Complessità/semplificazione: considerazioni e appunti

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di Marco Candida

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A sedici anni spesi la bellezza di novantacinque mila lire per acquistare dal negozio di dischi sotto casa una videocassetta di tutoraggio di Al Di Meola e quando l’altro anno ho scoperto che lo stesso filmato è su Youtube a costo zero (d’accordo, c’è il costo della connessione, sì) mi è proprio salita l’incazzatura. L’incazzatura mi è poi scesa quando ho scoperto che su Youtube non c’è solo il filmato dell’incredibile Al, ma pure di tutti gli altri grandissimi chitarristi degli anni d’oro del chitarrismo in Italia – il che mi rassicurava sul fatto di aver risparmiato ieri ciò che ho trovato gratis oggi. L’incazzatura è evaporata del tutto quando il grande Steve Morse (il chitarrista dei Deep Purple) non solo mi ha dato qualche utile ragguaglio sulle tecniche chitarristiche, ma ha detto qualcosa che mi è parso valido anche per la scrittura. Parlando del suo modo di approcciare la polifonia Steve racconta di come cercò prima di tutto di capire cosa significasse la parola “polifonia”. A causa del ceppo linguistico, per lui la comprensione di questo termine poteva non essere così automatica. “Polifonia” significa “molti suoni”. Se penso alla polifonia solo come una cosa che è “molti suoni” è più facile averci a che fare. E se per caso volessi fare della polifonia, non c’è scampo, devo mettermi a fare, prima di tutto, “molti suoni”. A me sembra una gran bella spiegazione.

Ovviamente, dare una definizione di “semplice” e “complesso” equivale a tirare un candelotto di dinamite in mezzo a una platea e divertirsi a vedere quello che accade – e in più il fatto che il candelotto potrebbe pur sempre tornare tra le mani del lanciatore. Mi vengono in mente le definizioni che Italo Calvino diede del concetto di “classico”. Nel suo libro “Perché leggere i classici?” Calvino elaborò quattordici definizioni di “classico”, e quel libro, a pensarci ora, zitto zitto sembra quasi una risposta a Socrate, l’inventore della filosofia. Socrate non voleva esempi di un concetto, ma la definizione stessa del concetto. Calvino nel suo libro fornisce quattordici definizioni. Chissà Socrate cosa avrebbe pensato… Forse avrebbe obiettato che comunque la si voglia mettere esisterà sempre un “+1” qualsiasi sia il numero di definizioni. O forse, sentite questa, Socrate avrebbe obiettato che le quattordici definizioni proposte da Calvino erano esempi di definizione del concetto, ma non la definizione.

Certo, se un concetto non vuole dirci chi è, forse lo si può far cantare con un terzo grado. Ecco, alcune domande di un possibile interrogatorio. Tanto per cominciare, chi accidenti riguarda la complessità di un’opera: il lettore o l’autore? Scrivere un’opera complessa significa che sarà complesso leggerla? Rispetto a quali altre opere, l’opera in questione è complessa? Quanti livelli di penetrazione deve avere un’opera per essere complessa? Il “livello di comprensione” è un concetto che genera l’opera o è un concetto generato da tipologie diverse di lettori? E quante sono queste tipologie di lettori? E’ insensato sostenere che le tipologie di lettori sono infinite benché molte si assomiglino? Opera e lettore cooperano forse insieme nel definire un livello di complessità? Esiste un contesto socio-economico che determina le modalità di cooperazione lettore-opera? E perché non socio-politico o socio-antropologico? E la cooperazione non potrebbe anche essere oltre a lettore-opera e opera-contesto anche lettore-autore e autore-contesto?

Basta.

Se le domande sono un labirinto, chissà cosa sono le risposte.

