Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 7

by

di Federica Pittaluga

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Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

* * *

Durante la vita matrimoniale Lei o l’altra parte o entrambi avete voluto figli? Vi furono pratiche volte a evitare gravidanze o a interromperle?

Una sera siamo stati a cena da Paolo e Lisa. Erano sposati da sei mesi, all’incirca, e quella sera erano felici di annunciare l’arrivo di un bebè, il primo di quattro secondo le ultime notizie che ho ricevuto.
A quell’epoca non conoscevo molto Paolo. Sapevo qualcosa della sua storia: aveva fatto la Bocconi e ora lavorava per la Compagnia dell’Abitare. Era stato lui a proporre il nome di Caterina per una sostituzione maternità. Paolo aveva sposato una compagna di studi di Caterina, Lisa. Era stata proprio Caterina a presentarli e Lisa era molto legata a mia moglie, al punto che eravamo tra i primi ad apprendere la bella notizia. La gravidanza era di solo due mesi, troppo presto per informarne amici e conoscenti, anche perché purtroppo in precedenza aveva perso un bambino nelle prime settimane.
Il piccolo appartamento si trovava nello stesso quartiere dove Paolo e Caterina erano cresciuti. Infatti, nonostante un generale decadimento della zona, incuneata com’è tra la stazione Centrale e Piazza della Repubblica, i prezzi al metro quadro erano stellari. Con il generoso contributo dei genitori di Paolo, si erano potuti permettere solo un bilocale con cucina abitabile e un bagno, al primo piano di uno stabile senza ascensore. Le finestre affacciavano su un cortile interno, silenzioso ma cupo.
Il soggiorno era minimale, ma molto ordinato: un divano a due posti chiaro, una libreria, un tavolino con dei fiori bianchi. Mia mamma avrebbe riconosciuto nello stile e nell’ordine quella che lei definisce la tipica sposina dei giorni nostri, che ritiene di dover dimostrare a tutti che è in grado di lavorare, occuparsi della casa e dei figli (in questo caso futuri, ma già in arrivo).
Come cuoca, Lisa mostrava più entusiasmo che perizia. La pasta con i gamberetti era scotta, l’arrosto crudo nel mezzo. Avevo fatto lo stesso i miei complimenti alla cuoca, per gentilezza e anche per riempire una delle lunghe pause di silenzio tra un argomento e l’altro.
Era stato più o meno a quel punto che Lisa aveva guardato Paolo con intenzione e aveva detto qualcosa come: «Adesso glielo possiamo dire?» e Paolo aveva annuito.
Caterina aveva seguito questo scambio e subito aveva domandato: «Aspetti?». C’erano stati abbracci, qualche lacrima dalla futura mamma che ripensava alla passata esperienza con paura ma diceva che aveva fatto voto alla Madonna e cercava di riposarsi il più possibile. Lo scambio tra le due donne che ne era seguito era abbastanza convenzionale, almeno per me che l’avevo sentito in altre circostanze innumerevoli volte (nipotini, figli di amici ecc..).
Mi ero a mia volta congratulato con Paolo, che aveva accennato a un sorriso e aveva detto: «I prossimi siete voi».
Avevo sorriso: «A Dio piacendo».
Più tardi, quella stessa sera, eravamo stati raggiunti per il caffè da altri amici di Caterina e di bambini non si era più parlato. Avevamo invece visto tutti insieme le diapositive del nostro viaggio di nozze in Brasile, trascorso a fare volontariato nella missione di Padre Alfonso. Ricordammo i bei momenti passati laggiù con i bambini e la piccola comunità e scherzammo sul fatto che non erano molti i viaggi di nozze trascorsi in camere separate. Raccontammo che il più grande desiderio del loro amico era costruire una chiesa, anche piccola, che fungesse da simbolo e da luogo di ritrovo per la comunità, che all’epoca invece celebrava le funzioni in una stanza a casa di Padre Alfonso, oppure in un cortile. C’erano altre opere che il padre missionario aveva in progetto (una scuola, un laboratorio e altre cose), ma quello della chiesa era il suo progetto preferito e sperava di poterlo realizzare nei prossimi cinque o sei anni, a seconda delle offerte che avrebbe ricevuto.
Per tutto il tragitto verso casa, Caterina aveva parlato ininterrottamente. Aveva commentato la casa, non ci era mai stata prima e ne aveva apprezzato lo stile minimale e l’ordine, l’aveva paragonata alla nostra che in generale aveva un’aria più rustica ma più vissuta, saranno i pavimenti di legno, oppure il divano scuro, aveva notato. Poi era passata a raccontarmi degli episodi che vedevano protagonisti gli amici che avevo conosciuto quella sera, il Giangi che alle medie si era rotto la gamba in vacanzina e aveva passato la settimana rimanente a suonare il sax tutte le volte che gli altri andavano in gita oppure facevano il giocone, ma nonostante dovesse essere trasportato a braccia qui e là non aveva voluto tornare a casa. Era fidanzato con la Ceci da almeno cinque anni, forse qualcosa in più, Caterina non ricordava bene, però le sembravano una bella coppia. Cosa ne pensavo io?
Non parlammo di bambini. Nel corso delle settimane l’argomento era diventato spinoso, anche in proporzione alle crescenti aspettative che i nostri rispettivi amici avevano in merito. Per noi invece non era facile.
Credevo che per Caterina questo fosse un motivo di dolore, come lo era per me, ma ero certo che si trattasse di una situazione temporanea e presto anche noi, come avevo detto quella stessa sera a Paolo, avremmo annunciato il lieto evento. Lo dissi anche a Caterina, le diedi un bacio in fronte, spensi la luce e mi addormentai.

