Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 8

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di Federica Pittaluga

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Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

* * *

Su iniziativa di chi avvenne la separazione di fatto? Quale fu la causa e l’occasione della separazione?

Il ricordo di quelle ultime settimane è doloroso. Nonostante questo, credo che sia giusto dire tutto, raccontare cos’è accaduto, anche se sarebbe più facile non farlo. Ma io non sono stato educato a censurare il male, bensì ad accettarlo, a guardarlo in faccia, perché io sono peccatore tanto quanto Caterina e non posso cancellarlo, quel male, posso solo offrirlo al Signore.
Il fatto che il nostro matrimonio fosse in crisi a un certo punto non era più un mistero per nessuno. Avevo avuto un lungo dialogo con mio padre, che mi aveva incoraggiato ad avere pazienza e non mollare, e mi confrontavo ogni settimana con don Mario, anche se Caterina aveva smesso di partecipare ai nostri incontri. Avevo anche cercato di farmi aiutare da Paolo, perché sapevo che rappresentava per Caterina una figura autorevole. Purtroppo però, mi aveva spiegato lui, il rapporto con Caterina si era incrinato. Avevano avuto una brutta discussione. Paolo aveva tutte le intenzioni di chiarire ma Caterina, a quanto avevo capito, lo evitava. Non avevo chiesto il motivo del litigio, perché non pensavo fosse importante. Quando uno se ne vuole andare, ogni pretesto è buono. E Caterina di pretesti per mandare tutto a monte ne tirava fuori di continuo.
Alla fine su tutto vinse il fatto che avesse una relazione extraconiugale. Era proprio un fatto, un’evidenza con cui dovevo fare i conti. Era tornata a casa una sera, molto tardi, forse l’una del mattino, forse più tardi ancora. Mi ero appisolato sul divano vestito e con le scarpe addosso, dopo aver fatto un giro di chiamate – sua madre, mia madre, alcune sue amiche tra cui Lisa, la moglie di Paolo – e aver appurato che nessuno l’aveva né vista né sentita. Immaginavo che sarebbe suonato il telefono e avrei dovuto correre in qualche ospedale.
Quando era rientrata, i capelli, che di regola teneva legati in una coda, erano sciolti e arruffati; il viso sembrava pesto e invece era solo del trucco colato, ma da quando Caterina si truccava? Non ricordo una sola volta in cui non l’abbia vista acqua e sapone, tranne forse il giorno delle nozze, ma anche in quell’occasione non sembrava affatto un mascherone come quando era entrata dalla porta poco prima. Per me era bello che non si truccasse e non fosse molto vanitosa, perché dimostrava di essere una persona concreta e responsabile. Prima. Non sapevo cosa pensare né come comportarmi con una Caterina che rientrava al mattino, con un alito pesante di alcool e l’aria da stravizio. Quando le avevo chiesto esplicitamente dove fosse stata e perché non mi avesse almeno avvertito, lei si era stretta nelle spalle e aveva detto solo che il tempo vola quando ci si diverte. Si era chiusa la porta del bagno alle spalle e io ero rimasto lì davanti, come un cretino, a parlare a una porta chiusa.
Alle mie continue domande, rispondeva solo lo sciacquone, poi il rubinetto del lavandino e il fragore della doccia. Avevo aspettato. Quando la porta si era aperta, mi aveva trovato parato proprio davanti a lei e intenzionato a non lasciare che mi evitasse ancora. Non ce n’era stato bisogno, perché Caterina, con indosso solo una vecchia t-shirt slabbrata, mi aveva guardato: «Tu non hai capito niente, vero?»
Si era stesa sul divano, si era coperta con il plaid che teneva sempre lì, ormai da mesi e si era addormentata di schianto. Non c’era stato modo di parlare.
Quando mi ero alzato per andare al lavoro, alcune ore dopo, mi ero stupito di non averla trovata stesa nella stessa posizione. Mi aspettava invece seduta al tavolo della cucina e mi aveva versato il caffè latte.
«Temperatura perfetta» le avevo detto nel ringraziarla. Aveva fatto un cenno di assenso. Era diventato uno scherzo tra noi, quando, nei primi tempi del matrimonio, mi scaldava il latte nel microonde senza mai riuscire ad azzeccare la temperatura. Ero solito dire a chi mi chiedeva come andava la vita matrimoniale che Caterina sarebbe stata una vera moglie quando avesse imparato a fare il caffè latte alla giusta temperatura. Lo dicevo per scherzare, ovviamente.
«Mi sono licenziata»
