“I plagi”, di Daniele Muriano / primo estratto

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di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblicherò alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il primo estratto. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič]

[Chi volesse, può prelevare l’estratto in pdf.]

L’ultimo giorno del notevole luglio dell’altrettanto notevole anno infernale 2010, me ne stavo in treno, cogli occhi fissi fuori dal finestrino (vedevo gli occhi neri e tristi, ma prima di tutto stanchi), accompagnato dal sole nel viaggio di ritorno verso la notte, il chiasso dei bambini mal sedato dagli adulti che tuttavia proveniva come da un altro mondo, un mondo in cui i genitori non soffrono, in cui i figli diventano figli ad oltranza e i padri diventano padri, sempre più padri, e i figli non si fanno carico dei padri perché sono figli, a oltranza, sprofondavo in questa nebbia cognitiva e allineavo la personalità a poco a poco con l’Io diurno il Responsabile o, per meglio dire, l’Uomo.
Trent’anni trascorsi nel nulla più significativo. Un uomo di trent’anni, mi dicevo ora con la nuca ben aderente al sedile gli occhi chiusi, ignoranti.
C’era una volta un uomo. Ci aveva trent’anni, e partì per il Mare in cerca delle streghe cattive. Si adoperò in modo che i piccioni viaggiatori, che a quell’epoca erano forieri di cattive notizie, quasi quanto le streghe: in modo che i piccioni e qualunque forma altra di messaggero non potesse raggiungerlo, altrimenti, e di questo era sicuro, non avrebbe potuto dedicarsi con tutta la propria arte magica alle streghe cattive. Ne fece prigioniere cinque, le tenne lì nel suo castello di tela – che si portava dietro, come una lumaca il suo groviglio d’osso, in quei viaggi. Ma il trentenne era un principe buono, e le lasciò fuggire dopo poco tempo, le trafisse ma non le uccise con il suo bastone magico. Il mare era lì, ad ascoltarlo a suggerire e ad aiutarlo, in un modo invisibile, nelle sue imprese. Il trentenne ascoltava il mare di sera soprattutto, quando i gabbiani sconfinano nell’azzurro. I gabbiani non portano brutte notizie. E il mare non sa parlare. Mormora e maledice benedicendo.
Mi svegliai ipnotizzato. Tirai su le palpebre, la vecchia di fronte dormiva, sembrava affaticata. Gli occhi a mandorla, i capelli neri schiacciati sui lati, il cranio secco, denutrito. La maschera cinese al suo fianco mi guardava. Che baffi! Uno di quei personaggi minori che nei film americani ti fanno accapponare la pelle: aguzzini… torturatori professionisti. E questo, figlio della vecchia, mi guardava nel modo mite e perciò inquietante di un personaggio tutto crudeltà e precisione tecnica nel fare il male. Non potevo chiudere gli occhi. Il sole era esattamente nel punto in cui rimaneva prima di cedere al sonno e alle fantasticherie.
Ricordo perfettamente quell’attimo.
Erano passati sei giorni.
Sei.

