Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 3

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di Federica Pittaluga

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Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

* * *

In epoca precedente alle nozze, avete avuto bisogno di cure psichiche? Per quali motivi? Avete conservato documentazione clinica?

Io non sono tipo da cure psichiche. Se la domanda è se sono mai stato dallo psicologo oppure dallo psichiatra, la risposta è no, mai. Non ho mai nemmeno preso pastiglie, niente. Non ho fatto uso di droghe, non fumo neanche. Magari una sigaretta ogni tanto, ma non tutti i giorni.
Non conosco nessuno che ci sia stato, tranne uno del quartiere. Andrea è un ragazzo eccentrico, ha tre o quattro anni meno di me. I suoi genitori sono molto amici dei miei, e in effetti ricordo che avevano parlato con papà per questo figlio che dava loro problemi. Bigiava la scuola, ma non andava a zonzo. Tornava a casa e stava a guardare la tivu fino all’ora di pranzo, usciva e poi fingeva di rientrare. Era un solitario, non aveva interessi particolari. Quando la scuola aveva convocato i genitori per dire che lo avrebbero bocciato, era venuta fuori tutta la storia, del bigiare e dello stare a casa. Fino a quel momento, era un ragazzo come tutti. Con la testa fra le nuvole, non giocava a pallone, strimpellava con la chitarra ma mai all’oratorio e se gli davano una chitarra e gli chiedevano di fare il canto prima del gioco comunitario, lui rispondeva sempre che non ne era capace.
Mio padre, interpellato dai genitori di Andrea, aveva consigliato loro di mandarlo in una scuola del Movimento a Milano, la stessa che aveva frequentato Albina. Se ne era interessato di persona, perché Franco, preside e fondatore, era un suo amico dai tempi del Berchet. Ma anche nella nuova scuola si erano ripresentati gli stessi problemi. Ci eravamo mossi in prima persona: papà aveva provato a parlare con Andrea, mia mamma cercava di aiutarlo nei compiti, ero stato precettato anch’io per dargli una mano con la matematica.
Andrea era una provocazione per la mia umanità: non dava spiegazioni del suo comportamento né ai suoi genitori, né ad altri (non mio padre, non il don dell’oratorio e nemmeno quello della scuola).
Alla fine l’avevano mandato da uno psicologo specializzato in problemi dell’adolescenza, dietro consiglio del preside della scuola. Non ho più saputo come sia finita la cosa, perché Andrea poi è andato a vivere dagli zii a Bologna.
Ripenso alla sua faccia bianca, il ciuffo di capelli neri, gli occhi calmi e seri: niente faceva pensare che fosse un po’ matto. Mi aspetterei che qualcosa dell’aspetto esteriore tradisca i problemi dell’anima, ma in Andrea non c’era niente che non andasse.
Quando Caterina ha mostrato i primi segni di squilibrio avrei dovuto capirlo, anche se non vedevo segni esteriori a indicare la sua condizione. Non voglio certo dire che da un giorno all’altro fosse diventata matta come l’Andrea, al punto da doversi trasferire in un’altra città per ricominciare una nuova vita da capo.
Era solo stress, Caterina me lo ripeteva fino a convincermene. Non mi ero accorto di niente, in un primo momento, solo di un po’ di nervosismo per i preparativi, notti insonni per conciliare studio e lavoro – aveva iniziato a gennaio lo stage. Immaginai che sentisse la pressione del dover fare bella figura per essere riconfermata, visto che da quello, parzialmente, dipendeva il nostro sostentamento nei primi tempi del nostro – allora imminente – matrimonio.
La situazione però era esplosa una sera di Febbraio. Ero a cena da Caterina e alle nove e venti avremmo dovuto essere al corso fidanzati, quello tenuto da don Mario Casati, lo stesso che avevano frequentato tutti i miei amici del Poli.
Il parroco di Caterina non era stato affatto contento di sapere che, nonostante avessimo intenzione di sposarci nella sua parrocchia, avremmo frequentato il corso altrove ed eravamo stati quasi sul punto di frequentare anche il suo, pur di non offenderlo. Per nostra fortuna, non c’erano altre coppie di fidanzati in procinto di sposarsi e il parroco aveva quindi accettato che lo frequentassimo altrove. Aveva detto: «Fatelo pure con i vostri, purché lo facciate».
Quella sera dunque stavamo cenando con i genitori di Caterina. Le cose andavano bene, suo padre infatti non mi aveva ancora chiesto niente della Juve e suo fratello era fuori con amici. Occupavano una cascina, mi aveva raccontato Caterina. Le attività di suo fratello le provocavano sconcerto, e anche i suoi genitori commentavano preoccupati le compagnie che il figlio minore frequentava, ma avevo l’impressione che preferissero avere a casa solo un figlio per volta, perché, quando si incontravano, i due fratelli si imbarcavano in lunghe discussioni sulla lotta di classe e il bene comune, sull’ambiente, sulla distribuzione dei preservativi in Africa, sull’esistenza degli alieni. Se mi avessero chiesto, mi sarei schierato con i genitori, neutrale come la Svizzera.
Controllavo l’orologio perché non mi piace essere in ritardo e il corso iniziava alla nove e trenta ma era necessario arrivare prima per avere alcuni minuti di raccoglimento prima dell’inizio dell’incontro.
La conversazione era lenta, il padre di Caterina rispondeva a monosillabi a ogni domanda che la moglie gli poneva. Anche Caterina sembrava distante, non triste o stanca o nervosa, solo distante.
