Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 4

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di Federica Pittaluga

[Puntata precedente] [Tutte le puntate]

Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

* * *

Sposandosi in chiesa accettava di assumere un impegno definitivo, per tutta la vita? Quale era la posizione dell’altra parte su tale impegno?

Ogni incontro del corso fidanzati iniziava con “La ballata dell’amore vero”, che conoscevo poco. Il canto paragona l’amore che l’uomo prova per la donna prima a un bambino sperduto senza la madre e poi a un fiore che ha sete della pioggia e muore se non c’è il sole.
Non è la più bella canzone di Chieffo, anche se il giro di chitarra tra il ritornello e la strofa mi piace. Sono le parole a colpirmi, perché io quella fragilità me la sento addosso, me la sentivo anche allora, ma non vuol dire che non fossi pronto a giocarmi tutto in quella scommessa, il matrimonio, dico.
Come ci diceva don Mario, non dobbiamo scandalizzarci del nostro essere piccoli e fragili e peccatori. Se fossimo bravi, se non avessimo bisogno di essere salvati non dovremmo nemmeno sposarci in chiesa. Invece il senso del sacramento è offrire a Gesù il nostro essere finiti perché ci salvi.
Quello che voglio dire è che io desideravo che il mio matrimonio con Caterina fosse per la vita.
Quanto a lei, non so.
Diceva di sì. O non lo diceva, ma lo faceva intendere.
Ripeteva che il nostro matrimonio era la sua vocazione, e Dio non è che ti chiama per farti soffrire, ti chiama per la pienezza del vivere. Citava Padre Alfonso: il Signore ci prende sul serio, non scherza con le nostre vite e quindi abbracciare la propria vocazione non è altro che il cammino verso la realizzazione di sé.
D’altra parte, mi rendo conto ora che quella che io credevo essere una vocazione sincera in realtà era solo la ripetizione di parole di altri.
Quando abbiamo iniziato il percorso con don Mario per decidere in definitiva se andare avanti con il matrimonio oppure no, confesso di aver forse sottovalutato il problema.
Non è raro avere dei ripensamenti a ridosso della data. Era successo al mio amico Eugenio e anche lui aveva risolto facendo un percorso di approfondimento con il suo padre spirituale. Perché la libertà non è scegliere, la libertà te la senti addosso quando aderisci alla tua vocazione. Il peccato in fondo altro non è che negare la propria vocazione. Eugenio ora è sposato e ha tre bambini, è felice e grato.
Il fatto che Caterina alla fine si sia convinta e abbia deciso di non rimandare o annullare il matrimonio è merito di don Mario e delle sue parole.
Io non sono superiore a Caterina, ma, pur non condividendo i suoi dubbi sul nostro matrimonio, anche io avevo bisogno di essere richiamato. Ero grato dell’opportunità di approfondire ciò che intuivo come buono per la mia vita.
Lo studio di don Mario era dirimpetto alla sua abitazione, in cima a due rampe di scale ripide. Una stanza lunga, sulla parete di sinistra una scrivania con un computer, di fronte delle sedie a semicerchio e un divano. Sulla parete in fondo una poltrona e una libreria. Lui si era seduto sul divano e ci aveva indicato le sedie. Aveva accavallato le gambe, la schiena appoggiata, l’espressione rilassata.
«Ditemi tutto» aveva detto.
Iniziai io. Caterina non riusciva a stare ferma sulla sedia e teneva gli occhi bassi. Dissi che da quando avevamo preso a frequentarci – non ho usato questo termine, perché io dicevo «filavamo», ma adesso so che questa parola è più adatta – io avevo capito che la mia vocazione era il matrimonio, volevo che questo rapporto fosse per il destino.
«E tu no?» chiese don Mario, provocando la libertà di Caterina a rispondere alla chiamata.
Rimase in silenzio per un tempo piuttosto lungo, ma il don non le mise fretta e anzi, quando provai a intervenire, mi fermò con un gesto della mano.
Quando finalmente decise di rispondere, Caterina disse che voleva sposarmi, davvero lo voleva. Ma si era accorta nel tempo di non essere lieta, anzi, al contrario, si sentiva triste in modo ingiustificato, a volte arrabbiata. Non era così che si era aspettata di sentirsi.
«In questa cosa si gioca tutta la tua libertà. È giusto che tu prenda questa decisione sul serio, che tu ne viva tutta la drammaticità. L’uomo vede il bene e spesso fa il male. Perché ci vuole coraggio per seguire il bene, per aderire al progetto di un Altro che è il bene per te.»
«Come faccio a essere sicura che questo matrimonio sia il progetto che Dio ha su di me?»
«Ti ricordi Pietro? È amico di Giovanni il Battista, vede Gesù, molla tutto e lo segue. Non ha fatto lunghi ragionamenti, non è tornato a casa dalla moglie per chiederle cosa ne pensava, non ne ha parlato con gli amici del bar, non è stato a pensarci sopra: ha avuto l’intuizione che quell’uomo lì gli avrebbe salvato la vita e lo ha seguito.»
«Sono giovane.»
«Sta tutto qui, vero? Noi pensiamo che la vita sia una serie di scelte, e scegliere significa perdere qualcosa. Se scelgo una cosa perdo l’altra. Invece la vita è fatta di decisioni. Se decidi di aderire al progetto di un Altro, non perdi niente. Quando prendi una decisione, scommetti tutta la tua libertà e niente di te rimane escluso.»
Terminammo l’incontro con la preghiera d’offerta. In quelle settimane, spesso con Caterina ripetemmo quelle parole:
Signore,
riconosco che tutto
viene da Te,
tutto è Grazia,
gratuitamente dato,
misterioso
che non posso decifrare,
ma che io accetto
secondo le circostanze
in cui si concreta ogni giorno
e Te lo offro
e tutte le mattine Te lo offro
e cento volte durante il giorno
se Tu hai la bontà di farmelo ricordare
io Te lo offro.