Non aveva voluto più essere uomo quando nel tardo pomeriggio aveva visto le tre creature accanto a sé. Anna la trentenne, Ingrid ben ventiquattrenne e Herta la più piccola, la più ingenua, la sua preda – perché non voleva più essere uomo, ho detto. Erano le sue vicine della tenda montata perfetta e dopo rocambolesche disavventure tra la spuma del divertimento fino a notte, gli riuscì d’imprigionare Anna e non Herta la più piccola, la più ingenua.
Svegliatosi con accanto l’odore di strega, l’uomo che non vuol più essere un uomo, esce e chiude la tenda così da fuori non s’intende se è vuota o c’è lui. Ciabatta in accappatoio al bagno con il beauty in mano. E, quando uno specchio si libera, ci guarda dentro il ragazzo che subentrerà, che si svelerà.
Eccomi. La morchia degli anni scivola sul lavabo. Faccio scorrere. Ripongo il rasoio MACH3 nel beauty, finalmente glabro. Ho… diciamo. Sospiro. Ho ventitré anni! Corroboro la mia identità con la decisione di reagire con ventitré! alla domanda quanti anni hai? Vale 7 anni 7, questa barba posticcia che ormai cresce inesorabilmente. Twenty-three, mi scopro a rispondere allo specchio. E una valanga di giorni alle spalle confluisce nel buco caldo sessuale sul pavimento. La neutra pioggerella pagata 10 centesimi al minuto si mescola sulla pelle alla polvere dei giorni e la trascina nel buco, lo scolo di ogni sporcizia.
E ora? Mi guardo attorno e decido: Herta o una Herta qualsiasi.
Sono nella piazzola tedesca, c’è Ingrid, la sorella di mezzo. Anna sta dormendo, dice, sorriso maliziosetto. E dov’è Herta? Focalizzo tutta la possibile naturalezza nella domanda che deve sembrarle casuale come d’uno che per cortesia standard s’interessi al destino delle sorelle della concubina.
Ormai scopertamente seguo il raggio che promana dall’indice di Ingrid e si schianta su questa terraccia.
– Ciao sono…
Io sentivo nella tasca la pietra dura del telefono cellulare. La mia libertà premeva sulla coscia. Si contrapponeva fisicamente al corpo morto del telefonino, ma dagli occhi non traspariva. Mi facevo tramite di un’intensità altrui dal momento che, in piedi nella piazzola assolata, mi avvertivo un estraneo. Ero, ad ogni effetto, un estraneo, ma ancor di più mi era estranea la Volontà, quindi si può dire che fossimo due: la mia mente crudele e la Volontà, cane sciolto in calore. La Volontà è il corpo. E Schopenhauer c’entra poco. La forza oscura che ci governa è la Pornografia.
– Io sono… Angelo, io – mi identifico.
Tutti mi si voltano Herta compresa. I suoi nuovi amichetti sono fulgidi elementi di discontinuità con la vita del giorno prima e dei giorni prima ancora. Sono nuovi, vecchi stereotipi incarnati in uno straordinario mucchietto di identità risparmiate per ora al tritacarne multigenerazionale. Ci giurerei. Nessuno di questi fuscelli sa cosa significhi effettivamente il mondo del lavoro. Ricordo di aver pensato grossomodo a queste scemenze adultizzanti, un secondo prima di tramortirmi nel vortice delle presentazioni. Un Mattia, un omonimo Angelo un Giovanni suo fratello (due gocce d’acqua) e poi un Francesco e l’aggraziata fidanzatina Alda e poi ho dimenticato gli altri nomi: mosconi temporaleschi ad ogni modo tutt’attorno all’Herta e, calembour, tutti all’erta per Herta; scombussolati e senza più alcuna bussola, fragili e vulnerabili nel loro macismo. E c’erano quindi Furio, e Mirko con la lettera K, timido e fuori luogo come la lettera K, tutti assorti e qui li comprendevo nel mito della grande Germania. Herta era perfetta e non vorrei proprio deturpare la memoria riproduttiva maschile perdendomi in accorate descrizioni. Mi salutò come un vecchio zio ma potevo sbagliarmi. Notai subito quanto indifese