Complesso non coincide completamente con complicato

by

L’attuale Biblioteca universitaria alessandrina

di Fiammetta Palpati

[Gli altri articoli della discussione in corso].

Provo a contribuire con una digressione a questo interessante dibattito innescato da Policastro, rilanciato da Mozzi e ripreso, nei suoi diversi addentellati, dai numerosi e rilevanti interventi.

Molto interesse hanno suscitato in me – per ragioni anche personali – soprattutto i contributi che, esplorando le coppie antinomiche «facile/difficile» e «semplice/complesso», hanno cercato di distinguere e semplificare una materia che è – appunto – complessa. Tanto più se si estende l’osservazione al di fuori dall’ambito letterario e si instaurano parallelismi tra diverse forme artistiche, o mezzi espressivi, o di dichiarato intrattenimento (e con questo ultimo termine ho già evocato, senza distinguere, ahimè, annose questioni sul «valore» del mezzo, quando non dell’opera). Mozzi ha sostenuto che si è generata una certa confusione (e se lo dice lui sarà bene fidarsi) tuttavia se semplificare è l’atto di ridurre dal molteplice all’unico (il semplice è, primariamente, il costituito da un unico elemento – il «piegato una sola volta» dell’etimologia – e solo secondariamente – in modo figurativo – sinonimo del facile) io sono ben contenta che tutto ciò che ho letto in questi giorni, e su cui ho ragionato, abbia contribuito innanzitutto a rendere più complesso – e quindi più ricco, più sfaccettato, più piegato – il mio pensiero in merito a certe questioni letterarie. Farò del mio meglio per contribuire alla confusione.

In particolare desidero allacciarmi all’intervento di Terracciano, del quale mi ha colpita soprattutto la parte in cui ha reso merito del concetto di complessità richiamandosi al «tasso di figuralità» di Orlando. Adesso, Orlando è un critico che ha rifiutato l’opinione di chi voleva vedere – e leggere – un’opera letteraria solo in rapporto a sé stessa, ma che ha rifiutato, parimenti, quella di coloro che considerano nell’opera esclusivamente il grado di rappresentazione mimetica della realtà ignorandone quello di convenzione. Questa posizione lo porterà a dichiarare la «falsa incompatibilità» tra mimesi e convenzione. L’incontro tra i due termini, apparentemente antinomici, avverrebbe nel «codice» – sistema organico di simboli e riferimenti – che non è esclusivamente interno al testo (convenzionale), ma neanche soltanto esterno (mimetico). Il codice terrebbe insieme il tutto, istituendo un rapporto – inedito dico io – tra il mondo esterno (inteso come referente storico, psicologico, sociale, letterario, eccetera) e quello creato dall’autore (per questo vale ancora l’ormai vecchio, ma intramontabile, assunto per cui qualsiasi distinzione tra forma e contenuto è puramente di comodo: non si dà l’una senza l’altro e viceversa). Tuttavia, temo che l’alta figuralità di cui parla Orlando non coincida semplicemente con l’elevato numero di figure retoriche come l’incipit de Le correzioni potrebbe far pensare (e qui chiedo scusa a Terracciano: so che lo ha poi affiancato con un passo de Il Gattopardo, ma mi torna utile). Quella di Franzen mi pare una descrizione paesaggistico-atmosferica costruita con un largo numero di figure, diciamo pure buone figure, figure ben riuscite, non viete – primariamente la personificazione degli elementi naturali e secondariamente sinestesia e metafora – che si succedono con un movimento che a me pare molto lineare, nitido e visivo – ai limiti del cinematografico, tanto che chiude con una “soggettiva”; qualche problema di interpretazione potrebbe dare quel “l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine”, ma mi sembra inessenziale al proseguimento della lettura. Non la preclude. Mi pare semmai un ammiccamento. Di più mi convince un’alta figuralità dove l’istituzione di nuove associazioni, nuove relazioni simboliche – un modo inedito e personale di mettere in rapporto la convenzione con la mimesi, il mondo dell’autore e il modo esterno – avvengono ma non solo e non tanto nel discorso (per rimanere nella retorica classica: figure dell’elocuzione o della disposizione) quanto nel pensiero. Sono le figure dell’inventio che interessavano a Orlando. E per spiegare cosa intende prende ad esempio Il processo, un libro che, sul piano del discorso, è di una semplicità esemplare.