Se non possiamo dire che cos’è la complessità, o dirlo ci caccerebbe nel caos, forse possiamo immaginarlo, anche solo un po’ alla buona. Un’opera complessa potrebbe essere quell’opera che riesca a fondere l’Ulisse di Joyce e L’arcobaleno della gravità di Pynchon. O un incrocio tra le tremila pagine della Ricerca del tempo perduto di Proust e i circa novanta romanzi che compongono la “Commedia Umana” di Balzac. O uno scritto che unisca il Linden Scripting Language e il Power Builder al latino medievale e umanistico. Un volume che racchiuda l’Infinite Jest di David Foster Wallace nelle dimensioni del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. O uno zibaldone sconclusionato dove il conglomerato bituminoso sia lieve come un post-it. O una storia dove il fattore riga, il complesso coniugato e il quantificatore universale siano davvero, per una volta, il riflesso scintillante delle tre parole cuore, sole e amore…

14 Risposte to “Complessità/semplificazione: considerazioni e appunti”

  1. Ma.Ma. Says:

    Mi sono venuti due flash (o domande) che non sono certa siano già contenute tra le tue 😉

    – Partendo da una parte del discorso di Policastro, laddove dice: “Vuoi mai che impariamo parole nuove, leggendo romanzi”. Ha senso dire che è bella letteratura un romanzo “semplicemente” scritto con una lingua iper-colta, tanto da costringere il lettore a prendere il dizionario ogni pagina o due?
    – Questo genere di romanzo rientra automaticamente (sì, forse è una piccola provocazione) tra i libri “colti”, o delle “belle arti”?

  2. antonio Says:

    Il peggior intervento, in tutti i sensi, a questo dibattito.

  3. C. P. Says:

    Per me il concetto di polifonia è molto utile a chiarire quello di complessità in narrativa. Si potrebbe definire la complessità come molteplicità, pluralità organizzata di registri linguistici, punti di vista, livelli di lettura, intrecci, rimandi, ecc. Quindi grazie a Marco Candida per l’intervento, che è pure divertente. E poi Steve Morse è un gran figo.

  4. marcocandida Says:

    Manuela, dipende dall’efficacia. Se l’uso delle parole raggiunge l’obiettivo allora sì. Complessa o semplice che sia una storia l’effetto, dopotutto, non cambia. Voglio dire, la comicità di Plauto è diversa da quella di Terenzio, ma l’effetto è pur sempre quello della risata. Con questa differenza, magari: più sarò un tipo sempliciotto e volgare e più la risata per la commedia plautina sarà piena, fragorosa, più sarò un tipo colto, preparato e in grado di percepire ricchezza di riferimenti e più la risata per la comicità della commedia di Terenzio sarà piena, fragorosa. Quantomeno, questa è la mia opinione.

    C.P, ti ringrazio. Sì, quelli sono i libri difficili. Poi, ci sono i libri spiazzanti, per i quali la difficoltà risiede nel capire perché esistono. Antonio ha scritto che il mio è il peggior intervento forse perché si è sentito spiazzato dal fatto di mettersi lì a leggere di un chitarrista rock in un contesto letterario: bene, avrà pensato, è arrivata l’ora del cazzeggio. A te non importa del contorno scanzonato, e hai preso quello che ti serve, riconoscendo al testo la sua efficacia. Ormai, molte opere d’arte sono più operazioni d’arte. Anche quelle sono opere “complesse” perché bisogna tenere conto del contesto e di vari fattori esterni all’opera stessa, ma che giocano un ruolo determinante. Mi ricordo che quando visitavo certi musei d’arte contemporanea negli States, uscendo c’era il negozietto che vendeva souvenirs e sembrava di essere in una delle sale d’esposizione del museo, per la mia sensibilità di europeo non c’era quasi differenza. 😉

  5. Massimo Pallottino Says:

    Articolo molto bello e interessante, anche per come analizza il tema della “complessita’” in letteratura. Bravo Marco

  6. Magda Guia Cervesato Says:

    Il miglior intervento, in molti sensi, a questo dibattito.

    Però Marco la prossima volta vedi di semplificare ulteriormente per favore, io intanto riassumo a modo mio:

    – Cos’è letteratura?
    Solo il tempo può dirlo, rendendo oggettivo il soggettivo.

    – E intanto che il tempo passa, i critici che ci stanno a fare?
    Nel contemporaneo i critici dovrebbero indicarci se un testo, bella arte o arte applicata che sia (Mozzi dixit), tenda più verso il bello o verso il brutto; fermo restando che bello e brutto restano soggettivi.