fossero nel mucchietto di esterofili le grazie tutte italiane di Manuela, diciottenne sventata e dalla precoce mente criminale come venne fuori poi, a cui mi presentai con un insolito, per me anche, baciamano sonoro in preda all’entusiasmo di rinascita. La loro accoglienza fu tiepida, come si usa sempre coi pari penetrati in un territorio ben marcato in caccia di esemplari femminili, di emozioni forti di contrabbando. Per pranzo proclamai un menu a base di spaghetti ajo ojo e peperoncino, appena preso il polso della situazione. Prima di mettermi alla testa di un plotone di giovani che avrebbe fatto spesa nel market, oppure un attimo dopo, i contorni sono sfumati, diedi ad Anna il buon risveglio, da farle intendere che la notte è notte, ma il giorno è un’altra cosa, bacetto sulla guancia colpevole e chiaro per chi avesse inteso la lezione di Giuda. Ma lei, Anna, infermiera tedesca fiera e indipendente aveva un’impenetrabile corazza d’alluminio torno torno all’affetto.
Nel market non c’erano speranze di avere ragione delle recondite renitenze giovanili, e poi c’è che, per quanto inavvistabili le nubi nere che pesano sopra i giorni non ancora vissuti, un sentore è possibile avercelo, sempre: col cuore con i muscoli flessi e duri con le gravi ossa dentro al corpo e, certo, con il cazzo scoperto nei jeans forati mozzati alle ginocchia, con tutto l’armamentario della vita sentivo e da vicino anche la perturbazione che avrebbe disarcionato il cavaliere in vacanza dalla sella di ciò che si può controllare. Sarei cascato sulla terra nuda e sparsa dei frutti più inquietanti che l’inferno concede a questa Terra. Ero vivo ed era di per sé un buon indizio. Ora a distanza di anni, mentre scrivo ho la pretesa di sapere, senza dover motivare, che il sensuale e orrorifico peso delle nubi dei futuri disastri possa essere avvertito, da chiunque senta e sono pochi, il bisogno di avvertirlo.
Ma voglio giustificare la mia colpa, il mio reato? E’ possibile che le troppe parole nascondano la paura di venir giudicati. E i gesti naturali di Manuela sulla cassa, il suo cinismo sopracciliare e le forme di rottura nei confronti del mondo dei grandi come li giudicai, io, al momento, io che so spendere una quantità di pensieri pur di giustificarmi, di scarcerarmi dalla morale corrente, dal giudizio universale sulla terra?
Perché ridevo? La spiegazione c’è. A volte il dolore è così forte e, al tempo stesso, così inavvertito da incanalarsi nei fasci muscolari come fosse l’impulso alla risata. La maschera facciale si tende stressata, gli zigomi s’irrigidiscono e sotto gli occhi due minuscole sacche di dolore alimentano la macchina della falsa risata. Come quando si ride per gentilezza o per convenzione ma c’è poco da ridere, ci sarebbe da scoppiare a piangere, o da scomparire definitivamente.
Il rettangolo del pavimento con:
1. I piedi di Mattia tutti terrosi e sporchi.
2. Le infradito di cuoio di Manuela. Strette sopra un’espressione d’unghie infuriate rosse.
3. Le scarpe Nike nere di Furio con il marchio a baffo cancellato sparito.
4. Le mie infradito sgargianti. Ma davvero erano mie? ero io?…
Herta guardava, i suoi grandi occhi blu innocenti oltre quella vetrina.
– Ma che fai, – e rido.
– Così imparano a lasciare sguarnito il luogo di lavoro, – dice. Movimenti.
L’espressione infuriata delle sue unghie si avvicina ancor più al registratore, scatto del cassetto. Furio è in bilico, diavoli e angeli se non risiedono oltre la vita almeno vivono dentro le cellule, in uno scontro continuo di pulsioni e attraverso le mitosi della scelta.
Grande Manu. Dice – Grande Manu. E’ pazzesco, penso sùbito.
Ma è anche bello, dicono i diavoli.