Quando la madre aveva cominciato a ritirare i piatti, Caterina si era alzata per riporlo nel lavandino, ma la donna l’aveva intercettato: «Non hai mangiato niente.»
«Non ho fame.»
«Sei pallida, non mangi. Ma cosa succede?»
D’improvviso la cucina mi era parsa più piccola. Il padre di Caterina mi aveva guardato per la prima volta da quando avevo messo piede in quella casa, mesi prima, fresco di anello.
«Niente. Noi dobbiamo andare, facciamo tardi»
«Aspetta, c’è la frutta».
«Giorgio detesta fare tardi.»
Adesso anche la madre si era voltata a guardarmi.
«Abbiamo tempo, invece» avevo mentito, con un’ultima disperata occhiata all’orologio.
«Mangia una mela, tesoro». La voce della donna era conciliante come quella che avrebbe usato con un bambino.
«Vado a cambiare la maglia, così poi andiamo.»
«E la frutta?»
All’ennesima insistenza di sua madre, Caterina aveva iniziato a urlare. Proprio a urlare. Non ricordo bene tutto quello che diceva, ma certo qualcosa sul fatto che era stufa di tutti, che le stavamo addosso, che doveva mangiare per far contenta sua madre neanche avesse due anni, e poi doveva studiare, lavorare, scegliere questo e quello, andare al corso, al coro, alla Scuola di comunità e non ce la faceva più. È stato lì che i suoi occhi sono cambiati, proprio come immaginavo dovessero essere gli occhi di una pazza.
Quando la sfuriata era terminata, aveva lasciato la cucina e aveva sbattuto la porta della sua camera. Eravamo rimasti in silenzio. Guardavo le mie mani, poggiate ai lati del piatto, l’arancia nel centro era intera, con la buccia.
Mi ero alzato per seguirla e assicurarmi che si stesse preparando per uscire.
La madre di Caterina mi aveva fermato con un gesto della mano. Mi ero riseduto.
«Hai notato niente?»
«È un po’ stanca, ora vado a parlarle»
«Lasciale il tempo di calmarsi.»
«Si sta facendo tardi»
«Non mangia, dorme poco.»
«È sotto pressione per gli esami.»
Una lunga pausa di silenzio. Il lampadario sul tavolo conferiva una sfumatura giallastra ai volti dei miei futuri suoceri. Se prima mi avevano guardato sconcertati per le urla di Caterina, in quel momento mi scrutavano proprio come se fosse colpa mia. Per l’imbarazzo, avevo ringraziato della cena ed ero uscito.
Andai al corso da solo. Per giustificare la sua assenza, dissi che Caterina non si era sentita bene, il ché era vero. Più tardi, mi soffermai a raccogliere le sedie e, quando rimasi da solo con don Mario, gli raccontai per sommi capi la scenata di cui ero stato testimone muto.
«Non si sente libera. Sua madre la opprime.»
«Te l’ha detto lei? Ne avete parlato?»
«Lo dice spesso.»
«E stasera?»
«Si è chiusa in camera sua e io sono venuto via.»
«Forse le sarebbe stato utile partecipare all’incontro. L’avrebbe aiutata a fare chiarezza.»
«Non volevo fare tardi. Sua mamma mi ha detto che doveva calmarsi.»
«Perché non proponi a Caterina di vederci, noi tre, per parlare un po’?»
Mi sembrò un’ottima idea. Promisi che gliene avrei parlato e ci salutammo con una preghiera. Don Mario mi raccomandò di pregare perché la nostra vocazione si chiarisse.
Il giorno successivo Caterina era di nuovo in sé. Avevamo appuntamento in università dopo le lezioni, ma non sapevo cosa aspettarmi. Invece, come al solito, mi salutò con un bacio sulla guancia, sorridente e animata. Raccolse i suoi libri e gli appunti dall’aula della CUSL. L’episodio della sera prima sembrava dimenticato e io ero disposto a passarci sopra.
Disse che voleva parlare e c’era un posto carino proprio in via Lanzone. Pensai che volesse scusarsi per la scena del giorno prima. Mi ero immaginato le parole: «I miei genitori, lo sai, mi stanno addosso per questo e quello, ho troppi impegni dicono, sto troppo fuori di casa». Le solite cose.
Una volta nel locale, scegliemmo un tavolo vicino alla vetrina, un po’ isolato. Solo in quel momento, faccia a faccia, Caterina prese a dire che per lei era davvero un momento difficile, di confusione. Non sapeva nemmeno lei a cosa fosse dovuto, ma ne aveva parlato con la madre e aveva pensato che il matrimonio forse era troppo vicino e forse, forse i suoi genitori avevano ragione. Non c’era nessuna fretta, potevamo rimandare di un paio di mesi, anche di sei mesi. C’era tutto il tempo per recuperare gli anticipi.
All’inizio non capii bene.
Mi spiegò che la sua crisi non era dovuta a me, al nostro rapporto, era solo una cosa sua. Disse che quando vedeva i bambini giocare in oratorio le veniva da piangere, e non era normale.
Non sembrava normale neanche a me, ma io ho poca esperienza di donne. Tecla, la mia unica sorella, è più grande di me di cinque anni e poi è cresciuta in un ambiente così maschile che è difficile immaginarla piangere o avere delle debolezze. Caterina, invece, con gli occhi umidi e la voce tremante mi diceva che non era sicura.
Le chiesi cosa dicevano i suoi di questa idea di rimandare le nozze e la risposta mi stupì: sua madre, infatti, attribuiva il nervosismo della figlia a un comprensibile nervosismo prenuziale, normale insomma. Per la prima volta, ero d’accordo con lei. Le aveva anche suggerito di parlare con qualcuno, un terapista. A quel punto, le dissi che don Mario si era detto disponibile ad aiutarci.
La sera successiva accompagnai Caterina al primo dei nostri incontri a tu per tu con don Mario. Ero certo che ci avrebbe aiutato a comprendere la nostra vocazione.

