Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 2

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di Federica Pittaluga

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Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.
La seconda parte del romanzo racconta invece la versione di Caterina, moglie imperfetta di Giorgio e anima perduta, oltre alla storia di un maneggio, ora chiuso, di un padre missionario e di un uomo diviso tra il bene che desidera compiere e i mezzi illeciti che utilizza per realizzarlo.
Per lungo tempo ho pensato che il romanzo raccontasse uno spaccato di mondo che credevo di conoscere abbastanza bene. Ora, invece, so che tutte le vicende ruotano intorno alle ossessioni di Giorgio e niente le racconta meglio della sua viva voce.

* * *

Quando e come siete arrivati alla decisione di sposarvi in chiesa? Eravate convinti? Avevate dei dubbi su questa scelta?

Ho sempre dato per scontato che ci saremmo sposati in chiesa ed ero certo che Caterina capisse e sapesse che l’amore che provavamo non ce lo stavamo dando noi, ma ci era dato da un Altro. E solo quell’Altro, io lo sapevo, poteva rendere eterno il nostro amore. Caterina forse si è lasciata traviare dall’aspetto mondano della cosa e ha insistito perché celebrassimo il matrimonio nella sua parrocchia. Io non avevo preferenze, mentre per Caterina era importante sposarsi nella stessa chiesa dov’era stata battezzata, dove aveva fatto la prima comunione e la cresima. Anche se non capivo il sentimentalismo che la spingeva in quella direzione, so bene che è tradizione che il matrimonio si celebri nella parrocchia della sposa. Ho accettato questo, anche se mi sarebbe piaciuto che a celebrare fosse don Mario Casati, un prete che aveva fatto GS con mio papà e a cui la mia famiglia è molto legata.
La funzione poi è stata celebrata da padre Alfonso, amico di Caterina di vecchia data, suo padre spirituale ai tempi del liceo, prima che lui venisse ordinato prete e mandato in missione in Brasile. Era solo una coincidenza che fosse rientrato in Italia proprio in quei giorni, a causa della malattia grave di un suo congiunto. Una circostanza felice, un altro segno della benedizione dall’alto.
Ho incontrato padre Alfonso solo tre giorni prima delle nozze.
Paolo (è un amico dell’oratorio di Caterina, e ha sposato Elisa, una compagna di università di Caterina. È lui che ha offerto il posto a Caterina, nella società dove lavorava. All’epoca, cioè prima del nostro matrimonio e per alcuni anni, Paolo ha avuto la responsabilità della comunità. Gli è stata lasciata da Padre Alfonso, prima di partire in missione) Paolo, dicevo, aveva pensato di festeggiare il rientro di Padre Alfonso organizzando una serata per salutare il missionario e, ovviamente, raccogliere un po’ di aiuti per la sua missione.
Paolo aveva prenotato in una pizzeria, zona Niguarda, che affitta sale per queste occasioni. Conosco di vista Siro, il gestore, perché è della fraternità di Enrico e Paolo è suo amico e in passato lo ha aiutato con la contabilità. Ho saputo poi da Roberto che Siro la domenica si rende disponibile a cucinare per il pranzo delle famiglie a cui avevo ripreso a partecipare con Caterina.
Quella sera il menù era semplice e a buon prezzo, adatto a famiglie numerose. Caterina ci teneva molto a presentarmi padre Alfonso. Mi diceva che se non fosse stato per lui non avrebbe mai cercato quelli di GS della sua scuola e quindi non ci saremmo mai incontrati.
Quando il missionario era entrato nella sala, era scattato un applauso spontaneo e gli adulti gli si erano fatti attorno per salutarlo. L’affetto sincero che quelle persone si dimostravano mi aveva colpito. Padre Alfonso era davvero notevole: avevo conosciuto altri missionari, amici dei miei che erano stati in missione in Kazakistan, in Africa, in altri posti e avevano fatto varie testimonianze a Dergano, ma di Padre Alfonso mi era rimasta impressa quell’umanità che ti fa dire «Davvero questo è un uomo che ha risposto alla chiamata». Nella logica del mondo, un uomo che si fa prete è un uomo a metà. E invece no: quando incontri uno come Padre Alfonso non puoi fare a meno di pensare che sei uomo solo nell’incontro con Cristo.
Caterina e Paolo e gli altri amici dell’oratorio si erano stretti intorno a lui con grande affetto, l’ho già detto. Mi aveva colpito un gesto molto bello: una coppia di amici di Caterina si era avvicinata a lui e gli aveva mostrato due bambine (il papà teneva in braccio la più grande e la mamma invece la più piccola). Lui le aveva benedette con una carezza. Il giovane papà aveva aggiunto: «Sai non lo abbiamo detto ancora a nessuno, ma ne aspettiamo un altro». Padre Alfonso aveva esclamato «che tu sia benedetta» posando per un secondo la mano sul ventre della mamma e abbracciando subito dopo il papà per congratularsi. Marito e moglie si erano poi guardati negli occhi e avevano detto che se fosse stata femmina l’avrebbero chiamata proprio Benedetta.
Caterina mi presentò come il suo quasi marito e Padre Alfonso, appena saputo che il matrimonio si sarebbe tenuto da lì a tre giorni, disse subito che avrebbe organizzato i suoi impegni per celebrarlo lui in persona. Caterina ne fu felicissima.
Mi era sembrato importante, un altro segno – l’ho già detto. D’altra parte San Paolo dice: «State attaccati alla fede così come l’avete incontrata» e per Caterina padre Alfonso era davvero il volto più significativo dell’incontro con la comunità. Quello che non capivo allora e che per tanto tempo non ho capito è che quello che a me sembrava un sincero attaccamento alla comunità in realtà era solo sentimentalismo. Si lasciava trascinare dal «siamo amici», ma la forza di questa compagnia non sta nella corrispondenza sentimentale che trovi, bensì nella risposta che tu dai alla provocazione che è per la tua vita. Un’adesione sentimentale, come quella che ora so essere quella di Caterina, l’ha poi portata a sottrarsi, perché la comunità non può corrispondere alle tue aspettative – una comunità è fatta di persone e le persone possono anche sbagliare – e il male non dovrebbe scandalizzarci. Tutto quello che è successo in fondo non è stato altro che il pretesto per il suo gran rifiuto.

