Jeremy in a hole

by

di Demetrio Paolin

[Queste pagine fanno parte di una “cosa” nuova; è in fase di scrittura, si prenda questa narrazione come una prova di materiali].

Il periodo successivo all’adolescenza è stato  un apprendimento del lutto.

Leggo questa frase sulla musicassetta che trovo a casa dei miei. Sono venuto qui per cercare la mia prima copia di Geremia, quella che lessi nel 1991, subito dopo la morte di Patrick. Sono curioso di vedere cosa avevo sottolineato, cerco un appiglio che mi dica chi ero io come lettore e come ragazzo in quegli anni e dopo quella morte. Ho trovato, invece, una TDK Chrome 90 minuti. Non ci sono altre scritte se non questa che ho appuntato. Vorrei ascoltarla, ma prima cerco ancora bene tra i libri e i testi che ho lasciato a casa nel paese. Per un attimo mi fermo a guardare fuori dalle tre finestre che per i primi 20 anni mi hanno visto crescere. Chi era il ragazzo di allora? Chi è questa massa di carne che ingombra la finestra adesso? Che tipo di rapporto c’è tra loro due?

Niente è più estraneo a me stesso che il me stesso della mia giovinezza: non vedo tra me e lui nessun tipo di familiarità o di vicinanza, eppure il sangue, la carne, i capelli e i difetti di pronuncia sono miei. Sono io senza essere più io.

Il diciassettenne di allora chissà dove è finito, in quale remoto angolo della mia coscienza o del mio profondo. Io non ho nessuna intenzione di suscitarlo adesso, anche se il sole che cade sui tetti e il rumore di mia madre che rigoverna i piatti in cucina sono familiari e morbidi: quanti pomeriggi ho passato in questo modo a guardare i tetti modificare la gradazione di luce e ombra, imparando a memoria le macchie di umido sulle tegole rosse, distinguendo i ciuffi di capperi selvatici sulla muraglia dai semplici arbusti matti; e lì nella piccola porzione di cielo, che l’ovale della finestra mi mostrava, il mio naso sanguinava per i pensieri che avevo, per le cose che immaginavo, per le vergogne che si insediavano nella mia pelle.

Ora di tutto questo non ho ricordo, perché le cose che ho appena scritte, le ho immaginate come se fossero mie, ma non lo sono. Io diciassettenne sono un buco nero di cui ogni traccia è sparita; e così debbo fare di me quello che ho fatto degli altri: un semplice essere d’invenzione.

È un tentativo per lasciare in vita il me di adesso, che si illude di aver provato amore per un bambino di nome Patrick, morto molti anni fa in questo paese. Ogni tanto mi chiedo se non Patrick, ma il dolore che io provi per lui, sia esistito realmente, o se io abbia bisogno di un trauma qualunque per giustificare il sentimento di abbandono e disperazione, che provo da quando ho memoria.

Di quella copia di Geremia ricordo il colore verde della copertina e la dedica che mi scrisse l’amico. “Per il tuo bisogno di consolazione”. Della dedica ho la certezza perché in quell’anno (1991) era uscito per Iperborea un agile libretto di Dagerman dal titolo Il nostro bisogno di consolazione. Un libro che amo e che non ho mai più avuto il coraggio di rileggere. Il vetro della finestra specchia qualcosa di simile a me, ma distorto. Il mio volto si confonde con le immagini deformate delle case d’intorno quasi che fossi una cosa sola con i muri del mio paese.

Mi muovo verso il mangiacassette. Lo usavo ai tempi dell’università per sbobinare le lezioni. Metto su la cassetta. Sento il fruscio del silenzio, le prime note, l’accordo dell’attacco e riconosco Jeremy una canzone dei Pearl Jam contenuta nell’album Ten (1991). È una canzone che allora mi aveva colpito moltissimo, ma che con gli anni ho dimenticato quasi del tutto.

Mentre ascolto gli ultimi secondi della canzone, mi chiedo sinceramente quale sarà la traccia successiva. A quel tempo, un po’ come tutti gli adolescenti, creavo raccolte di canzoni, che poi ci scambiavamo tra amici. Mi interessava molto capire perché avessi denominato con quella frase sibillina e fintamente astrusa questo insieme di canzoni. Porgo l’orecchio al silenzio, al fruscio del nastro e poi gli stessi accordi, la medesima intro, la stessa canzone. Ho un attimo di smarrimento; sono sempre stato uno sbadato e forse ho copiato due volte la stessa canzone. Quindi faccio andare avanti il nastro ma non troppo, così da indovinare le ultime note. Poi fermo il mio respiro –  nello spazio di pochi secondi prima del nuovo attacco ogni cosa intorno a me si fa pesante – e la cassetta riproduce le stesse note e gli stessi accordi. Jeremy.