Durante la vita coniugale avete avuto bisogno di cure psichiche? Per quali motivi? Avete conservato documentazione clinica?

Se Caterina, a un certo punto, si sia rivolta a uno specialista non me lo ha detto. Io glielo avrei consigliato, nonostante abbia già chiarito altrove il mio pensiero su queste pratiche. Cioè io penso che l’uomo sia rapporto con l’Infinito e se uno vive questo rapporto con fedeltà, allora non ha bisogno di niente altro, proprio come dice quella canzone «quando uno ha il cuore buono, non ha più paura di niente, è felice d’ogni cosa, vuole amare solamente».
Alla fine il problema è tutto lì, nel cuore. Non intendo dire nel sentimentalismo che ti fa rimanere attaccato alla persona che hai sposato fin tanto che dura il tuo sforzo, la tua buona volontà. Caterina mi diceva: «Io ci sono dentro al 100%» e però io non vedevo (è colpa mia, ben inteso), non capivo che il suo esserci dentro era uno sforzo volontaristico, che non aveva niente a che fare con il bene per me o il bene per lei.
Quando parlo del cuore, io lo intendo come esperienza elementare, come esigenza di felicità, di verità di giustizia e come criterio per valutare tutte le cose. Come dice San Paolo: «Vagliate tutto, trattenete ciò che vale». Questo è il modo umano di vivere le cose, è un sentirsi sfidato a paragonare tutto non a quello che pensa tua mamma, il mondo oppure la televisione, ma l’essenza del tuo proprio essere.
Caterina avrebbe dovuto fermarsi per ascoltare il suo cuore, invece di lasciarsi travolgere dal sentimentalismo.
Mi rendo conto (lo dico non per difendere Caterina, ma per chiarire bene il mio pensiero) che la realtà del nostro matrimonio era diversa da quello che ci aspettavamo. Però c’è sempre, io credo, una distanza tra il TUO progetto e il progetto che un Altro ha su di te. Mi viene in mente un amico che è venuto in vacanzina quest’anno che diceva questa cosa: «Io da grande volevo fare lo gigolò intorno al mondo e invece vendo scarpe. Questa è la vita» e poi diceva anche un’altra cosa: «I conti tornano lo stesso anche senza Cristo: i soldi, la famiglia, gli affetti, il lavoro. Uno può anche dire di non avere bisogno di Cristo. Ma Cristo c’è e io voglio capire qual è il senso della mia vita».
Io a queste parole ci ripenso spesso. Non credo che un analista possa vedere più chiaramente di questo mio amico che ha uno sguardo davvero aperto sulla realtà. È proprio un grande e io vorrei essere capace come lui di giudicare questa esperienza, la mia vita, con la stessa Presenza nello sguardo.
Io non ne sono capace e certo anche Caterina, se mai lo è stata, a un certo punto si è persa. Però, e so che questo glielo hanno detto in tanti, anche quando fai fatica e non vedi la strada ti devi fidare e devi seguire qualcuno che la strada la sa. E non è un analista, che paghi e sa quel tanto così; è uno che vuole bene al tuo destino che ti può guidare.
Infatti io oggi posso dire che il mio cuore non si è perduto, perché ho seguito anche quando credevo che fosse notte fonda, mi sono fidato.
Caterina può dire lo stesso?
