Dieci sistemi usati dalle case editrici per rendere infelici i loro autori

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Vedi il punto 7.

di giuliomozzi

[Nota: per “i loro autori” s’intende: autori che hanno già pubblicato con quella casa editrice; autori che hanno già un contratto con quella casa editrice. Quanto alla verità delle storie che qui racconto: ho i testimoni].

1. La pubblicazione dell’opera, da contratto, è prevista per il quarto mese dell’anno x. Ragionevolmente l’autore si aspetta che prima o poi la lavorazione del libro cominci. Verso l’undicesimo mese dell’anno (x-1) l’autore si fa vivo. Gli viene risposto che la lavorazione del libro comincerà quanto prima. Nel primo mese dell’anno x l’autore si fa vivo ancora. Riceve risposte elusive, oppure il dottore è fuori stanza. Segue un silenzio plumbeo. Anche l’autore, rassegnato, tace: “Quando avranno qualcosa da dirmi”, pensa, “me lo diranno: in fin dei conti, un contratto c’è”. Attorno al decimo mese dell’anno x l’autore non ne può più e si fa vivo di nuovo. “Te l’abbiamo detto”, gli viene risposto, “che l’opera sarà pubblicata nel sesto mese dell’anno (x+2)”. “No”, dice l’autore, “non me l’avete detto”. “Forse l’abbiamo detto al tuo agente”, gli viene detto. L’autore parla con l’agente, che cade dalle nuvole. Si cerca ovunque, anche nella cartella dello spam. Dopo i dovuti controlli l’agente si fa vivo, un po’ risentito. Mentre qualcuno gli spiega che l’opera sarà pubblicata nell’ottavo mese dell’anno (x+2), l’autore riceve le bozze con l’intimazione di restituirle corrette entro venticinque minuti.

2. L’autore riceve la prova (lo “steso”, in gergo) della sovracoperta (o della copertina). Nota subito che il suo cognome è sbagliato: c’è una doppia “n” dove dovrebbe esserci una “n” sola. Telefona subito al redattore, il redattore dice qualcosa a scelta tra “Ossignùr!”, “Santi numi!” e “Vinicio Capossela!”, si fa una risata contagiosa (cioè: ride anche l’autore, di sollievo) e promette di telefonare subito al service. Quanto riceve le prime copie stampate, l’autore si accorge che il titolo La tranvata (lui è un tipico autore di tipici noir milanesi, usa molto il gergo della leggera [vedi] ec.) è diventato La trombata (o anche: La traviata).

3. L’autore, il cui primo romanzo ha avuto un esito non clamoroso ma dignitoso (vendite sopra il pareggio, buon riscontro di critica) spedisce il suo secondo romanzo in un plico robustamente sigillato (egli benché giovane, è un vero letterato: scrive con una Lettera 22 – ha un amico che gli reinchiostra i nastri – e tiene in casa un telefono bigrigio; nel 1998 la mamma gli regalò un Nokia 6110, ma non ha mai imparato a usarlo). Qualche giorno dopo telefona per sapere se il dattiloscritto è giunto a destinazione: “No”, gli dice il redattore. “Aspettiamo qualche giorno”, dice l’autore. “Aspettiamo”, conviene il redattore. Quindici giorni dopo il plico non è ancora arrivato. “Ma ha fatto una spedizione tracciabile?”, dice il redattore. “Cos’è una spedizione tracciabile?”, dice l’autore. “Lasci perdere”, dice il redattore, “ha mica una ricevuta?”. “Devo cercarla”, dice l’autore. Quattro giorni dopo l’autore trova la ricevuta dietro il barattolo del caffè, prende il treno e va a consegnarla personalmente al redattore. Il redattore va sul sito delle Poste e in pochi istanti scopre che il plico è stato, per motivi inspiegabili, restituito al mittente. “Ma a me non è arrivato nulla!”, dice l’autore. “Magari le è arrivato oggi stesso”, dice il redattore, “le rispedizioni al mittente viaggiano come lumache”. L’autore si affretta: prende il primo treno, torna a casa, e nella cassetta trova la lettera con cui l’editore gli rifiuta il romanzo. Il nome in calce è quello del redattore.

4. L’autore consegna a tempo di record le terze bozze e si dispone in trepida attesa delle prime copie. Le prime copie non arrivano. L’autore telefona in casa editrice. Non risponde nessuno. Aspetta un giorno. Richiama. Non risponde nessuno. Chiama dopo un’ora, due ore, tre ore. Non risponde nessuno. Il giorno dopo chiama in continuazione. Non risponde mai nessuno. Chiama anche nel cuore della notte. Non risponde nessuno. La mattina presto, gli occhi cisposi, si butta in autostrada. Un’ora dopo è alla periferia di Milano. Guidando nervosamente raggiunge Via Baden-Baden, giusto in tempo per vedere un ariete meccanico scagliare una pesantissima palla d’acciaio contro la a lui ben nota palazzina Liberty.