In effetti la riflessione, la crisi si era poi risolta. Una sera di fine febbraio, tornando dalla Messa del lunedì, domandai a Caterina cosa volesse fare.
Dissi che se lei c’era, allora c’ero anch’io, ma che se aveva dei dubbi era meglio rimandare il matrimonio.
Caterina pianse. Ha un modo strano di piangere, fa dei suoni buffi con la bocca, non dei singulti, più degli sbuffi, come una locomotiva dei film western con il silenziatore.
Perché le facevo pressioni in quel modo? Le sue parole mi arrivavano da dietro le dita, che le coprivano gli occhi a ventaglio. Davanti alle sue lacrime mi sentii poco gentile, rude e così le presi le mani, le strinsi tra le mie. Cercai di spiegarle che non ero io a volerla costringere a una decisione, ero dalla sua parte e speravo che lei vedesse il futuro buono che ci attendeva. Io lo vedevo.
Si soffiò il naso e si asciugò le lacrime. Con gli occhi umidi disse che lo vedeva anche lei e che non aveva dubbi su di me, ma su se stessa. Non tirò in ballo quella cosa dei bambini che la facevano piangere, ma disse che aveva sempre pensato che all’approssimarsi della data avrebbe provato letizia, come l’uomo che affretta il passo per tornare a casa.
Capii che pensava di lasciarmi, proprio in quel momento.
E invece no. Stringendo le mie mani, e con la voce piena di pianto disse che parlare con don Mario l’aveva aiutata molto e che il matrimonio si sarebbe fatto. Lei c’era al 100%.

