Perché non si parla mai del fatto che con i libri digitali si possono fare cose che con i libri di carta non si possono fare, e viceversa? (con un link in fondo)

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di giuliomozzi

Il titolo è ovviamente esagerato, e serve solo ad attirare l’attenzione. Non è che non si parli mai della faccenda. Nel 2014-15 (oggi si sono un po’ calmati tutti) mi imbattevo a ogni piè sospinto in discorsi che celebravano le virtù del libro digitale o le virtù del libro cartaceo: mi stupiva che questi discorsi celebrassero di solito in assoluto le virtù del libro digitale o in assoluto le virtù del libro cartaceo; quando a me pareva, e tuttora pare, che i libri digitali e i libri cartacei siano oggetti differenti, e che l’uno non possa essere migliore in assoluto dell’altro, bensì che in quanto oggetti differenti – differenti in alcune cose sostanziali e in una quantità di dettagli – siano questi migliori per certi impieghi e questi altri migliori per altri impieghi. Inoltre in questi discorsi trovavo in continuazione affermazioni puramente sentimentali (“Ah! L’odore della carta, dell’inchiostro, della colla…”, come se un tascabile d’oggi fosse tecnologicamente simile a una cinquecentina) o semplicemente false (“Gli editori sono disperati per l’avvento del digitale”, come se gli editori non vendessero libri digitali – guadagnando, su ogni singolo scaricamento, più di quanto non guadagnino dalla vendita di una copia cartacea) o iperboliche (“Con un lettore digitale puoi avere a disposizione decine di migliaia di libri, tutti lì, a portata di mano”, come se avere a disposizione decine di migliaia di libri fosse di per sé un bene o una necessità universale) o basate su preconcetti improbabili (“I libri digitali se li leggeranno solo i nativi digitali”, che è sensata tanto quanto “I telefoni touch screen li useranno solo i nativi digitali”), e così via.

E allora adesso, stimolato da un paio di domande che mi sono state fatte in questi giorni, provo a mettere giù una lista di affermazioni relative al rapporto tra libro digitale e libro cartaceo. Sia chiaro che tutto ciò che dirò vale per l’ambito italiano.

1. Oggi, nel senso comune, un libro cartaceo è un libro; un libro digitale non lo è del tutto, o lo è in modo minore e difettivo. Un libro pubblicato solo in digitale non è un libro vero, e pertanto non può essere un vero libro; un libro pubblicato solo in cartaceo è di per sé un libro vero e quindi è un vero libro; se un libro è pubblicato in entrambe le edizioni, è fuor di dubbio che l’edizione vera (e che riversa la sua verità anche sull’altra) è quella cartacea.

2. In (1) si nasconde un giudizio di valore: se un oggetto simula di essere un libro, ma non è un libro vero (nel senso in cui si dice che “La Pimpa non è una cagnolina vera“), e quindi non può essere un vero libro (la collocazione dell’aggettivo a destra concerne un fatto di sostanza, la collocazine a sinistra esprime il giudizio di valore) ma al massimo un mezzo libro, un libricchio, un quacquaraquà, un libro fasullo, un libro di serie B, non libro che non ce l’ha fatta alla fin fine a diventare libro, un libro mutilato, un mero testo – be’, allora è chiaro che al libro solo digitale non potranno essere riconosciute affidabilità, bellezza, necessità, eccetera, in misura analoga al quel che si riconosce al libro cartaceo.

3. La stessa azienda Amazon, per dire, contribuisce a sostenere quanto affermato in (1) e (2). Basta guardare i salvaschermo dei Kindle:

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O addirittura (qui siamo alla necrofilia):

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Esattamente come le pentole di rame e gli assortimenti di forconi e roncole appesi alle pareti e ai soffitti delle trattorie aperte l’anno scorso, quei salvaschermo sono l’autodenuncia di un tentativo fallito. Non si può non citare Milan Kundera [*], da L’insostenibile leggerezza dell’essere:

I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria.

Ed è chiaro che le “immagini fondamentali” relative al libro, alla scrittura, alla letteratura eccetera non possono che essere confermate da immagini di pennini, caratteri di scatola, giornali stampati. Nel momento in cui il Kindle dice (è costretto a dire): “Guarda, io sono come quelle cose là”, ammette di non essere come quelle cose là.

4. La stragrande maggioranza dei giornalisti di cultura e dei critici letterari che scrivono recensioni nei giornali preferiscono ricevere le anteprime in .pdf piuttosto che in .epub, e aborriscono il .mobi (cioè il formato per Kindle) (e la preferenza assoluta è per ricevere una stampata, magari rilegata con la spirale). Anche qui, cito un dato di fatto.

