Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 5

by

di Federica Pittaluga

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Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

* * *

Avete messo qualche condizione al vostro matrimonio? Quale?

Nessuna.
Non posso pensare che qualcuno ponga delle condizioni davanti a un gesto così grande come il matrimonio. E comunque io no. Se riconosco che sono fatto da un Altro – e io lo riconosco, ogni momento lo riconosco – come posso pensare di mettere dei paletti a un gesto che mi rende presente qui e ora questo Altro? Posso solo essere grato di quello che mi aspetta, nelle circostanze in cui si manifesterà.
Ho deciso con Caterina di riservare un momento della giornata a fare memoria: del fatto che l’amore che condividevamo non ce lo davamo noi, che il nostro essere coppia non dipendeva da uno sforzo della nostra volontà.
Dopo alcune discussioni, abbiamo stabilito che il momento giusto fosse la sera, dopo cena e prima di andare a dormire. Io avrei preferito il mattino, ma Caterina e Paolo recitavano le lodi sul posto di lavoro. Sarebbe stato significativo iniziare insieme la giornata, ma è importante, lo penso oggi come ieri, fare memoria di chi siamo nelle circostanze quotidiane ed esserne testimoni dove siamo chiamati a stare. Quindi era giusto che Caterina dicesse le lodi con i colleghi e io pure.
C’erano poi i vespri. Avremmo potuto rientrare dal lavoro e recitarli prima di preparare la cena. Però gli amici dell’oratorio di Caterina avevano l’abitudine di ritrovarsi dopo la funzione delle sei, per recitarli tutti insieme e sostare poi sul sagrato per confrontarsi sulla giornata appena trascorsa. Non mi sarei mai sognato di interrompere questa abitudine, questo suo modo di stare attaccata alla fede così come l’aveva incontrata. Non pensavo che potesse andare tutte le sere, perché questo avrebbe interferito con la nostra quotidianità, ma avrei rispettato il gesto e anzi avevo deciso fin da subito che ci sarei andato anche io, per condividerlo con lei. D’altra parte, voler bene a una persona è rispettare la sua storia e le sue modalità di vivere la fede.
Non rimaneva che la compieta. In un primo momento mi sembrò che snaturasse l’idea di fare memoria che siamo fatti da un Altro; voglio dire: un conto è ricordarsene all’inizio della giornata, o quando rientriamo a casa per liberarci delle tensioni del lavoro e dello studio e per fare memoria che siamo liberi dall’esito delle nostre azioni. Invece la compieta era proprio l’ultimo gesto del giorno, quello che spesso io sostituivo con un segno della croce e un angelo di Dio prima di chiudere gli occhi.
Per convincermi Caterina ha fatto l’esempio del cavaliere che posa a terra l’armatura prima di abbeverarsi al fiume – è una canzone di Chieffo che mi piace molto – e allo stesso modo anche noi la sera ci saremmo tolti l’armatura e insieme ci saremmo abbeverati al fiume, insomma insieme avremmo offerto al Signore la giornata trascorsa. Ho capito che anche la compieta ha il suo valore.
Ho chiarito con Caterina altri dettagli nel corso del nostro fidanzamento. Per esempio, l’abbonamento a Tracce. Io ho il mio personale e non amo condividerlo, perché d’abitudine lo leggo e lo sottolineo, prendo delle note. Quindi le dissi che dovevamo averne due, per forza. È stato allora, con mio grande stupore, che ho scoperto che Caterina non era abbonata. Lo comprava solo quelle due volte nel corso dell’anno, quando è indispensabile avere gli inserti – le trascrizioni degli Esercizi e della giornata di inizio anno – per la scuola di comunità.
Ho insistito perché si abbonasse il giorno successivo.
Quando ero stato in vacanzina con il suo oratorio, avevo appreso una loro abitudine che mi aveva molto colpito: l’agape. Come i primi cristiani si ritrovavano a spezzare il pane e renderne grazie, tutti insieme, anche noi – per noi si intendeva gli amici della Compagnia – durante la celebrazione della Messa avremmo dovuto mettere in comune, leggere o dire, i motivi per cui eravamo grati di quell’esperienza.