Il lato A consta di 45 minuti. La canzone dura più o meno cinque minuti. Sono otto gli ascolti. Li faccio tutti, quando il nastro fa toc e il tasto play salta, giro sul lato B e mentre inserisco la cassetta mi chiedo cosa avrò fatto io, cosa avrà fatto il me di diciassette anni, cosa avrà combinato con questa cassetta, quale era lo scopo di questo ascolto in loop.

Pigio play, silenzio e poi riconosco la canzone Down in a hole degli Alice in Chains, tratta dal loro album Dirt (1992). Il testo mi entra nelle orecchie e la voce del cantante mi lascia stupefatto come se fosse la prima volta che lo ascolto. Quando la canzone finisce, anche questa dura circa 5 minuti, so già che per altre otto volte ascolterò queste melodie.

Ho le lacrime. All’incredulità del lato A si è mischiato un sentimento di profondo dolore contenuto nel lato B e mi trovo con le mani a strofinare gli occhi bagnati. Riguardo la cassetta e penso che essa sia il frutto della mia riflessione di diciassettenne su Geremia.

Fuori i tetti hanno una consistenza simile bacche nei cespugli, il rosso più acceso di alcune tegole spicca su altre. Non ricordo nulla del perché avessi scelto queste due canzoni, ma credo che un certo senso di aver creato un cortocircuito nella mia mente. Le parole del brano Jeremy mi hanno ricordato molto le difficoltà di Patrick a vivere qui da noi: la sua inesausta immaginazione e rabbia, il suo rancore per abitare questo spicchio di terra tra qualche modesta collina e un torrente che noi chiamiamo Versa. Lui che era polacco e della nostra terra non sapeva che farsene. Questa immagine si è legata all’uomo nel buco, l’uomo chiuso nel buco e nel fango, si è legata nella mia testa a Geremia. Già Geremia e Patrick erano legati in un modo misterioso .

Riprendo in mano la musicassetta, il diciassettenne di allora cercava qualcosa in questi testi. È come se avessi davanti a me una capsula del tempo, una di quelle che un tempo seppellivamo nei campi, dicendoci che l’avremmo aperta 20 anni più tardi. Questa TKD 90 chrome è la mia capsula, mi riporta sensazioni e ricordi di qualcuno con cui non ho nessuna familiarità. Provo ad ascoltare dentro di me quello che le canzoni hanno smosso; faccio uno sforzo, mi immedesimo in una cosa che non sono più: io a 17 anni. Cosa ero io a 17 anni? Avevo visto un bambino morire bevendo acido, avevo baciato una ragazza che non mi piaceva per il solo gusto di sentire la sua lingua, così da togliermi il gusto del pesticida, leggevo libri, non volevo scrivere, ascoltavo musica e pensavo a un bambino che muore bevendo il veleno. Riprendo la cassetta incomincio a risentirla, mi concentro non sul me di adesso, ma su questo oggetto di carne sconosciuta che è Demetrio. Io sono Demetrio, ma Demetrio non è me. La musica sale e mi torna alla mente la dedica del libro, la consolazione, il nostro bisogno di essere consolati, la voglia di esserlo, la disperazione che ciò non avviene; non tutto può essere consolato, non tutto può essere aggiustato

Una voce si è udita da Rama: lamento/ pianto amaro;
Rachele piange i suoi figli,/ ha rifiutato di essere consolata
per i suoi figli / perché nessuno (di loro esiste più)

Le parole di Geremia mi vengono alla bocca spontanee; io allora ascoltavo e cercavo consolazione. Quei tre versi ora mi colpiscono come una folata di vento. Nella versione che leggiamo in chiesa i versetti suonano leggermente diversi e il testo recita “Rachele non vuole essere consolata”. Nella traduzione più letterale, Rachele rifiuta la consolazione: il rifiuto è qualcosa di più radicale del semplice non volere. Il “no” stabilisce un confine che sancisce l’esistenza di qualcosa che non può essere consolato, che esiste qualcosa per cui non c’è ricompensa o ripristino.

Esiste una profonda differenza tra l’atteggiamento di Rachele e quello di Giobbe, che subito ci torna alla mente leggendo questo passaggio. In Geremia è descritto un dolore che l’autore di Giobbe non riesce a concepire. Il dolore descritto dal profeta è assoluto, potente, quello in Giobbe è commerciale, perché il suo protagonista accetta una sorta di compensazione tra la perdita e ciò che gli viene ridonato. A tutto questo Rachele oppone un secco rifiuto.

