché confessare del boomerang del quotidiano che, dopo sei giornate di alienanti follie, mi si restituiva alla nuca? Che addirittura pure l’ottimismo di fondo dentro al quale ero per anni vissuto a Milano, si era concretamente dissolto? Che rimbombava tra i timpani e le staffe il monito acuto dell’infernale Alfredo «divertiti divertiti di».
C’era una ragione morale e psicologica. Ma nessuno avrebbe potuto coglierla. Certo non col cuore e, in generale, al di là delle parole. E difatti lo sguardo colpevolizzante della maschera cinese, che mi aveva accompagnato nel viaggio di ritorno, uno sguardo geneticamente infisso nel prossimo per la forma delle orbite probabilmente, quello sguardo piccolo e torturatore proseguiva il lavorio nervoso. E c’era il muso stolido della madre a contrappunto, o semplicemente muso di malato che, in compagnia del figlio, trascorre gli ultimi giorni di vacanza prima di morire. Immaginazione mia ma in fin dei conti plausibile. C’era l’occhiata del ragazzo calmo fiducioso che non capiva il bisogno. I barellieri semplicemente non vedevano l’ora di sbrigare le formalità. Guardavano oltre il mio petto in fiamme. Non sapevano alcunché della colpa. Quant’è fatuo il fuoco dell’inferno in realtà, pochi lo sanno.
Si offrì in tutta fretta il ragazzo calvo di darmi un passaggio, m’aiutò a svicolare nel labirinto che il malore mi aveva creato attorno. Lo seguii giù per le scale di marmo, attraversammo la grande sala delle biglietterie lui portava lo zaino e un suo valigino bluetto. La notte era afosa e impietosa. L’amico uscì dall’Audi TT nera sportiva. Dopo un bacio due accennati alle guance, il ragazzo calvo spiegò, assistevo a quattro-cinque passi di discrezione. Scoppi d’inflessioni siciliane sotto a un cielo noioso d’estate. Il ragazzo calvo veniva dalla spuma del divertimento, da Forte dei Marmi, sarebbero ripartiti l’indomani. Nel mezzo, stasera in una discoteca all’aperto mai sentita nominare. Consideravano un obbligo darmi il passaggio. E dove? Feci rapido calcolo, inutile telefonare a chicchessia. Andare lì. Si scusò il ragazzo calvo di cuore; che non tirava da una settimana quasi. L’altro fece le strisce sul cartoncino, riluttante che «la polizia è a due sputi…» Il ragazzo calvo aspirò con energia dalla cannula, così il socio. Offrirono e rifiutai. Ma la gentilezza l’apprezzai. E via, compresso nel posto dietro più piccolo del normale. Chiusi gli occhi, lo stomaco l’attenzione alla vita. Guidava da pazzo nel ciclone della vita ne era l’occhio incantato. Andai fuori dall’auto aiutato dal compare, mi veniva meno lo stomaco. Lo zaino fu tolto dal baule come piuma, giù violentemente. Agivano enfatici e a scatti. Stordivano solo a guardarli. Beccai tre quattro cinque pacche da livido alla spalla. – Volete salire – domandai in vortice. Attorno a me il nulla, il naviglio e la mezzacampagna. Loro eran già chi sa dove. Nessuna risposta ma la sgommata la sentivo salendo le scale dell’ingresso. Allunato al quinto piano presi tempo ansimando sul vetro dentro l’ascensore.
Bussai quindi alla porta della vicina. Il figlio non mi guardò negli occhi e chiamò precipitosamente la madre. La signora Maggio apparve in vestaglia sconcertata era mezzanotte.
– Mi dispiace, non sapevo a chi telefonare e avevo soltanto il numero della signora Alice!
– Com’è successo? Quando? E perché?
– Il medico ch’è venuto ha detto ieri notte. Oh santo cielo, il cuore.
– Io torno a casa ora.
– La porta stamattina era accostata, aperta. Ho chiamato il signor Alfredo. Sono entrata e ho visto.
– Non c’era nessuno con lui? E Nalin il badante, dove stava?
Sant’Iddio, ho chiamato io le pompe funebri perché la signora… Hanno portato tutto. L’hanno vestito. Bisogna chiamarli subito! E bisogna bisogna.
Afferrai le chiavi della casa morta dalla mano incerta. Rimanga lì la prego. Se ho bisogno grido!…
C’era il corridoio illuminato dalla lampadina nuda. C’erano le mattonelle sbreccate dell’ingresso. C’era la porta chiusa della camera di botto alla sinistra. Entrai e vidi il letto che fu matrimoniale. Era montato solo il materasso di sinistra, lì come una cosa abbandonata. Né copriletto né lenzuola, nulla. Dalla finestra con la tapparella giù sbordavano interi fili lunari. La bara era allineata, accostata al letto. La luce lunare la faceva apparire meno nera. Come se ci fossero tre letti uno dopo l’altro: la bara sul pavimento, accanto il materasso e poi la rete nuda.