    – Perché in altre arti il pubblico accetta gradi di complessità via via maggiori mentre in questa, di arte, il livello pare marciare verso la semplificazione?
    Perché in musica, che ci sia Clapton che esegue un assolo da urlo o Fedez che urla e basta, noi godiamo ciascuno a seconda del proprio gusto; in tv, che ci sia una serie complessa come Lost con Sawyer che sorride a fossette spiegate o una semplice soap tipo Beautiful con Ridge che fa Ridge, noi vediamo dio (sempre a seconda del nostro gusto, e scusate il sessismo dei miei esempi); mentre in un’opera scritta noi lettori siamo chiamati a suonare e sorridere insieme al testo per goderne e vedere dio.
    (E non mi ricordo chi, ma sicuramente qualcuno l’avrà detto che per l’uomo è naturale evitare lo sforzo, almeno fin che può farlo o, in alternativa, fin che esso non gli restituisca uguale piacere).

  7. Paolo Galli Says:

    Ormai non suono quasi più, ma sono stato un ottimo chitarrista. Ho smesso nel 2013. Ok, nessuno che abbia studiato musica per (tanti) anni smette mai definitivamente; diciamo che adesso strimpello ogni tanto. E, sempre ogni tanto, provo a scrivere qualche racconto. Mi piacerebbe, un giorno, imparare a scrivere come, fino al 2013, suonavo la chitarra. Ed è proprio su questo mio desiderio che il concetto di polifonia (a livello musicale) mi si aggancia ad un’altra forma d’arte: la scrittura. Marco mi porta a riflettere sulla polifonia della mia scrittura, perché le voci, i gesti, le reazioni dei personaggi diventano “molti suoni” così come i luoghi e gli ambienti delle mie storie. Con la chitarra (per me) interpretare la polifonia era diverso, nella pratica. Ma il risultato (ideale) è lo stesso. Per arricchire una melodia bisogna essere bravi: si deve sapere da dove si parte e dove si vuole andare a parare. Bisogna sapere dove mettere gli accenti. E’ proprio l’accento che crea un ritmo, un corpo; che anima la melodia. Gli accenti che creano la melodia possiamo chiamarli “grandi accenti”. E se non voglio snaturare la melodia, ma creare polifonia, devo essere bravo a inserire altri accenti; accenti più piccoli e in luoghi diversi del brano. Devo creare molti suoni, suoni accessori che diventano di importanza fondamentale nel momento in cui creano piccole (o grandi) rampe per il rilancio della melodia e dei suoi grandi accenti.
    Non credo di riuscirmi a spiegare meglio di così. Spero di essere riuscito a dare un’idea.
    Ad ogni modo, per quanto riguarda la scrittura, non me ne intendo granché. Ma posso provarvi che, invece, di musica, me ne intendo.
    Spero che il link funzioni.

  8. marcocandida Says:

    Magda ti ringrazio per l’intervento e sono d’accordo. Mi chiedo se poi in letteratura (in senso ampio, non solo la narrativa) esista davvero complessità. Voglio dire, in fondo Mr James Joyce nell’Ulisse cercava di rappresentare qualcosa di così complesso che anche il tentativo di Joyce di semplificarlo (per capire, comprendere, afferrare il concetto e potersi orientare con più consapevolezza nel mondo) risulta comunque assai complesso. Ma anche Herr Ludwig Wittgenstein, in fondo, tende a ridurre a elementi fondamentali la realtà. Egli dice che la logica corrisponde alle cose, ma: quanto complesso ci sembra il suo gesto di riduzione! Monsieur Flaubert, Monsieur Balzac, Monsieur Proust ci consegnano opere dove c’è dentro tutto. Ma già le Pharsalia di Lucano, la Teogonia di Esiodo, la Trasimenide di Matteo dell’Isola… Mi chiedo se quel che chiamiamo “complessità” non sia piuttosto qualcos’altro: l’ambizione di misurarsi con l’infinitamente misterioso rendendolo comprensibile, semplice, universalmente chiaro. Solo che questo tentativo è spesso, se non sempre, fallimentare, e si finisce per sperimentare quanto piccola sia la nostra parola difronte anche a una cosa soltanto, una qualsiasi cosa.

