Ammalarsi con i libri (si cercano suggerimenti)

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di giuliomozzi

Che leggere sia un’attività positiva, è un luogo comune. I libri sul “curarsi con i libri” non si contano (e recente e duraturo è il Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, appunto, di Ella Berthoud e Susan Elderkin, pubblicato in edizione italiana – non una semplice traduzione: un’edizione italiana, in cui il corpus originario è in parte sfrondato e in parte integrato con titoli nostrani – presso Sellerio) i libri sulla “libroterapia”, da quelli assai garbati di Miro Silvera a quelli più – secondo me – profondi come La biblioteca delle emozioni. Leggere romanzi per capire le nostra vita emotiva di Carola Barbero, filosofa del linguaggio, che non si propone esplicitamente (anzi, direi che se ne guarda bene) come “terapeutico”, ma che sicuramente guida a una riflessione su di sé potenzialmente benefica.

La “libroterapia”, secondo Wikipedia (sì, sull’argomento sono un principiante), risulta inventata nel 1937 dallo psichiatra William C. Menninger, e in quanto pratica psicoterapeutica si guadagna anche una voce dedicata nella versione inglese (mentre in quella francese viene definita “encore méconnue en France” e in quella spagnola, dove non si cita Menninger, pare più roba da servizi sociali che da psicoterapia). In Italia, il sito della dottoressa Rosa Mininno si proclama “primo ed unico sito web in Italia dedicato alla Biblioterapia”: forse era il primo nel 2006, anno della fondazione, oggi sicuramente non è più l’unico: molto ben organizzato (e molto più gradevole da sfogliare) è il sito del gruppo capitanato da Rachele Bindi, Libroterapia; e sono comunque un bel po’ i siti, professionali o (soprattutto) dilettanteschi nei quali ci si imbatte cercando con le parole “libroterapia”, “biblioterapia”, “curarsi con i libri” e così via.

Tutta salute, dunque? Macché. Se esiste la biblioterapia, esiste pure la bibliomania: patologia considerata come tale già nel Settecento, quando della biblio- o libroterapia non parlava ancora nessuno. Svariati i nomi: “bibliomania”, appunto, “book madness“, “furor bibliographicus“, “furore d’aver libri” (e Del furore d’aver libri è titolo di un libretto, pubblicato peraltro dal medesimo editore del succitato Curarsi con i libri, di Gaetano Volpi, editore settecentesco del quale Giuseppe Comino, che oggi dà il nome alla via nella quale abito, fu lo stampatore preferito: vedi com’è piccolo il mondo): ma sempre la medesima patologia, a dire il vero più definita dall’acquisto compulsivo (con conseguenti disastri economici ec.) che dal leggere vero e proprio, dal tenere un libro tra le mani e scorrerlo con gli occhi.

No, per carità, caro Sancho: non ho dimenticato, tutt’altro; anzi, quel che precede è solo un preambolo per arrivare al succo. E il succo sta in una domanda: Ma chi l’ha detto, che i libri curano? Secondo me, è una bufala fatta circolare dagli editori. Guardate, appunto, il povero don Chischiotte. Guardate la povera signora Bovary. Questi sono gli esempi che a tutti possono venire in mente. Ma se è vero che il Werther di Goethe o l’Ortis di Foscolo diedero l’esca a numerosi suicidi; se Carlo Coccioli, dopo aver pubblicato lo scandalosissimo Fabrizio Lupo, dovette fare i conti (e li fece con un libro, ovviamente) con un suicida che esplicitamente, nella classica lettera d’addio, si riferiva esplicitamente al suo romanzo; se tanti e tanti e tanti libri – e in particolare: romanzi – sono stati condannati nel tempo per oscenità, traviamento dei costumi, imbambolamento delle giovinette, e chi più ne ha più ne metta – be’, possiamo pensare che il libro in quanto tale, o più specificamente la letteratura, o più specificamente i romanzi, tanto innocenti non sono.

La chiesa cattolica per lunghissimo tempo ha considerato i libri con sospetto, vietando financo la lettura della Bibbia: e con la chiesa cattolica si può essere d’accordo o no, ma che in fatto di repressione abbia sempre avuta la vista lunga e saputo il fatto suo non lo si può negare. Tutti i regimi totalitari hanno fatto roghi di libri, chiamando in causa talvolta la politica (“nemici del popolo”) ma altrettanto se non più spesso la salute (“arte degenerata”). Che a leggere certi libri che si leggono con una mano sola si rischi di divetar ciechi, è stato (vanamente) insegnato per secoli. Certo, oggi viviamo (noi, qui) in una società fondamentalmente liberale, fondamentalmente individualista, nella quale la libertà sembra definita solo dal non dar noia agli altri (e uno che legge, per definizione non dà noia a nessuno: a meno che non tenga la luce accesa fino a troppo tardi), e che dopo un secolo di battaglie per l’alfabetizzazione universale non può minimamente permettersi dei passi indietro.