Chiusi la porta della camera non avevo molto da fare lì. Il locale successivo a partire dal corridoio era la cucina era lungo e stretto, e la finestra sul fondo un occhio aperto a metà. Guardai in basso il cortiletto adiacente allo stradone. Passavano automobili larghe e scure smisuratamente larghe e scure. Guardai altrove. Superato lo stradone c’era il naviglio invisibile tra la vegetazione scura. E poi la mezzacampagna e la luna, calma e alta.
Aperto il rubinetto mi accostai al filo d’acqua. Allungai la lingua per sentire il freddo scorrere. E invece la marcia alla turca, di Mozart.
Ascoltai fino al silenzio. E vidi che c’erano quelle chiamate perse, segnate nell’infinità del cellulare.
Avrei continuato a fingere di non sentire, o a non sentire di fingere. Dovevo pisciare intanto. Il bagno aveva incrostazioni da uomo solo.
Oltre l’ultima porta chissà perché chiusa anche quella, c’era il soggiorno ampio e acceso da un lampadario cerchio con tante piccole luci. Tra la libreria bianca a parete tutta polvere, e il divano rappezzato alla parete opposta, c’era il tavolo tondo pieno di cartacce. C’era la vecchia Polaroid. Ad una sedia, il giacchino bluetto estivo con cui l’avevo visto. Incomprensibilmente lo indossai, mi guardai nel vetro bombato del televisore rotto da secoli mi trovai bello. Per uno sguardo più realistico tornai in corridoio là, sopra il mobiletto di mogano col telefono a rotella, c’era una finestra di specchio. Il mio buon padre sregolato si specchiava qua.
Nalin, l’infido e unto straniero che avevo profumatamente pagato con un bell’anticipo, dove era andato a nascondersi? Il telefono a rotella squillò, improvvisamente vivo. Doveva esser sempre lei. Ignorai la questione.
All’una meno un quarto, ancora bussai. Niente, ma si sentiva la voce a squillo della Maggio lontana dalla porta. Al diavolo la discrezione, suonai. Ed ecco avvicinarsi la matassa stridula di suoni. Spalancò e mi fece cenno di entrare. Mi raddrizzai la giacchetta di Alfredo. – È qui, – strillò dentro il telefono. La vestaglia pareva vecchia come tratta da un baule dopo cent’anni. Tornai vivo e no no dissi. Ma la signora m’agganciò all’orecchio la cosa parlottante asserendo: signora Alice!
Tutta quella forma di asimmetrica riverenza verso mia mamma era un poco fastidiosa.
– Il telefono non era raggiungibile! E adesso che non rispondi.
Il cellulare è stato scarico a lungo, e senza possibilità di ricaricare. Prima ero presissimo.
– E lì com’è la situazione?
– È quel che è.
– E come ti senti?
Bene. La signora enfatica guardava strabuzzava colpiva coi piedi a terra.
– Cosa vuol dire «bene»?
– Che tutti prima o dopo si è morti.
Approfittai della pausa dubitativa di mamma per resituire il cordless. La signora prima inorridì, poi fece sì con la testa a intervalli fissi affacciato dalla camera il figlio guardava tetro. Finché, nel silenzio miracoloso il cordless finalmente spento, mi guardò. Io le chiesi.
D’importante in quella conversazione con la Maggio – il figlio che rimaneva sempre a debita distanza da noi – c’era il sudore dei corpi. Nei ricordi quell’estate appare ora come la più fredda. L’infernale afa, seppure con il correttivo della periferia, doveva essersi intrufolata in ogni anfratto microcellulare, in ogni spazio organico. Eppure, il freddo. La signora Maggio, per quanto leggera fosse la vestaglia, grondava sgradevolmente d’acqua. (Forse il Mare…) E io nella giacchetta d’Alfredo, madido sfebbrato. Caldo caldo dappertutto. Ma freddo è il ricordo. La memoria vive le sue stagioni…
Le chiacchiere della Maggio giocavano d’allusioni. Le mie domande erano pigre. Certo che no, la verità non mi interessava. Il figlio guatava ora poggiato allo stipite, porta della cucina. Ora schiena sulla porta d’ingresso. Ora fuori sul balcone. Noi restammo seduti al tavolo di cucina. E poi d’importante ricordo il lampadario, le ombre spiacevoli prodotte da una lampadina di troppa potenza. Ogni cosa era eccessiva. Allusioni confinanti con l’insinuazione. Ombre verbali sulle cose su mio padre. Un vortice di inadeguatezza materializzata aria, tutt’intorno.
E il sudore, il sudore sulle fronti, la vita sconveniente dei corpi. Che altro? Quel figlio un po’ ritardato per la casa. Era. Era l’ennesima dimostrazione che l’esistenza spesso è appiccisosa è inoffensiva è ridondante.
Tornai nella casa morta, solo e pieno di sospetti, con un mucchio di cose da fare. La vita è anche questo, mi dicevo sbalordito di tanta semplicità. Nel caldo-freddo meditavo il da farsi.
Dovevo telefonare avvertire urlare immediatamente. Eppure cominciai a vagare, negli ettari delle vecchie mattonelle e attraversando gli archi delle porte di spessori chilometrici. Nel palmo della mano il biglietto da visita delle onoranze funebri cartoncino liscio appuntito inarcato.
