Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 6

by

di Federica Pittaluga

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Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

* * *

Eravate entrambi contenti di celebrare le nozze? Vi siete accostati ai Sacramenti della Riconciliazione (Confessione) e Comunione? Se no, per quali motivi? Come passò il giorno nuziale?

Caterina sorrideva mentre attraversava la chiesa al braccio di suo padre. Non ricordo il vestito o i fiori, nemmeno la pettinatura o il trucco. Ricordo solo il sorriso, sincero, aperto e rivolto a me, solo a me.
Quello doveva essere il primo giorno della nostra nuova vita insieme, e tutto sembrava come l’avevo immaginato.

Per mesi mia suocera ci aveva ripetuto che aprile era un mese infelice per sposarsi – «il tempo è troppo instabile, ragazzi, se piove sarà un vero disastro. Dove farete le foto? Nel fango?» – invece quella mattina il cielo era limpido e l’aria fresca. Ero andato in bicicletta in parrocchia, perché avevo appuntamento alle dieci per la Confessione. Pedalando, mi ero sentito al posto giusto, sotto quel cielo terso che era un altro segno di benevolenza.
Davanti al portone della chiesa mi aspettava Enrico, che, in qualità di mio testimone, voleva condividere con me quei momenti. Dopo esserci confessati, siamo rimasti per una mezz’oretta in raccoglimento, seduti uno accanto all’altro su una panca in fondo alla chiesa. Una volta fuori, avevamo ancora il tempo di un caffè prima che Enrico andasse a prendere Veronica dal parrucchiere.
Mi sono assicurato che mio fratello si ricordasse le fedi e per l’ennesima volta gli ho raccomandato di essere puntuale: «Alle due in punto a casa!». Il programma, infatti, era di andare tutti insieme in comitiva alla parrocchia di Caterina. Se in un’altra occasione Enrico mi avrebbe preso in giro, oppure mi avrebbe intimato di non essere pedante, quel giorno, invece, no. Nel salutarmi, si era schiarito la voce e aveva detto che era contento per me, sarebbe stato un matrimonio bellissimo. Era emozionato, forse un po’ teso. Si poteva dire lo stesso di me.