Nel corso del fidanzamento è sempre stata mantenuta la fedeltà? Al momento delle nozze l’impegno di fedeltà manifestato a voce corrispondeva alla sua volontà? Qual era la posizione dell’altra parte su tale impegno?

Sono sempre stato fedele. Non sono uno di quelli che fa conquiste, sono più il tizio che a una festa sta seduto nell’angolo e guarda gli altri che si divertono. Le ragazze mi piacciono, ma sono difficile e fatico trovarne una per cui valga davvero la pena di imbarcarsi nell’operazione del corteggiamento.
Per intenderci, Albina lo era. La conoscevo da sempre, non da sempre in senso ancestrale, da molti anni: da bambini abitavamo nella stessa via, e più tardi la sua famiglia ha traslocato in una casa più grande – Albina ha tre sorelle e due fratelli, mi batte per uno, ma credo che sia perché avere i gemelli, crescerli e anche ora aiutarli a diventare uomini sia stata una prova davvero dura per i miei – dicevo, anche quando hanno traslocato, sono rimasti nella stessa zona e i nostri genitori si sono sempre frequentati. Organizzavano insieme le tende a Natale per raccogliere fondi per l’AVSI e il Banco Alimentare fuori dall’Unes in piazza, appartenevano alla stessa Fraternità e mia madre chiamava suo padre per consulti telefonici quando ci veniva la febbre.
Conoscevo Albina da molti anni, così tanti che posso esagerare e dire da sempre. Quando siamo stati in seconda superiore, mi sono fatto avanti. Lei piaceva anche a Enrico, ma era troppo vecchio per lei, glielo avevo detto. Così lui aveva desistito o ci aveva provato con un’altra – mio fratello è il mio esatto opposto, almeno lo era prima del matrimonio – comunque io avevo il campo libero.
Vorrei precisare che ero un ragazzino e ragionavo da ragazzino: mi sembrava di dover avere la ragazza perché i miei amici l’avevano, ma ciò non toglie che fossi cotto e stracotto di Albina. Così ci siamo messi insieme.
Mi piaceva quando rideva e rideva spesso, il viso teso verso l’alto, la bocca spalancata. Era gentile con i bambini del doposcuola, aveva sempre la battuta pronta, ma in modo dolce. La riaccompagnavo a casa la sera e rimanevamo a parlare per delle ore sotto il portone. Quando ero fortunato, ci salutavamo con un bacio.
Non credo di esserle mai stato infedele. C’è stata quella volta in Val d’Isère, adesso non ricordo più se lei si chiamava Martina o Marina, è passato molto tempo. Non è successo niente. Forse un po’ mi ricordava Albina per via dei capelli lisci e del modo di ridere. Mi piaceva e anche io le piacevo, avevamo parlato un po’ a tavola e ci eravamo seduti fuori sulla terrazza della casa a raccontarci le nostre esperienze, come avevamo incontrato il Movimento e cosa ci colpiva della testimonianza della sera prima. Quella sera poi ci siamo tenuti per mano durante i frizzi. Tenevamo le mani intrecciate appoggiate alla panca e così nessuno ci ha visti. Ho imparato la tattica da Enrico, lui sa come non farsi vedere quando corteggia una ragazza e non vuole poi doverne parlare con un responsabile o peggio. Dico peggio, rispetto a quello che ne pensavamo allora, perché era imbarazzante quando al raggio si parlava delle coppiette e tu sapevi che si stava parlando di te.