Lo sguardo blu terrorizzato si spegne, non guarda più ai ninnoli, alle cineserie che un attimo fa erano lì lì per essere comprate. Ad Herta non gliene frega più niente delle balordaggini del turista. Si rende conto.
Andiamo andiamo! E’ Mattia a sferzare adesso.
Manuela è bellissima. Gli occhi grandi e neri, lo scivolo del naso su cui scendono le sue idee bambine uscite dallo sguardo.
Scappiamo.
Ho dovuto prender Herta per un braccio, ho ventitré anni, potrei benissimo essere il suo amichetto del cuore, un poco più grande. Abbiamo derubato il negozio, cara mia, e ha importanza se sono soltanto cinquanta euro?!
Manuela.
Non c’era alcun dubbio che nel viaggio del ritorno all’improvviso mi sarei ricordato di lei.
Prevedevo quasi l’istante in cui, avvolto in un attimo eternizzato, mi sarei ricordato di Manuela come il centro nevralgico e vivo dell’intera vacanza, il suo corpo rotondo e multiforme nel mezzo di quell’orrore sessuale la sua fica come via di scampo…
– Non c’era altro da fare, avete capito? Che siete. Tutti dei babbei… La scema del market era andata. Aspetta e aspetta, non torna, se ne frega! E se a lei non importa, che ce frega a noi? Dio è ladro no? E’ ladro quanto siamo ladri noi. Siamo d’accordo, e su questo non ci piove. Cos’ho fatto di brutto, ho aperto la cassa e mi son presa a prestito questi qui! Venti quaranta… Andranno in miseria per un cinquanta euro? Davvero state a farvi problemi? Siete pazzi, e nella vita non andrete da nessuna parte! Io me li godo. Perché, sapete, io godo. E se Dio è un ladro io non mi tiro indietro. No, no. Nessuno ha visto, per davvero. Cioè sono nostri: miei e di chi con me vuol goderne. Capito?!
Ansia generale. Per non tacere di Herta, povera mirabile Herta. Ci segue al market convinta di andare in cerca di ingredienti per la magica pozione, – che suono misterioso e fragrante potrà esserle sembrato ajo, ojo e peperoncino, ah la strega – e si ritrova invece complice di un furtarello, che alla lente terrorifica d’uno straniero a Viareggio dev’esser come esultare mani in alto! alla Banca Popolare di Milano; povera.
– Aò ci divertiamo.
Da milanese inerte linguisticamente non ho dimestichezza col romanesco e riporto quindi il cuore semantico delle parole di Manuela. Se Manuela è una mia Lettrice, mi perdoni!
Mio padre. Pensavo al buon padre sregolato, alla sua faccia scura nei momenti chiari. Al suo volto luminoso nei momenti più bui. Ma anzitutto alla sua espressione facciale. Per questo lo invidiavo. Giuro che lo invidiavo. Riusciva a configurare le rughe d’espressione che erano molte e duttili, in modo da mostrare al mondo la smorfia perfetta. Di solito la smorfia più irriverente e anzitutto la più beffarda. Come se il mondo non fosse un luogo pericoloso. Una costellazione di luoghi del pericolo. Come se lui, Alfredo fosse il signore di tutto, godesse di uno schermo di protezione invulnerabile e nulla, ma davvero nulla lo potesse insidiare.
Penso a papà. Gli racconterò di questo, di Manuela quant’è vipera anche a prima vista, di ciò che sento sta per accadere con Manuela e, davanti a tutto, della bravatina di quest’oggi. Ecco a cosa sto pensando mentre, senza badare al cicaleccio, sprofondo con la mente dentro alla disordinata e assolata piazzola di questi romanacci. Siano benedetti! E poi mi dico: quale sarà la reazione di papà al mio racconto? Che dirà di quello che, fino a prova contraria, è un atto esecrabile e a fin di male?
– Angelo. Non ti sei divertito? Perché è importante, più importante delle cose veramente importanti. Che c’è nella vita di più determinante? Divertirsi è più di un comandamento, ricordati: devi divertirti che la vita è sempre breve.
Ma papà è malato, pensai.