Nel corso del fidanzamento vi siete confrontati sul progetto di famiglia che avevate? C’erano delle diversità?

Bisogna partire dall’esperienza. Albina, quando facevamo GS, mi ripeteva sempre quella frase “Molto ragionamento e poca osservazione, conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità” che cita anche il Gius nel Senso Religioso. Mi sembra che riassuma bene la posizione che io avevo sulla famiglia e anche la posizione che pensavo avesse Caterina sull’argomento.
Da bambino, vivere in una famiglia numerosa mi sembrava naturale. Infatti non mi sembrava numerosa, mi sembrava una famiglia, come deve essere. Solo quando ho iniziato ad andare alle medie, ho scoperto che le famiglie dei miei compagni non appendevano sulla porta del bagno lo schema con gli orari per la doccia e sulla porta del frigo, invece, i turni per apparecchiare, sparecchiare e fare i piatti.
Dico alle medie, perché alla scuola materna e alle elementari siamo andati tutti in scuole del Movimento, ma quando è stato il momento delle medie i miei non potevano permettersi le rette e così ci hanno iscritto a scuole pubbliche, certi che la Bellezza che avevamo incontrato non si sarebbe persa anche se avessimo frequentato il mondo. Era stato mio padre a insistere, in realtà, perché diceva che l’incontro non doveva diventare un guinzaglio, ma doveva aprirci agli altri. Mia mamma invece avrebbe voluto proteggerci ancora un po’.
I miei compagni adoravano venire a casa mia, che era sempre un porto di mare di ragazzi (gli amici dei miei fratelli, gli studenti di mio padre) e mia madre era abituata a preparare la merenda per quindici, pane e una sottomarca di nutella per tutti.
A mia volta, quando andavo a casa di altri, i salotti sempre in ordine, le cucine sterilizzate, i pupazzi in posa sui letti rifatti mi piacevano e in qualche modo mi seducevano, ma allo stesso tempo mi facevano pensare a un set per girare un film (the Truman show) e mi sembrava impossibile che qualcuno, della gente vera, ci abitasse.
Tecla soffriva a causa delle limitazioni per il bagno, ne avevamo uno solo e dovevamo rispettare i turni. Aveva però il privilegio di una stanza solo per lei – io la dividevo con Enrico e quella nel soppalco che prima era lo studio di papà era diventata dei gemelli – e mia sorella, per evitare che toccassimo le sue cose, quando usciva di casa, chiudeva la porta a chiave. Dico questo perché credo che Tecla sia quella che ha sofferto di più il carico di una famiglia ingombrante, della schiera dei fratelli da portarsi dietro ma queste difficoltà quotidiane, questo limite non l’ha definita, anzi, l’ha spalancata al destino al punto da spingerla a replicare nella sua famiglia il modello della nostra d’origine.
E io anche. Quando ho chiesto a Caterina di sposarci avevo in mente un progetto di famiglia simile. Con le dovute distinzioni. Per esempio, se Caterina avesse deciso di lavorare non mi sarei opposto, anzi l’avrei sostenuta fino a quando fosse stato possibile. Anche mia mamma aveva insegnato alle elementari per qualche tempo e aveva amato il suo lavoro. Dice sempre che la domanda di infinito dei piccoli è così genuina e onesta che per lei era un richiamo costante. D’altra parte, le circostanze l’avevano chiamata a dedicarsi alla sua famiglia e ha seguito la sua vocazione senza rimpianti.
Le nostre famiglie d’origine non potevano essere più diverse. Mia madre aveva insistito per invitare a cena a casa nostra i futuri consuoceri, in modo che potessero partecipare anche Tecla, Enrico e i bambini.
Mio padre aveva invitato anche una giovane coppia di Dergano che stava aiutando e i gemelli avevano studiato con due compagni, che si erano fermati a cena.
La serata non era stata imbarazzante, a parte quando il padre di Caterina aveva iniziato a mangiare prima della preghiera, oppure quando uno dei bambini di Tecla aveva messo la mano nella torta che gli ospiti avevano portato e che, anche prima di venire compromessa da uno dei miei nipoti, era chiaramente troppo piccola per tutti.