Il telefono era lì, in un’altra nazione.
«L’agenzia di pompe funebri San Giuseppe offre servizi funebri completi. Vanta massima serietà e discrezione. Il servizio è notturno, diurno e festivo. Reperibilità 24 ore su 24».
Ho continuato a compitare nella mente in viaggio queste frasi a lungo. Il numero di telefono era scritto in grassetto e sottolineato. Pensavo alla burocrazia della morte, all’indicibile detto male che fa tutto più insignificante ci pensavo e pensavo instancabilmente quando mi venne in mente il lampo cremisi della separazione. All’orizzonte c’era l’inamovibile squarcio attraverso cui era passata la mia giovinezza. Pensavo, affaticato infuriato, la separazione dei miei genitori era finalmente completa. La burocrazia della vita aveva autenticato la separazione della coppia mentre io cercavo di essere bambino. La burocrazia della morte avrebbe ratificato la cicatrice avrebbe timbrato la dissoluzione. Pensavo a quel maggio dell’ottantasei in cui la mamma mi aveva preso per sé Alfredo era all’osteria sotto casa. Eravamo saliti nell’automobile per lasciare questa casa per sempre. Pioveva? Era buio? Tramontava? Ho ricordi strani, mi dicevo, come se della separazione serbassi delle memorie duplicate conservate in una galleria di dipinti: ecco là una Separazione con pioggia, bella questa Separazione notturna? e come pare al Lettore questa separazione sulla linea del tramonto occhi sgargianti le primule fantastiche spennellate nel cielo diviso? Separazione quindi impossibilità di toccarsi, separazione ovvero l’originarsi di un miraggio del contatto. E puoi lanciare le mani nel vuoto rischiare l’assoluto ma è una barriera sistemica. Impossibile sfiorare.
La signora Maggio era una vecchia amica della mamma, guardavo, e aveva accompagnato noi due – in tutti i quadri della galleria la signora Maggio appare in diverse vestaglie, – ci aveva salutato lacrime giù dagli occhi e musona. Era strano, mi dicevo, nel momento della separazione ero tutto inebriato. L’impressione era quella d’incominciare una vacanza, un lungo viaggio avventuroso verso una savana bambinesca e cartonata. Di fatto, a sei anni ero l’unico spettatore vero di questa separazione, seguì il divorzio in sordina. La signora Maggio, ora mi dicevo nel corridoio cavernoso, è un po’ stupida. I gesti smaniosi e semplici la fanno somigliare a una comparsa malpagata. E quel figlio quarantenne mezzo scemo è la sua poetica ombra.
Sono io la Separazione… Ho cominciato questo libro coll’idea di scrivere un libro sull’infernale Alfredo. A distanza di anni e a bocce ferme l’idea mi era parsa sensata. Ma non avrei – ecco l’intenzione – in nessun modo coinvolto la mamma in questa partita. Doveva essere il libro su Alfredo, e di Alfredo in qualche modo. Iniziando a scrivere ho tenuto ferma l’intenzione di non coinvolgere la mamma. Perché io sono la Separazione.
La primavera dell’ottantasei la coppia si divise definitivamente. Ma una Separazione è difficilmente istantanea. Permane come un’ombra nel tempo. La Separazione dura il tempo di una vita è forse la vita stessa. Alfredo quando vide la casa vuota e intuì la disgregazione s’arrabbiò. Nel maggio dell’ottantasei Alfredo non voleva alcuna Separazione. Minacciò la mamma e rivendicò i suoi diritti. I suoi diritti non avevano rovesci. Disse che sì non era stato forse un buon marito. Aveva commesso sbagli aveva sì, aveva deragliato. Minacciò la mamma e non so io come venni a saperlo.
Alfredo non poteva reggere la Separazione, pensavo atterrando sulla mattonella successiva nell’ombra della cucina. Alfredo, pensavo, si era dato pena di muovere ogni possibile pedina. Aveva detto insomma di tutto. Non so come facciano i bambini a sapere quel che sanno. Non mi pare importante non. Comunque dicevo: sono la Separazione.
Alfredo minacciava e la mamma s’impauriva un poco. Ci eravamo trasferiti nella casa della nonna in centro a Milano. Io ancora mi sentivo in vacanza. Gravava però la minaccia del ritorno a casa. La minaccia di Alfredo su Alice. La primavera dell’ottantasei fu una zolla nel cielo con su due margherite. Ovvero compresi che ero la Separazione che avrei dovuto esserlo per sempre. In una frase, era un mio compito quello di proteggere Alice da Alfredo.
Ero la Separazione dovevo tenerli a distanza. Percepivo l’esuberanza del mio buon padre sregolato dovevo separare. Chi altri poteva proteggere la mamma? Chi aveva anzi il dovere di preservare l’integrità della generatrice? Chi avrebbe potuto innescare il dispositivo di contenzione meglio di suo figlio… C’era altro da fare forse? La protezione della mamma non è mica un dovere del figlio? Tutte queste domande non avevano forse una risposta unica, filiale? E se fallivo?