    Paolo, complimenti. Ottimo assolo. Ci sai proprio fare. 😉

  9. dm Says:

    (Parentesi jazzistica, scusate. Ecco, credo che l’intervento di Paolo Galli sia utile anche in questo senso. È sicuro che lo spezzone musicale che ci ha proposto è qualcosa di complicato, ma non di complesso. L’armonia che sostiene gran parte dello spezzone ci è chiara (e forse prevedibile) da almeno tre secoli. I modi sono ben precedenti e così l’uso heavy metal… delle triadi. Lo stile e le possibilità tecniche sperimentate nello stile: vibrato, bending e “armonici” risonanti hanno almeno cinquant’anni. Con qualche contributo non sostanziale degli anni ’80 (Val Halen, “1984”; “Guitar” di Zappa principalmente) e l’ultimo rigurgito di novità dei ’90 (“Passion and warfare” di Vai, i primi barocchismi dei Dream Theater, poco altro di veramente nuovo per il Chitarrismo).
    La complicatezza è ovviamente tutta dell’esecuzione: ed è il motivo per cui questo genere chitarristico non si è esaurito e forse non si esaurirà davvero mai, dal momento che l’ascolto – come testimonia benissimo il video in cui si inquadra perfettamente la gestualità delle mani all’opera – è un ascolto, diciamo, cinestesico e visivo, che mette in modo più che l’immaginazione legata alla fruizione del brano (cosa che invece accade nella complessità della “musica contemporanea” – vedi il super-super-visivo Berio, ad esempio – perdonate se mi lancio dal trampolino) un’immaginazione incentrata sulla difficoltà dell’esecuzione e, scado nel ridicolo ma non sbaglio, focalizzata sull’impresa del chitarrista-eroe: l’unico, diciamo così, in grado di prendere certe note a quella velocità o magari con lo sweep-picking à la Frank Gambale (il perfezionatore tecnico di questo stile) o con qualche altra piccola e anti-estetica maniera più aggiornata. In misura ridotta ciò che accade per il melodramma in cui il tenore è eroe doppio, nella storia e come esecutore messo alla prova dall’orchestra eccetera. Mi sono lasciato un po’ andare ma, insomma, il punto mi sembra chiaro. O sono stato complicato?

    Tra l’altro Paolo Galli scrive “per quanto riguarda la scrittura, non me ne intendo granché”, ma se è lo stesso Paolo Galli di cui Marco Candida propose di leggere in vibrisse due racconti, molto belli, credo che s’intenda più di scrittura che di musica. Secondo me. – Non metto il link ai racconti solo perché altrimenti il sistema anti-spam mi censura. Chiusa parentesi jazzistica. Scusate).

  10. Ma.Ma. Says:

    Marco, sai che forse a me sfugge questo: l’obiettivo. L’obiettivo di fare ridere, se ottenuto sia da chi fa una battuta sciocca sia da chi fa una battuta colta, siamo d’accordo: significa che funziona in entrambi i casi. Ma a me il romanzo (non la poesia, eh: si parla di romanzi) che gioca solo sulla ricerca linguistica e non ha veramente nulla da dire (un contenuto interessante, intrigante, disturbante, quello che vuoi, ma un qualcosa insomma) è pari al politico che chiacchiera per un’ora e non dice niente. Cioè: quale sarebbe lo scopo? Fare prendere il dizionario in mano al lettore? Che se è questo abbiamo capito il motivo per cui non vengono pubblicati: esistono già i dizionari, se una persona volesse imparare parole nuove gli basterebbe prenderlo in mano e leggere un lemma al giorno.
    Se un musicista improvvisa e crea suoni anche magari disturbanti, ma senza dargli “un senso”, senza riuscire a rendere un qualcosa di riconoscibile come prodotto musicale (non da vendere, ma da godere), sta facendo arte? (so che per alcuni è così, ma io nutro profondi dubbi). Altrimenti – credimi – se mi ci metto io davanti a un piano ti creo l’ira di Dio (già fatto), una non musica più che celestiale di certo infernale (ho fatto pure un anno di lezioni private di chitarra classica: credo stia ancora piangendo il maestro. Ultimamente un paio di pazzi – visto che su fb mettevo delle cose in versi mi hanno chiesto pure di mandare loro un testo per una canzone: il tipo che ha fatto la base ha già partecipato all’Eurosong, per dire. E a uno dei due piaceva pure… mah). È arte, quella del musicista solo perché conosce tecniche e parole che io non conosco, anche se il risultato potrebbe essere lo stesso? Io non credo. Così come per i romanzi: che faccio? Se prendo un vocabolario e metto qualche parola una vicina all’altra, evvvvia, mi viene un capolavoro e lo chiamo risultato di una ricerca approfondita durata anni (che insomma, ci vuole tempo a cercare in un vocabolario tutte le parole più difficili per scartare quelle note e non ripeterle all’infinito, creando qualcosa di apparentemente simile a una prosa). Anzi: mi invento una nuova lingua e ci scrivo un romanzo intero. Un bel romanzo all’italiana maccaronica. Infondo se l’essere inaccessibile e difficile da capire è un vanto, un valore aggiunto, mica è difficile. Perché è questo che io intendevo con le mie domande.