Scrivo questo – compresa quella antipatica digressione sull’incipit di un autore che ritengo sopravvalutato – solo per aggiungere qualcosa che mi pare interessante della lezione di questo critico. E per aggiungermi al coro dei: complesso non coincide completamente con complicato, o difficile, e viceversa; un testo può essere complesso perché la decodifica necessita che si “sappiano” certe cose, che si siano letti certi libri, che si conosca il significato di certe parole o che si sia disposti a cercarlo; è complesso perché altera l’ordine degli eventi; perché disorienta per la molteplicità dei punti di vista; perché necessita l’inferenza di informazioni che vengono omesse, eluse; perché necessita di salti logici o sforzi immaginativi; perché lascia ambiguità; perché propone una visione del mondo complessa, magari perturbante. E chissà quante ne avrò dimenticate. Tutto sta a capire se certe cose che si fanno, siano o meno funzionali all’opera.

(Per quanto mi riguarda – ad esempio – il mondo, la vita, la letteratura sono complessi. Evviva la complessità.)

Certo, mi chiedo: ma che cosa c’è, cosa riempie il tempo e lo spazio – a livello di esperienza personale e sociale – tra il momento in cui, già in quinta elementare, si viene sottoposti ad una valutazione nazionale che prevede – per la prova di italiano – l’analisi di due brani, uno narrativo e uno informativo, in cui largo spazio viene dato alla capacità dell’alunno non solo di comprendere ma anche di inferire informazioni, e il momento in cui, da più parti, ci si rende conto che si chiede alla letteratura di “impoverirsi”?

È il pubblico? Sono gli editori? Sono i critici che non fanno il loro lavoro, o lo fanno all’interno delle loro accademie, o in modo partigiano? Mi sembra un circolo vizioso.

Diceva ancora Orlando – rammaricandosi di non aver aver potuto incidere come avrebbe voluto sul pensiero critico internazionale – che continuare ad insegnare, formando magari futuri insegnanti, futuri mediatori, era il suo modo di trasmettere un metodo, un modello di lettura delle opere letterarie.

Io scoprii che esisteva la critica letteraria relativamente tardi, al secondo anno di scuola superiore, per colpa di un tema sull’Orlando furioso, e sotto forma di stupore di fronte agli scaffali pieni di volumi in cui, da almeno due secoli, parecchi uomini, parecchi studiosi, si erano incontrati, seppur solo spiritualmente, a partire da quell’opera. La biblioteca Alessandrina dell’Università La Sapienza di Roma era al di sopra di quelli che erano, allora, i miei strumenti, e forse anche le mie necessità per svolgere la ricerca per il tema. Troppi corridoi, troppi scaffali, troppe grafie incomprensibili, troppi volumi. Mi muovevo piuttosto inebetita. L’addetto alla sala mi teneva d’occhio, da sopra il giornale, e mi invitò ad andarmene, con il pretesto che avevo portato dentro il mio manuale scolastico. Io mi incaponii, nacque un diverbio e alla fine arrivò un funzionario. Era una bibliotecaria molto, molto gentile. E paziente. Trascorse il pomeriggio con me, spiegandomi ciò che dovevo sapere per orientarmi in quel labirinto di testi e di testi critici.

Io sono convinta che la critica serva ad arricchire l’esperienza letteraria.

Ma la critica deve essere più in rapporto con la scuola o con l’editoria?