Mi colse del tutto alla sprovvista, al punto che per un momento pensai che stesse scherzando. Per settimane, anzi mesi le nostre conversazioni erano state laconiche e piene di livore, invece quel mattino d’improvviso Caterina sembrava un’altra. Iniziò col dirmi delle dimissioni, ma non mi diede spiegazioni, disse solo che doveva. Poi mi disse che aveva un altro, da alcune settimane. Non voleva ferirmi, aggiunse, ma fino a ieri pensava che io fossi al corrente della situazione, o che quantomeno avessi intuito qualcosa.
Per assurdo, sembrava quasi che le spiacesse per me, proprio lei, che stava gettando via l’intera sua vita. Quando le chiesi cosa la spingesse a rinnegare tutto, lei cercò le parole senza riuscirci. L’unica cosa che mi seppe rispondere fu che il nostro non era mai stato un matrimonio.
Le avevo detto che noi siamo chiamati a rispondere alle circostanze presenti, e a seguire Cristo in quelle circostanze, anche quando sono difficili o incomprensibili. Le avevo fatto un lungo discorso sul fatto che avevamo delle difficoltà, ma non dovevamo mollare prima di averci provato.
Mi ascoltava in silenzio, con la testa china e io non potevo vedere l’espressione dei suoi occhi. Pensavo di averla convinta, perché alla fine aveva detto: «Ora vai, ché fai tardi al lavoro. Ne riparliamo stasera».
Non ho idea di come trascorse quella giornata, e non so nemmeno se fosse la prima dopo aver dato le dimissioni. In realtà, già mentre mi trovavo sul treno della metropolitana diretto al lavoro, mi resi conto che non sapevo niente, solo quelle poche informazioni che Caterina mi aveva dato di sua spontanea volontà. Non le avevo fatto nemmeno una domanda, per esempio chi fosse l’uomo, da quanto andasse avanti quella storia e anche cosa c’entrasse il lavoro.
L’enormità di quanto mi stava accadendo mi precipitò addosso in un attimo, proprio sul treno della verde direzione Romolo. Scesi alla prima fermata e come un automa mi diressi verso l’unico posto cui riuscissi a pensare: casa mia.
Tutto il resto in qualche modo fu semplice, anche se doloroso. Mia madre, quando mi vidi alle nove e mezza del mattino sulla porta di casa, mi fece entrare senza fare domande. Mise su la caffettiera, mi diede qualcosa da mangiare, non ricordo cosa perché non lo mangiai. Attese che fossi io a parlare e io lo feci quasi subito, come se avessi una cisterna di cose da dire e queste tracimassero dalla mia bocca senza controllo. Mia madre mi ascoltò e basta, non ricordo altro.
Ora so che dopo aver sentito cosa stava accadendo fece tutta una serie di cose per aiutarmi a superare quei giorni difficili: chiamò mio padre, Enrico (che poi chiamò anche Giulio) e Tecla. La mia famiglia si strinse intorno a me per aiutarci.
Lo dico e lo ripeto: la mia famiglia voleva aiutarci, voleva aiutare tutti e due a capire qual era il nostro destino, a trovare la nostra strada nella notte. A differenza della famiglia di Caterina che voleva salvare il matrimonio, a qualunque costo, la mia famiglia aveva ben capito che non si trattava di salvare un percorso di vita se quel percorso non era alla fine la cosa migliore per entrambi.
Vale lo stesso per Don Mario, per gli amici della comunità – Giulio, ma anche il Pigi, Paolo e gli altri. So che molte amiche di Caterina hanno cercato un confronto con lei, con la massima apertura, perché alla fine può succedere di sbagliare e questo provoca sofferenza, ma prima di buttare tutto via bisogna ritornare a quell’Incontro che illumina tutto, bisogna affidarsi al Signore che salva tutto anche quando sembra che non ci sia alcuna speranza, anche quando sembra tutto finito.
Me lo diceva proprio qualche giorno fa un caro amico, fratello di Andrea quel ragazzo di Dergano con dei problemi. Mi raccontava che suo suocero è messo molto male, gli hanno diagnosticato sei mesi fa un cancro al pancreas e purtroppo è un cancro molto aggressivo e hanno sospeso la chemio. Mi diceva questo mio amico che davanti a una cosa così ti puoi far abbattere, puoi dire la vita non ha senso, puoi arrabbiarti con Dio che fa ammalare e morire una persona che lascia moglie, figli, nipoti; invece l’unico atteggiamento davvero umano è dire: «Signore, io non capisco ma sia fatta la tua volontà».
Tutto questo io lo dico per spiegare che quando mia madre ha chiamato Caterina e ha cercato di parlare con lei non voleva intromettersi o altro, voleva anzi aiutarla a fare chiarezza in un momento difficile. Ma Caterina non l’ha presa così e quando sono tornato a casa stava radunando tutte le sue cose in sacchi neri per andarsene. Io avevo già chiamato Don Mario ed eravamo d’accordo che l’avrei raggiunto con Caterina intorno alle nove per identificare insieme il cammino da fare ora che le cose erano così drammaticamente cambiate, ma di fatto Caterina aveva già preso la sua decisione e quella sera stessa lasciò il nostro appartamento per sempre.