Mi era piaciuta l’idea e pure il modo in cui aveva preso forma. L’ultimo giorno di vacanza, Paolo aveva dato la spiegazione del gesto durante la colazione e aveva chiesto il silenzio per le ore successive, per dare a tutti l’opportunità di riflettere sul proprio agape e, per chi volesse, scriverlo.
Non avevo letto il mio agape durante la funzione, anche se lo avevo scritto. Quelli che ascoltavo, nella loro semplicità, mi sembravano più spontanei e più belli. Un ragazzo ringraziò per le montagne, che sono segno dell’amore di Dio per noi. Scontato. Ma la vita non è questione di intelligenza, è questione di attenzione e le montagne sono lì da guardare.
Si tratta di un gesto semplice, quello dell’agape, ma volevo riproporlo nel nostro matrimonio, come gesto condiviso una volta alla settimana, per allenarci ad avere uno sguardo semplice e grato sulla vita. Caterina disse che sarebbe stato un modo per avvicinarci di più.
Non abbiamo messo delle condizioni al matrimonio, però abbiamo identificato i gesti che ci avrebbero aiutato a vivere il nostro legame in modo cristiano e santo. Perché lo scopo di sposarci non era farci compagnia, bensì aiutarci a vivere in modo più profondo e vero l’esperienza del Movimento.
Ci sono persone che frequentano il Movimento mentre sono giovani, poi trovano la donna, si fidanzano, si sposano e spariscono. Come se il Movimento fosse un’agenzia matrimoniale.
Potrei fare cinque o sei nomi di ragazzi che hanno fatto GS con me, oppure che ho conosciuto in università alla Scuola di Comunità o al coro. Non diresti mai che sono quel tipo di persona, partecipano a tutti i gesti, sono presenti a tutti gli incontri, magari sono anche responsabili per un certo periodo. Poi si fidanzano e spariscono dalla circolazione.
È una cosa su cui mi sono interrogato, durante il fidanzamento. Mi sono risposto che questo accade solo quando l’adesione al Movimento è solo formale oppure quando il rapporto d’amore non è vero, e tu con l’altra persona non sei libero.
Mi sembrava che fosse questo il pericolo da scongiurare, il nemico da battere. La chiamavo con Caterina la mentalità del mondo, che ti dice: “adesso sei sposato, quindi al primo posto la famiglia”. Ma per essere un uomo vero (e quindi anche un marito vero e un domani un padre vero) non puoi prescindere da Cristo, non puoi prescindere da ciò che ti costituisce.
Se dobbiamo scegliere tra andare a fare caritativa oppure passare del tempo insieme, fare una gita, comprare dei mobili – facevo questi esempi a Caterina – allora è chiaro che viene prima la caritativa.
Allo stesso modo, il coro, la Scuola di comunità, la diaconia, gli esercizi: l’unica strada per riuscire nel matrimonio è stare nella Comunità.
Mi sono confrontato anche con gli amici. Roberto mi diceva che sua moglie su questa cosa faceva molta fatica. Mi raccontò di episodi di attrito in merito alla casa, alle cose da sistemare. «Se c’è da riordinare casa nostra, non correre a apparecchiare per il pranzo comunitario. Stai a casa a darmi una mano.»
Le donne sono fissate per l’ordine, lo dice sempre mia mamma.
Non tutte. La casa di Albina ha solo tre stanze e loro sono in cinque. Il soggiorno con cucina a vista è il fulcro della vita di famiglia, un luogo vissuto dove si respira amore. Libri, giocattoli, seggioloni, seggioline un po’ ovunque. Alle pareti foto della famiglia e i volantoni di Natale e Pasqua. Quando ci sono entrato per la prima volta, mi sono sentito a mio agio. Ero con Enrico, mia cognata e i bambini, che sono subito spariti per andare a giocare con i bambini di Albina – tre, tutti biondi, e uno in arrivo. Lei ci ha accolto con un sorriso, i capelli legati in una coda, il volto sereno e bello. Ci ha presentato una coppia di suoi amici appena tornata dal Kazakistan e i due hanno tenuto una breve testimonianza dopo la cena e abbiamo fatto qualche canto prima che i bambini andassero a letto. Mi sono sentito a casa.
Invece Roberto mi raccontava che sua moglie, quando lui invitava gente a casa, voleva essere avvertita, anche solo per un caffè, per una pizza, per organizzare i giochi della vacanzina.
Non affrontai questi temi con Caterina, perché lei si confrontò con mia mamma nel corso del fidanzamento.