Una buona lettura, una buona chiave di lettura, un buon modello di lettura, si possono imitare. Sono abitudini esportabili, ti rimangono. Io sono per la scuola, la formazione istituzionale, la formazione continua, la cura dell’essere umano. L’idea di una formazione di un pubblico all’interno di una logica di mercato è pericolosamente seducente. Pericolosamente. Seducente. Mi tengo saldamente alla convinzione di mantenere la scuola il più possibile al di fuori del mercato, nell’istituzione, anche politicamente.

Negli ultimi due anni mi sono ritrovata a guidare un piccolo laboratorio di letture e scritture per persone adulte. Spesso mi capita di proporre testi di una complessità superiore a quelli cui il mio uditorio è – mediamente – abituato. O testi un po’ diversi rispetto alla narrativa che circola tra le novità. Per fare un esempio Istantanee, di Robbe-Grillet e Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, di Perec (non ho inventato niente: lavorando sui luoghi e sulle descrizioni ho seguito il Ricettario di scrittura creativa di Brugnolo e Mozzi). I risultati, comunque, sono stati felicemente sorprendenti. Certo c’è stato chi è saltato dalla sedia dicendo che nessuno più, oggi, scriverebbe così. Ma qualcun altro ha pure risposto: «Peccato».

Qui si trova una bella e amichevole intervista a Francesco Orlando in cui egli stesso fa una sintesi della sua vita da studioso e spiega il suo pensiero in modo assai chiaro.

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9 Risposte to “Complesso non coincide completamente con complicato”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Grazie per la chiarezza.

  2. Ma.Ma. Says:

    …e se una critica non eccessivamente tecnica (per così dire), ma divulgativa (v. recensori) tornasse a rivolorizzare un rapporto con i media? Ovvero se si impegnasse a “tradurre” per “educare” i lettori (senza svilire i valori dell’arte in sé – come sarcasticamente si chiedeva se potesse essere una soluzione la Policastro -, ma spiegandoli, semmai: cioè rendendoli accessibili) in modo da avvicinare, o da accorciare la distanza tra pubblico e letteratura “alta”?
    Perché se un certo pubblico non si avvicina ai romanzi meno d’intrattenimento, figuriamoci se si mette a frequentare una biblioteca per consultare libri di critica letteraria.

    Noi abbiamo pubblicato per tanti anni una rubrica di Giovanni Orelli. Erano recensioni assolutamente incomprensibili. Avrò intuito lontanamente di che cosa stava parlando, in dieci anni, forse un paio di volte (magari esagero, anche perché a un certo punto ho smesso di leggere!). Non ho mai comperato un solo libro da lui recensito. Erano anzitutto commenti con un milione di rimandi e citazioni e connessioni di cui veniva dato per scontato il nesso. E se non eri laureato in letteratura, da latinista, e profondo conoscitore non avevi minimamente modo di capirci qualcosa.

    So che sto ripetendo la stessa teoria da diversi post (quella sul compito educativo della scuola di cui ho già accennao, l’ho accantonata un pochino perché mi pare sia d’obbligo più che auspicabile, solo è che c’hanno già tanto da insegnare, che pare non possano fare tutto, così mi dicono), ma qui ci stava tornarci. 🙂

    Domenica mi ascolto le video-interviste di Francesco Orlando.

  3. Fiammetta Palpati Says:

    Grazie a te, Nadia.