Alle due e un quarto – un minimo ritardo che mi aveva innervosito, ma che è da mettere in conto, quando una famiglia come la nostra si sforza di essere puntuale – siamo partiti da casa. Enrico guidava la macchina dello sposo, mio padre invece quella dietro di noi, con Veronica, il piccolo e i gemelli. Tecla, anch’ella mia testimone, era in macchina con il marito e i figli. Gli altri parenti invece ci avrebbero raggiunto davanti alla chiesa.
Io ero seduto sul sedile posteriore con mia mamma. Mi teneva la mano. Quando siamo arrivati nella piazza della chiesa, abbiamo atteso che mio padre, parcheggiata l’auto di Enrico, aprisse lo sportello per mia mamma. Lei, prima di accettare la mano che lui le porgeva, si è voltata nella mia direzione e mi ha guardato dritto in faccia.
«Sei pronto?»
Ho fatto sì con la testa. Mi ha baciato sulla guancia ed è scesa dall’auto.
Sui gradini della chiesa ci attendevano gli amici del Poli, quelli di Dergano, tra cui Albina con un bel vestito color caffè che le stava benissimo anche con il pancione, poi zii, cugini e alcuni amici di papà che conoscevo. Naturalmente i parenti di Caterina e le sue amiche.
Oggi ripenso a quegli istanti con un peso nel cuore. Mi chiedo se mentre io salivo con passo leggero i gradini di pietra, stringendo mani, incassando pacche sulle spalle e sorridendo lieto e grato di quel momento e dei momenti futuri che immaginavo, mi domando se in quegli stessi istanti Caterina ci stava ripensando, magari seduta sul suo letto, incerta se indossare l’abito oppure mandare tutto a monte.
Questo è ovviamente un mio pensiero.
Niente nel suo atteggiamento durante il corso della giornata lasciò intuire che avesse avuto anche solo il minimo dubbio, nemmeno quello più naturale, quello che ti coglie alle quattro del mattino, quando ti svegli e rimani insonne a rigirarti nel letto con l’impressione di aver preso quella decisione tralasciando qualcosa di fondamentale.
Successivamente ho pensato a quanto avrebbe potuto essere difficile per lei affrontare sua madre e suo padre e dire loro che avevano ragione: il matrimonio su cui avevano così tanti dubbi, ma per cui allo stesso tempo si erano tanto spesi, era un errore e lei non aveva più intenzione di procedere.
Fu proprio quello a trattenerla? Non so dirlo.
Come dicevo, ricordo però che entrò in chiesa sorridente, al braccio del padre. Non si guardò intorno, puntò dritto verso di me. Il coro, di cui abitualmente faceva parte anche Caterina, cantava l’Ave Maria di Arcadelt che era il loro pezzo forte e per questo Caterina l’aveva scelto per l’ingresso.
Tutto molto suggestivo.
Anche la predica di padre Alfonso era stata significativa e potente. Con la sua voce tonante, aveva vinto ogni possibile distrazione, sia nostra che degli invitati, e ci aveva richiamato all’importanza del gesto che stavamo compiendo. Ci aveva raccontato di una sua parrocchiana e di suo marito, che le era infedele. Questa donna semplice rimaneva accanto all’uomo che aveva promesso di amare davanti a Dio, e solo Dio poteva salvare quelle circostanze infelici e rendere santo il sacrificio della donna.
Quelle parole mi riecheggiano dentro, ancora oggi, e penso che abbiano colpito tutti i presenti, anche se più tardi quello stesso giorno mia suocera ebbe modo di dirci che la predica era stata affascinante, ma forse un po’ fuori luogo parlare di tradimento proprio durante la cerimonia nuziale.
Dopo le foto di rito e le firme, siamo usciti sul sagrato, accolti da una pioggia di riso, petali di rosa e applausi. Caterina si è allontanata per farsi abbracciare dai parenti, la nonna e le zie, e poi le sue amiche dell’università.