Ho capito crescendo che parlare dell’affettività e aiutarci a viverla non come fanno tutti, sull’onda del sentimentalismo, ma tenendo sempre desta la domanda per il destino era un’attenzione preziosa tesa a farci diventare grandi.
Per tornare ad Albina, non credo di esserle mai stato infedele, a parte in questa occasione della Val d’Isère.
Racconto questo episodio per dire che nella mia vita non sono mai stato davvero infedele, e reputavo la fedeltà un valore fondativo. Infatti sono sempre stato fedele a Caterina, la donna che pensavo pensata per me. Ultra-fedele, senza cedimenti.
Quanto a lei, non so.
Non posso negare che il dubbio mi sia venuto, durante il fidanzamento. Un’ombra, non un vero e proprio sospetto, ma c’è stata quella cosa del weekend al mare con il suo compagno di studi, quello con cui ha scritto la tesi. Chi è che va al mare in febbraio, mi sono chiesto.
Non ricordo il nome del tizio, anche se Caterina l’avrà nominato non so quante volte in quei mesi. Tizio ha fatto questo, Tizio ha detto questo, devo preparare questo materiale da mandare a Tizio.
Però io la domanda diretta non gliel’ho mai fatta. Le ho detto che se lei c’era al 100%, io c’ero al 100%. E le cose sono andate come sono andate.
Ne ho parlato con mio padre, quando Caterina se n’è andata di casa. Io pensavo che la fedeltà fosse fondamentale, l’ho già detto, ma lui mi ha fatto riflettere. Mi ha raccontato la sua esperienza ed è per quello che dico che la fedeltà è sopravvalutata. Può capitare, e si può perdonare perché è più importante quello che abbiamo del nostro errore. Non è che io sia bravo, più bravo di Caterina o cosa. Solo che io lo so che a volte si sbaglia. Siamo tutti peccatori. Anche quelli che pensiamo santi, perché alla fine sono uomini. Voglio dire, un santo non è che non è uomo, è solo un uomo realizzato, compiuto.
Insomma, io sono sempre stato fedele a Caterina, prima e dopo il matrimonio. Sempre.
Ma non è questo il punto. Il punto è che un’infedeltà si può perdonare, come ha fatto mia madre con mio padre. Pietro ha rinnegato tre volte il Cristo, eppure è la pietra su cui ha fondato la sua Chiesa.
Mio padre si è preso una sbandata per una sua studentessa, ma poi è tornato a casa e mia madre l’ha accolto con amore. Perché quando ami una persona, offri il dolore per un Bene più grande.
Questo ho detto a Caterina. Non è bastato.