So che sua madre si è offerta di pagarle un aiuto psicologico quando se n’è andata di casa, mentre, fintanto che Caterina è rimasta a casa, non era al corrente della situazione del nostro matrimonio. Non ne sono certo, ma penso che se lo avesse saputo sarebbe intervenuta prima.
Questo tipo di comportamento fa parte della serie di contraddizioni che ho imparato a riconoscere come proprie della famiglia d’origine di Caterina: non approvavano il nostro matrimonio, ma ci avevano tenuto a celebrarlo in grande stile; non godevo delle loro simpatie, ma quando Caterina mi ha lasciato hanno tentato di farla tornare a casa, le hanno chiesto di ripensarci, di riprovarci.
Potrei dire che allo stesso modo hanno insistito per far frequentare a Caterina l’oratorio, ma disapprovavano tutte le iniziative del Movimento e le rendevano la vita difficile quando, da adolescente, voleva partecipare alle vacanzine oppure al Triduo.
Mi sembra un modo folle di crescere un figlio, quasi psicotico. L’unica legge è quello che sta bene, quello che pensano gli altri di questo o di questo altro comportamento. Il matrimonio affrettato non sta bene, ma è gestibile; il divorzio invece non sta bene e allora hanno dispiegato ogni mezzo perché Caterina tornasse a casa.
Non so cosa ne penserebbe un terapeuta, ma credo sia proprio materia sua. Non si può evitare di fare un collegamento tra l’educazione che Caterina ha ricevuto e il suo successivo comportamento di fronte alla realtà del matrimonio, che ha rappresentato per lei una prima assunzione di responsabilità nella sua vita da adulta.
Per quello che ne so, comunque, Caterina non ha visto nessun terapeuta, almeno finché abbiamo abitato insieme. Posso affermare con certezza che non ne aveva alcuna intenzione, perché mi ha urlato in faccia, una scena che voglio dimenticare al più presto, una scena che sogno ancora di notte nei miei incubi peggiori, un momento della mia vita che non avrei dovuto vivere, mi ha urlato dicevo che dovevo farmi curare, che io dovevo farmi vedere da uno bravo, io e i miei parenti che si permettevano di dirle dove stava sbagliando, che le telefonavano per offrirle un perdono che lei non aveva chiesto.
Non ho preso sul serio le cose che mi ha detto Caterina in quello che reputo l’ultimo, drammatico istante del nostro disgraziato matrimonio, o tentativo di matrimonio, perché poi davvero può considerarsi tale con tutto quello che c’è stato e non c’è stato? Comunque non presi sul serio Caterina, perché era chiaro che in quel momento non ce l’aveva con me, con la mia famiglia, forse nemmeno con la sua che pure delle responsabilità ce le aveva e ce le ha. L’unica contro cui Caterina in quel momento avrebbe voluto scagliarsi era proprio Caterina stessa. Ma certo non se ne rendeva conto, presa com’era nel miraggio di decidere una cosa con la sua testa, come se questa fosse la massima espressione di libertà e la libertà invece non fosse aderire con semplicità alle circostanze. Mentre radunava le sue cose, e scagliava invettive, non stava rinnegando il nostro matrimonio, ma, peggio, tutto quanto. E non era il gesto di una persona libera: era il gesto di una persona annichilita dalla propria piccolezza.