Di quegli istanti di felice confusione io ricordo solo le parole di Albina: non parole vuote, come quelle che dicono tutti – auguri e figli maschi o versioni più politicamente corrette della stessa cosa. No, Albina per augurarmi tutto il meglio ha usato queste parole di Chesterton: «Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili.»
Prima che potessi chiederle se era felice come sembrava – era tanto che non ci vedevamo a tu per tu – gli amici di Caterina mi hanno afferrato braccia e gambe e mi hanno lanciato al cielo. Era una loro tradizione assurda, ma divertente.
Dopo quel siparietto, ci siamo tutti diretti alle auto per raggiungere il ristorante. L’organizzazione della madre di Caterina era davvero fenomenale, bisogna dargliene atto: aveva distribuito le cartine con le indicazioni – anche se molti naturalmente sapevano già come raggiungere Gudo – e i fiocchi colorati da legare all’antenna delle macchine. Il corteo è partito compatto e in breve eravamo tutti all’aperitivo.
Nel tragitto in auto, Caterina e io ci siamo scambiati tanti sorrisi e poche parole, anche per la presenza di Enrico, sempre facente funzione di autista. Caterina mi teneva la mano, le sue dita chiuse sul mio pugno come poche ore prima faceva mia mamma. Quel gesto mi traghettava dalla mia vecchia vita alla nuova.
Il ricevimento filò liscio. C’era la musica, una band amatoriale composta da amici di Caterina tra cui Paolo. Gli invitati ballavano e si divertivano, noi salutavamo gli ospiti e posavamo per noiose fotografie artefatte che avremmo volentieri evitato. Ma il fotografo, ingaggiato da mia suocera, ci stava dietro come un segugio, pronto a immortalarci in ogni nostra mossa e a chiederci solo qualche minuto per fare una foto sul prato, o sulla riva della cava o sul dondolo del giardino.
Non vorrei dilungarmi oltre sul ricevimento. Credo che tutti i matrimoni si assomiglino. Ho preso parte a più di dieci matrimoni negli ultimi cinque anni e alla fine me li confondo tutti quanti. I luoghi differiscono leggermente (la villa, l’agriturismo, il ristorante) e così pure i menu ma non sono queste le cose che mi rimangono impresse. Nemmeno i vestiti mi incuriosiscono (infatti in tutta sincerità nemmeno ricordo il vestito di Caterina, che era diventata mia moglie, figuriamoci quello delle altre spose o degli invitati).
L’unica cosa che ricordo anche dopo anni è se gli sposi sembravano affiatati tra di loro, se si divertono o se sono nervosi o tesi per qualche motivo.
Noi, per esempio, eravamo una coppia affiatata. Non come Enrico e Veronica, gli sposini più affettuosi che ricordi, totalmente persi l’uno negli occhi dell’altra. Una volta invece ero stato a un matrimonio terribile: gli sposi, dopo essere arrivati sul luogo del ricevimento, avevano discusso per la sistemazione dei tavoli, questione di zii che non dovevano stare vicini perché avevano litigato anni prima. Diciamo che tra questi due estremi, noi ci posizionavamo in mezzo.
Quando la band aveva suonato l’ultima canzone e si apprestava a smontare gli strumenti, la maggior parte dei parenti erano già andata via. Rimanevano gli amici e per questo mi ero sentito di suggerire di salutarci con un ultimo canto – avevo scelto con Paolo una canzone di Chieffo che si chiama La Nave – e una preghiera.
È stato un momento molto bello, di raccoglimento. Ricordo i miei fratelli e i miei amici, alcuni con i bimbi addormentati in braccio riuniti intorno a noi, a cantare con noi e pregare per noi. È proprio vero, ho pensato, che quando due o tre si riuniscono nel Suo nome, lì c’è Lui.