Su iniziativa di chi avvenne la separazione civile? Sono state osservate le disposizioni del Giudice? Quando e come si giunse al divorzio?

Io prendo il sacramento del matrimonio molto sul serio e non ho mai pensato che avrei sperimentato la separazione. Al massimo un periodo di pausa.
Ho rivisto Caterina ancora tre volte, dopo quella famosa sera. La prima volta è stato quando è tornata a casa per riprendere una serie di cose che aveva dimenticato (aveva lasciato in cantina dei libri, e alcuni vestiti invernali che aveva riposto nel solaio). In quell’occasione ci siamo anche spartiti i regali di nozze, tanto per non sbagliare. Io ho tenuto il microonde, il set di valigie e la TV; Caterina invece ha preso la macchina del caffè con il macinino incorporato, il servizio di piatti e lo stereo. Eravamo d’accordo che non appena avessi lasciato la casa, avremmo stabilito cosa fare dei mobili. Nonostante parlassimo di questa separazione come un dato di fatto, io ancora non ci credevo. È come quando sei bambino e giochi a fare il grande: non credi certo di essere adulto, però misuri fin dove sia il limite. Allo stesso modo io credevo che Caterina volesse provare a essere una donna separata.
In quel primo incontro dopo la separazione volevo darle l’impressione che accettavo la sua decisione. Pensavo che rendendosi conto di essere davvero da sola si sarebbe spaventata. Non le chiesi nemmeno dove stava vivendo e se stesse lavorando. Feci il superiore.
Me ne pentii.
Infatti la seconda occasione in cui la vidi fu davanti a un giudice. Erano passati più di sei mesi dalla prima volta e nel frattempo ero tornato a vivere dai miei genitori, nella stessa cameretta che dividevo con Enrico e che, nei mesi in cui avevo vissuto lontano da casa, era stata trasformata nella camera dei giochi dei nipotini. La sera, quando mi addormentavo nel mio vecchio letto che ora mi pareva stretto e monastico, distinguevo nel buio le sagome della pista delle macchinine e della cucina di Hello Kitty, il baule dei pupazzi e il flipper. Era il mio castigo per aver usato male la realtà, per il mio «grande errore».
Caterina quindi faceva sul serio. Avevo tentato di avere con lei un colloquio chiarificatore con Don Mario, per cercare di capire quale fosse la nostra vocazione, se poi davvero il matrimonio era stato così infelice come gli ultimi mesi di convivenza ci facevano pensare; se non c’era qualcosa da salvare e quindi non stessimo buttando via quell’unica possibilità di pienezza della vita, arrendendoci alle prime difficoltà. Ma Caterina si era sempre negata, all’inizio spiegandomi la sua posizione, poi, con l’andare del tempo, negandosi al telefono e arrivando addirittura a cambiare numero.
Credo che avrei potuto accettare la situazione se fosse scaturita da una riflessione seria, da un giudizio che tenesse conto di tutti i fattori in gioco e non da scelte impulsive. Caterina però rifuggiva ogni tipo di confronto autorevole: come ho già detto aveva litigato con Paolo e da lui avevo saputo che aveva anche smesso la sua corrispondenza con Padre Alfonso. So che Lisa continuava a invitarla a bere un caffè insieme, in amicizia, ma anche con lei Caterina manteneva le distanze.