Quando e per quali motivi la convivenza coniugale cominciò a degenerare? Quali mancanze Lei attribuisce a sé e all’altra parte? E quali l’altra parte a Lei o a sé stessa? Avete chiesto aiuto a qualcuno per affrontare queste difficoltà?

Io sono stato educato a vedere sempre il positivo nelle circostanze della vita e a pensare che ogni grazia è responsabilità. Non è mia abitudine rimuginare su cosa ha sbagliato e come e perché. So infatti di essere peccatore e l’unico atteggiamento davvero umano è offrire il mio limite a Cristo perché Lui salva tutto.
Ho accennato nelle precedenti domande ad alcune difficoltà che abbiamo incontrato nel corso della nostra vita coniugale e non mi sono concesso di ricordare un solo momento felice, che pure c’è stato. Il primo che mi viene in mente è quando siamo andati all’udienza con il Papa per i novelli sposi con i ragazzi del corso.
Ci siamo trovati in Stazione Centrale il pomeriggio del martedì, vestiti in borghese, ma con gli abiti del matrimonio. Eravamo cinque coppie in tutto. Mi toccava portare il sacco grigio che conteneva il vestito di Caterina e il mio abito, mentre lei, in un trolley che ci avevano regalato per le nozze, portava le scarpe, la mia camicia, la cravatta. Era uscita dal lavoro alle due per andare dal parrucchiere. Non aveva avuto il tempo materiale per riprodurre l’esatta pettinatura del giorno delle nozze, ma il parrucchiere le aveva acconciato i capelli in modo elegante e anche pratico visto che ci aspettava un viaggio in treno, una notte fuori casa e la vestizione il mattino successivo.
Anche gli amici del corso erano carichi come noi e l’atmosfera era festosa mentre salivamo sul treno e prendevamo posto. Il vagone, a parte noi, era quasi vuoto così il Gillo aveva suggerito di dire una preghiera insieme e fare qualche canto, aveva portato apposta anche la chitarra. Avevamo aderito con entusiasmo alla proposta e le cinque ore di treno erano volate. Una volta arrivati a Roma, avevamo seguito le indicazioni per raggiungere la foresteria che ci avrebbe ospitati per quella notte. Là avevamo incontrato altre coppie del Movimento, come noi sposate da meno di due mesi.
Avevo insistito con Caterina perché andassimo a letto presto, in modo da essere tra i primi l’indomani a giungere in piazza San Pietro. Con un po’ di fortuna, avremmo potuto scambiare anche due parole con il Santo Padre.
Però il gruppo aveva fraternizzato e Caterina voleva unirsi agli altri che andavano a mangiare una pizza tutti insieme.
«Stanno prenotando, andiamo anche noi?».
Il fatto è che a me non piace essere in ritardo, e Caterina invece aveva la tendenza a non essere precisa con gli orari, tanto è vero che il nostro primo litigio da sposati aveva avuto proprio a che fare con il fatto che la domenica mi faceva arrivare tardi a Messa. Quindi avrei voluto dire di no alla pizzata, ma Caterina mi aveva ricordato che Cristo è nella Compagnia e noi dovevamo stare al gesto e questo voleva anche dire stare con i Suoi amici.
Avevo capitolato.
Era stata una bella serata, ma avevo insistito per rientrare prima di mezzanotte in modo da poterci riposare perché era fondamentale che ci alzassimo per tempo il mattino successivo. Gli altri erano rimasti in pizzeria, noi eravamo tornati alla foresteria a piedi. Una passeggiata di dieci minuti, lungo strade silenziose. Recitammo insieme la compieta, invece che la breve preghiera che Caterina avrebbe preferito. Era importante, secondo me, prepararci al meglio.