    Ma.Ma. grazie degli stimoli e degli spunti. Io credo che l’oscurità ricercata – classista, per intenderci – sia un disvalore. Non casualmente noi che stiamo discutendo, ora, siamo ospiti di una persona che ha fatto della claritas uno dei punti di forza del suo discorso artistico e pedagogico (sì, Giulio, pedagogico, non didattico). Questo per dire che il tale – perdonami ma non lo conosco – cui il tuo giornale aveva affidato la rubrica dei libri da recensire o non aveva capito bene il suo ruolo, oppure non sapeva come svolgerlo diversamente (certo la critica letteraria, come ogni altra disciplina, dispone di alcuni tecnicismi, utili perlopiù, a mio modo di vedere, a definire inequivocabilmente concetti; ridicoli se usati per darsi delle arie).
    Mi spiace se qualcuno ha pensato che, con il mio intervento volessi invitare il pubblico a frequentare le biblioteche per imparare di critica letteraria e quindi poter leggere libri complessi (ma sarebbe bello che qualcuno si fosse incuriosito). Riportando quell’episodio della mia formazione volevo intendere due cose: che la critica letteraria (ma anche la filologia, la storia e la teoria della letteratura, la comparatistica, eccetera) avvicinano, favoriscono incontri, comunicazione, a partire dai testi, dalle opere. Sono di aiuto. Come commentava Beatrice Cristalli: il sapere è una forma di dialogo molto articolata. E l’esperienza “fisica” della biblioteca è piuttosto immediata ad afferrare il concetto. In secondo luogo volevo dire che fui fortunata a trovare qualcuno – si trattava, se non vado errato, del funzionario direttivo della biblioteca universitaria di Roma, della direttrice, insomma – che mediò tra il mio desiderio e il mio smarrimento. Non semplificò. Non banalizzò. Non mi mise nelle mani un volume dicendomi – come avrebbe potuto – “questo le è sufficiente”. Mi trattò con serietà, ascoltò finché non la smisi di farfugliare confusamente, e poi trascorse tutto il pomeriggio al mio fianco, tra i corridoi, davanti ai cassetti dei cataloghi, a spiegarmi come condurre una ricerca. Mediò. Il resto lo feci da sola; e a scuola, ovviamente. Dobbiamo pretendere che la scuola ci dia, auspicabilmente, il sapere necessario a cogliere i riferimenti e i rimandi, gli strumenti per sapere dove come colmare ciò che ci manca, la possibilità di operare delle scelte, e anche di accettare i nostri limiti. Vorrei sapere, e saper fare meglio, io.
    Comunque penso – e lo dico papale papale – che nella scuola, nell’istruzione, nella formazione continua, nelle istituzioni – dobbiamo metterci più soldi, buttarceli. E non stancarsi.
    Non si tratta di fare critica divulgativa sui media.
    Si tratta di desiderare che certe pratiche, certi principi, certi valori, certe attitudini, derivanti dalla speculazione, permeino la società.
    Ecco, per tornare all’invettiva di Policastro (se la prende, tra l’altro, col romanzo della Ciabatti): che ci si renda conto che un certo testo non è tanto “semplice” perché usa un registro medio-basso (familiarizzando con il lettore), un lessico e una sintassi elementari (quando non sciatti), ma perché instaura un rapporto con la realtà (o la porzione di realtà che intende rappresentare) “semplificata”. Nel senso di: banalizzata, appiattita, privata di sfumature e di asperità. Pretendendo, in più, di farla passare per fine analisi.
    Ecco: che il pubblico sappia il prodotto che compra, almeno. Perché un conto è l’intrattenimento, un altro la mistificazione.

  4. C. P. Says:

    “Diceva ancora Orlando – rammaricandosi di non aver aver potuto incidere come avrebbe voluto sul pensiero critico internazionale – che continuare ad insegnare, formando magari futuri insegnanti, futuri mediatori, era il suo modo di trasmettere un metodo, un modello di lettura delle opere letterarie.”
    Orlando, in realtà, ha avuto una straordinaria influenza culturale, formando per oltre quarant’anni francesisti, comparatisti e teorici della letteratura che ora insegnano un po’ ovunque nelle università italiane e straniere (ora siamo alla seconda generazione, cominciano ad arrivare gli allievi degli allievi). Non è successo, però quello che lui sperava: dal suo metodo e dal suo impianto teorico non è nata una scuola, una risposta italiana alla Nouvelle critique dell’odiato Roland Barthes. Questo perché ai suoi allievi ha insegnato a pensare, e lo hanno fatto, ognuno a modo proprio, come è giusto e inevitabile che sia. Delle scuole è bene diffidare sempre, ma l’attitudine al rigore che si impara da un vero maestro resta.