Prima del matrimonio c’è stato qualche inganno o è stato taciuto qualcosa di rilevante?

Ho pensato a questa domanda mentre recitavo le lodi, oggi. Ci troviamo tutte le mattine a dire le lodi nella sala mensa o un Angelus se siamo di fretta. Il più delle volte, come oggi, siamo solo io e il Pigi. Per un mese è venuto anche il Rizzi, il capocontabile, poi però ha cambiato orario e adesso entra alle otto e trenta per uscire alla cinque e trenta e andare in palestra. A vederlo non è un tipo da palestra, ma dice che ci va per la schiena. Abbiamo provato per qualche tempo a trovarci prima, ma per il Pigi era troppo presto – deve accompagnare alla scuola materna il bambino più piccolo. Inviteremo il Rizzi ai prossimi Esercizi.
La lettura del giovedì – che è oggi – dice questa frase «In Lui ogni costruzione cresce ben ordinata, per essere tempio santo nel Signore».
Ho sempre invidiato i ragazzi che venivano da fuori e che potevano dire quelle frasi tipo: «mi facevo canne dalla mattina alla sera solo per non pensare al vuoto della mia vita e poi ho incontrato il Movimento e ho sperimentato il gusto della vita».
Per esempio il Bimbo – si era guadagnato questo soprannome alla prima vacanzina a cui aveva partecipato, perché quasi completamente glabro – dicevo, il Bimbo faceva il mio liceo ed era il capoccia dei comunistoni della scuola. Era rappresentante di istituto, partecipava a tutte le manifestazioni, organizzava autogestioni e occupazioni.
La sua vita era cambiata nell’autunno del novantasette. Lo dico con certezza, perché in ogni testimonianza che fa lo ripete, autunno novantasette. Quella volta noi di GS avevamo portato a scuola la mostra del meeting – di quella mostra ricordo solo il pannello con la riproduzione del quadro con l’uomo che scruta l’orizzonte dalla cima di un monte. Il Bimbo racconta sempre che era andato a sentir presentare quella mostra con tutta la classe durante l’ora di filo, costretto dalla prof., ed era pronto a controbattere su tutto, a fare polemica e invece, mano a mano che il ragazzino che la presenta parla, lui scopre che in quelle parole si riconosce, quelle parole lo colpiscono. Intuisce che quel ragazzo, più piccolo di lui, che è un emerito nessuno mentre lui, il Bimbo, a scuola è un leader, insomma quello lì ne sa più di lui e quindi il Bimbo inizia a venire al raggio, poi viene la mattina a dire le lodi e al Triduo. La sua vita cambia.
Sono sempre stato affascinato da queste conversioni, perché per me le cose sono andate in maniera diversa. È vero che l’adesione è sempre un atto di libertà personale però non posso dire con la stessa precisione del Bimbo quando davvero ho incontrato Cristo e il Movimento, non posso dire il giorno, il mese e l’anno.
Oggi però posso dire come la frase delle Lodi di questa mattina: io sono una costruzione ben ordinata perché il mio fondamento è Cristo.
Io sono questa storia qui e non quella del Bimbo, oggi l’accetto senza più pensare che sia un di meno.
Questo per dire che non solo non ho taciuto niente, ma non ho niente da tacere. Sono la mia storia e la mia storia è tutta scritta.
Vorrei poter rispondere allo stesso modo per Caterina. Vorrei poter dire che anche la sua storia è scritta in bella calligrafia su un libro che tutti possono leggere e invece con il passare del tempo ho scoperto pieghe e ombre.