Vi furono rapporti sessuali completi durante la vita coniugale? Vi furono difficoltà nella vita intima? Avete dovuto ricorrere a specialisti?

Ho frequentato il liceo scientifico. In classe eravamo venticinque, quindici maschi e dieci ragazze. Il mio compagno di banco, Filippo Rebottini, si è messo con Diana, la ragazza più carina della classe, al terzo anno. Per una strana dinamica, questo ha dato avvio a una serie di feste a casa di questo o di quello il cui scopo, lo scopo di queste feste, era trovare la ragazza o stare con una ragazza.
Sono andato qualche volta. Non so se mia madre e mio padre mi avrebbero dato il permesso di partecipare a questo tipo di feste, ma io non l’avevo chiesto. Dicevo di fare altre cose: andavo a studiare da Rebo, oppure c’era una serata di canti in oratorio o ancora ci trovavamo con il gruppo di GS per andare a vedere un film al cinema. Se ci ripenso, mi sono approfittato della fiducia che i miei genitori nutrivano nei miei confronti.
Per tornare ai miei sedici anni, e poi diciassette, insomma alla terza liceo, quell’anno ho fatto una serie di cose che non ho detto ai miei, a Enrico e nemmeno a don Fabio (che era il respo di GS a scuola).
Niente di grave. Ragazzate, come si dice. Una canna, qualche bacio e poco più, feste e uscite serali con i compagni di classe. Non avevo bisogno di chiedere un giudizio sulle mie frequentazioni, né su come occupavo il mio tempo libero. Avevo gli strumenti per giudicare: sapevo che non stavo considerando tutti i fattori in gioco, che non stavo prendendo sul serio la mia vita. Però lo facevano tutti e in quel preciso momento della mia vita, e per la prima volta da quando ne avevo consapevolezza, volevo essere come tutti.
L’unica ad aver capito che qualcosa non andava era Albina. La nostra amicizia speciale, così la chiamava lei allora per non dire che stavamo insieme come stanno insieme tutti ma che avevamo un legame speciale che teneva conto del destino, stava attraversando un momento di crisi, soprattutto perché, come dicevo, io frequentavo i miei compagni di classe e pochissimo GS. Questo per Albina era inconcepibile.
Diversamente da quanto si possa pensare, nel mio giro di amicizie non si faceva sesso. Rebo, per esempio, con Diana non aveva mai fatto quasi niente e quando Albina mi rimproverava un’assenza al raggio o alla caritativa io ostentavo questa purezza di rapporti a sostegno delle mie tesi difensive.
Ma naturalmente io ci pensavo, avevo sedici anni e ci pensavo parecchio, al sesso dico. Probabilmente avrei continuato a frequentare i miei compagni di classe, mi sarei fidanzato con Chiara, una biondina della terza C che usciva con noi e con cui avevo un certo feeling e tutto questo non sarebbe mai successo.
Cosa mi ha fatto cambiare strada? Don Giacomo P.
Tutta GS di Milano e provincia si ritrovava per fare la scuola di comunità nell’auditorium del Leone XIII una volta al mese. Erano già alcuni mesi che non andavo più, ma Albina quel sabato aveva insistito e forse non avevo di meglio da fare, oppure per un altro motivo, insomma non ricordo precisamente il perché, ma quel sabato ero andato.
Avevo invitato anche Rebo, con l’idea magari di andare poi insieme da un’altra parte. «Non sono uno da preghiera» mi aveva detto, però era venuto lo stesso. «Le ragazze del vostro gruppo sono carine» e io avevo sentito una fitta di gelosia, pensando che magari si riferiva proprio ad Albina.
Di quell’incontro ricordo molte cose, ma la prima che mi viene in mente è Rebo, che all’uscita mi dice: «Fico, non avevo mai sentito un prete dire così tante parolacce».
L’auditorium, come sempre, era stracolmo. Albina aveva raggiunto quelli del suo liceo, ma ci eravamo dati appuntamento fuori per tornare insieme a Dergano. Rebo, io e altri amici avevamo trovato un posto dietro una colonna, seduti per terra. Forse avevo pensato che dietro alla colonna avrei potuto farmi gli affari miei e non ascoltare. Invece no.
Avevamo iniziato con un canto che andava molto, a quel tempo, e che ora non sento quasi più, Hombres nuevos. Non è un canto religioso, ma apre il cuore perché parla del cambiamento che dovremmo essere nel mondo e che io, in quel momento della mia vita, avevo dimenticato. Cito solo un verso che reputo significativo, anche se poi tutto il canto è molto bello e merita davvero: «Hombres nuevos que viven la existencia come riesgo de un largo caminar».
La scuola al Leone funzionava così: ogni mese c’era un capitolo o meglio un paragrafo su cui lavorare e poi quando ci ritrovavamo con Don Giacomo P. si ponevano delle domande o si raccontavano delle esperienze.