5. L’autore è in casa editrice per il firmacopie. L’autore odia l’espressione firmacopie, gli pare un barbarico solecismo anglicizzante. Mentre è lì che firma e firma, e con l’aiuto della ragazza dell’ufficio stampa (in quell’ufficio stampa ci sono solo ragazze, chissà perché) e del redattore con i baffi (in quella casa editrice tutti i redattori hanno i baffi, chissà perché) s’inventa frasi carine da rivolgere a questo o quel critico o giornalista che in realtà gli sta sui coglioni, o a questo o quello scrittore i cui libri in realtà lo disgustano – irrompe nella stanza l’Editore in persona, quello il cui nome (e cognome) l’autore quasi non osa nominare, tant’è illustre e blasonato (lui, con le tante volte che è stato in casa editrice, l’ha visto in faccia solo nei documentari di RaiCultura), con in mano proprio il libro dell’autore: lo scaglia per terra, in mezzo alla stanza, e con voce stentorea domanda perentorio: “Ma chi ha deciso di pubblicarrla, questa merrdata qua?”.

6. L’autore è un autore di poesia, ed è consapevole del fatto che cavare le spese dai libri di poesia – non si dice guadagnarci – è un’impresa sovrumana. Pertanto ha accettato di contribuire alle spese di pubblicazione: il marchio è rinomato, l’editore – che gli è parso un buonuomo – è stato schietto e franco, il contratto è nitido, e poi i poeti pubblicati da quell’editore lì li sente sempre leggere le loro poesie su Rai3, e talvolta qualcuno va in televisione da Gigi Marzullo. Quando riceve le prime copie del libro si accorge che le parole delle poesie sono state tutte cambiate. Dove lui aveva scritto nulla c’è scritto mamma, dove lui aveva scritto salsedine c’è scritto fiore, dove lui aveva scritto anguilla c’è scritto pastiera della nonna, dove lui aveva scritto stramazza c’è scritto saltella giocondamente, e così via. Furibondo telefona all’editore. L’editore – un vero buonuomo – gli dice schietto e franco: “Ma lei vuole andarci, da Marzullo, o no? Perché se non vuole andarci lei, se proprio non vuole, io ci mando la Mariella Prestante che almeno è figa”.

7. L’editore telefona all’autore nel cuore della notte: “Il suo romanzo è bellissimo”, gli dice, “ancora meglio del precedente”. Per l’emozione l’autore non riesce a riprendere sonno. Il giorno dopo, sulla Ss17, dalle parti di Antrodoco (Ri), durante un irrefrenabile sbadiglio fa un frontale con un pulmino Volkswagen rosa e muore sul colpo. Incolumi gli occupanti del pulmino, una coppia di seguaci di Sai Baba, ultraottantenni, residenti a Calcata (Vt).

8. L’autore ha organizzato la sua prima presentazione nel caffè più elegante della cittadina. Ci saranno pasticcini, salatini e vino bianco per tutti, così almeno – pensa l’autore – qualcuno verrà. Purtroppo l’editore è in leggero ritardo con la stampa: il libro doveva essere pronto sette giorni prima, invece alla vigilia della presentazione l’editore telefona all’autore e dice: “Guardi, per farcela ce la facciamo, passo la mattina in tipografia a prender su le copie calde calde, mi butto in macchina e ci vediamo puntualissimi alle diciotto, lì sul posto. Tanto sono solo quattrocentosettanta chilometri”. Com’è come non è, arrivano le diciotto e le diciotto e quindici e le diciotto e trenta, e l’editore non si vede. L’autore lo chiama ripetutamente al telefonino: ma è sempre spento, o comunque irraggiungibile. Alle diciannove il presentatore (l’ex preside del ginnasio-liceo nel quale l’autore ha studiato e conseguito la maturità con sessanta sessantesimi) esige che si dia inizio all’incontro. Prendono posto al tavolino con i fiori. L’autore è nervoso. L’ex preside (che peraltro non ha letto l’opera, benché l’autore gliene avesse trasmesse le bozze: lui non legge i contemporanei) è verboso. La conversazione è penosa. Alle venti tutto è finito. Il titolare del caffè presenta il conto: seicentododici euro. L’autore aspetta che l’editore si faccia vivo per spiegare, ma niente. Due anni dopo riceve le prime copie, ma per errore i sedicesimi del suo romanzo sono mescolati con quelli di un libro di cucina piemontese.