Io sono la Separazione, sono i Pirenei che separano le zolle e sono eventualmente le Alpi di confine. Io sono la Separazione e lo sono dacché mondo è mondo.
Così, pensavo iniziando il libro e pensavo allora, devo tener lontana Alice dalla storia di Alfredo. Quasi quasi, iniziando il libro pensavo, non dovrei fare il nome della mamma, Alice. Dovrei proteggerla dalla storia d’Alfredo. No, iniziando il libro mi dicevo, la mamma è sempre la mamma. Inconcepibile escluderla del tutto dal libro, dalla vita d’Alfredo. La nominerò pochissimo, iniziando il libro mi dicevo, ne parlerò solo se strettamente necessario. La mamma sarà come una comparsa illustre, un cammeo. E difatti la mamma è lontana da questo scritto. Il vivo e vero sorriso, non scritto, senza tutti i bei denti campeggia su una versicolore anzianità assai lontano da qui. È una vecchina allegra benvoluta dal vicinato. Non le farò il torto di trascinarla in queste storie perverse. Devo tenerla distante, pensavo iniziando il libro e penso ora, non devo coinvolgerla. Ti tengo lontana da questi spazi, pensavo allora e penso ora, focalizzandomi sul piano di cucina dai fornelli sporchi, io ti proteggerò da queste storie. Benché non abbia più gli occhi giusti per leggere, ora penso, è mio dovere proteggerti perché sono la Separazione.
Vago nella credenza d’Alfredo tutta impolverata addirittura dentro. Divago e cerco caffè.
La paura della mamma non si è giovata dell’espressione. La mamma del papà ha poi sempre avuto paura, dalla Separazione. Ma, penso genericamente camminando sulle pareti della credenza, non è mai riuscita a esprimere questa paura. Non è la paura disonorevole dei vigliacchi, è la vita stessa. A volte la vita è paura sì, ma più frequentemente la paura è vita. Non c’è nulla che somigli più alla vita della paura. Questo voglio dire. E, pensavo genericamente nel zampettarmi la credenza come ragno, Alice ha avuto paura. Non è qui? Mi ha lasciato a vedermela da solo con il corpo nascosto e fermo di mio padre? Non ha colpa, pensavo, la sua paura è legittima. I defunti depositari di litigi irrisolti non sono il massimo ha ragione.
Di caffè neanche l’ombra, benché la cucina sia da ombre colonizzata. C’è tanto di quel disordine, sui mobili nella credenza, che potrebbe esser perso definitivamente. Caffè caffè, di te tutti hanno sempre bisogno, oh caffè. Canticchio la frasetta e con la giusta intonazione. Un Corriere della Sera sul tavolaccio. Due vacue scatole di fagioli. Bollette Enel disseminate a sinistra dei fornelli. Un posacenere nel piatto della bilancia, quasi un chilo. Una forma di formaggio ritratta su un coupon di un grande supermercato incagliata sotto il posacenere. L’anomia del cosmo d’un ateo, non fosse per la Madonna cartonata spinta al muro tra credenza e mobile basso. Occhi fragili.
Niente, benché la caffettiera sia sul fornello piccolo, quasi a sfidarmi. Mi balena la confezioncina del nescafè, sempre necessario alle vacanze da sballo, e da ballo. Lo zaino lo zaino. Così enorme e a tal punto introvabile. Sparito nel disordine evolutivo di Alfredo? Ingurgitato dal caos inerte? Ma che, e sono stupido stupido stup… Ido… Idolo rimani il mio idolo. Spalanco l’uscio. Due passi e mi trovo davanti all’ascensore. Sbircio nel rettangolino. Il mio zaino è là. Dimenticare un simile fardello nella cabina astronomica dell’ascensore. È una pazzia, ma ci pensano le circostanze. Notte fonda attorno alle due, nel cominciamento d’agosto in un palazzo desertificato siamo forse io la strana vicina e il figlio mezzo matto, rifletto, nella luce sporca dell’ascensore, abbagliato affascinato dalla giacchetta d’Alfredo nello specchio irradiante.
Oh il nescafè, il nescafè solubile aveva nell’anno infernale 2010 il sapore del fango e abbastanza fondo per sprofondarci e ricordare e ricordare – come fosse un’era psichica lontanissima – i caffè sorbiti quasi sempre amari nella Viareggio immortalata. Il nescafè mi portava a altri caffè meno amari, più ignari. Nella tazza sbreccata, i granuli solubili ancora evidenti nell’acqua rugginosa semifredda, scorgevo bocca nasino ciglia di Manuela. Quant’era lontana Viareggio? Quasi avevo l’impressione mi stessi inventando i ricordi. Era esistita Viareggio? È una tisana sciamanica, il caffè solubile soluto di fronte al problema, «morte», insolubile. Il volto occhi chiusi affiorò dai fanghi nescafè e aveva il sembiante di una statua.