  5. Ma.Ma. Says:

    Grazie a te Fiammetta. Su Wiki è ben riassunto chi è, anzi, chi era (purtroppo è deceduto l’anno scorso) Giovanni Orelli, forse il professore e critico tra i più stimati del nostro Cantone. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Orelli

    In giornata torno ad aggiungere un paio di cose.

  6. Ma.Ma. Says:

    Rieccomi. Sì. Proprio questa “forza umile” di Giulio, che di fatto gli permette la maggior parte delle volte di chiarire faccende che altrove vengono trattate in modo da aumentarne quasi l’oscurità (per usare i tuoi termini) dovrebbe fare da guida a chi potendo fare lo stesso, invece non lo fa. E non credo sia sempre per incapacità o per incomprensione del ruolo (come suggerisci al riguardo delle recensioni di Giovanni Orelli). E non credo nemmeno che c’entri con il darsi delle arie: perché vantarsi con qualcuno d’inferiore (parlo di conoscenze) che comunque non può capire il tuo vanto? Per intenderci: nei miei confronti non ha guadagnato punti, ma ne ha persi.
    È vero però che quando io portai questo “problema” sul tavolo della redazione, mi risposero che il “problema” era solo mio, dal momento che non ero laureata il lettere come tutti loro: per cui un po’ classista forse lo era. Se non nelle (voglio credere) genuine intenzioni del critico, di certo nelle intenzioni di chi gli dava spazio. Peccato che i nostri lettori – immagino – non siano tutti laureati in lettere e il nostro giornale non è una rivista specialistica. A questo proposito, tra l’altro, provai a proporre una sezione tecnica sulle arti marziali – secondo me sarebbe stata più seguita, anche perché temo vi siano più appassionati di queste arti che non di letteratura, almeno in Ticino -, tuttavia siccome tanti termini i miei colleghi non li avrebbero capiti e – non si sa perché – a loro il tema non interessava, lo spazio non me lo diedero: mah!
    So che ad affrontare certi argomenti si cade sempre nei cosiddetti “luoghi comuni”, per cui il popolo è per l’appunto sempre incapace di affrontare certa letteratura, e di rimando certi intellettuali parrebbe proprio che amino questa distanza perché pare essere un buon modo per nobilitare l’arte stessa, sebbene poi si lamentino di non trovare editori entusiasti di perdere soldi per l’assenza di un pubblico interessato. Una serie di cliché che però, purtroppo, se continuano ad affiorare è perché forse non si trattano solo di luoghi comuni ma di dati di fatto reali (fatte salve poche eccezioni, o anche tante, ma che non fanno la regola).
    Di recente ho avuto uno scambio anche con Antonella Cilento in merito a un’intervista che le fece lo scrittore Sergio Sozi, proprio perché i toni, la posa di entrambi gli intervistati (ma soprattutto dell’intervistatore) pare coincidere con quella dei “luoghi comuni” sopracitati: https://www.facebook.com/lineascritta.laboratorio/posts/10212570532408003?comment_id=10212593312057480&reply_comment_id=10212594202479740
    Ma proseguo per rispondere passo-passo. Non devi dispiacerti se qualcuno ha pensato che con il tuo intervento volessi invitare a frequentare le biblioteche, ecc… Intanto perché non mi pareva proprio quello il tuo invito: a me è parso evidente che il tutto volesse portare il discorso sulla formazione continua. A scuola l’insegnante insegna all’allievo, ma poi fuori dalla sede scolastica sarebbe auspicabile che altre forme di insegnamenti riuscissero a formare nuovi insegnanti che a loro volta insegnassero al pubblico come avvicinarlo alla letteratura, e via discorrendo.