    Ti risparmio l’ovvietà. Mi si dirà che nel mio caso, be’, io sono la dilettante per cui è ovvio che farebbe schifo quello che improvviso, mentre un professionista sa quello che sta facendo, per cui anche se io non me ne rendo conto di certo fa qualcosa di importante. Ecco: è questo quello che contesto. Io credo che non sia sempre così: credo che ci siano persone molto colte e/o che sanno scrivere benissimo (in un italiano perfetto e anche interessante, ma senza inventiva), qualcuno in modo più comprensibile, altri in modo meno comprensibile, i quali – solo – per il fatto di essere colti e capaci a parlare si sentono autorizzati a scrivere storie come se fossero capolavori (quando possono invece essere anche cazzate, ma dette bene) pretendendo giusti riconoscimenti. E persino che spesso questi riconoscimenti arrivano proprio perché: vuoi che uno colto e bravo a parlare e a scrivere non abbia come minimo qualcosa di eccezionale da dire? Evvia (e di rimando, di certo una persona non colta e con minori tecniche dirà sempre delle sciocchezze, ovvio). Eh, no, non è possibile, anche se non lo si intuisce subito, c’è, semmai ci vorranno un paio di letture, perché è complesso, eh, mica uno così colto è così banale da offrirti subito la soluzione, devi trovartela: ecco, io credo a volte che i più in gamba non siano quelli che scrivono, ma chi trova cose interessanti in quello che viene scritto, anche se l’autore non ce l’ha messo.

    Poi va be’, mi sciocco quando sento che alcuni “critici” debbano attendere quello che dicono altri colleghi prima di esprimere la loro opinione su certi libri, che è un’altra cosa che non capisco.

    Ecco io ho a volte il timore che la “lingua ricercata” vada a compensazione di storie inesistenti o povere: per cui se già non mi pigli e in più mi diventi un peso perché mi credi difficoltà a capirti, be’: ciao!

    Faccio un esempio: mai studiato latino e tante parole non le ho capite ma nemmeno le ho cercate sul vocabolario, anche perché non ne avevo uno a portata di mano (lo lessi in vacanza) e non avevo ancora un telefonino con internet, ma, cavoli, Il nome della Rosa l’ho divorato con un gusto tale che mi è rimasto sotto pelle. Perché, nonostante molte parole non fossero a me note, e nonostante le frasi in latino per me non avessero nessunissimo significato, la storia l’ho capita perfettamente ed era così intrigante da trascinarmici dentro senza crearmi alcun disturbo.