E poi i vortici di fumo del futuro si mescolano all’aria chiara del vissuto presente, e ci sono i due innamorati, Francesco con l’approssimazione di paternità nell’abbraccio, stretta al fianco, mano sul tirante di una tenda la biondina Alda aggraziata e superba (invulnerabile al fidanzato così sembra), e c’è Mattia che ovunque vada è a piedi scalzi, neri e un’aria poco raccomandabile nelle fossette sotto agli occhi – giovane predicatore della Gioventù come Manuela occhi grandi.
Io mi chiamo fuori da tutto questo caos. Fatti vostri, eh! Dice il cauto, ma ingovernabile e implasmabile omonimo Angelo. Ha unicamente il nome proprio in comune e già è abbastanza per me dal momento in cui so che lui, ventenne assennatissimo, fa ciò che io dovrei fare. Forse è lui l’Angelo ed a me spetterebbe un nome da diavolo. Scuote i capelli lunghi biondi, fa ciao con la manina e supera gagliardamente il tirante da terra ad albero con un balzello. E’ un balzello per accedere alla piccola, inabitabile terra dei miti astutamente.
Restano gli incauti, il brusio velato dal romanesco che si strappa e, sulla terra secca del mezzogiorno con i fornelli gli zaini la vita in pillole cosparsa, rimangono le estremità guerriere di noi della banda, anche i piedi desideranti dei fidanzati si accomiatano e vanno al mare, o al Mare, Giovanni e il suo fratello-clone dagli occhi scuri con la medesima dose di macho ciangottano qualche stronzata e si levano, prendono il sentiero che porta ai bagni e poi andranno al mare a far cose più serie («A dare alle mignotte il pane!») e… e la ciurma di cui non mi è rimasto nome li segue, sputando sentenze dialettali o proprio sputando, a terra, giovanissimi. E al passaggio della ninfa dalla lunga bandiera nera, gambe strette al biciclo, fan su la schiuma per la bocca, giurerei che qualcuno si è provato a fischiarla ma senza averci un’autentica poderosa virtù maschia! Noi della banda azzanniamo i desideri alla vita.
Le tre piuttosto fanno un lungo concilio, dopodiché decretano incredibilmente la fine di ogni rapporto. Le vedremo poi, sotto il sole urlante, in balia della vita speciosa delle turiste che osano il topless – e sorelle, per giunta, il che mi dà tuttora un brividino lungo la schiena. Le vedremo e non le vedremo nel pomeriggio, intrapresa una china nientificante ma la sola pensabile alla nostra età! Io l’unico bianco, tra giovani canonicamente abbronzatissimi, l’unico capace d’apprezzare quel lampo di giovinezza. Loro, le tre sirenette offese, indignate dalla pasta di cui certi italiani son fatti, per non parlare della pizza o del mandolino, insomma, bloccate dentro a corazze teutoniche di ferro, non ci degneranno di sguardo, naufraghi troppo al largo del loro mare.
Ma ora ci troviamo in un momento preparatorio. Furio ha i capelli ritti, sta imparando ora l’impeto della crudeltà dei giovani. Una bocca sfornata l’altro ieri senza ancora materiali verbali presentabili con cui riempirla. – Se ne accorgono secondo voi? – dice ma svolge il tovagliolo per poi subito ricomporlo, eloquente. Occhi neri porcini. Mattia se ne frega, la sua faccia da borgataro cinematografico è il ritratto dell’indifferenza e pochi foruncoli che lo tengono occupato.
Mirko con la lettera K, giusto un pizzico di crudeltà ammirativa a rinnegare le apparenze nerd – oltre il vetro degli occhiali pieni nuotano gli occhi, – e quindi sintonizzato sul suo capo-amico il quale spande diaboliche frequenze; poi si informa:
– E’ vero. Pensate anche voi che le bagasciotte della grande Germania potrebbero tradirci? La fichetta più giovane Herta, era terrorizzata al massimo! Neppure avessimo ammazzato qualcuno, è gente quella che ci va a denunciare diritto alla reception! Quando voi siete tornati è possibile che nella loro maledetta lingua le tedesche abbiano deciso di tradirci?