Quale era, prima delle nozze, la Sua posizione in merito all’avere figli? Quale era la posizione dell’altra parte?

Come ho già detto, provengo da una famiglia che il mondo giudica numerosa, ma che io giudico normale. Mia sorella Tecla e mio fratello Enrico, maggiori di me e già sposati all’epoca del mio fidanzamento con Caterina, stavano costruendo ciascuno una famiglia simile alla nostra d’origine.
Questo potrebbe far pensare che io mi limiti ad accettare il modello di famiglia in cui sono cresciuto senza avere un giudizio, in modo acritico.
Non è così.
Proprio perché la famiglia è stata la culla della mia fede, ne riconosco l’importanza. La libertà e la dolcezza con cui i miei genitori ci hanno avvicinato, tutti e cinque, al Mistero per me è di fondamentale esempio. «Il problema della vita è il rapporto con Dio; senza» diceva papà «siamo finiti, siamo disperati». Questo è il dramma dell’uomo contemporaneo. Quasi ogni sera discutevamo a cena quando raccontavamo dei nostri compagni di scuola, della discoteca e delle canne. Mio padre ci ha insegnato a non censurare niente, a confrontarci con tutto. «L’uomo è tale perché è rapporto con l’Infinito» ci ricordava «Potete farvi le canne, se volete, ma quello che volete davvero dalla vita è essere felici o essere anestetizzati?»
Se a casa mia si parlava di realizzarci come uomini, di seguire gli amici più grandi e gli adulti che hanno un giudizio più chiaro sulle cose, a casa di Caterina si celebrava il mito dell’uomo come fautore di sé stesso, del proprio destino. Secondo me – lo dico a posteriori, senza la pretesa di avere un giudizio su cose che non ho visto e vissuto – non c’era consapevolezza di questo modo di vedere le cose, nel senso che i suoi genitori assumevano in modo acritico la mentalità dominante, senza pensare che c’è un modo più vero di essere uomo.
Il frutto di questa educazione è il fratello di Caterina, un giovane uomo che crede di fare di testa sua e non si accorge che in realtà si sta facendo plagiare dai suoi amici del collettivo.
Credo che Caterina avesse preso le distanze dal modo di pensare dei genitori, fin da quando aveva incontrato padre Alfonso e il Movimento. Qualcosa però in fondo in fondo rimaneva, come una nota stonata in un canto fino a quel momento celestiale.
Ho un ricordo preciso di Caterina che cullava il secondo figlio di Tecla, una domenica pomeriggio. Mio cognato e mia sorella erano via per qualcosa, non ricordo, e Caterina si era offerta di dare una mano con i bambini. In quel momento, il viso di lei chino sul viso del bimbo, un sorriso che le illuminava gli occhi, mentre io giocavo con il maggiore, in quel preciso istante avevo avuto un assaggio di quello che ci aspettava e non sembrava brutto.
Credo che anche Caterina avesse sperimentato lo stesso senso di anticipazione sul futuro, il ché non è affatto strano visto che aveva appunto in mente questo quando aveva proposto che fossimo noi a tenere i bambini quel pomeriggio. Non precisamente un test, ma un modo per vederci proiettati nel futuro, o giocare a essere una famiglia.
Mentre la riaccompagnavo a casa, Caterina aveva messo un CD di canti tradizionali irlandesi che mi aveva regalato qualche mese prima ed era rimasta in silenzio. Eravamo entrambi stanchi e avevo immaginato che stesse pensando allo studio o al suo stage.
Avevo parcheggiato sotto casa sua e mi apprestavo a salutarla con il consueto bacio in fronte. Invece lei voleva parlare.
«Sono dolci i tuoi nipoti.»
Appoggiava la testa contro il sedile, il mento un po’ sollevato, gli occhi chiusi.
«Presto ne avremo anche noi.»
«I bambini mi piacciono.»
«Manca poco.»
«Il matrimonio, la casa, il lavoro, abbiamo già tante cose a cui pensare.»
«Sia fatta la volontà del Signore.»
Non ne avevamo più parlato.