    Solo che secondo me in questo ragionamento c’è un qualcosa di fallace: l’illusione che la gente si possa interessare. Perché laddove la scuola dell’obbligo, be’, è obbligatoria. Tutti gli altri corsi esterni sono per scelta. Ed esistono. La tua stessa esperienza lo dimostra. Ma i tuoi alunni già solo per il fatto che si iscrivono al tuo corso mostrano un interesse. Quindi se da una parte è molto importante il tuo ruolo (e conferma anche l’utilità, l’adeguatezza del tuo discorso) in questo contesto perché hai la possibilità di accorciare questa già citata distanza, dall’altro risolve poco. Nel senso: è più come la famosa goccia nel mare. Che ci sta, eh. Non dico il contrario: anzi! Per fortuna. Ma da questo ragionamento che non ho spiegato nel mio precedente commento è nata la mia conclusione. (Sì, sbrodolo. E proprio per questo. Perché sono che mi ci vogliono tante parole per spiegarmi. A volte faccio l’esatto contrario e salto i ragionamenti sperando che una battuta, una frase basti se non a riassumerli a dare il senso della questione, ma sbaglio, e lo sto notando proprio seguendo questa discussione, dove quasi tutti – io pure, eh – hanno cercato di spiegare una cosa – la differenza tra un il complicato proposto in modo semplice, e ciò che è semplice offerto in modo complicato, con tutte le sfumature dei vari casi – che mi pare talmente “facile da capire”, quasi che la comprensione per me dovrebbe essere alla base di una logica innata, da non capire la necessità di tutti a dover cercare di spiegarla apportando mille esempi e citazioni e spiegazioni ecc… ecc… quasi a ricreare confusione che non a semplificare il concetto).
    Tornando alla mia conclusione: siccome temo che non siano molti gli interessati che frequentino corsi di lettura o di scrittura (credo), rispetto alla massa di lettori che si potrebbero avvicinare, ho pensato di saltare direttamente al ruolo del critico, del recensore (senza nulla togliere all’importanza dell’insegnamento) come complemento di massa (si può dire?).
    Tu sai bene quanto sia stata anche per me la fortuna di aver potuto lavorare in bottega con Giulio, e con i compagni. Ma se mi sono avvicinata è perché avevo un sogno, ho un sogno. Non mi fossi dedicata per anni alla scrittura, mai avrei frequentato un corso così, anche perché nemmeno mi sarei accorta che esisteva. E mai mi sarei sognata (e ancora non l’ho mai fatto, in effetti) di frequentare un corso di lettura. Per cui non avrei mai iniziato a leggere testi di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. Però mi capitava di incappare in qualche recensione… Anche solo sfogliando dei giornali a caso.
    Non so se riesco a spiegarmi. La mia posizione non è di letterata. Non è nemmeno di aspirante autrice di letteratura. Non potrò mai aspirare a far parte di una qualche Repubblica delle lettere, nemmeno tra i gironi degli sfigati e nemmeno se riuscissi mai a scrivere qualcosa di bello. Per cui non ho lo stesso interesse di chi ci prova o di chi ci si trova. Ma parlo di una che ha avuto “per sbaglio” (Dio solo sa come e perché, Giulio mi diede questa possibilità), di conoscere altri “mondi” di lettura. E cavoli quanto mi dispiace che molti altri – che ignorano questi mondi come li ignoravo io e in parte ancora ignoro giocoforza – non abbiano la stessa possibilità. Non tutti posso frequentare la bottega di narrazione: e ricordo qui che io non mi iscrissi per conoscere nuove letture, ma per imparare a scrivere qualcosa di diverso. E nemmeno si iscriveranno mai a un corso di letture, ma tra loro ci sono di certo lettori che potrebbero venir avvicinati.
    Dici che non si tratta di fare critica divulgativa sui media, ma di desiderare che certe pratiche, certi principi, certi valori, certe attitudini, derivanti dalla speculazione, permeino la società. E secondo me per riavvicinare la società, dopo che la scuola dell’obbligo è finita, servirebbe invece un’azione divulgativa e magari coinvolgente in qualche modo attraverso i media di ogni genere.