5. Possiedo quattro copie della Letteratura italiana delle origini di Gianfranco Contini. La copia di carta ha 1298 pagine ed è di facilissima consultazione (occupa un po’ di spazio, è vero, anche se è quella della Bur e non quella Sansoni del 1970, rilegata in ferro battuto). La copia in pdf mi è comoda per ritagliare pagine che adopero nei corsi. La copia in .epub è quasi inservibile. La copia per Kindle è del tutto inservibile.
Mi direte: “Certo, ma non tutti i libri sono dei mattonazzi di 1298 pagine fitte fitte di note in calce”; e son d’accordo. Il punto è che esistono anche i mattonazzi di 1298 (o 1325, o 951) pagine fitte fitte di note in calce.
Possiedo anche due copie del romanzo di Apuleio, L’asino d’oro o La metamorfosi (comunque vogliate chiamarlo, il libro è quello): quella in carta dei Grandi Libri Garzanti e la medesima in .epub. L’unica differenza è che la prima ha il testo latino a fronte, la seconda no (non ce l’ha a fronte, e neanche da nessun’altra parte).
Mi direte: “Certo, ma non tutti i libri hanno bisogno di avere il testo a fronte”; e son d’accordo. Il punto è che esistono anche i libri che hanno bisogno del testo a fronte.
E, a essere pedanti, esiste anche l’Exapla:

6. Come sanno (credo) tutti coloro che talvolta passano di qui, ho una speciale passione per un romanzuccio italiano, scritto da un nobile milanese dell’Ottocento che manco sapeva parlare correttamente in italiano, epperò lo scriveva benissimo: intendo I promessi sposi, di Alessandro Manzoni. E’ un libro che rileggo in continuazione: alla fermata dell’autobus, sull’autobus, in treno, nella sala d’attesa del dentista (“Auguri!”, “Grazie!”), eccetera. Lo leggo nel telefono, naturalmente.
(Domanda: “E prima, come facevi?”. Risposta: “Prima avevo il tascabilino della Sansoni, quello verde; un’edizione scorrettissima, tra l’altro”).

7. Mentre leggo nel Kindle Appunti di narratologia. Ipotesi per una guida passo passo alla scrittura del romanzo di genere, di Monica Montanari, Mamma Editori 2016 (sono alla sedicesima schermata, non chiedetemi che cosa ne penso), la macchina si premura di avvertirmi che un paio d’altre persone (almeno) hanno letto il medesimo libro, e mi avvisa che hanno sottolineato la tale o talaltra frase. Appena avrò un momento di tempo cercherò di disattivare la faccenda: non so che farmene.

8. Con una certa somma posso acquistare un libro stampato. Con la medesima somma posso acquistare due o tre libri digitali. Posso quindi leggere più libri spendendo uguale o, a scelta, leggere altrettanti libri spendendo a occhio meno di metà.
Senza contare che molti libri digitali sono disponibili gratuitamente: e penso a quei miei cari, carissimi poeti barocchi dei quali si trovano talvolta edizioni accademiche (che costano un occhio), ma più spesso bisogna rifarsi alle edizioni originali (che costano entrambi gli occhi: più lo stipendio di qualcuno che legga per me); e che oggi posso leggere nelle scansioni messe a disposizione da Google Books o da benemeritissime istituzioni culturali. Certo, se voglio averli su carta ho i costi di stampa.
In realtà, però, la maggior parte dei libri dei quali ho bisogno (per il mio lavoro o per la mia anima) non sono – almeno per ora – disponibili in formato digitale; o sono disponibili in formati digitali scomodissimi. E’ solo questione di tempo? Forse è solo questione di tempo.

9. Leggo un libro digitale e trovo un link. Lo tocco, e accedo ai contenuti aggiuntivi (il cui nome, però denuncia l’essere un’aggiunta alla sostanza) o più spesso consulto una fonte o approfondisco eccetera. Tutto questo, con i libri di carta, hai voglia.