Persino mia suocera, nelle prime settimane della separazione, aveva sposato la mia causa e cercava in tutti i modi di far tornare Caterina all’ovile, così mi diceva nelle nostre telefonate quasi quotidiane. Da lei ho saputo che Caterina stava da un’amica e non dall’uomo per cui mi aveva lasciato, tale Armando. Questo mi faceva pensare che si trattasse solo di un momento di debolezza che ero disposto a perdonare, non a cuor leggero certo, ma con la consapevolezza che da quell’errore potevamo ripartire insieme.
Quanto all’amica che l’ospitava, la madre di Caterina sulle prime me ne aveva parlato con disprezzo, una scapestrata diceva, dedita solo ai cavalli, a ventisette anni ancora disoccupata. Solo in seguito, mi aveva raccontato che era piena di soldi, perché il padre era un noto costruttore, ora residente a Londra. Questa ragazza poteva contare su un bell’appartamento in Porta Genova, un assegno di mantenimento generoso che le permetteva, mentre terminava gli studi, di condurre una vita alla moda senza rinunce, compresi due cavalli da concorso e un puledro.
Tutto questo per mia suocera contava e la mia posizione si indeboliva. Anche se il buon nome di sua figlia rischiava di essere compromesso da un divorzio, allo stesso tempo era tentata da un mondo più scintillante di quello a cui era abituata e di certo più mondano e ricco di quello cui appartenevo io. L’unica mia alleata a cui Caterina rispondeva ancora al telefono, insomma, stava per prodursi in uno spettacolare voltafaccia, senza che io avessi ottenuto niente, neanche un incontro per un caffè.
Così tempo sei mesi, ci ritrovammo davanti al Giudice. In quell’occasione, Caterina mi era parsa molto magra e nervosa, sulle spine. Avevo attribuito la tensione a indecisione, dubbi oppure timori. Ma in aula non aveva avuto esitazioni nel dichiarare che i nostri caratteri si erano rivelati incompatibili e, appena terminata l’udienza, era sparita, senza darmi il tempo di dire nemmeno un «Ciao, come stai?».
Ho parlato di una terza volta. È successo poche settimane fa, al supermercato. Aiutavo mia madre a fare compere in un megastore che hanno aperto da poco e fa ottimi sconti. Quel giorno, in particolare, c’era una promozione sui detersivi e mia mamma mi aveva chiesto se potevo accompagnarla, perché papà aveva i consigli di classe. Non potevo certo tirarmi indietro e così eravamo là che riempivamo due carrelli di merce di ogni tipo perché gli sconti erano sui detersivi, ma c’erano offerte anche sulle merendine che piacciono tanto ai bambini di Tecla, sulla pasta preferita da papà – che non mangia la pasta Barilla – e penne, quaderni, matite colorate, ma anche vino, olio, passate di pomodoro. Mia mamma pescava dagli scaffali e io riponevo nei carrelli, perché mia mamma è brava, ma tanto disorganizzata e invece io ho un sistema per far sì che i prodotti, messi sul nastro della cassa nel giusto ordine, siano poi insacchettati in modo efficiente.
È stato proprio nella corsia delle bibite gassate che l’ho vista. Camminava accanto a un tizio con una maglietta bianca che spingeva un carrello semivuoto. Parlava animata, gesticolava, rideva. Aveva il viso splendente, ho pensato, e poi ho visto la mano destra appoggiata sul ventre teso e tondo.
Prego il Signore che lei abbia trovato quello che cercava e anche se so che ha abbandonato il Movimento e la Fede, prego ogni sera per la sua salvezza.

C’è qualcuno che abbia ricordi o possa riferire vostre confidenze in merito alle situazioni o intenzioni con cui vi siete sposati e in merito all’andamento della vita familiare?