Il tutto forse è dovuto al fatto che Rachele è una donna e Giobbe un uomo. Ed è per questo che le donne rimangono qualcosa di inaccessibile per me. Certe volte, la sera, quando siamo seduti sul divano con mia moglie, complici le immagini di qualche film o qualche notizia giornalistica, parliamo anche di come sia possibile affrontare un dolore così. Siamo genitori, capita di avere pensieri  e dialoghi limite, in cui  si cerca di capire i propri e gli altrui confini etici. Lei mi dice che non crede di poter accettare una perdita simile. E io glielo leggo negli occhi che un evento del genere sarebbe per lei l’anticamera della fine.
Io non so. Io guardo dentro di me e non so. Certe volte penso che scriverei un libro, o forse smetterei di scrivere e cercherei di avere una nuova figlia. Perché, ecco sì, vorrei una femmina, perché penso che se Dio mi toglie una femmina, una nuova me la deve dare. Sono egoista e penso a me, penso a ciò che perdo e non alla perdita. Ecco Giobbe si dispera per la perdita che subisce e non di chi perde. Lui si dispera per la morte di un figlio, Rachele per la morte di quel figlio. Giobbe pensa in modo economico, io temo quel pensiero, non voglio fare mio, eppure una parte di me lo concepisce: questo basta a farmi colpevole. Di ciò che sono mi piace nulla e per un attimo provo invidia per quel diciassettenne, che se ascoltava quelle canzoni non era così cinico e vuoto come il “me” di ora.

La morte di un bambino per una madre è qualcosa che non può essere ripagata, non può essere sostituita da un’altra nascita, quel bambino è morto.

È il ventre suo che muore, è suo il cordone ombelicale esangue. È il tempo della gestazione che muore. È la stessa fertilità. Non ricordo la mamma di Patrick, se non per brevi tratti, non ho idea della sua voce, mi ricordo in quei giorni freddissimi del funerale nel grigio della nebbia e dell’aria pesante dell’inverno i suoi capelli rossi, rossi come quelli del figlio, sciolti e lunghissimi. Era una donna grassa e corpulenta, per nulla bella. E aveva questi capelli come i fili di una matassa di rame che le cadevano lungo tutta la schiena.

Quando nella Scrittura appare il femminile non è tanto per rimarcare una differenza di sesso, o una questione di genere, ma una sostanziale esperienza di alterità. Il femminile non è altro che il me fuori di me, è la mia costola che mi guarda dal fuori, è qualcosa che era dentro e che ora mi sta di fronte. Il dolore che non ammette grazia e ricompensa di Rachele è qualcosa che insito nel suo cuore e nel suo mistero.

Dopo la morte del bimbo il me di 17 avrà pensato che non c’è consolazione possibile. Il suo ventre si sarà chiuso al dolore. Dovrà aver sentito un dolore così enorme, che di colpo l’adolescenza, il periodo della primavera della carne, il sentimento di apertura verso il sesso e i corpi bellissimi delle amiche, che con leggerezza si mostravano, sarà diventato un sepolcro. La luminosa stagione si è tramutata nell’elaborazione di un lutto.
Guardo il personaggio che ho creato, questa immaginazione di quello che sono stato, e provo affetto per lui come se fosse esistito realmente. Perché in realtà non ho nessuna idea di quello che effettivamente ero allora. Sto soltanto costruendo una storia, imbastendo un racconto da una vecchia cassetta che ho trovato nella polvere della mia camera di ragazzo, e che non è detto io abbia realmente ri-ascoltato.
Quel ragazzetto di 17 anni per molto tempo avrà creduto di essere sterile, l’avrà forse desiderato, sarà andato in chiesa e si sarà inginocchiato davanti al Santissimo chiedendogli:

Dio vivente, tu che sei il Padre, tu che sei il Figlio,
e che sei lo Spirto che feconda il grembo,
io ti chiedo di essere sterile,
che la mia carne non generi altra carne,
che il mio seme si sperda nel deserto.
Io ti prego di questo, che io ho paura della mia carne, e di ciò che farà;
vietami la vita, tu lo puoi, fai di me un vaso vuoto,
e ciò che esce dal mio corpo sia come l’acqua corrente,
senza odore e spessore, senza vita e batteri.
Che io mai generi qualcosa destinato alla morte.

Dette queste parole si sarà alzato e avrà percorso la strada verso casa, avrà camminato lungo la scalinata, che lo portava a casa.  Sembra un’ombra triste, qualche amico l’avrà fermato in piazza e lui sarà stato lì a parlare e a cianciare  dimentico di quello che sentiva. Infine sarà arrivato a casa, e entrato in camera sua, avrà cercato quella cassetta e avrà schiacciato play, chiudendo gli occhi.

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4 Risposte to “Jeremy in a hole”

  1. Ma.Ma. Says:

    Insomma (o in somma, come scrive Giulio): tutto coincide. Qui il messaggio è chiaro: la “verità” non sta nel “non esiste una consolazione”, ma nel “non voglio, rifiuto, qualsiasi idea di consolazione davanti a certe cose”. Finalmente ho capito (forse) “Conforme alla gloria”. Con tutte le volte che ti ho punzecchiato, ti sarebbe bastato “poco” per spiegarmelo 😉 (e se ho appena detto una cazzata, ti chiedo scusa).