10. Un libro Einaudi, come tutti, o Laterza, o Bollati Boringhieri, eccetera, lo riconosco anche se mi fate vedere solo l’angolino di una pagina. I libri nel Kindle sono tutti uguali. E’ solo una questione affettiva? Sì, è solo una questione affettiva. Se sottovalutate le questioni affettive, siete dei cuori di pietra e non vi piace la Nutella. [**]

Credo che sia fondamentalmente sbagliato quello che ho fatto fin qui, e cioè confrontare il libro di carta e il libro digitale. Credo che sia più sensato confrontare l’editoria di carta (che esiste da mezzo millennio) e l’editoria digitale (che è più o meno ai primi vagiti). Mi pare fuor di dubbio che, al momento, l’editoria di carta la stravince alla grande. Mi sento di profetizzare che tra un po’ di anni (dieci? cinquanta? cento?) non sarà più così – sempre che, a quell’altezza cronologica, la specie umana esista ancora. Al momento un’editoria digitale, nel senso di un comparto di attività editoriali che abbiano la produzione e la vendita di libri digitali come core business, mi pare che semplicemente non ci sia. Ci sono molte case editrici, quasi tutte, che pubblicano i libri nelle due versioni e pian pianino riversano in digitale il catalogo. Ma immaginare l’editoria digitale come un doppione dell’editoria di carta mi pare, come dire?, poco pratico.

Vi lascio quindi, a mo’ di esempio, con un link: Quinta di copertina. Tanto per dare un’occhiata a qualche libro digitale che non è, e non può essere, un duplicato di un libro di carta.

———

[*] In realtà si potrebbe benissimo non citarlo; ma volevo far sapere che ho letto qualche libro anch’io. La citazione l’ho trovata in Wikipedia.

[**] A me non piace.

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30 Risposte to “Perché non si parla mai del fatto che con i libri digitali si possono fare cose che con i libri di carta non si possono fare, e viceversa? (con un link in fondo)”

  1. Gianluca barbera Says:

    Molto interessante. Non ho la sfera di cristallo e non so come andrà a finire (e poi una fine non esiste). Però, dico questo. Il motivo per cui il libro cartaceo è considerato un vero libro è perché all’editore costa produrlo. Perciò ha un valore. Il libro digitale non costa (praticamente) nulla. Perciò non ha un valore. Se non è chiaro, posso approfondire.
    Comunque, il tempo darà (purtroppo?) ragione al digitale. Ma a quel punto: io non ci sarò e qualcuno leggerà ancora opere on formato libro?

  2. Barbara Says:

    Sono un utente costretto su kobo (apertura pacchetto, “ohhhh, ma che bellooooooo…”) nonostante io sia informatico di professione, che no, non abbiamo l’ereader incorporato e nemmeno gli ebook gratuiti, e dopo 12 ore passate tra tastiera e monitor il libro cartaceo diventa un felice detox. Comunque, alcune utilità che dovrebbero essere proprie del digitale mi riportano costantemente al cartaceo. Non si può sottolineare. Probabilmente un baco del supporto, ma dopo due ore passate a chiedermi che problemi potessero avere le mie impronte su quel malefico touchscreen ho dovuto stampare un ebook solo per poterci sottolineare con la cara vecchia matitina striminzita. Senza contare il turbinio di software per passare da un altro formato di acquisto a quello del supporto, in mancanza di uno standard. Perché il cartaceo invece è uno standard universalmente riconosciuto. Basta azzeccare la lingua.
    Stimo almeno un altro decennio. Tecnologicamente c’è parecchio da fare.

  3. Marcello Aliotta Says:

    concordo su tutto o quasi. però la vera rivoluzione per uno che viaggia tutto il tempo è stata la chiavetta USB, quel suppostino nel quale nascondiamo un intero ufficio ( e altre frivolezze tutte private) e ora grazie al mio kindle posso portarmi una bella biblioteca in venti grammi spessi come due etti di prosciutto… grazie Ereader!
    se si potessero uniformare i supporti, ma universalmente dico!! sarebbe il massimo!

  4. acabarra59 Says:

    “ 18 giugno 1976 – Vittorini, Diario in pubblico (Diari, Stendhal, Leopardi, Goethe. Diari e letteratura aforismatica, Nietzsche, Kraus, letteratura d’occasione, scrittura d’occasione, scrittura e movimento, comunismo: il movimento reale […] Degradazione della Letteratura, uso operaio della / uso capitalistico (mass media). Fino ai graffiti, crittografia, lentezza. Lotta ai ritmi. Antieconomicità. Lotta alla discorsività della ragione illuministica (Freud, lapsus, letteratura del, surrealisti, scrittura automatica, Adorno, teoria dell’avanguardia, fine dell’avanguardia). Da questo profondo riparte la funzione negativa della scrittura, scrittura. Fra il ‘78 e l’82 la carta finirà. Prepararsi: come?) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  5. Evk Says:

    Si può evidenziare, che corrisponde a sottolineare. E si crea automaticamente un indice dei passaggi evidenziati, comodissimo.

  6. amnerisdicesare Says:

    Mobi, non movi.
    Ahimè, io son fedifraga. Mi sono convertita immediatamente al digitale. Non riesco a smettere. E’ proprio una droga.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Amneris. Ora correggo.