Perché non me ne sono accorto prima?
Non ho risposta a questa domanda. Non riesco a conciliare l’immagine di Caterina, la mia fidanzata, con la donna che poi è stata mia moglie.
Quando ci siamo incontrati a Rimini era una ragazza sorridente, aperta, gentile. Girava per il meeting con un gruppo di amiche dell’università, tutte di Lingue. Uno stormo di denti bianchi, t-shirt del Meeting, bermuda blu o beige e zainetti sulle spalle. È un’immagine di purezza che non voglio dimenticare.
Nei mesi in cui ci siamo frequentati e anche dopo, Caterina nella mia testa è rimasta così: pura. Era pura negli slanci del suo cuore e nei gesti.
Una sera, sarà stato metà Marzo e mancava un mese alle nozze, sono andato a prenderla dopo la Scuola di comunità che faceva con la Fraternità del suo oratorio. Sono arrivato che non era ancora finita e mi sono seduto in fondo, ad aspettare. Quando hanno terminato, abbiamo detto una preghiera tutti insieme poi Caterina si è attardata a parlare con Elisa, o un’altra amica. Paolo, il responsabile, mi ha salutato e si è fermato a parlare un poco con me. Mi ha chiesto come stavo, come andavano gli esami, se avevo trovato lavoro e come mi stava andando tutto. Domande di routine.
Lo chiamavano da un’altra parte. Mi ha dato una pacca amichevole sulla spalla, mi ha detto «Ci vediamo» e poi si è avvicinato, e piano, solo per le mie orecchie ha aggiunto: «Non preoccuparti, tutte le spose sono nervose».
Quando ho pensato a una risposta, lui era già lontano. Cosa voleva dire con quella frase? Io ero convinto di aver risolto tutto con l’incontro con don Mario.
Avrei dovuto chiedere spiegazioni a Caterina, ma non l’ho fatto. Mi sono limitato a pensare che Paolo si riferisse ancora alla storia dei bambini che le facevano venire da piangere – ma ne avevamo parlato con don Mario e poi lei aveva detto di esserci al 100%.
Quella sera, mentre tornavamo a casa, avrei dovuto chiederle spiegazioni. Invece non l’ho fatto. Caterina era allegra, a me non piace discutere così sono rimasto ad ascoltarla mentre mi raccontava qualcosa dei suoi amici dell’oratorio e intanto pensavo che l’indomani le avrei chiesto un chiarimento. Magari per telefono. L’avrei chiamata dopo cena, lo facevo tutte le sere a meno che non ci vedessimo, e le avrei detto che Paolo mi aveva parlato di un suo nervosismo.
Ma il giorno successivo devo averlo dimenticato.
E poi anche dopo. Il mio rammarico è di non aver fatto le domande giuste al momento giusto. Ma poi penso che non ne sarei stato in grado.
Il punto che solo con il senno di poi mi rendo conto che il nervosismo prematrimoniale, quell’assurda storia dei bambini che la facevano piangere non avevano a che fare con me, con il matrimonio, con le pressioni di sua madre per i fiori bianchi.
Forse niente di tutto quello che è successo ha a che fare con me, ma solo e solo con lei e con la sua fede, vacillante, piccola, sperduta.
La verità sta tutta qui e se io l’avessi saputo, avrei pregato per lei. L’avrei aiutata.
E se non io, certamente don Mario o Paolo, o i suoi amici. Invece lei ha taciuto con tutti e mi ha ingannato.