Voglio essere limpido su questo punto.
Avrei preferito che la mia fidanzata non vedesse l’ora di avere un bambino, ma capivo le sue perplessità. Ero meno preoccupato di lei, per la storia che avevo alle spalle, l’esperienza dei miei genitori, l’educazione che mi era stata impartita. O forse, semplicemente, avevo più chiaro di Caterina che siamo fatti da un Altro e che è il progetto di un Altro su di noi l’unica possibilità di realizzazione.
Tutto si gioca nell’appartenenza, le dicevo. Essere aperti al disegno di Dio, anche nell’affettività.
Mi rispondeva che avevo ragione. Però prima possiamo sistemarci, aggiungeva. Aspettare qualche mese, magari un anno.
Non ho preso sul serio le sue parole, perché l’avevo vista con i bambini di Tecla e mi pareva di leggere nelle sue parole più la preoccupazione di sua mamma che una vera resistenza da parte sua.
Una volta, mia cognata Veronica mi aveva detto che se avesse fatto i figli per sua mamma avrebbe dovuto fermarsi al primo, cosa che ovviamente non ha fatto perché aspetta il quinto.
È normale per le mamme preoccuparsi delle figlie e del loro futuro; forse, in modo inconscio, è difficile incoraggiare le figlie a diventare madri perché questo implica il diventare nonne e in un certo senso è come lasciare il centro del palcoscenico per diventare l’addetto al sipario. Insomma credo che fosse questo il motivo per cui, ancora prima delle nozze, la mamma di Caterina non perdeva occasione per ribadire che non dovevamo avere fretta, che era bello che ci sposassimo così giovani perché avevamo tutto il tempo di costruire il nostro rapporto prima di gettarci in nuove avventure, cementificare la relazione prima di affrontare nuove incognite.
In realtà, tutto mi faceva credere che Caterina sarebbe stata una mamma bravissima.

Come si svolse la preparazione immediata al matrimonio (corso per i fidanzati, colloqui con il parroco, preparativi per la festa e l’abitazione coniugale…)? Ci furono problemi o discussioni?