Sdraiato nel buio, avevo confessato a Caterina che ero molto emozionato per l’incontro dell’indomani e avevo ripetuto l’orario della sveglia, della colazione, il tempo che avevamo per vestirci e poi per andare in piazza San Pietro. Con un po’ di fortuna e con l’aiuto del mio spirito organizzativo, saremmo stati tra quei pochi che possono anche parlare con il Santo Padre. Me lo aveva detto il mio amico Roberto, che non ci era riuscito, ma aveva un amico che invece sì.
Mi ero accorto che la presa di Caterina sulla mia mano era molle e lei era caduta in un sonno profondo. Io ero rimasta sveglio a sentire il respiro di Caterina.
Se ripenso a noi due, vestiti da matrimonio – Caterina in abito bianco, i capelli ben riavviati e io nel mio abito scuro con la cravatta argentata e le scarpe lucide – sotto il sole di Piazza San Pietro che stringiamo la mano al Papa e la Sua mano che benedice la nostra unione, sembra un ricordo inconciliabile con tutto quello che è successo dopo. Ho la foto di quel momento tra le cose più care, la tengo per il ricordarmi che la vita è una promessa buona perché Cristo si è fatto uomo e si è sottoposto alla nostra esperienza. Dio non è rimasto a guardarci dall’alto, lasciando che tentassimo di raggiungerlo, ma ci ha mandato Suo Figlio che è davvero via, verità e vita quindi non siamo soli e disperati.
Lo ripetevo a Caterina: «Non siamo soli», ma lei aveva delle resistenze. Veniva con me da don Mario per cercare di superare le nostre incomprensioni e iniziare a vivere come marito e moglie, ma, se non da subito, presto ho capito che lei prendeva le distanze e subiva quei momenti senza metterci il cuore.
Si è chiusa in sé stessa. Durante i mesi del fidanzamento e poi di ritorno dal viaggio di nozze, aveva un buon dialogo con mia mamma. Si confrontava con lei per capire quale fosse il suo ruolo, accettava consigli e suggerimenti per far sì che le responsabilità della casa e della futura famiglia non diventassero totalizzanti, ma lasciassero intatta la sua domanda di Infinito. Inoltre mia mamma puntava molto – non solo con Caterina, ma con tutte le giovani spose che aiutava – sulla sottomissione, non come scelta rinunciataria, ma come atteggiamento di servizio che aiuta il rapporto a crescere e a tendere all’eternità. Caterina mi parlava di come mia mamma sembrasse sapere anche le cose di cui lei non le parlava e rispondesse con la sua esperienza e il suo esempio. Una volta mi aveva raccontato di come fosse rimasta colpita da una frase che mia madre aveva detto così, senza darvi troppo importanza, come una cosa scontata, mentre per Caterina era stata una rivelazione: «Tu sei chiamata ad avere una casa perfetta, oppure sei chiamata a essere felice?».
Secondo Caterina questa frase la liberava dall’esito, le faceva capire che il fine ultimo non era raggiungere una sorta di perfezione che si era autoimposta o che le veniva dalle aspettative che altri avevano su di lei – credo intendesse sua madre, ma lo scopo ultimo è essere felice e allora forse stava andando nella direzione sbagliata.