Guata tutt’attorno il tavolo, in attesa.
– Allora, siete tornati con la refurtiva, e a un certo punto pareva di essere in una mensa di ospizio, tutti scandalizzati, spaventati all’idea di andare al gabbio, tutti si sono dissociati… Secondo voi sarà una cosa normale? Per me, no, no…
Guarda la cameriera impalata, una tardona per fortuna.
Mirko non ha partecipato alla rapina, penso guardando il vestitino liso e troppo stretto alla cameriera, ed ha l’eccitazione di chi s’unisce alla carovana e non ha responsabilità, quanto è vile la gioventù?
Mirko, e con la lettera K.
Alle spallone di Furio occhi porcini il quale siede di fronte a me, tavolate di nordici indiavolati in conversazioni fragorose e a sinistra, giù dal pavimento dell’interno, sui tavoli esposti alla ghiaia gli fanno eco quattro ragazzoni biondi.
La sala è piccola, con alle pareti stampe gradevoli del porto, vecchi tavolacci e sedie traballanti ma belle, potrà accogliere una trentina di corpi stretti non più, gli altri all’esterno sulla cintura di cemento cintata da una siepe ben pareggiata, gente rumorosa comunque che fa da sé e fa per tre.
A sinistra dunque la porta a terra fissata con lo scivolino in legno e dalla parte opposta il fremito delle perline unite in due trecce sulla porta di cucina. Gente stressata, questi camerieri. Di fronte oltre le tavolate ben addossato al muro il frigobar da cui mani pratiche sfilano bottiglie e bottiglie e bottiglie, birra a volontà, purché pagata, e questi stranieri bevono e pagano che è un piacere. Ombre anche di giorno all’interno, poiché il tendone sprofonda in una mezza penombra la sala gremita, e i faretti ai quattro angoli devono accendersi, s’aggiunge l’ombra strana e quasi invisibile della luce sferzante di un televisore ammutolito, il tg4.
– Abbiamo scelto – fa Manuela cogli occhi grandi ancora più grandi e insopprimibile nella sua sferzante grazia marina, le onde di carne sulle braccia rimpolpate e l’aura innocente della sua incapacità di intendere il male, ma forse il Mare sì.
E’ bella quanto è bella la città eterna. Le pieghe della polpa del suo corpo, tutte le fessurine impercettibili e le fossette per non parlare dei buchi profondissimi in comunicazione cogli organi fanno parte di una topografia naturale a cui non sono abituato: a Roma andai ciecamente nell’estate d’inizio millennio per motivi esclusivamente scoperecci e vidi per quattro giorni solo il corpo della mia lontana cugina con cui all’epoca io trafficavo. Roma la intravidi sullo sfondo delle conversazioni e delle camminate nell’odore di una focaccia. Ora è lì. Il colosseo per arcata dentaria, la linguetta gladiatrice e i leoni d’ossigeno che scannano entro quella bocca. E quanto bella potrebbe essere piazza di Spagna sul suo addome tenebroso nella notte. E il corso Vittorio come lo chiamano, l’umido e caldo buco in cui mi inoltrerò a cercare la pace, la salvezza temporanea delle endorfine. Tutto questo mentre fa da interprete per la tardona di cameriera – donnona spagnola o giù di lì in abito strettino che vive continuamente di rimproveri da parte del padrone del ristorantino interno. Manuela esige che noi tutti ordiniamo Lo scoglio, tra le pietanze più costose nel menu che manipola davanti alla cameriera, occhi fuori basita. Pago io, dice. Apre un sorriso di speranza per cui se fosse maschio dovrebbero farla papa. Ma lei è la capitale è la città eterna.
Non riesco purtroppo a far rivivere qui la sua voce scura popolaresca, né la mania tutta romanesca di sconvolgere i suoni palatali, ma forse è sufficiente, per chi sa la vita, che dica: mi addentrai tra le forme scure e odorose della città.