  8. chiara casaluci Says:

    Origine del Caos.
    Videoaudiolibro.

  9. l.w. Says:

    Chissà cosa direbbe Platone, sul fatto che è *impossibile* mandare a memoria una pagina in formato .epub o .mobi. Persino ricordarla è difficile. Gli è che l’essenza del quadro è la cornice, e il signor Adobe, almeno un pochettino, lo ha capito.

    P.S. Al punto cinque mi sono commosso. Grazie, Giulio.

  10. l.w. Says:

    P.P.S. (o meglio, S.S.P.P.: Stasera Sono Proprio Pedante): basterebbe non chiamarli libri digitali. Wikipedia (che a me piace tantissimo) non è un libro.

  11. Elena Ferro Says:

    Ho scoperto gli ebook da quando nella ho pubblicato uno. Alcuni libri però non si addicono al digitale e sono quelli che vuoi sfogliare spesso, per mille ragioni. Per il resto è comodissimo.

  12. fabrizio venerandi Says:

    Non sono però d’accordo sul punto cinque. Credo anzi che proprio gli iper-libri possano, se ben gestiti, diventare degli interessanti iper-ebook. Cito – da qualche anno – come esempio la buona edizione digitale delle “Etimologie” di Isidoro di Siviglia, edito da Utet. Una enciclopedia del 600, in latino, con testo “a fronte” (meglio: ipertestuale), quasi millesettecento pagine da esplorare con diversi indici tematici.

  13. marcocandida Says:

    Comunque, non capisco perché i libri pubblicati in passato non vengano trasportati su e-book. Questo è un servizio quasi dovuto, da parte almeno della grandi case editrici. Tutti i libri, vecchi e nuovi, di successo o di insuccesso. Mi sembra incredibile che ci siano romanzi che erano bestseller clamorosi in tutto il mondo tradotti in trentotto paesi solo venti o trent’anni fa e oggi su Internet (dove si può accedere praticamente a tutto) siano “non acquistabili”. Poi, sulla bellezza di trovare il romanzo di Rosella Postorino a tre euro in una bancarella mezza rotta e con teloni polverosi di Piazza Garibaldi ad Alessandria nessuno discute – o quantomeno, non gli appassionati di libri, credo. I libri di carta sono insostitutibili. Del resto, anche gli incunaboli con lettere miniate sono altra cosa dalle “edizioni cartonate” o dai “paperback”. Se devo dire, io credo molto negli audiolibri. Per me sono quelli, i libri del futuro.

  14. fabrizio venerandi Says:

    Perché a) gli editori spesso non possiedono nessun documento digitale dei libri fuori catalogo. spediscono vagonate di libri in paesi dell’est europeo o extraeuropeo per farli passare all’ocr un tanto al chilo con i risultati che si possono facilmente immaginare; b) è possibile che l’editore non abbia più i diritti per la pubblicazione del libro né tantomeno della sua trasposizione digitale; c) legati ad a) e b), il costo del rifacimento da zero dell’ebook, del riacquisto dei diritti di autore, non vale la spesa di venderne poi qualche decina di copie.

  15. sergiogarufi Says:

    per me il futuro sono i papiri

  16. Giulio Mozzi Says:

    Fabrizio, credo anch’io che, come scrivi, “proprio gli iper-libri possano, se ben gestiti, diventare degli interessanti iper-ebook”. Il mio punto 5 si limita a notare con un paio di esempi che, al momento, l’editoria italiana – almeno quella di massa – non ci sta pensando tanto. Che una “biblioteca di base” come è I Grandi Libri Garzanti (un’ottima biblioteca di base, peraltro) abbia un’edizione digitale fatta alla carlona, mi sembra il segno di un certo qual disinteresse.
    Utet è un’altra cosa, ne convengo. E senza sforzo immagino che meraviglia potrebbe essere una “ben gestita” edizione digitale dell’Exapla (o, più umilmente: un’edizione dei Promessi sposi comprensiva del primo manoscritto, dei manoscritti intermedi e delle due edizioni…).

    Marco: Fabrizio ti ha risposto, e aggiungo: in un comparto a scarsa liquidità (è così storicamente, la “crisi” non c’entra) come l’editoria, ragionare su tempi lunghi è cosa da missionari. Non che non ce ne siano stati, nella storia dell’editoria (e alcuni hanno fatto un sacco di soldi).

    Sugli audiolibri: conosci per caso un buon audiolibro di scienza delle costruzioni?

    l.w.: a Wikipedia (che “non è un libro”, ma tende a sostituire di fatto alcuni libri come le enciclopedie, i manuali ec.) aggiungerei a es. i repertori di sentenze, cavalli di battaglia delle case editrici giuridiche. E tanti altri libri-repertorio, nei quali la possibilità di interrogare rende la versione (ometto la parola “edizione”) digitale assai più efficiente rispetto a quella stampata.