Torno spesso con la memoria a quei giorni, per capire dove e cosa ho sbagliato. Mi confronto ogni settimana con il responsabile della mia fraternità, che per una coincidenza fortunata è lo stesso Giulio che era mio respo al Poli e mi conosce bene. Dice che sono queste le circostanze che devo vivere, che devo sentirmi libero dall’esito, perché non dipende tutto da me. Non posso però esimermi dall’interrogarmi se ho fatto tutto quello che potevo, se ho detto tutto quello che dovevo e via così.
Questa domanda, per esempio, mi spinge a chiedermi se non avrei dovuto sentirmi più coinvolto nei preparativi della festa, che invece trovavo noiosi e superficiali. Cioè pensavo che occuparsi di cose come il vestito, i fiori, i centrotavola, le bomboniere e la lista nozze non fosse importante, perché la sostanza era – ed è – un’altra cosa.
Il primo miracolo di Gesù, però, è alle nozze di Cana: non guarisce un cieco o uno storpio, bensì tramuta l’acqua in vino perché la festa non sia rovinata. Questo a quell’epoca avrebbe dovuto farmi riflettere. E c’è un’altra cosa: il mio amico Davide si sposerà tra un anno con Eliza, una ragazza russa che è venuta a studiare in Italia con l’Erasmus, ha incontrato il Movimento e si è innamorata di Davide. Per lei Davide ha smesso di suonare la batteria nel suo gruppetto e dedica gran parte del tempo libero allo studio del russo, delle tradizioni russe e ai preparativi della cerimonia. Ovviamente conta il fatto che Eliza sia da sola, in Italia, lontana dalla sua famiglia, mentre nel caso mio e di Caterina la mia futura suocera era ben felice di accollarsi i preparativi. Però, quando incontro Davide e lo vedo così preso dal fidanzamento e dall’organizzazione delle nozze, penso che forse quello superficiale allora ero io.
La mia riluttanza a prendere parte attiva all’organizzazione del ricevimento di nozze non sembrava però turbare Caterina. Tutto il suo impegno era volto a ridimensionare i progetti sfarzosi di sua madre. D’altra parte, i genitori di Caterina si erano fatti carico della maggior parte delle spese e per questo ci sembrava doveroso accondiscendere a ogni richiesta – tranne sul colore dei fiori in chiesa, come ho già detto, e altri piccoli particolari. Per il resto la mamma di Caterina aveva carta bianca.
Non posso dire che in momenti diversi non ci siano state delle tensioni o momenti critici, ma non ricordo vere e proprie discussioni in merito all’organizzazione del ricevimento, e certo non tra me e Caterina. Entrambi, parlo anche per lei per quello che vedevo, non davamo grande peso agli aspetti esteriori e materialistici della vicenda.
A un certo punto, anzi, ho iniziato a pensare che la mia futura suocera stimasse un gran vantaggio il fatto che avessimo scelto di disinteressarci dei preparativi. È stato precisamente in occasione della cena di prova, presso il ristorante in cui si sarebbe tenuto il ricevimento.
Invece della sontuosa villa a Lecco che la mamma di Caterina aveva avuto intenzione di affittare, ma che era già presa per la data che avevamo scelto, avevamo ripiegato per il ristorante «Al Laghetto» in riva a una cava artificiale a Gudo Gambaredo. Ci era stato suggerito da Paolo, che ci era stato per lavoro.
Eravamo andati là, la mamma di Caterina seduta accanto a me e Caterina sul sedile posteriore. Avrebbe dovuto partecipare anche il padre di Caterina ma aveva accampato una scusa dell’ultimo minuto. Per parte mia, non avevo neanche accennato alla cosa ai miei genitori, declinando per loro l’invito che la madre di Caterina mi aveva trasmesso.
Ci avevano riservato un tavolo d’angolo, con vista sulla cava. La mia futura suocera aveva commentato positivamente il parcheggio, il giardino illuminato da sfere gialle, le luci che si riflettevano nell’acqua nera, l’ampia vetrata della sala. Sembrava che tutto funzionasse.
Avevamo il compito di scegliere gli aperitivi, gli antipasti, i primi, i secondi, i contorni e il dolce. Per ogni portata, la mamma di Caterina annotava qualcosa su un taccuino, chiedeva la nostra opinione, faceva di sì con la testa tutta seria. Alla fine della cena, aveva preso a spuntare dalla sua lista: penne così, risotto cosà, ravioli colà? Se le nostre risposte combaciavano con la sua scelta, bene. Altrimenti iniziava a ragionare ad alta voce, elencando i pregi della nostra scelta, ma soprattutto i difetti.
Se io dicevo: «Il risotto era molto buono», lei rispondeva che in effetti era davvero buono e cremoso e saporito, però fare un risotto per centocinquanta persone è tutta un’altra cosa e il riso scotto non piace, diventa colloso e troppo pesante. Caterina, insolitamente mansueta, le dava ragione. Così il risotto veniva depennato dal menù, insieme al branzino – insipido – e alle patate al forno – troppo banali.
In fondo, non era stato difficile.
Tutt’altro paio di maniche invece per la casa. Su questo punto mi sono messo al lavoro, in prima persona. Innanzitutto, abbiamo valutato alcune case in vendita. Caterina credeva che i suoi genitori ci avrebbero dato una mano per l’anticipo, ma alla fine questo non era avvenuto e quindi avevamo ripiegato per una casa in affitto, più in linea con le nostre finanze. Eravamo stati fortunati: un amico di Enrico, Siro, aveva appena acquistato il secondo piano della casa dove possedeva già un bilocale. La sua idea era di unire gli appartamenti e farne un’unica casa, perché la famiglia si stava allargando. Per aiutarsi con le spese o forse perché la casa sarebbe stata altrimenti troppo grande, aveva ricavato un appartamento da affittare. Una zona giorno con cucina a vista, una camera da letto, un bagno con una piccola vasca, di quelle dove si sta seduti con le ginocchia al petto.
Quando mi aveva mostrato l’appartamento, c’erano dei lavoretti da fare, per esempio tinteggiare e sistemare dei tubi e altre cose. Se li avessimo fatti noi, ci avrebbe scontato un po’ di affitto. Avevamo accettato.
Io non ho una grande manualità, e nemmeno Enrico o papà. Però un amico di Enrico, il Prinzi, sa fare tante cose e mi ha mostrato come tinteggiare e il soggiorno è venuto proprio bene, anche se ho dovuto ritoccarlo perché non avevo completato la mano di bianco sotto. E poi il Prinzi mi ha presentato il Gege, che è ingegnere anche lui ma il padre fa l’idraulico e abbiamo sistemato alcune cose in bagno e abbiamo anche montato la cucina.
Devo ammettere che a un certo punto ho iniziato a divertirmi. Non credo di essere molto portato, perché in seguito quando ho provato a fare piccole migliorie o semplice manutenzione, ho combinato solo disastri, ma se non sono lasciato da solo con gli attrezzi e qualcuno mi dà due dritte, alla fine posso anche riuscire.
Preparare la casa dove avremmo vissuto, inoltre, mi rendeva ancora più evidente la grandezza del disegno che Dio aveva per me e la gratuità con cui le persone mi donavano il loro tempo e il loro aiuto erano segno concreto della presenza di un Altro tra noi.
Ho vissuto quei giorni con entusiasmo e positività. Era anche l’occasione per confrontarmi con uomini più avanti di me nel cammino della Fede e del matrimonio e, mentre lavoravano, mi sembrava di imparare molto di più di come si tinteggia o si ripara una perdita.
Ho un ricordo molto bello riguardo alla casa. La sera prima del matrimonio sono andato a prendere Caterina a casa dei suoi e insieme siamo andati nella nostra futura casa. Avevamo alcuni scatoloni, tra stoviglie e regali. Abbiamo sistemato tutto negli armadietti nuovi, Caterina ha preparato il letto per la sera successiva con lenzuola bianche e leggere. L’aspettavo in sala, in piedi, con il timore di sedermi sul divano e sgualcirlo. Ci siamo guardati per lunghi istanti, ben consapevoli che dal giorno successivo saremmo stati una sola carne.
Nell’armadietto della cucina, Caterina aveva riposto un pacco di pasta, una confezione di sale e una bottiglia d’olio. Avrebbero dovuto essere di buon auspicio, secondo la mia quasi-suocera.
Abbiamo recitato un Angelo di Dio e l’ho riaccompagnata a casa dei suoi.