Don Mario Casati – padre spirituale degli sposi
Padre Alfonso Meregalli – padre spirituale della sposa
Franco Bonomi – padre dello sposo
Attilia Rami in Bonomi – madre dello sposo
Giulio Antinori – responsabile della Fraternità dello sposo
Paolo Belletti – responsabile della Fraternità della sposa
Enrico Bonomi – fratello dello sposo
Tecla Bonomi – sorella dello sposo
Lisa Ottolini – amica della sposa

Albina Mandini in Girolimoni – amica dello sposo

12 Aprile 2009

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5 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 8”

  1. paolab Says:

    complimenti e non solo per la tenuta della voce di giorgio, tanto realistica che (soprattutto conoscendone la lingua da “dentro”) è quasi una sofferenza leggere. complimenti perché hai saputo usare questo codice per far emergere tra le righe, senza che giorgio se ne accorga, non solo la caterina che lui non vede (al lettore, invece, sembra di vedere una persona che si agita nel gomitolo di parole in cui è avvolta, finché un po’ per volta spunta una mano, un ginocchio, un naso… e alla fine un “ventre teso e tondo” ) ma anche un giorgio che non si conosce.

  2. maria Says:

    L’autrice è stata talmente brava che il mio coinvolgimento è stato totale, fino alla sofferenza per entrambi i protagonisti. Ho dimenticato l’acredine verso Giorgio mentre compatisco ovviamente Caterina(che non vedo più ora,però, totalmente esente da colpe)Il finale ha provocato questo mio stato d’animo diverso rispetto alle precedenti puntate,di una certa composizione dei giudizi. Sono entrambi personaggi di uno straordinario realismo.

  3. tommasosavoia Says:

    “Era il mio castigo per aver usato male la realtà, per il mio «grande errore».” … Alla fine siamo giunti al punto che tutti sapevamo sarebbe arrivato. Lo sapeva anche Giorgio, anzi lui lo sapeva ancora prima di conoscere Caterina, che prima o poi sarebbe arrivato. Da questa certezza nascono il dolore e la disperazione che erano già in lui prima che tutto questo accadesse, che, forse Albina, che no ha abbandonato “il Movimento e la Fede”, ha voluto allontanare da se. Lo sapeva eccome, e per non contraddirsi non ha fatto niente per evitarlo, neanche scendere dalla metro alla fermata giusta, che era quella di casa loro, non di casa dei suoi, per poter dire a Caterina che come lui sapeva bene se ne sarebbe andata comunque, che non aveva voluto bene solo al progetto che Dio aveva per loro, ma che voleva bene anche a lei. Lei sarebbe andata, però lui almeno lo avrebbe detto. Ormai aspetto le uscite come da ragazzo facevo con L’Intrepido.

  4. Fiammetta Palpati Says:

    Mi sono espressa in termini entusiastici su questo testo già in principio. A fine lettura confermo. Mi associo a coloro i quali hanno segnalato i molti pregi di questo racconto soprattutto in merito alla tenuta e alla eccellente modulazione della voce – in particolare ho apprezzato la disinvoltura con la quale crea e riempie la scena, ancorché collettiva.
    Ma, in tutta sincerità, devo ammettere che io questo testo me lo sono soprattutto goduto, dimenticando – fortunatamente – di chiedermi cosa funzionasse e perché funzionasse. E per questo ringrazio Federica per averlo scritto e Giulio per avermi data la possibilità di leggerlo.
    (certo adesso mi scappa di dire che Giorgio è un narratore malgré lui…)
    Ma esiste anche la Versione di Caterina? E da cosa altro è costituito il romanzo?

  5. Ma.Ma. Says:

    Non mi pare l’abbiano detto in molti. E so che è un tema poco – come dire – poco facile, un po’ ostico e già affrontato altre volte su Vibrisse. Ma io che ho le dita delle mani prive di buonsenso (per cui scrivono da loro), mi va di dirlo: la voce narrante maschile è stata credibile dall’inizio sino alla fine. Non ho mai percepito in nessuna parola o riga o concetto, o non so che altro, che a scrivere fosse una mano femminile. E secondo me già solo questo è un grande traguardo. Per il resto ho già disseminato i post con i miei pensieri. Come Fiammetta, ora mi piacerebbe leggere il resto del romanzo se – come mi pareva d’aver capito – contenesse il punto di vista di Caterina. Speriamo in un editore.

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