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8 Risposte to ““I plagi”, di Daniele Muriano / secondo estratto”

  1. enrico ernst Says:

    … passare da lì (primo estratto) a qui (secondo) mi ha tutto scombussolato… mi sembra di capire il senso: Daniele è quello e anche questo… però: doppio salto mortale… volevo chiedere a Daniele: come arriva questa scelta di ambiguità continua tra narratore interno ed esterno. A volte pare una scelta non fatta all’origine che diventa poi qualcos’altro – un turbamento dello scrittore…

  2. gian marco griffi Says:

    Mi piacerebbe leggerlo. Davvero. Ma annusandone le pagine prima, durante e dopo. Spero che qualche editore mi dia la possibilità di farlo.

  3. dm Says:

    Grazie, Enrico. (Attenzione, faccio spoiler. Si fa per dire. Nel romanzo a questo punto è già stata costruita la focalizzazione schizoide del personaggio. Altrove Angelo parla di sé in terza persona, o si vede come una identità intermedia tra sé e Alfredo, nominandosi “Alfredo-Angelo”, più avanti parlerà alla prima persona plurale e, in qualche caso, alla seconda plurale. In tutto questo, Angelo diventerà effettivamente il personaggio di Alfredo, a tre quarti del romanzo).
    Grazie Gian Marco, sei gentile. Spero proprio.

  4. gian marco griffi Says:

    Nell’attesa mi hai fatto venire voglia di rileggere L’urlo e il furore. E sì, in generale nella mia vita cerco di essere gentile, per quanto posso, ma in questo caso non si trattava di gentilezza.

  5. Alexander C. Says:

    Bellissima l’immagine del figlio che cerca ancora il padre nella desertica solitudine di una casa piena di cose, dove, come in tutto il testo, si continua a partorire immagini e parole a ruota continua.

  6. A refus A refus Says:

    Buongiorno Giulio.
    Sarei interessato a leggere tutto il romanzo.
    Come posso fare per contattare l’autore?
    Grazie.

  7. dm Says:

    L’urlo e il furore mi è servito da modello formale – nel mio piccolo – per scrivere alcune parti del libro. E volevo dire che mi è salutare sapere di aver fatto qualcosa di utile, solo questo. Gentile farmelo sapere.
    Alexander C.: grazie.

  8. dm Says:

    (M. Timpano. Visto ora il commento. Ho scritto un’email. Grazie).

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