[Vai al secondo estratto].

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20 Risposte to ““I plagi”, di Daniele Muriano / primo estratto”

  1. Manuela Boz Says:

    Bene!
    Mettetevi comodi, leggere Muriano è un impegno che premia.

  2. gian marco griffi Says:

    A me interessa, peccato non essere un editore. Bel titolo, “I plagi”.

  3. Giulio Mozzi Says:

    A me ricorda un po’ Le perizie. Come titolo, dico.

  4. gian marco griffi Says:

    Ci ho pensato anch’io alle “Perizie”.

  5. Ma.Ma. Says:

    Ehm, ho letto. Mi è rimasto addosso un po’ di roba, come la cadenza della scrittura, e qualche immagine: uno su un treno, qualcuno al mare, un furterello da negozio, Manuela grassottella, e boh, un padre a caso e Roma. Sono confusa: non so che cosa ho letto di preciso per cui mi scuso. Magari va letto più volte. Magari è una parte centrale del romanzo che fatico a capire… detto altrimenti: le frasi, alcuni paragrafi arrivano ma mi sembrano tutti spezzoni sconnessi tra loro, parti di un delirio che fatico a seguire, una non storia fatta di flash casuali.

  6. dm Says:

    (Grazie Giulio, per quel che fai per questo libro.
    Grazie Manuela, Gian Marco, Ma.Ma. per avere letto e commentato qui.
    Ma.Ma: sono le prime dieci cartelle del romanzo).

  7. Ma.Ma. Says:

    (Psichedelico! Ma ricordo una lettura a Bologna… c’è ben altro, mi sa 🙂 )

  8. dm Says:

    (Ma no, è più o meno tutto così).

  9. Simone Salomoni Says:

    Se sono le prime dieci cartelle del romanzo, grande incipit. (E aggiungo: l’io lettore fatica a staccarsi da una scrittura siffatta.)

  10. dm Says:

    (Comincia così, sì. Sei gentile).

  11. Fiammetta Palpati Says:

    Trovo che sia una voce interessante. Capace di portarti all’interno dell’io narrante e della sua visione – concordo con Manuela: psichedelica – senza tentativi di sedurre il lettore con ammiccamenti stilistici. E questo mi pare un pregio per una scrittura che, da queste prime cartelle, mi dà sì l’idea di essere ribollente, ma anche di aver trovato un canale di sfogo dove il fluido incandescente scorre comunque sotto controllo. Ora si tratterà di vedere se una simile operazione è in grado di essere sostenuta per tutta la narrazione e dove porterà. Ho idea che per saperlo sia necessario innanzitutto essere disposti a lasciarsi trasportare. Dunque aspetto di arrivare alla fine.

  12. Simone Salomoni Says:

    (No, Daniele. Non sono gentile.)

  13. dm Says:

    (Grazie, Fiammetta, speriamo.
    Non volevo ripetere grazie, Simone. Anche il grazie di uno scrivente a un proprio lettore sembra il più delle volte fuori luogo).

  14. Turi Totore Says:

    Avevo letto, a voce alta (perché avrei dovuto declamarlo in pubblico), un primo estratto del romanzo di Daniele, che mi era piaciuto molto. Questo secondo conferma l’impressione favorevole. E’ evidente la cura che Daniele ha riservato alla scrittura e mi auguro possa avere il riscontro che merita.

  15. Turi Totore Says:

    Avevo scritto un commento, che è poi sparito nel nulla. In sintesi mi complimentavo con Daniele per la cura che ha messo nella sua scrittura e gli auguravo d’incappare in un editore attento e appassionato. Vediamo se sparisce pure questo mess

  16. Turi Totore Says:

    è sparito solo “aggio”. E’ andata meglio

  17. enrico ernst Says:

    Lo trovo molto coeso, a tratti anche magnificamente divertente, attraversato da un fervorino sensuale e sessuale, centro su una età di tarda adolescenza e di brividino, qualcosa come una forma di incertezza, di mollezza… in alcuni casi, daniele, mi pare che si cerchi una misura, il limite oltre il quale vulnerare un modo lineare di raccontare senza sfrangiarlo troppo, senza distruggerlo o strangolarlo… talora, come nel caso della digressione del padre, mi sembra che un passetto sia troppo oltre… ma poi ti riprendi… e si riinizia a gustare un va e viene ma che continua e ci porta a chiederci se sarà Herta, o Manuela, o… insomma se le streghe sono tornate… o se estate fa rima con miraggio e morgana… solitudine condita di possibilità non colte, non coglibili… Giulio ce lo pubblichi un po’ più in là sto romanzo?

  18. dm Says:

    Turi: doppie grazie. Grazie Enrico (ora rispondo sotto l’altro estratto).

  19. Many Kazem Goudarzi Says:

    Finalmente ho avuto tempo per finire questo primo estratto. È una lingua bella; ho apprezzato molto la musicalità del suo narrare, come una composizione che scorre e costruisce il tempo (dell’ascolto o della lettura) senza incepparsi.

  20. dm Says:

    Many Kazem Goudarzi, grazie.

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