Però questo succedeva nei primi tempi del nostro matrimonio. Credo che il segno che avrebbe dovuto farmi capire che Caterina stava attraversando un momento difficile fosse proprio il fatto che aveva smesso di riporre fiducia in un confronto con figure autorevoli, mia mamma, appunto, oppure don Mario o Paolo, insomma chiunque lei ritenesse essere in grado di darle un giudizio autorevole su quanto stavamo vivendo.
Ne ho visto gli effetti nel quotidiano, nella fatica che le leggevo in volto quando rientrava a casa dal lavoro che non è la stanchezza di chi vive per uno scopo, dell’uomo che sa bene dove andare e offre al Signore la fatica, i dolori, le disillusioni che la vita gli riserva.
Era una pesantezza, come se aprire la porta di casa fosse di per sé un sacrificio insensato.
Ho già detto che continuavamo i nostri incontri con Don Mario, e la esortavo a pregare e a offrire, ma lei era sorda alle mie parole. A un certo punto ha smesso di accostarsi ai Sacramenti, di frequentare la Scuola di Comunità e a un certo punto ho capito che il problema non era il matrimonio o il lavoro, ma lei.
Non conosco bene tutti gli eventi che hanno prodotto questa profonda crisi e quindi forse non è corretto che ne parli. Certo Paolo è più competente di me perché so che lui e Caterina hanno avuto diversi momenti di confronto nei mesi che hanno preceduto la separazione e sono certo che potrà raccontare tutto, senza problemi. D’altra parte, io credo che quando succedono certe cose, quando cioè mettiamo davanti il nostro criterio e non il criterio di un Altro, allora è sicuro che perdiamo, perché solo Cristo salva tutto.
Ricordo bene l’ultima volta che siamo andati insieme al pranzo delle famiglie a Redecesio. Ero tornato da Messa e l’avevo trovata in tuta sul divano, a fare zapping in TV. Io non ho niente contro la TV, ma in quel periodo, quando era a casa, e non era spesso a casa, stava sempre davanti alla TV. Alle volte non veniva nemmeno a dormire e passava tutta la notte sul divano, il volume al minimo e io mi addormentavo fissando i riflessi lunari che dalla porta si proiettavano sulla parete di fronte al letto.
Quella domenica mattina ero ben deciso a non discutere in merito al fatto che non fosse venuta a Messa, perché volevo concentrare i miei sforzi perché venisse con me al pranzo. Sapevo che ci sarebbero stati Elisa e Paolo, il Timo, la Trip e la Cocca. Speravo che incontrare i suoi amici – Paolo lo vedeva ogni giorno in ufficio, certo, ma questa era una situazione informale in cui c’era la possibilità di avere un confronto – potesse essere un modo per ritrovare la strada.
Rifiutò di vestirsi, proprio come mi aspettavo. Non volevo forzare le cose, perché mi è sempre sembrato importante mantenere aperto un canale di comunicazione anche nelle difficoltà che stavamo incontrando. Pensai al pastore che lascia le pecorelle per seguire l’unica che si è smarrita.
«Vuoi che resti qui con te?»
«No, grazie.»
«Allora vado da solo.»
Non mi aveva risposto. Si era alzata, si era vestita, eravamo usciti. Non mi ingannava l’apparente facilità con cui avevo ottenuto che venisse con me. Infatti, il fatto che andassi da solo preoccupava Caterina per cose stupide come i pettegolezzi che lei sosteneva gli amici facessero alle nostre spalle. Avevo poco successo quando le spiegavo che non si trattavano di pettegolezzi e maldicenze, bensì di un interesse alla persona che è esattamente quello a cui ci educhiamo ogni giorno. Caterina era sorda alla mia spiegazione.