    Io preferisco premiare una progettualità di pensiero che vada oltre la tecnica e il tempo (sì, ce l’ho anche con il tempo: l’ultima discussione avuta con una collega si è interamente concentrata per l’appunto su questo. Se ci metti tanto, il libro ha probabilità di essere bello; se ci metti poco, non lo sarà di certo. Attenzione, non si parla di impegno, ma di tempo. Punto. Per cui un libro scritto in quattro mesi, lei non lo prende nemmeno in considerazione. Poi se quello che ci ha messo cinque anni nel frattempo si è fatto i cavoli suoi, ha lavorato, è stato pigro, ha fatto un altro paio di libri di altro genere (eh, ma la storia maturava dentro intanto), magari ha fatto pure un figlio, c’aveva le vacanze ma in vacanza non si lavora, e poi tra una presentazione e un convegno e gli articoli, insomma, se poi quello che ci ha messo cinque anni, in verità al libro ha dedicato in tutto tre settimane, mentre l’altro dei quattro mesi c’ha lavorato ininterrottamente tutti i giorni per 13 ore al giorno, questo è irrilevante. Ovviamente. Io tutte queste cose qui non le capisco e le digerisco con tantissima fatica, ma proprio faccio un sacco di fatica. Tanta tanta.
    E ce ne sono di cose così, che non capisco. Che mi sembrano stranissime.

  11. marcocandida Says:

    Ma.ma., interessante tutto quello che scrivi. Sul Nome della Rosa di Umberto Eco, certo, non sapere il latino non è ostativo, tutto sommato, perché Il nome della Rosa, con Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, riprende in pieno lo schema dei gialli di Arthur Conan Doyle con Guglielmo nella parte di Mr Holmes e Adso nella parte del Dottor Watson. Perciò, essendo uno schema giallo classico (da Mrs Marple a Jessica Fletcher, da Kay Scarpetta a Hercule Poirot: centinaia, migliaia di gialli), il lettore fila spedito come un treno anche se incontra corpose sezioni storiche, parole in latino e quel tanto di pindarismo che ha fatto diventare Il nome della Rosa un esempio compiuto di letteratura postmoderna. Anche per i romanzi di Sciascia, dove il grande autore siciliano dimostra sovrana padronanza della lingua, si può dire lo stesso. Ricorrere a uno schema narrativo collaudato serve a trovare una risposta a una delle principali esigenze della narrativa che è “Cosa succede nella pagina successiva? Cosa viene dopo? Come va a finire?”.

  12. gianni Says:

    Provare con le lezioni di Paul Gilbert aiuta. 😉 E aiuta anche a capire la complessità… Soprattutto quando affronta l’argomento relativo a quanto ha imparato dal blues e riportato nel metal, il primo spesso accusato di essere semplice.
    Forse vale anche per chi scrive?

  13. ilperdilibri Says:

    […] via Complessità/semplificazione: considerazioni e appunti — vibrisse, bollettino […]

  14. marcocandida Says:

    Gianni, sono d’accordo. L’intervento di Daniele (ancora una volta!) apre pagine e pagine di discussione. Il jazz è più complesso dell’heavy metal, ma questo in linea teorica. Nella pratica, quello che conta credo sia il grado di specializzazione. Per riportare il discorso sulla letteratura, abbiamo grandi scrittori che, pur muovendosi all’interno di un genere, specializzandosi in quello, sono riusciti ad allargarsi e a sconfinare nella letteratura tout-court. Perciò, potremmo dire, l’impostazione jazzistica è quella che ti insegna a spaziare, a sconfinare. L’heavy metal, il blues, il country… ti insegnano a rimanere nel tuo cortile. Questo “rimanere nel cortile” che cosa insegna, davvero? Be’, insegna a riconoscere quelle “piccole differenze” che “fanno la differenza”. Voglio dire, il blues è quello lì, e non cambia. Eppure, c’è differenza tra B.B King ed Eric Clapton, tra Robert Johnson e Muddy Waters… Insegna lo “stile” e che lo “stile” è fatto non solo da come usi il plettro ma anche dalle scale che usi, gli effetti della chitarra, le corde… contano le scelte, e la qualità delle scelte.

    In questo senso e solo in questo senso, ha ragione Mozzi, quando scrive che la “letteratura va disprezzata e non amata”. Il gesto creativo nasce da una “differenza” da tutto ciò che già esiste. Il che, piaccia o no, ha una grossa implicazione: significa che all’artista non basta quello che già esiste, l’artista prova una certa insofferenza per quello che già c’è, non lo considera abbastanza bello, abbastanza da non aggiungerci ciò che di bello ha trovato lui, inventato lui.

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