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9 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 4”

  1. Ma.Ma. Says:

    E il massimo “stordimento” viene dato da quel mix di negazione e accusa di mancanza di abnegazione nella chiusura del testo. Come uno schiaffo preso senza aver fatto niente di male.

  2. Raffaele Says:

    L’etica di CL è il peggio del calvinismo (la “vocazione”) unito col peggio del cattolicesimo (“Tanto siamo tutti peccatori”).

  3. Chiara G. Says:

    Mi piace davvero tanto, non so perché. Abituata come sono a domandarmi, quando leggo, “cosa/perché mi piace/non mi piace di questo verso, di questa pagina, di questa descrizione, di questo dialogo” e a darmi delle risposte tendenzialmente precise, ecco, mi meraviglio. Procediamo.

  4. Fedex2 Says:

    Grazie a tutti. Procediamo, sì. Giorgio ha ancora delle cosette da raccontare su quella sciagurata di Caterina. E non solo.

  5. Valentina Durante Says:

    Premessa: ho letto un paragrafo della prima puntata e mi sono subito fermata: ho intuito subito che si trattava di qualcosa di veramente bello e avrei trovato frustrante dovermi interrompere dopo poco. Oggi ho letto le prime quattro puntate tutte di seguito: e l’impressione è stata confermata e superata. Non aggiungo – quanto a trama e personaggi – nulla a ciò che è già stato detto: peraltro – essendo io completamente estranea all’argomento e, tagliando con l’accetta, “agnostica” – alcune cose forse non riesco a coglierle appieno. La grande bellezza di questo testo sta secondo me nella voce narrante: che è pulita e potente. È stato tolto tutto ciò che non era necessario, ma non è stato tolto nulla di ciò che era indispensabile. E dunque non è un testo semplicemente “ben scritto”, ma un testo scritto nell’unico modo che appare possibile, un testo che ha una sua inevitabilità (questa è per me la cosa più importante, in un’opera: perché vuol dire che si è riusciti a trovare il punto d’incontro ottimale fra contenuto e forma). Complimenti, Federica, davvero.

  6. acabarra59 Says:

    “ La grande bellezza di questo testo sta secondo me nella voce narrante: che è pulita e potente. È stato tolto tutto ciò che non era necessario, ma non è stato tolto nulla di ciò che era indispensabile. E dunque non è un testo semplicemente « ben scritto », ma un testo scritto nell’unico modo che appare possibile, un testo che ha una sua inevitabilità (questa è per me la cosa più importante, in un’opera: perché vuol dire che si è riusciti a trovare il punto d’incontro ottimale fra contenuto e forma). “. Sottoscrivo tutto. Mi permetto soltanto di suggerire “ necessità “ al posto di “ inevitabilità “.

  7. maria Says:

    Continua il mio personale interesse per questo scritto, è un’analisi che fa tremare le vene e i polsi. Io rimasi affascinata dal pensiero di Don Giussani che sicuramente offre delle intuizioni innovative a cui è facile aderire con entusiasmo. L’insistente ripetizione dei concetti, però, la loro applicazione incondizionata a tutto, si trasformò, per me, in uno schematismo che sentii limitante. E così tornai alla mia normalità, alla mia personale sensibilità in materia di fede.
    Ora sono impressionata perché la storia che qui si racconta ha un terribile fondamento di verità e mi dispiace dopotutto di verificarlo.

  8. Fedex2 Says:

    Per me questi commenti sono preziosissimi. Ho pensato per lungo tempo, e ancora oggi, che questo lavoro fosse incomprensibile. E una persona che stimo molto, quando lesse il romanzo completo, mi avvertì che la mimesi della mia scrittura con la lingua di Giorgio mi avrebbe dato dei problemi, perché chi leggeva avrebbe pensato che non mi fossi messa al servizio di Giorgio, ma che fossi io a scrivere così. Ha avuto ragione, ma sono contenta di scoprire, grazie a lettori così attenti, che non è per tutti così.

  9. tommasosavoia Says:

    Io devo un po’ rivedere il mio commento fatto un’oretta fa mi pare alla seconda puntata. Scrivevo che un intero romanzo che si sviluppasse esclusivamente con questo questionario sarebbe stato geniale, solo avrebbe richiesto degli intermezzi tra una risposta e l’altra di narrazione più convenzionale. Ora non sento quasi più questa necessità. Le risposte di Giorgio si stanno facendo dense, piene fino all’orlo del suo dolore, non solo di quello che pretenderebbe di narrare che apparterrebbe a Caterina. Un dolore che, mi parrebbe, sia ben precedente al rapido naufragio del suo matrimonio.

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