    Si tratta, appunto, di pensare a “editoria digitale” e non a “libri digitali”.

  17. marcocandida Says:

    Fabrizio, ma allora perché nei cataloghi on-line della grandi case editrici vengono segnati come esistenti, i titoli, se poi non sono acquistabili? Che senso ha? So che bisogna sobbarcarsi del lavoro per passare i libri di carta in digitale, quello che non capisco è perché non farlo. Sui diritti si può negoziare. La base della negoziazione potrebbe essere: “Meglio un e-book di niente”. No? Il fatto è che immagino Internet come un’immensa banca dati dove tutto lo scibile sia lì, a portata di click. Lo so che questo spaventa i rappresentanti degli ancien régime in molti modi. Ma io non sono un rappresentante dell’ancien régime. Sto dall’altra parte della barricata.

  18. fabrizio venerandi Says:

    @marco potrebbero essere fondi di magazzino.
    Per il resto: internet può essere una grande banca dati se c’è retribuzione del lavoro intellettuale che c’è dentro. Se questa retribuzione cade, di qualunque genere di retribuzione si tratti, questa banca dati inizierà a non essere più popolata da contenuti qualificati, ma da altro. Questo “altro” bisognerà capire se e quanto sia valido nel medio-lungo termine e chi – all’interno della nuova filiera – trarrà vantaggio economico da questo passaggio.
    Non penso infatti che ci sia un “al di qua” o “al di là” della barricata, ma diversi modelli economici che si avvicendano.

  19. fabrizio venerandi Says:

    @marco a meno che tu non ti riferisca ai titoli che appaiono negli store on line ma poi il testo non è disponibile. In quel caso sono residui dei dati comunicati da ISBN ai database di vendita online.

  20. marcocandida Says:

    Mah, non capisco. Mozzi parla di un’editoria dotata di scarsa liquidità e tu, Fabrizio, mi parli di un’editoria che cerca vantaggi economici su tutto, il cui fine è il profitto.

    Ma dico questo. Mi spieghi, Fabrizio, che negli store on-line ci sono dati residui comunicati da ISBN ai database di vendita online. Quindi, ne deduciamo che i grandi editori, il cui fine primo e ultimo è il profitto, non hanno nemmeno voglia o tempo di contattare ISBN ed eliminare i dati residui. Ma allora, mi chiedo… ma che cos’è che hanno voglia di fare, questi editori? Negoziare per ottenere diritti di vecchi libri per rifarli in edizioni digitali, non se ne parla. Mettersi seriamente su Internet, non se ne parla… Sembra che non vogliano far nulla. Alla prima strettoia, il loro spirito imprenditoriale sfuma.

    Attenzione! Questo non è un discorso contro i grandi editori. Perché, vedete, è per merito dei grandi editori se la mia vita è più bella. Loro, dopotutto, hanno pubblicato Gerald Seymour o P.L. Sulitzer, e io voglio comunque bene ai grandi editori. Quello che dico è critico di certe rappresentazioni dell’editoria che ho letto qui, in questa discussione e che non capisco e non capirò mai.

  21. fabrizio venerandi Says:

    Credo, ma magari in ascolto c’è qualcuno che lavori direttamente in questo, che siano gli store che vanno a interrogare ISBN per mettere immediatamente a catalogo libri. L’editore non c’entra nulla e i libri non sono mai cancellati dal catalogo ISBN, ci mancherebbe altro. Si tratta di un processo automatizzato. Per fare un esempio personale, negli store è presente un mio libro con tanto di ISBN, ma non disponibile perché esaurito: in realtà quel libro non esiste, la collana in cui doveva uscire si è chiusa prima della prima uscita. Ma i titoli erano già registrati in ISBN, quindi “succhiati” dai motori di popolamento dati store on line.

    Se invece il libro di cui parli non è in uno store generalista, ma in quello dell’editore stesso, beh, in questo caso sono residui interni alla casa editrice stessa, errori. Qualcuno si è dimenticato di cancellarlo. Quando hai migliaia di titoli a catalogo è facile che avvenga.

  22. marcocandida Says:

    Guarda, Fabrizio, io non sto parlando di “un” libro sparuto e introvabile, ma di molti titoli dello stesso autore di bestseller, tutti non acquistabili. E’ qualcosa che non ha senso. Se uno vuole sapere che libri ha scritto William Katz fa una ricerca e trova su Wikipedia i titoli. Ma trovarli sugli store, tutti non acquistabili, è un po’ assurdo. Quanto al fatto che ci siano migliaia di titoli da gestire, mi piange il cuore, ma esistono lavori duri e lavori più leggeri.