Qualcuno vi ha costretto o ha fatto pressioni affinché vi sposaste? Come avete reagito?

Nessuno.
Quelli più decisi eravamo noi. Non ricordo chi dei due abbia scelto la data, ma eravamo d’accordo, sicuri, saldi nella nostra decisione. Non ho mai messo in dubbio che per Caterina, com’era per me, com’è tuttora per me, il matrimonio fosse il compimento del mio destino e quindi un fidanzamento lungo sembrava, semplicemente, inutile.
Ho già detto che per la sua famiglia la nostra decisione era – voglio usare una parola forte, perché non ho paura delle parole e so per certo che così era – incomprensibile. Oltre a quello che ho già raccontato dei suoi genitori, anche il fratello di Caterina, che avevo incontrato in un secondo momento, era ostile alla nostra decisione. Lungi dall’essere un possibile alleato come avevo sperato, non faceva niente per nascondere il pregiudizio che la cultura dominante inculca contro chi appartiene al Movimento.
I primi segnali di disgelo arrivarono dalla mamma di Caterina. Con il passare delle settimane, infatti, la mia futura suocera si calò nei panni di organizzatrice e Caterina raccontava a volte divertita e altre infastidita quanto sua mamma fosse contenta di poter organizzare una cerimonia in grande stile, la musica – l’organo, il coro, l’Ave Maria – le partecipazioni stampate da Pettinaroli, i fiori.
Caterina mi parlò di un litigio, proprio in merito ai fiori. Lei voleva i girasoli e la madre invece rose bianche, gigli e altri fiori bianchi. Caterina trovava tutto quel bianco troppo freddo e asettico, per questo aveva scelto i girasoli e le rose gialle e alla fine l’aveva spuntata, su quello almeno.
Ricordo, ed è strano che me lo ricordi così distintamente, perché io, di solito, non focalizzo sul dettaglio, sul singolo evento – a volte nemmeno ascolto quando penso di aver già capito dove quello che mi sta parlando vuole andare a parare, quindi è strano che ricordi così bene – ricordo che Caterina mi disse che sua mamma le faceva perdere la pazienza. Camminavamo di ritorno da non so dove e lei disse proprio così, che le faceva perdere le staffe al punto che le veniva voglia di scappare. Le chiesi se intendeva scappare con me e lei rispose: «Non lo so», ma subito rise come a smentire la precedente affermazione, e così pensai che fosse solo una battuta. Mi sembra di vederla anche adesso, le labbra tirate in un sorriso teso, il racconto di come sua madre insistesse per realizzare quel tipo di matrimonio, lei costretta ad accontentarla perché era l’unica figlia. La salutai sotto il portone, prendendo accordi per vederci alcuni giorni dopo.
Erano i primi di dicembre, c’erano le luminarie per strada. A volte parlavamo fino a tardi sotto il portone, ma quella sera faceva freddo e il giorno dopo dovevo studiare quindi la baciai sulla fronte e aspettai di vederla entrare in ascensore, prima di tornare verso l’auto e a casa.
Potremmo dire che la madre di Caterina ci faceva delle pressioni. Non tanto perché ci sposassimo, ma perché ci sposassimo come diceva lei. Perché seguissimo le sue indicazioni e le lasciassimo vivere il tipo di matrimonio in grande stile che sognava da sempre. Io non ho avvertito il peso di quelle pressioni, perché a casa la mia famiglia e in università gli amici della comunità tenevano desta in me la domanda del destino e quindi avevo ben chiaro che tutti i fronzoli del mondo non valevano niente.
Non avevo capito quanto Caterina invece si sentisse definita dal giudizio della madre e quanto se ne lasciasse influenzare, fino forse a perdere di vista il senso di quello che stavamo facendo.
In realtà, fino a dopo le nozze, fino al momento in cui le cose hanno iniziato a precipitare, fino a quel momento ho sottovalutato i segnali. Adesso, riguardando tutto nel complesso, mi rendo conto che la famiglia di Caterina ha rappresentato per lei un forte freno, non solo nei confronti del nostro matrimonio, ma in generale ha agito, la sua famiglia, e con questo intendo il disinteresse di suo padre, l’ostilità di suo fratello e le incomprensioni con sua madre, tutto questo ha agito su di lei come una calamita che le impediva di aderire per davvero al Movimento.
Alle volte il legame famigliare può essere un peso nell’aderire alla Compagnia come luogo in cui si manifesta la Sua presenza. Dico così perché alle volte penso che Caterina non sia altro che una vittima della mentalità dominante, che i suoi genitori e suo fratello di continuo le sottoponevano come metro di giudizio rispetto a quello che io e lei stavamo vivendo insieme.
Di famiglie come la sua ne ho viste tante. Genitori che insegnano ai figli che la propria libertà finisce dove inizia quella degli altri e che propinano i falsi ideali del sessantotto, ma dietro tutto questo in realtà si nasconde la pretesa che l’uomo si faccia da sé, quando è evidente a chi usa la ragione che l’uomo è fatto da un Altro.
Il cattolicesimo non è una filosofia. L’adesione formale al cattolicesimo non come vita, non come unico modo davvero umano di realizzarsi, certamente ha segnato Caterina.
Fu sua madre.