  7. Fiammetta Palpati Says:

    @ ma.ma., i “media di ogni genere” sono troppo al di sopra di me.

    @ C.P.: me ne compiaccio.

  8. painnet blade Says:

    La complessità è il disordine creativo.
    La complicazione è il risultato di un analisi impropria rispetto al mondo della complessità .
    Come giustamente ribadito, la complessità è quell’ordine che non riusciamo a comprendere/decodificare (aforisma di Henry Miller). —Non sappiamo utilizzare gli strumenti dell’analisi, questa è la lezione che ci lascia Francesco Orlando, in larga sintonia con la partizione indeterministica. Il problema è il medesimo in ambito scientifico, dalla rivoluzione quantistica ad oggi, periodo in cui la Scienza ha formalizzato il metodo per indagare il mondo della complessità (,il reale, la biologia) che diventa indecifrabile se lo si sottopone all’analisi meccanicista (fisica classica). Il problema mi sembra da sviluppare, e risolvere, in questi termini. Anche francesco Orlando infatti postula il metodo come strumento analitico per operare discrimini e selezioni.

    Corretta l’ identificazione fra forma e contenuto.
    Tuttavia la complessità non disorienta affatto per la molteplicità dei punti di vista, non necessita di informazioni ulteriori a quelle percepite e misurate; non lascia alcuno spazio ad ambiguità interpretative, in quanto rifiuta l’interpretabilità di giudizio come medoto analitico. Analisi della complessità e interpretabilità si escludono nella fisica delle particelle così come nella letteratura..

  9. Fiammetta Palpati Says:

    @ painnet blade, grazie per aver introdotto una nuova prospettiva. Condivido l’aforisma di Miller riportato: “la complessità è quell’ordine che non riusciamo a comprendere/decodificare” (e per il quale, dunque, abbiamo bisogno di una interpretazione. Sono d’accordo con lei che questa debba scaturire da un’analisi e non da un arbitrio – come lascia pensare l’allusione nella parte finale del suo commento – e non mi pareva di averlo messo in questione.) Ora, analisi di cosa? Dei testi letterari, mi auguro. Per la precisione si stava discutendo della pretesa complessità che allontanerebbe i lettori da certi testi narrativi e che dissuaderebbe gli editori dal pubblicarne, instaurando così un circolo vizioso che impoverisce tutti.
    Ma in che cosa consiste, al giorno d’oggi (e sottolineo al giorno d’oggi) la complessità di un testo narrativo? Ho provato ad elencare alcune caratteristiche, quelle che mi sono venute in mente. Non sarà un elenco completo ma su queste insisto. Tra le altre ho scritto che un testo complesso può disorientare per la molteplicità dei punti di vista. Mi riferivo ai punti di vista narrativi (banalmente quelli relativi ai personaggi, al narratore, eccetera). Non quelli interpretativi. Per dire quando ho letto “Mentre morivo” di Faulker io ho faticato; poi me la sono goduta, ma inizialmente mi sono sentita disorientata.
    Ho usato il termine ambiguità, è vero. E al mio scopo meglio sarebbe stato se ne avessi scelto un altro. Perché non è in gioco l’incertezza, quanto la coesistenza – a livello di parola come di sintagma come di opera – di una pluralità di significati, denotati e connotati; una polisemia – un “tenere uniti” sul piano simbolico – diversi piani, tipica della lingua nella sua funzione poetica e che mi sembra, peraltro, ormai data per scontata.
    In sintesi io non ho parlato di interpretabilità del giudizio. Ne ha parlato lei per introdurre un suo pensiero e un suo accostamento – il metodo analitico nella fisica come nella letteratura (tanto suggestivi quanto di difficile valutazione in merito a pertinenza, per me che manco di troppi riferimenti.)
    Ma il metodo analitico in letteratura è sempre un metodo testuale.

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