Io quel pomeriggio ero distratto. In quel periodo ero sempre distratto, combattuto tra i miei sentimenti per Albina e l’attrazione per la più disponibile Chiara della terza C. E poi avevo sentito Don Giacomo P. parlare dei cani, dire che fare sesso così era come lo fanno i cani, avete mai visto i cani, che appena finito si staccano, si mordono tra di loro? Perché è così che funziona, se non c’è la prospettiva del destino. E allora pensate alla musica che ascoltate, pensate alle parole che dite. La canzone che ho sentito cantare ad alcuni, quella lì che dice «Io non ti voglio, ti pretendo, sei l’unico diritto che ho», quella canzone lì è proprio segno del nichilismo della cultura dominante, che vi vuole schiacciare, che vi vuole cani.
Ripenso spesso a quelle parole – il discorso di don Giacomo P. in realtà era stato più lungo e più ampio – che per me, sedicenne, avevano segnato una svolta. Mi colpisce ancora oggi il fatto che quel sabato pomeriggio avrei voluto uscire e divertirmi con gli amici e invece avevo risposto all’invito di Albina e dal mio sì all’invito per la scuola di comunità, un sì semplice, il mio modo di intendere l’affettività era cambiato per sempre.
Cristo si è fatto uomo e agisce nella storia attraverso i volti dei suoi amici: Albina, don Giacomo P., gli amici di Dergano. Questo episodio ne è una riprova.
Per tornare all’affettività: non voglio dire che da quel momento in avanti non ci ho più pensato, però ogni volta mi rammentavo di quell’immagine dei cani e questo mi spingeva a chiedermi se quello che stava dettando le mie azioni in quel momento era l’istinto o il desiderio del destino?
Superfluo dire che dopo quel sabato ho gradualmente smesso di frequentare certe compagnie e sono tornato a GS. Volevo quel centuplo quaggiù che il Signore ci ha promesso e che io intravedo nei volti degli amici del Movimento. Non volevo più vivere da distratto, bensì da protagonista, proprio come dicevamo «La vita non è sogno». La conseguenza di questa mia decisione, di questo mio atto di fede nei confronti dei volti che mi rendevano presenza l’avvenimento di Cristo, era stato un riavvicinamento con Albina e, dopo un certo lasso di tempo – mesi, forse un anno non ricordo –, eravamo passati da «amicizia speciale» a «morosi». E non solo: da quel giorno il mio amico Rebo ha preso anche lui a frequentare GS, prima solo ogni tanto e poi sempre più di frequente. È dei nostri ancora oggi.
Ho fatto questa lunga premessa per raccontare quale sia stato il mio percorso personale fino al matrimonio e le mie convinzioni al riguardo. La castità, anche se in alcuni momenti mi è pesata, era un dono in più per la mia futura moglie e so che lo stesso valeva per Caterina.
Il mondo ragiona in modo diverso e vorrebbe spingerci a pensare che sia l’esperienza a contare, specie per un uomo, ma io non lo credo. Don Mario, al corso fidanzati, ci diceva che il matrimonio, il rapporto tra uomo e donna è una via per la santità e cosa c’è di più alto e prezioso di aspettare per vivere l’affettività che questa sia davvero benedetta dal Signore? Lo dico con estrema convinzione, come lo dissi anni fa ad Albina. Ma questa è tutta un’altra storia.
La prima notte di nozze ero deciso a rispettare Caterina, mia moglie. Non avevo nessuna pretesa nei suoi confronti. In più avevo sottovalutato l’intraprendenza dei nostri amici che avevano organizzato una serie di scherzi nel nostro appartamento, con la complicità del nostro padrone di casa che aveva dato loro pieno accesso all’appartamento. Quindi quando eravamo arrivati al letto, tra polistirolo, palloncini, bicchieri di acqua e fili tirati eravamo troppo stanchi per muovere un dito.
Da quella prima sera, naturalmente, le cose sono cambiate. Abbiamo vissuto l’affettività come un percorso di conoscenza reciproca e la possibilità di capire qualcosa in più di noi stessi, proprio perché la dimensione fisica della sessualità coinvolge tutta la persona. Avevamo la consapevolezza di essere stati creati come dono, l’uno all’altra, e come tale ci è sembrato giusto iniziare un percorso di scoperta che ci unisse e ci spalancasse al Mistero.
In tutto ciò che è umano si può scoprire Dio e l’atto coniugale è grido e desiderio di infinito. Ne parlavamo anche con don Mario, che nei mesi successivi al matrimonio ci è stato di sostegno e aiuto in questo percorso.
Se l’istintualità prendeva il sopravvento, ricordavo le parole di Don Giacomo P. tanti anni prima e l’immagine dei cani mi ossessionava al punto che me li sognavo la notte. Dalla mia esperienza, posso dire che aspettare e astenersi è un modo per conoscere meglio il proprio corpo. È il richiamo al fatto che tra un uomo e una donna c’è di mezzo qualcosa d’altro, che in quell’unione c’è lo Spirito Santo e senza l’accoglienza dello Spirito quel rapporto vale tanto quanto quello dei cani di Don Giacomo P. L’astinenza è un modo per andare oltre alla distrazione e alla banalità, per valorizzare tutto perché niente è scontato.
Il percorso che abbiamo fatto ci avrebbe portato, o almeno io pensavo che ci avrebbe portato, a una comunione più grande che unisce e che insieme genera, un amore che è sempre fecondo e apre alla vita.