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9 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 2”

  1. Barbara Says:

    E’ inquietante. Da quanto è “vero”. Ho avuto modo di entrare in contatto con questi ambienti ed è davvero così che si muovono e ragionano. Già qui noto una discrepanza nella visione di Giorgio, tra “una comunità è fatta di persone e le persone possono anche sbagliare” e “la famiglia di Caterina ha rappresentato per lei un forte freno”. Se le persone possono sbagliare, non può essere che sia stata la stessa Caterina a sbagliare? O lo stesso Giorgio?
    Davvero ben scritto.

  2. Ma.Ma. Says:

    Io non ci capisco molto invece di questo tipo di ambiente, e non amo per nulla i movimenti, le aggregazioni, i gruppi, le comunità, i clan, ecc… problemi miei, certo, legati spesso alla sensazione che un “insieme” di persone rischi di “influenzare” l’individualità, omologandola, sino ad annullarla. In questo “quadretto”, però, emerge la stessa critica verso “chi sta fuori”. E in questo ci vedo una verità. (Detto questo non so se mi sono spiegata, ma attendo la prossima).

  3. maria Says:

    Confesso che seguo questi passi con un interesse che esula da quello puramente letterario(la scrittura è però gradevolissima , attraente). Ho riletto l’introduzione:allora Giorgio è un caso a sè,stereotipo negativo per colpa sua…ebbene,ancora non lo vedo sotto questa veste(dal che si deduce che la mia personale esperienza non è stata del tutto positiva).

  4. Fiammetta Palpati Says:

    Sempre più interessante.

  5. melaniaceccarelli Says:

    non avrei mai pensato di leggere una storia cattolica piena di riferimenti di questo genere. mi piacerebbe capire chi è interessato a conoscere questo tipo di mondo e di dinamiche.

  6. Simone Salomoni Says:

    Il nervoso verso Giorgio – che non avevo avvertito durante la precedente lettura – ha cominciato a montare in me in questa seconda puntata. Spero aumenti ancora nel corso delle prossime pubblicazioni. E spero di riuscire a spiegare a Federica a cosa è dovuto.

  7. Fedex2 Says:

    Grazie per i commenti, tutti interessanti.
    @melaniaceccarelli, non posso darti torto: chi è interessato a leggere di un mondo così tetro (ha detto Giulio) e così asfittico (ha detto Isabella)? Spero qualcuno lo sia!
    @maria: io credo che non tutti gli appartenenti a CL siano come Giorgio, ma i Giorgio ci sono – e lo sono non per un limite personale.
    @Barbara: credo che la frase “le persone possono sbagliare” sia una mia libera citazione di un’intervista passata in TV o su Youtube a un partecipante al Meeting a commento delle vicende giudiziarie di Formigoni. Per dire che c’è peccatore e peccatore, ecco.
    @Simone: spero anch’io che aumenti e il tuo commento puntuale mi interessa molto.

  8. melaniaceccarelli Says:

    caro Fedex2, non ho mai frequentato CL, ero nella “fazione” opposta, Azione Cattolica, FUCI ma non stento a credere in ciò che racconti. Diciamo che una certa aria di famiglia c’è.

  9. tommasosavoia Says:

    ” a causa della malattia grave di un suo congiunto. Una circostanza felice, un altro segno della benedizione dall’alto.” Non sono in grado di dare un giudizio critico su quanto letto fino ad ora. Leggerò anche le prossime puntate. Se il romanzo fosse tutto così, organizzato sul questionario sarebbe, secondo me geniale. Magari avrebbe bisogno di un po’ di respiro tra una risposta al questionario e l’altra che abbia una scrittura un po’ meno “telecronistica”. Credo che scrivere queste risposte sia stato molto impegnativo. La mia antipatia per CL ne risulta esaltata.

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