A dirla tutta, il disagio che i genitori di Caterina cercavano di dissimulare aveva giocato a loro vantaggio, perché aveva spinto mio padre a coinvolgerli nella conversazione, chiedendo del lavoro, dei loro interessi, di come si erano conosciuti. La madre di Caterina ne era rimasta colpita: mio padre aveva quella dote, quel carisma. Sapeva attirare le persone perché se ne interessava per davvero. Era il professore più amato del liceo dove insegnava storia e filosofia.
Enrico aveva intrattenuto il padre di Caterina, parlando di calcio, l’unico argomento possibile.
Dopo il dolce, le donne si erano adoperate per sparecchiare e lavare i piatti, tutte tranne mia sorella Tecla che aveva portato a casa i bambini. Ricordo Caterina che ninnava Martino, il primogenito di Enrico, e mia madre che insisteva con la futura consuocera affinché si sedesse e lasciasse stare i piatti.
Veronica, mia cognata, era già al lavello, con un grembiule.
Quella scena mi aveva convinto che c’era un futuro buono, per me e per tutti loro. Mia madre diceva che i polli erano buoni sì, ma li aveva presi in rosticceria perché non sa cucinare tanto bene e con cinque figli e tutti quei nipoti – e quelli che arriveranno, aveva detto – non aveva tempo per imparare davvero a cucinare. «So fare un piatto» diceva «il brasato con la polenta. Ma non ho avuto tempo». La madre di Caterina aveva commentato che è sempre così, di tempo non ce n’è mai abbastanza con una casa da mandare avanti, specie con una famiglia così numerosa.
«Noi donne abbiamo il difetto di voler tenere tutto sotto controllo, non è vero? Io ho imparato che non si può, che si può solo rispondere alle circostanze e le cose non vanno mai come vuoi te, ma questo non è un male».
Ricordo queste parole di mia madre, perché tante volte gliele ho sentite dire, alle giovani spose per esempio. O alle mamme dei miei compagni di classe. Sono quelle parole, quel modo di affrontare la vita che pensavo che Caterina condividesse. Questo volevo per il mio futuro.
Cosa mi faceva pensare che Caterina la pensasse come me visto che invece veniva da una famiglia completamente diversa? Una famiglia che teneva la libreria in ordine alfabetico e di dimensione dei volumi, che aveva il salotto e la sala da pranzo, ma pranzava e cenava solo in cucina con i piatti che avevano preso coi punti del GS per non rischiare di rompere il servizio buono.
Passo per ingenuo se dico che non c’era bisogno di parlare di come sarebbe stata la nostra famiglia, ma è davvero così. Caterina mostrava un tale entusiasmo nei confronti della mia, la sua ammirazione per mia madre era genuina, come aspre erano le sue critiche alla sua di madre, alle sue manie per l’ordine e il decoro.
In tutta sincerità, credo che Caterina si sia innamorata del suo progetto, non intendeva rispondere alle circostanze, voleva solo realizzare una sua fantasia.
Quando metti davanti il tuo progetto, finisce sempre male.
Mi viene in mente Daria, una mia compagna di studi. Era molto intelligente, superava gli esami con ottimi voti e poco sacrificio. Al terzo anno, per guadagnare i soldi necessari a venire in vacanzina, aveva iniziato a dare ripetizioni a uno del secondo anno, un amico di un amico, ma non proprio dei nostri. Non mi ricordo il nome, anche se un paio di volte Daria l’ha invitato alla Scuola di comunità. Questo rapporto – perché a un certo punto se ne era innamorata – non la rendeva libera. Aveva iniziato a frequentare di meno, a essere meno lieta e, quando si era confrontata con il nostro responsabile, lui l’aveva invitata a riflettere su quanto questo rapporto l’allontanava dal destino.
Ricordo che in quel periodo Daria metteva in discussione tutto. Una volta alla Scuola di comunità aveva obiettato che parlavamo tanto di libertà, ma ogni gesto, anche il fatto di innamorarsi, doveva essere approvato da un altro che alla fine non sapeva niente della tua vita.
La crisi che Daria stava vivendo era stata un richiamo per tutta la comunità. Ci obbligava, ci costringeva a fare memoria del perché stavamo insieme e del buono che c’era tra noi, che non dipendeva dalla nostra buona volontà o dal nostro essere simpatici, ma dal fatto che un Altro ci aveva messi insieme.
Caterina l’ha scordato troppo presto.