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18 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 6”

  1. Ma.Ma. Says:

    È dal secondo “capitolo” che mi chiedo il motivo per cui non si è sposato con Albina…

  2. Fedex2 Says:

    Per via dei cani.

  3. Barbara Says:

    “Nemmeno i vestiti mi incuriosiscono (infatti in tutta sincerità nemmeno ricordo il vestito di Caterina, che era diventata mia moglie, figuriamoci quello delle altre spose o degli invitati).”
    E invece poco sopra:
    “Albina con un bel vestito color caffè che le stava benissimo anche con il pancione”
    E’ un ottimo indizio…

  4. Ma.Ma. Says:

    (oh, Fedex2, quindi lo avevi detto: non me lo ricordo… cioè, a lui non piacevano i cani? È che sembra ogni volta così innamorato di lei: è l’unico amore che si percepisce, manco per il Signore sento da parte sua tanto amore, per niente.)

  5. Simone Salomoni Says:

    Il nervoso è salito nel proseguire le puntate. Un nervoso profondo, quasi violento; un nervoso che ad averci Giorgio davanti sarebbe difficile trattenersi dal dargli due scapaccioni e dirgli: ripigliati (e io sono mingherlino, e anche ad averci i mezzi non ci ho comunque il carattere). Un nervoso che in questa puntata si è trasformato in rabbia, tanta rabbia.
    Ma perché tutta questa rabbia? Perché non c’è una sola parola di Giorgio che suoni sincera alle mie orecchie; però, allo stesso tempo, ho l’impressione che Giorgio menta dicendo la verità, o meglio: dicendo quella che è per lui la verità. E questo mi fa andare nei matti: perché se Giorgio si dimostrasse disposto a esagerare – a costo di inventare – per raggiungere il proprio fine (ottenere la dichiarazione di nullità), almeno il fine suonerebbe sincero, potente. Così, invece, Giorgio è solo vile. Vile e opportunista; è uno che non vuole fare i conti con i fatti per come sono andati, che non vuole guardare in faccia la verità, che non vuole assumersi la minima responsabilità per il naufragio del suo proprio matrimonio. E questo mi manda in bestia.
    Se Federica intendeva restituire al lettore questo – o qualcosa di simile a questo, e io credo che sì – beh: bravissima.

    (questo commento era stato scritto per la puntata cinque, ma non ero riuscito a pubblicarlo. Continuo a pensare quanto ho scritto, pertanto lo ripropongo).

  6. Cesare Says:

    questo proposto nelle varie puntate e’ un bel testo. Il miglior complimento che mi sento di fargli e’ che e’ un testo da cui si impara molto. Nonostante la scrittura piana, e’ un testo difficile, perche’ di proposito rende difficile un’immedesimazione – direi anche nel caso il lettore sia ciellino. Questo mi piace. Mi sembra invece un testo che si propone di esplorare ed investigare un carattere.

  7. Cesare Says:

    vorrei aggiungere una cosa: la scrittura e’ piana, ma e’ chiara l’abilita’ nel rendere il lessico ed il tono piatto e stereotipato del linguaggio ciellino

  8. maria Says:

    Sono curiosa di vedere come Giorgio descrive lo scoppio di Caterina.

  9. elisabetta58 Says:

    chissà perchè il modo di parlare di giorgio mi ricorda tanto la mia mamma. una persona del tutto inaffidabile.

  10. Fedex2 Says:

    @ Ma.ma.: no, mi riferisco all’immagine dei cani – qui raccontata – che ossessionerà Giorgio sempre.

