“L’arte di troncare”, di Micaela Murghy

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di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene di essere un bibliofilo. Sostiene anche, di essere spesso l’unico lettore dei libri che recensisce].

Il motto in quarta di copertina dice tutto: “Ci sono molti modi di troncare una relazione. Quasi tutti fanno soffrire. Alcuni no”. In questi tempi di buonismo privato e di cattivismo pubblico, di attenzione alla crescita personale e disprezzo dell’altro, di new age pseudomisticoscientifica e di razzismo franco, di personal trainer e di puncing ball, di neofrancescanesimo in salsa gesuitica e di pentastellismo dimissionista, di ordine pubblico diurno e di ernestosparalestismo notturno, il vostro bibliofilo preferito – giacché, lo so, non ne frequentate altri – si azzarda a fare una profezia: questo smilzo libretto (centoventi pagine, né più né meno) di Micaela Murghy, tergestina trapiantata a Novate Milanese, agente commerciale per il Nord Italia di una nota ditta di bigiotteria, benché autopubblicato tutto sommato alla chetichella (stentereste a trovare la Murghy, dico questa Murghy, poiché altre ce n’è, nel gran mare agitato dei social media), troverà il suo pubblico. E non un piccolo pubblico. Perché ci sono dei libri dei quali, senza che esistano, si sente il bisogno: ma lo si sente confusamente, per speculum et in aenigmate, e quando in questi libri ci s’imbatte faccia a faccia, sùbito si dice: “Ecce liber!”, e improvvisamente sembra strano, addirittura assurdo, che quel libro già non ci fosse.

Dunque. Manuali su come separarsi senza troppi danni ce n’è a bizzeffe. Sono pieni di buoni, sono pieni di miti consigli. Affrontare il conflitto con garbo; evitare il conflitto inutile; non buttare a mare gli eventuali due o cinque o venti o chissà quanti anni di vita in coppia, se non in comune; non usare i figli come spade e bastoni; riconoscere i propri errori; riconoscere i diritti dell’altro; mediare, mediare, mediare, instancabilmente mediare… Il vostro bibliofilo, che di separazioni alle spalle – data la sua non giovane età – ce n’ha più d’una, e che tutte ha cercato di gestirle, come orribilmente oggidì si dice, nel modo migliore possibile, vi confessa: che se una separazione in cui a torto o a ragione ci si fa tutto il male possibile è, senz’ombra di dubbio, un male, una separazione nella quale pesando farmacisticamente il torto e la ragione ci si fa il minor male possibile è, senz’ombra di dubbio, l’attività più faticosa alla quale la specie umana possa dedicarsi.

Di tutto questo, la baldanzosa Micaela Murghi fa polpette. No, lei dice: se volete troncare una relazione senza soffrire non dovete farvi nessuno scrupolo. Se lui non vi va più (la Murghy, com’è ovvio, si rivolge alle sue consorelle donne), non vi va più: punto e basta. L’importante è essere strategiche. L’errore commesso da molte, per esempio, dice la Murghy è di prima cacciare l’uomo di casa e solo dopo chiamare il fabbro per cambiar le chiavi. Errore pericolosissimo, essendo i fabbri mediamente assai indaffarati, e in misura particolare nella tarda primavera e sotto capodanno (i due periodi nei quali, dati alla mano, Murghy dimostra che il numero delle separazioni tocca suoi picchi): il rischio di ritrovarsi l’uomo in casa a sorpresa è assai elevato. La procedura corretta consiste nel prendere prima l’appuntamento col fabbro, e poi, pochi minuti prima dell’appuntamento concordato, cacciare l’uomo.

La meticolosità dei preparativi di separazione è un chiodo fisso della Murghy. E non si può darle torto. Svuotare il conto corrente del coniuge, provvedere a fargli pagare il conto del dentista, intestargli il mutuo della Tipo nuova, eccetera, sono cose che vanno sempre fatte prima di portare il conflitto al calor bianco. “Meglio soffrire qualche mese di più”, questo è il principio, “e poi azzerarlo in un’unica mossa, che ritrovarsi a dover patteggiare mille cose con un partner ormai in disuso, e presumibilmente ostile”. Quanto all’eventuale compassione, ricordarsi che essa è il più potente strumento del quale colui del quale volete liberarvi possa disporre.

Nell’ultimo capitolo, significativamente intitolato Estremi rimedi, la Murghy forse esagera un po’. Tuttavia non si può negare che, in determinati casi, il ricorso all’avvelenamento, al suicidio simulato (di lui, ovvio) o all’evirazione possa dare i suoi frutti.

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3 Risposte to ““L’arte di troncare”, di Micaela Murghy”

  1. rossana v. Says:

    Mah. Ecce liber? Mah.

  2. Teresa Capello Says:

    to Ennio Bissolati:
    La sua recensione al libro della Murghy lo avvicina molto alla Kondo de “L’arte del riordino”, testo da cui mi ero tenuta lontana, essendo la tipologia di persona che tende a trattenere tutto, volendolo appunto sempre ri-sistemare (disposofobia, parrebbe). Seguo da anni la Murghy e sue parole taumaturgiche di questa scrittrice hanno fatto molto per me, sedimentandosi – ad ogni nuova uscita – laddove il buonismo incontra il cattivismo, lì : nel punto esatto dove stanno tutti i “no” ed i “sì” che si devono pronunciare, quando è ora. Ho fiducia nel nuovo libro, che leggerò al più presto. Ma, vorrei aggiungere, quel che è da sottolineare: il suo outing personale! Grazie alla Murghy anche per questo. Separazioni??? Ma… ci racconterebbe qualcosa di più su di lei (lei Ennio: non lei Micaela), in virtù delle proprietà sillogistiche dello storytelling?

  3. Teresa Capello Says:

    errata: #le parole taumaturgiche di…

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