Amavo quei pranzi, ho ripreso a frequentarli solo da poco perché la vista di quelle famigliole felici mi rendeva triste. Per i bambini più grandicelli, dopo il pranzo, era prevista una sorta di animazione che permetteva agli adulti di tirare il fiato. In quelle due ore di pausa, si riprendevano tutti insieme gli appunti della Scuola di Comunità e ci si raccontava la vita e di come ci sentivamo sfidati ogni giorno ad andare più a fondo dell’incontro con Cristo.
Quella domenica in particolare eravamo un po’ in ritardo e gli amici su cui contavo per aiutare Caterina avevano già preso posto. Non rimaneva che sederci con alcune coppie con cui eravamo meno in confidenza. C’erano la Teta e il marito, la Ziglia e il marito (erano state entrambe compagne di Caterina all’università), il Basa con la moglie e i Petra, che conoscevano praticamente tutti ma partecipavano al pranzo per la prima volta. Lei, la moglie del Petra, è una ragazza molto spigliata, di quelle che dicono tutto quello che pensano e non se ne scusano. Così aveva iniziato a raccontarci di una vacanzina che aveva fatto insieme al Berchet, una decina di anni prima, dove aveva conosciuto la Cele, che era passata a salutare un attimo prima. La Petra sosteneva che quell’anno la Cece era stata fatta oggetto di un frizzo un po’ cattivo sulle sue abitudini di depilazione, perché una sua compagna di stanza aveva spifferato qualcosa e da quella sera la Cele non si era mossa per due giorni dalla camera, se non per la Messa, fino a che il Don (la Petra non ricordava quale Don, forse il Don Fabio Grossi) era andato a parlarle. La Ziglia aveva detto che si ricordava di quella vacanza, c’era anche lei ma non era la Cele quella del frizzo, ma una dell’Alexis, infatti era stata poi la moglie del Franco ad andarla a stanare. La disputa era finita in un pareggio, visto che nessuna delle due era in grado di provare in modo definitivo di avere ragione e in realtà non ci interessava poi così tanto.
La Petra a quel punto aveva rivolto l’attenzione su di noi e ci aveva domandato da quanto fossimo sposati.
«Poco più di due anni» aveva risposto Caterina.
«L’altro giorno ho visto Albina, la conosci, tu sei di Dergano, no?» si era rivolta a me.
Avevo detto che sì, certo la conoscevo. Non avevo intenzione di aggiungere altro sulla nostra pregressa amicizia, ma avevo l’impressione che in generale quasi tutti a quel tavolo fossero al corrente dei miei trascorsi con Albina.
«Aspetta un bambino, non so più se il terzo o il quarto. Che ritmo!»
Il Petra aveva detto qualcosa sui figli che sono dono di Dio, per cui non si finisce mai di essere grati, ma la moglie, ormai lanciata, aveva chiesto a Caterina: «E voi ancora niente?»
Avevo risposto io: «Non ancora».
«Devi andare a Lourdes. Ti assicuro. Io sono andata a Lourdes, e anche una mia amica. Pensa che la Chiara, la conosci la Chiara B.? Comunque lei. Per tre anni niente. È andata a Caravaggio, a Fatima, a Medjugorie: niente. Poi le ho detto: «vai a Lourdes». Ci è andata e adesso aspetta il secondo!»
Prima che Caterina potesse rispondere, ci avevano raggiunto Paolo e Elisa e la conversazione si era interrotta.
Solo più tardi, in auto, Caterina ci tenne a dire che a Lourdes avrei dovuto andarci io, per vedere se un miracolo sarebbe stato sufficiente a farmi rizzare il pene.
È stato l’ultimo pranzo a cui Caterina ha preso parte.