  11. Ma.Ma. Says:

    Scusami Fedex2, cerco di capire. Vedo l’ossessione dei cani che porta alla distanza non solo fisica ma persino quasi affettiva, o se vogliamo dire a un affetto non fisico, non tramutabile in corpo. Quindi non avrebbe sposato Albina perché lei piaceva così tanto a lui da generare un esagerato desiderio fisico? (per dirla in modo spiccio) E avrebbe preferito una Caterina più “gestibile” e utile al ruolo?

  12. Giulio Mozzi Says:

    Simone: pensa un po’ quanto dev’essere stato piacevole, per Federica, scrivere questa roba qua.

  13. Simone Salomoni Says:

    Eh, Giulio: penso di sapere che sguazzino. Federica, per quello che ho letto, è stata davvero brava.

  14. marisasalabelle Says:

    Mi sorprende che un testo così interessante sia rimasto inedito…

  15. pococurante Says:

    Lasciatemi difendere la vittima di questa storia, dunque Giorgio. Egli è rimasto vittima di un incidente di percorso, ma è comunque destinato al successo. Non solo in Cielle si predica ‘molta osservazione e poco ragionamento’. Ne ho conosciuti tanti di Giorgio, a partire dall’università dove spiccavano per questa loro capacità di cogliere i segni, ripeterli a pappagallo, senza soffermarsi un momento a riflettere sull’impatto che avevano sulle persone in carne e ossa quelle teorie economiche imparate così bene a memoria. Grande capacità di riconoscere i segni (scritti da altri), nozionismo puro. Nelle università così come nelle aziende viene premiato il merito e si fa carriera esattamente come nell’esercito, nella chiesa. Sei meritevole se sei fedele, obbediente, se condividi la mission. Se hai la capacità di cogliere i ‘segnali’ che possano compiacere Nostro Signore lassù (il nostro rettore, vescovo, colonnello, amministratore delegato).
    Si tratta in definitiva di assecondare quei dispositivi che ci vengono inculcati fin da bambini, come fanno i criminali siberiani in Transnistria (che esiste davvero).
    Si può tranquillamente affermare che l’intera classe dirigente è costituita da tanti Giorgio, la cui visione apodittica dispiega i propri effetti sulla nostra realtà quotidiana.
    Ci vuole un gran talento per seguire l’onda, omologarsi, conformarsi, resistere alla tentazione dell’esercizio critico, dell’intelligenza.
    Forza Giorgio, continua così, non cambiare mai, resisti.
    Ti auguro di ottenere l’annullamento e di impalmare in seconde nozze una fortunata ragazza che ti conferirà il successo che meriti.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Pococurante: a me Giorgio non pare una “vittima”, ma il “carnefice” di Caterina.

  17. maria Says:

    pococurante:la tua ironia è di un’amarezza estrema,quasi mi turba( risuona talora anche in casa mia da parte dei più giovani)

  18. Magda Guia Cervesato Says:

    Sono d’accordo con pococurante e la sua disamina dei tanti Giorgio, che naturalmente è il “carnefice” di Caterina (ma credo e spero fosse amara provocazione, la sua difesa del personaggio).

    Comunque ho letto la storia fino alla penultima puntata, quindi dopo il fatidico “Solo più tardi, in auto, Caterina ci tenne a dire che a Lourdes avrei dovuto andarci io, per vedere se un miracolo sarebbe stato sufficiente a farmi rizzare il pene”, e ora il finale si fa attesissimo anche perché se in Chesil Beach per esempio il ‘problema’ era di entrambi gli sposi per motivi psico-culturali e nel testo di Simone (qui chi non lo conosce? :)) era della donna per motivi psichici e pertanto entrambi difficilmente superabili, qui il ‘problema’ sembra essere dell’uomo ma a questo punto mi chiedo se il sesso ai tempi del Chalis possa ancora fungere da motore narrativo per storie di matrimoni falliti. Ma forse capirò meglio con l’ultima puntata.

    Chiedo scusa per la dislocazione del commento rispetto alla puntata di riferimento.
    m.

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