    Ti rispondo, Fabrizio, su questa deriva della discussione, perché è interessante il tuo atteggiamento, che poi è anche quello di Giulio. Tu difendi. Difendi gli editori. Difendi ISBN. Tendi a giustificare, a tirar fuori ragioni di sano realismo. Mi chiedo perché.

    Giulio fa un discorso di apertura verso l’editoria digitale. Solo che il suo discorso di apertura verso l’editoria digitale è pieno di chiusure. Libro vero, vero libro. Formato scomodissimo. Cioè, anche lui “difende”. Mi chiedo perché. Perché arroccarsi così. Non credo sia arroccarsi per arricchirsi. Quindi, mi chiedo perché. Non capisco.

  23. fabrizio venerandi Says:

    Io non difendo, io spiego. Non conosco la gestione dei diritti di Katz, ma immagino che se nessun editore italiano lo stampi, potrebbe significare che Katz non ha in cessione oggi i suoi diritti a nessun editore italiano. È in suo potere farlo graziaddio. Se Katz avesse ceduto i diritti a Einaudi, faccio per dire, vent’anni fa, per un periodo di dieci anni, e dopo vent’anni Einaudi si rimettesse a pubblicarlo in ebook, beh penso che Katz non ne sarebbe felice, perché magari vorrebbe ricontrattare i diritti con Einaudi con altri termini rispetto a quelli di vent’anni fa. Perché il libro è un prodotto commerciale.

    Ma non pensare che l’editoria digitale sia salva da tutto questo: anche il digitale segue un sistema di cessione e gestione di diritti, anche se fossero quelli in cc. E anche nel digitale tenere a catalogo un ebook ha un costo, non di magazzino, ma di gestione ordini, clienti, upgrade, conteggi. Digitale non significa gratuito. Non significa libero. Come dicevo prima, può cambiare il metodo di retribuzione del bene, può anche cambiare chi tiene in mano questo o quell’anello della filiera editoriale digitale, ma si tratta di un mercato che di giorno in giorno ridistribuisce i poteri in campo.

  24. antonio Says:

    bell’articolo giulio. diciamo che metti in ordine una serie di considerazioni che possono essere più o meno condivisibili ma certamente diventano un discorso che sta in piedi. provo però a proporti un discorso diverso (da persona che sta lavorando da tempo a una casa editrice soltanto digitale basata su un nuovo modello di business 🙂 ). allora: 1) analisi del mercato. quando è esploso il digitale gli editori cartacei sono stati presi dal terrore di fare in poco tempo la fine che avevano fatto gli editori musicali e che sembravano poter fare anche i produttori di cinema. presi da questo terrore gli editori cartacei hanno annaspato cercando disperatamente di cavacare il digitale. in breve tempo però si sono accorti che in effetti a loro non stava succedendo quello che accadeva in altri comparti, allora hanno cominciato a respirare e a domandarsi come invece di cavalcare potevano fare per ritardare se non addirittura bloccare il digitale. e hanno capito che potevano basarsi su 3 fattori essenziali: 1) rallentare la digitalizzazione del catalogo (non per niente google si è buttata a digitalizzare tutto quello che poteva) 2) il costo dello strumento per leggere, perché è chiaro che se nel mercato italiano (ma vale anche per mercati esteri più evoluti) a lettori che leggono un libro al mese carichi il costo del lettore, anche quel poco di risparmio che l’ebook permette per essere ammortizzato richiede così tanto tempo che uno dice, ok, ma chi se ne frega, compro cartaceo 3) nessun miglioramento nè dello strumento e-book, che se permette una serie di vantaggi, dall’altro ha anche degli svantaggi (tipo che se hai riempito il tuo lettore di titoli, quando devi scegliere cosa leggere fai più fatica che avendo libri cartcei impilati l’uno sull’altro), nè dell’esperienza d’acquisto (in libreria vai a cercare, a curiosare, in una libreria digitale vai a prendere quello che hai deciso di prendere. la fruzione del luogo virtuale è molto più faticosa e dispersiva). 2) analisi dell’ambiente. a supportare inoltre gli editori nella loro opera di salvaguardia del loro dominio contribuivano due inspiegabili fattori. o perlomeno, uno inspiegabile, l’altro spiegabilissimo. 1) quello spiegalissimo è l’impermebabilità dei lettori, soprattutto in italia, al digitale. il fatto è che il mercato del libro in italia si sivolge essenzialmente a un segmento superato, vecchio, legato a una scrittura datata e a contenuti altrettanto datati. un mercato ridicolo, ristretto. tanto che gli editori si lamentano del fatto che gli italiani non leggono, ma in realtà fanno l’ennesima operazione scorretta, perché non è che non leggono, non leggono i libri che loro pubblicano, ma per leggere leggono tantissimo, non hanno mai letto tanto. ed è un’altra storia. 2) il fatto insipegabile sono gli autori. tolto qualche autore di best seller che guadagna quello che vuole e magari giustamente può risponderti, ma a me, chi m’oooo fà fà?, il 95% degli autori italiani e mondiali avrebbe solo da guadagnare dal digitale. diventerebbe finalmente padrone di se stesso e aumenterebbe vendite e guadagni se invece di firmare contratti ridicoli con editori moloch e schiavisti pubblicasse solo digitale in proprio trattando i propri prodotti per conto proprio e ridisegnando il mercato. certo, poi devi avere un prodotto adeguato, ma cmq anche scrittori datati per lettori datati, potrebbero tranquillamente migrare da un formato all’altro se uno dei due settori cominciasse a farlo in modo deciso 3) precisazioni finali. secondo me dici alcune inesattezze. 1) ok, gli editori sul digitale guadagnano quanto il cartaceo calcolando che lo sconto che applicano è solo quello dettato dal risparmio sul salto della filiera, e nemmeno tutto, che un po’ di soldini di quelli risparmiati nel passaggio se li intascano loro. però una trasformazione digitale compiuta farebbe abbassare incredibilmente i prezzi, ancora di più di quello che vediamo oggi. e questo gli editori non se lo possono permettere. un po’ perché sono così esposti con le banche che anche con margini ridotti sono costretti a muovere cmq grandi cifre. piuttosto che avere margini magari più ampi ma su fatturati decurtati del 60% devono pensare a mantenere alti i fatturati, in caso contrario le banche richiederebbero immeditamente il rientro dei fifi. (e cmq gli editori non hanno la mentalità per affrontare questo mercato e soprattutto non hanno la voglia di affrontare la battaglia sindacale necessaria per cancellare una intera filiera e per sostituirla con una nuova decisamente ridotta per non dire inesistente). 2) il libro cartaceo e digitale sono due cose diverse. non allo stato attuale, secondo me. oggi come oggi abbiamo appena cominciato ad esplorare le possibilità di formato digitale di racconto. quello che stanno facendo gli editori è cercare di utilizzare il digitale per nuove modalità di fruizione del prodotto, ma ancora non abbiamo cominciato ad esplorare le possibilità narrative offerte dal digitale. ok, boh, spero di non aver dmenticato niente, ma credo che il tuo articolo meritasse una risposta all’altezza degli spunti offerti. ah, sì, io con la mia casa editrice punto a fare libri per tutti coloro che secondo gli editori non leggono ma che secondo me, come detto, non leggono i libri che gli editori pubblicano, ma per leggere, minchia che leggono :-)))))

  25. marcocandida Says:

    Quindi, Fabrizio, adesso anche il povero William Katz, secondo le tue spiegazioni che a me paiono più rappresentazioni soggettive, è solo interessato al profitto… Può essere, ma potrebbe anche essere una drammatizzazione. Perché che figura ci farebbe Mr Katz se saltasse fuori che vuole cedere i diritti a condizioni contrattuali capestro dei suoi “Visioni di terrore”, “Somiglianza fatale” o “Gli occhi del terrore”? Ma sì, può anche darsi che lo faccia, ma chi lo sa? Non possiamo essere obiettivamente sicuri di affermazioni del genere.

    Io dico questo. E adesso sono io che puntualizzo usando “a”, “b” e “c”. Dalla nostra discussione deduco che per te: a) gli editori inseguono unicamente il profitto; b) gli operatori di settore sono oberati di lavoro e non gli si può chiedere di fare più di quel che già fanno; c) la retribuzione è la misura del valore del prodotto culturale: se mi paghi mi impegno, se non mi paghi faccio quello che mi pare; d) gli scrittori vogliono condizioni contrattuali adeguatamente lucrose.

    Da questo deduco che tu, Fabrizio, ti proponi di “difendere” l’editoria, ma nel farlo, dipingi un quadro a tinte fosche, dominato dal cinismo. Bella roba, dico io.