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6 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 3”

  1. Ma.Ma. Says:

    Adesso comincia a fare un pochino paura.

    La descrizione dell’adolescenza in questi termine ha davvero del surreale, anche se parrebbe solo l’estremizzazione di un qualcosa di noto.

    “Andrea era una provocazione per la mia umanità: non dava spiegazioni del suo comportamento”

    “Non voglio certo dire che da un giorno all’altro fosse diventata matta come l’Andrea”

    C’è un passaggio invece che mi fa pensare di essere troppo a digiuno di alcune “teorie interne”. Ad esempio non ho capito che cosa ci sarebbe di strano se una donna si commuove vedendo dei bambini a giocare. O meglio quale sarebbe la relazione con il matrimonio da spostare, con il fatto di non essere pronta… (anche se poi verso la fine, quando il personaggio spiega della numerosa famiglia che ha, un dubbio mi viene: magari appena dopo il matrimonio l’attende un continuo sfornamento di pupi, che quelle lacrime non erano di commozione ma di terrore…).

    Ribadisco: ora inizia a fare un po’ paura.

  2. Giulio Mozzi Says:

    La monaca di Monza.

  3. Ma.Ma. Says:

    Uhm… Ne ho un ricordo solo grazie ai promessi sposi. Ma il senso è chiaro: sì, e forse la faccenda era più estremizzata a quel tempo che non ora internamente a questo movimento.
    Quello che mi inquieta comunque non è tanto il pensiero di fondo (che va be’…), quanto invece la sensazione che pare non esserci scampo: non ci si può sottrarre al giudizio, non c’è spazio né per attenuanti né per altre ragioni. È un poco claustrofobico.

  4. Fedex2 Says:

    Claustrofobico mi piace.

  5. Donatella Says:

    vero, come dice Ma.Ma. è un ambiente claustrofobico. Non vedo una grande differenza tra il “complotto” di famiglia di Gertrude e il progetto del Movimento: entrambi privano di fiducia e libertà. La vicenda di Daria è esemplare e Federica è stata abilissima nel portare il lettore ad una ribellione quasi fisica nei confronti di questo sistema tanto ipocrita quanto potente. Quando nella parrocchia che frequentavo da ragazza (un ambiente post conciliare, libero e aperto al confronto senza alcun pregiudizio) sono arrivati esponenti del movimento è stata possibile una sola opzione: o con noi o contro di noi. Ovviamente la parrocchia si è svuotata e sono rimasti solo loro. Adesso leggendo queste pagine ammiro il modo in cui Federica ha saputo rendere questi meccanismi di “conquista” dell’altro e lo stravolgimento del concetto di fede.

  6. Betty Says:

    Proprio così, in quel movimento capita proprio così, fino ad arrivare ad una delle frasi finali: “Lui l’aveva invitata a riflettere su quanto questo rapporto l’allontanava dal destino”: espressione incomprensibile, quanto vincolante per chi non sa prendere le distanze…

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