    Detto questo: mi è piaciuto molto il testo. Molto. È sincero. Continuerei a seguire questo racconto. Aggiungerei altro. Ma sarebbe roba personale. E credo che sia più corretto limitarmi ad apprezzarlo in modo generico.

  2. Teresa Capello Says:

    Se Mozzi è d’accordo, provo a recensire, timida. Appena trovo quella mezz’ora. [Sono innocua e pungente, come Lei ben sa, ora].

  3. Teresa Capello Says:

    Dico ciò – naturalmente – perché sto leggendo il Libro di Geremia. Altrimenti, non potrei permettermi di commentare, davvero.

  4. Teresa Capello Says:

    E’ una vera e propria impresa recensire un libro mai scritto. In quanto tale, possibile. La recensione vera e seria è onestamente una menzogna, poiché è sempre un’interpretazione. Solo la recensione di ciò che non è mai stato scritto può essere vera, fino in fondo. In virtù del fatto che non sia stato scritto. Ed infatti, quel che stupisce è la cifra di Demetrio, in questo testo. L’io narrante, la prima persona, per usare eufemismi desueti – di cui mi scuso con i lettori di questo commento, e soprattutto con l’Autore di questo “Jeremy in a hole” – che, invero, conosco poco. Invece, il moltiplicarsi strutturale di certi passaggi della scrittura di Demetrio Paolin – quello che ti cattura nello sfalsarsi – matematico – dei piani narrativi con lievi slittamenti lessicali, con l’uso efficacemente disorientante della citazione – nella quale non conviene perdersi: pena, il non trovare più la strada della comprensione: la citazione è surely fuorviante – invece tutto questo, dicevo, c’è. Ma veniamo a questo ‘io narrante’. Non si faccia l’errore di accostarlo, neppur da lontano, al Paolin realmente scrivente: “Io sono Demetrio, ma Demetrio non è me”. No. C’è distacco placentare tra interiorità ed esteriorità. La Forma struttura l’esteriorità, l’apparente. E’ una evidente tensione di natura svelatamente estetica, verso il Personaggio: “Guardo il personaggio che ho creato, questa immaginazione di quello che sono stato” . Infatti il bambino Patrick muore, ma è Demetrio ha il sapore del pesticida sulla lingua. Il veleno corrode, tracciando una strada alle parole future. La sofferenza palese invece è quella della improbabile madre di Patrick, con chioma “ramata” lunghissima, e quella del Demetrio diciassettenne adolescente – che legge ed ascolta musica e forse – anni prima di diventare padre realmente – è lui che, mentre incontra il bacio femminile, è accarezzato dalla paura della paternità – vorrebbe esser – “giustamente” – sterile: perché nascere significa, anche, in un certo senso già morire.
    Il Personaggio narrante narra perché il Dolore, che poi fluisce nella Scrittura, l’ha cauterizzato: “il sentimento di abbandono e disperazione che provo da quando ho memoria”. Si allontana del tutto, nel tempo indefinito di cinque minuti di ascolto, moltiplicati per otto. O nove. Si ripensa, inevitabilmente, al trauma deformante di Demetrio bambino – “se io abbia bisogno di un trauma qualunque” – bambino senza Forma, come tutti i bambini… Quello che – nell’ovale – appunto: dello Specchio-Finestra – osservava l’improbabile presenza, sulle rive del Versa, di insuete pianticelle di capperi, nella prospettiva obliqua del “noi chiamiamo”. Sensazioni. Umori. Sottofondo di rabbia. Dolcezza morbida e rabbia un tempo implosa, restituite dagli ascolti musicali, parte integrante del testo scritto. La sensibilità, insomma, trasforma l’evento in avvento, in nuova forma, in tensione creativa. Questo Personaggio Principale (ma chi? il Narratore, per capirci) mentre si descrive sul divano, con il Personaggio Moglie, entrambi davanti al macigno dei confini etici, sussurra altre domande, oltre a quella più evidente: “Chi è il Morto Patrick?” – la più nascosta : “Chi sarà – mai – il Personaggio che regala la Copia del verde Libro di Geremia?”. Il Personaggio Principale ripensa alla morte di un figlio, ma ancor più alla sterilità, ovvero al timore desiderabile di esser padre. E così si riappropria dell’angoscia che è la cifra della creazione. Il buco nero uterino, che Israele – forse per aumentare l’incredulità di Giuda – nelle Storie c’è spesso un giuda – partorisce come Figlio.

    …quando avrai terminato di leggere questo libro, legherai su di esso una pietra e lo getterai in mezzo all’Eufrate [Geremia, 51, 63]

    Spero di non aver sbagliato troppo, recensendo impropriamente.

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