    Io, invece, nella posizione di aggressore, penso a un’editoria coraggiosa, volentorosa, piena di buono spirito imprenditoriale e che si faccia venire idee e non ingessata e paralitica. Sì, naviga in cattive acque a causa della crisi di settore (“La gente non legge più”), ma non mi pare sia ingessata e paralitica o dominata dal cinismo visti i tanti buoni libri pubblicati. Perché persino “Visioni di terrore” di William Katz contiene al suo interno, anche se può non sembrare a chi è abituato a ben altre letture, cose interessanti.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Marco, il fatto che l’editoria sia storicamente un comparto a bassa liquidità non significa che le aziende non cerchino il profitto immediato. Al contrario: è proprio dove c’è alta liquidità (ovvero: dove non si viene strozzati dalla banca) che è possibile ragionare su tempi lunghi, fare molta ricerca, eccetera.

    Circa il “difendere”: Marco, non confondere l’assassino con il giornalista che fa la cronaca dei delitti.

  27. Giulio Mozzi Says:

    Sergio Garufi: non hai torto.

    E’ un po’ quello che è successo al cioccolato: nel momento in cui le regole dell’UE hanno permesso di commercializzare come “cioccolato” della roba del del cacao aveva solo sentito parlare, i produttori italiani di qualità hanno ulteriormente innalzato la qualità del loro prodotto. Finendo col fare più quattrini del previsto. (La fonte di queste informazioni è un amico produttore di cioccolato).

    Alla diffusione del libro digitale potrebbe corrispondere un innalzamento di qualità del prodotto “libro di carta”. Io volentieri mi libererei di tanti libri carteacei di nessun pregio editoriale (a es. di tutti questi libri Feltrinelli che a due anni dalla stampa hanno già la carta che si sbriciola: non per nulla il core business della famiglia F., almeno fino a qualche tempo fa, era il legname) sostituendoli con edizioni digitali altrettanto comode e pratiche; mentre volentieri spenderei, come già spendo, per volumi almento cartotecnicamente (non dico graficamente ec.) di qualità superiore.

  28. fabrizio venerandi Says:

    @giulio su questo sono d’accordo. Io che sono ormai un lettore digitale, compero carta solo per prodotti che la esaltino o la sfruttino a dovere. L’ultimo romanzo che ho acquistato di carta è stata S. La nave di Teseo.

  29. fabrizio venerandi Says:

    @marco non voglio insistere. Dico solo che – vivendo da dentro la cosa – ti rendi conto che la media-piccola editoria è un fuscello fragile in un mare grosso. Non puoi fraintendere il mercato.

  30. Pensieri Oziosi Says:

    Come ogni volta che si confrontano libri digitali e libri cartacei, non posso fare a meno di far riferimento all’umorismo norvegese:

    Comunque, un paio di osservazioni da lettrice totalmente estranea al mondo dell’editoria:

    1. Anch’io mi sono imbattuta in un libro la cui versione cartacea ha l il testo originale a fronte e la cui versione digitale, a sorpresa, ne è priva. Caso in questione: La raccolta completa dei dialoghi di Platone nell’edizione Newton Compton. D’altro canto i costi ridotti della tecnologia digitale permettono a studiosi come il Prof. Klement dell’Università del Massachusetts di prepararsi autonomamente un’edizione del Tractatus Logico-Philosophicus con due traduzioni a fronte. Da notare che l’edizione parallela è però in formato PDF. In formato EPUB è disponibile soltanto la versione sequenziale (prima l’originale in tedesco, seguono la traduzione di Ogden e Ramsey e quindi quella di Pears e McGuinness).

    2. Questo caso mette in evidenza come il formato EPUB, che comunque tra i vari formati puramente digitali e quello più avanzato, non sia in ancora grado di fornire modalità di lettura comparabili a quelle che si è in grado di ottenere con il buon vecchio PDF, che riproduce l’impaginazione del libro su carta stampata.

    3. Allo stesso modo, testi ricchi di elementi non lineari, come grafici, formule chimiche e formule matematiche — diciamo un libro di scienza delle costruzioni — sono disponibili in formato elettronico soltanto come PDF. Epperò negli ultimi paio d’anni sono stati fatti passi in avanti anche in questo campo, vedi l’edizione EPUB delle Lezioni di Fisica di Richard Feynman. Piccolo problemino: si tratta di un bootleg dell’edizione online curata dal Caltech.

    4. La fruizione lineare è quasi obbligata nel caso degli audiolibri. Per quanto mi riguarda ciò significa che gli unici tipi di testi adatti al formato audio sono narrativa facile, diciamo quella narrativa che non richiede mai di rileggere nulla per poter proseguire, e quella saggistica spicciola tipicamente di produzione americana, spesso concepita come audiolibro da pendolari automobilistici, dal tono colloquiale e ricca di ripetizioni. Per il resto, dai libri di scienza delle costruzioni alle ricette di Benedetta Parodi, una versione audio non mi pare abbia molto senso.

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