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4 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 7”

  1. Barbara Says:

    Continuo a immaginarmi Caterina che come Magda sbotta in un “Non ce la faccio piùùùùùù” e poi scappa con Raoul.

  2. Ma.Ma. Says:

    Immagino che a livello generale la frase più “fastidiosa” potrebbe essere: “Inoltre mia mamma puntava molto – non solo con Caterina, ma con tutte le giovani spose che aiutava – sulla sottomissione…”
    Ma per quello che mi riguarda è un’altra la frase che mi ha fatto salire il sangue al cervello e riscaldato le orecchia rispolverando un forte senso di disagio-incazzatura misto a uno smisurato desiderio di ribellione: “Comunque non presi sul serio Caterina, perché era chiaro che in quel momento non ce l’aveva con me, con la mia famiglia, forse nemmeno con la sua che pure delle responsabilità ce le aveva e ce le ha. L’unica contro cui Caterina in quel momento avrebbe voluto scagliarsi era proprio Caterina stessa. Ma certo non se ne rendeva conto,…” Eccerto, figurati! (Che poi Caterina fa lo stesso errore, dicendo a lui che c’ha bisogno di uno bravo).
    Il mondo pare essere pieno di persone convinte di conoscere le ragioni e la natura di tutti gli altri… e sentenziano! Come quando – che ne so – si dice a un claustrofobico che basta prendere un bel respiro e passa tutto; a un innamorato, che si sbaglia, non lo è anche se non lo sa; a uno che si impegna, che tanto non ce la farà mai; a uno povero che non può avere dignità; a…
    Che poi uno deve farci i conti se prova a mettersi in discussione e rischia di non uscirne più quando la propria realtà cozza contro la presunta verità degli altri.
    Ricordo ad esempio (un aneddoto su un milione) una domanda fastidiosa che mi fece una cognata dopo il mio matrimonio: mi sono sposata in “segreto”, solo in Comune, senza dire niente a nessuno, senza vestiti a festa, né bouquet, né pranzi, né torte, né cene, né brindisi, né fiori, niente. L’anello nuziale d’argento, liscio, agli occhi degli altri, banale, ai miei, vero. Il tutto così come ritenessi andava fatto. Per me. Parenti e conoscenti (dai fratelli ai genitori, dai figli – di lui – agli amici) li abbiamo avvisati tutti solo a cose fatte. E a quel punto è stato un continuo reggere parole, frasi lasciate a metà e sguardi malinconici e frustrati: non perché fossero rimasti esclusi, no!, ma perché a loro facevo pena; poi un giorno una cognata ha preso il coraggio di dirmelo in faccia. Si è invitata per un caffè da me, quand’ero sola. Si è seduta sul divano invitandomi a fare lo stesso. Ha parlato un po’ del più e del meno e poi abbassando il tono di voce e prendendomi le mani nelle sue mi ha chiesto se davvero non provassi rimpianti per il “mancato” matrimonio “vero”, che lei capiva, che a volte si dicono le cose, ma poi ci si pente, che queste cose si sa come vanno, che non c’è una donna al mondo che non sogni il proprio matrimonio… Mi sono sentita profondamente offesa. Ho sorriso e ho rispiegato per la milionesima volta che sì, era quello che volevo… anzi: che se non avessi sentito la minaccia della ex-moglie che avrebbe potuto in caso di drammi interni approfittare della mia convivenza non ufficiale per buttarmi fuori di casa e mettere i sigilli, non avrei nemmeno voluto sposarmi. Sono certa di non averla convinta. Lo sguardo parlava chiaro. (Magari – mi chiedo certe volte – schizzare di nervi mi permetterebbe di spiegarmi meglio.)
    Non credo siano un bene i condizionamenti sociali – aggiungo – soprattutto se forzati, figuriamoci quelli di altra natura – soprattutto se forzati.
    Faccio per dire che ognuno sia poi libero di pensarla come vuole, ma che non trasferisca a tutti i costi le proprie verità sulle persone che gli stanno attorno. Se il nostro Giorgio (o chi per lui) sta bene, è convinto e trae soddisfazione dalla sua fede così espressa, ottimo per lui: che Dio lo benedica. Ma che non giudichi chi gli sta attorno.
    Ok, mi rendo conto che la sto tirando per le lunghe e in modo del tutto da “reazione a caldo”: tipo sfogo dell’incazzatura. Scusate. La smetto.
    Di buono c’è – per tornare in tema narrativo – che il testo credo funzioni se provoca certe reazioni 😉 (sopratutto in questo periodo – parlo per me – che mi “emoziona” nel bene o nel male, poco o niente).

    Ho notato due piccoli refusi:
    “Io ero rimasta sveglio”
    “la tengo per il ricordarmi”

  3. Donatella Says:

    La Cece credo sia la Cele (a proposito delle chiacchiere tra famiglie). Il finale, con l’invito di Caterina a Giorgio di andarci lui a Lourdes per i suoi… problemi erettili è veramente catartico. Perchè l’aria che questi personaggi respirano è più mefitica di quella di Alcatraz.

  4. tommasosavoia Says:

    Buongiorno. L’espressione “rizzare il pene” mi sembra troppo franca e diretta per un negazionista come Giorgio, anche se usata riportando le parole della moglie. Lo avrei sentito più in linea con questo suo continuo rifiutarsi di guardare la realtà se avesse usato espressioni come “difficoltà di erezione” o “problemi nei rapporti sessuali”, ma forse la sua disperazione sta per produrre una deflagrazione, anche se non mi pare. Continuo a pensare che questo questionario da solo varrebbe il romanzo. Un saluto
    Tommaso

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