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3 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 5”

  1. Ma.Ma. Says:

    Questa volta ho percepito in modo violento quattro sensazioni:

    – maschilismo;
    – l’assenza totale di empatia tra quei due sconosciuti;
    – un carico di razionalità che rabbrividisce;
    – l’assenza quasi totale di amore, sentimento, affetto. E pure quelle poche emozioni che vengono descritte (due!) sono così controllate da far sembrare Giorgio un automa.

    La “paura” è stata sostituita da parecchia tristezza.

    Ma ciò che trovo davvero assurdo è che temo che di Giorgio e di Caterina ne è pieno il mondo: anche fuori da questi sistemi, ché a ben vedere la narrazione parla di mascheramenti, facciate, e convinzioni prodotte da forme di plagio che non concedono molte vie d’uscita; poco importa se il plagio è religioso, modaiolo, sociale, alternativo, borghese,…

  2. elisabetta58 Says:

    condivido in pieno il commento precedente!

  3. Simone Salomoni Says:

    Il nervoso è salito nel proseguire le puntate. Un nervoso profondo, quasi violento; un nervoso che ad averci Giorgio davanti sarebbe difficile trattenersi dal dargli due scapaccioni e dirgli: ripigliati (e io sono mingherlino, e anche ad averci i mezzi non ci ho comunque il carattere). Un nervoso che in questa puntata si è trasformato in rabbia, tanta rabbia.
    Ma perché tutta questa rabbia? Perché non c’è una sola parola di Giorgio che suoni sincera alle mie orecchie; però, allo stesso tempo, ho l’impressione che Giorgio menta dicendo la verità, o meglio: dicendo quella che è per lui la verità. E questo mi fa andare nei matti: perché se Giorgio si dimostrasse disposto a esagerare – a costo di inventare – per raggiungere il proprio fine (ottenere la dichiarazione di nullità), almeno il fine suonerebbe sincero, potente. Così, invece, Giorgio è solo vile. Vile e opportunista; è uno che non vuole fare i conti con i fatti per come sono andati, che non vuole guardare in faccia la verità, che non vuole assumersi la minima responsabilità per il naufragio del suo proprio matrimonio. E questo mi manda in bestia.
    Se Federica intendeva restituire al lettore questo – o qualcosa di simile a questo, e io credo che sì – beh: chapeau.

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