9. L’autore è fiducioso: si tratta di un’edizione solo digitale, ma pazienza, è pur sempre un’edizione; e comunque l’opera sarà disponibile, gli ha assicurato l’editore, su tutte le piattaforme di vendita. Quando finalmente comincia la lavorazione, l’editore fa presente la necessità di una piccola revisione, di un leggero editing. “Ma noi siamo una piccola realtà”, dice, “i margini di guadagno sulle edizioni digitali sono minimissimi, lei capisce…”. L’autore capisce, e si affida a uno dei tre editor indipendenti segnalatigli dall’editore: quello che costa di più, perché la qualità si paga. “Saranno millecinquecento euro spesi bene”, lo rassicura l’editore; mentre l’autore pensa che, a ottanta centesimi (lordi) di diritti per unità di prodotto venduta, bisognerà avere almeno 1.875 download prima di tornare sul serio delle spese. Ma l’editore è fiducioso. Peraltro l’editing si rivela un’esperienza piuttosto misera: l’editor indipendente segnala alcuni refusi, suggerisce di cambiare quattro frasi, e pianta una questione per cambiare il nome della protagonista da Fabiana a Erminia. Un anno dopo la pubblicazione l’opera non è ancora disponibile in Amazon (“Ci stiamo lavorando”, dice fiducioso l’editore) e i download effettuati direttamente dal sito risultano essere, a detta dell’editore, cinque. Per puro caso, chiacchierando con alcuni ex compagni di scuola durante il funerale del loro amato professore di latino, scopre che l’editore e l’editor indipendente sono cugini primi.

10. Ma non crediate che siano solo gli editori a far soffrire gli autori. Ci sono anche autori che fanno soffrire gli editori: e il soprascritto, modestamente, lo è.

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15 Risposte to “Dieci sistemi usati dalle case editrici per rendere infelici i loro autori”

  1. sergiogarufi Says:

    Forte, bravo Giulio, non pensavo fossi così simpatico

  2. Patrizia Says:

    Divertente…. Ma è un piano preciso quello degli editori o è solo che non gliene frega niente ( e nessuno ha mai spedito loro un manoscritto che parla di buona educazione)?

    Giulio hai scritto al punto 3) “Quattro giorno dopo”…..

  3. acabarra59 Says:

    Caro G., era da tanto tempo che non mi divertivo tanto. Diciamo dal tempo in cui leggevo i Diari minimi del professor U., o Il lavoro culturale del povero B., o, volendo, certe Avventure di I.C. Ti voglio dare una dritta: queste cose bellissime fattele pubblicare sotto il titolo: La cultura è un’avventura. Ti garantisco che corro a comprarle / leggerle. Baci.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Patrizia, ho corretto (no, non è un piano preciso).

  5. Marina Says:

    Qui ti sei proprio divertito! Grazie per aver squarciato un velo su un mondo che non conosco (a questo punto, direi, per fortuna….)

  6. Paolo Says:

    Sempre istruttivo e spassoso, grazie

  7. Massimiliano Says:

    Non so se riuscirò a smettere di ridere prima di stasera (e finalmente ho capito chi c’era alla guida di quel pulmino Volkswagen che mi ha investito mentre camminavo lungo una strada di campagna senza nemmeno avere scritto prima “It”….!).

  8. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Il naso del pulmino è capovolto, ci credo che l’autore, osservatore meticoloso, abbia fatto un frontale…

  9. Luciana bis Says:

    Ecco, il sunto dei sunti: questo è un mestiere sempre in perdita. E non mi fa nemmeno ridere.

  10. Barbara Says:

    Troppo incredibili queste storie per essere vere. Ci si potrebbe però fare un film.Un cinepanettone.
    (…e gli aspiranti pensano di risolvere tutti i problemi alla pubblicazione!)

  11. gianni Says:

    Mariella Prestante poi è andata su Rai3? 😀

  12. rossana v. Says:

    fantastico! 😀

  13. Andrew Next Says:

    ROTFL!

  14. Gaia de Beaumont Says:

    Che divertente!!!!
    Il pulmino è il mio sogno perché il maiale animale preferito.

  15. Massimiliano Says:

    A proposito del punto 2: nella scheda di presentazione della cover, non c’era la mia foto, ma quella di un mio omonimo.
    Mi ha divertito e l’avrei anche lasciata, ma vallo a sapere il dottor Timpano di Torino poi come avrebbe reagito.

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