E tuttavia, qui si accettano consigli. Perché tutto questo proliferare di libri che fanno bene, di libri che curano, di libri sui libri che curano, di libri salutari, di leggi un libro che ti fa bene, di i bimbi che leggono libri sono più belli degli altri, eccetera eccetera, a me pare faccia dimenticare la pericolosità del libro e della lettura: nonché il divertimento che tale pericolosità procura (la regina delle giostre è l’ottovolante, no?). E pertanto mi piacerebbe costruire un bel manuale da intitolarsi, senza mezzi termini: Ammalarsi con i libri. Come procurarsi un qualunque malanno leggendo anche solo poche pagine.

Suggerimenti? Ci sono libri che vi hanno fatto ammalare? Quali? Perché?

Grazie.

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34 Risposte to “Ammalarsi con i libri (si cercano suggerimenti)”

  1. Mac Certaldo Says:

    Quando lessi Tonio Kröger avevo quindici anni e rimasi per qualche giorno in stato di avvilimento stuporoso: ero convinto di avervi visto il mio presente e il mio futuro senza speranza. Mi ero vastamente sopravvalutato!

    Non è un danno permanente, spero, ma qualche giorno fa sono stato molto male per avere letto la novella Mendel dei libri di Stefan Zweig (trad. it. di Ada Vigliani, Adelphi). Alle epoche rispettive, un effetto simile mi fecero Euridice aveva un cane (Mari), Gli anelli di Saturno (Sebald) e, absit iniuria, La felicità terrena. Rimango tuttavia soddisfatto di aver letto tutti questi libri.

  2. Gianni Dello Iacovo Says:

    Io ho preso per sbaglio in mano, un libro di Bruno Vespa, sono stato colpito da orchite fulminante.

  3. Letizia Turconi Says:

    Il finale de i Miserabili (proprio l’ultimo capitolo, Suprema ombra, suprema aurora) mi ha lasciato in stato catatonico per giorni. Per non parlare della fatica stessa che ho fatto a leggerlo, fermandomi a ogni capoverso perché scoppiavo continuamente in lacrime.

  4. Barbara Says:

    Tutti i libri che ti fanno desiderare di finirci dentro. Che almeno lì conosci i personaggi, e alcuni di adori proprio, e sai come finisce, nel bene e nel male. Di qua invece, nella storia “vera”, pare che l’autore sia un tantino disordinato nel distribuire sogni e tragedie.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Calma, calma. Se volete aiutarmi (ma non siete tenuti ad aiutarmi) mi serve l’indicazione precisa del libro, i sintomi che ha provocati, eccetera.

  6. robertapizzi Says:

    “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, letto durante l’adolescenza. Mi sono ammalata di inettitudine. Il libro è stato la miccia che ha incendiato il mio complesso di inferiorità. Mi sono serviti 20 anni per uscirne, forse. Ho odiato e amato quel romanzo che pareva conoscermi così bene e che mi condannava all’inanità. Per ‘agire’ mi sforzavo di dimenticarlo.

  7. l.w. Says:

    Caro Giulio, a questo punto sarebbe d’uopo anche un riferimento alla splendida rubrica “Il bibliopatologo risponde”, che Guido Vitiello tiene da un po’ di tempo sulle pagine di Internazionale…

    Per quanto mi riguarda, permettimi di prendere il discorso alla lontana, partendo da una banalità: sono da sempre convinto che i malanni connessi alla lettura (e chi non li conosce non è un vero lettore) non dipendano mai dalla quantità di letture, ma dal nostro modo di leggere. Da questo punto di vista, preferisco forse l’insopportabile retorica del “devi leggere” e del “leggere fa bene” alla retorica, altrettanto diffusa e pervicace, che promuove l’opposizione cultura vs. vita e che si contrappone con astio alla sapienza libresca, allo stereotipo dell’erudito sulle nuvole… Quest’ultima, come sai, ha una lunga e nobile storia, che va dal Qohelet (vedi versetto 12,12) a Jonathan Swift (l’isola di Laputa), da Mallarmé (“La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres”) alle sconsolate riflessioni di un Carlo Bo (“Nella vita non ho fatto altro che leggere libri”), e che certamente è impossibile evitare se vogliamo porre le basi per un buon trattato di bibliopatologia. Il libro dopotutto è un farmaco: è potenzialmente rimedio e veleno, e come tale richiede una corretta posologia.

    Partirei allora anche da questo problema, per un’esplorazione del tema. E mi vengono subito in mente le (per me fondamentali) pagine di Ivan Illich e George Steiner sulla pratica del leggere, su che cosa sia una “lettura ben fatta” (non cito Harold Bloom perché mi sta antipatico; ma si potrebbero fare tanti altri nomi, per esempio quello troppo spesso dimenticato di Gianni Guadalupi).

    Per tornare invece nei paraggi del Don Chisciotte, o meglio della diagnosi senza prognosi, direi che il tuo discorso non è tanto sulla lettura quanto sul potere dell’immaginazione, che gli antichi ci hanno giustamente insegnato a temere. E il paradosso, per me lettore accanito, è che le cose più estreme e istruttive che ho letto su questo tema le ho trovate in libri che ora considero altamente nocivi: per esempio la “Storia del fantasticare” di Elémire Zolla (di per sé, una sorta di reprimenda contro l’arte degenerata) o “K.” di Roberto Calasso (di per sé, un’orgogliosa difesa del potere degenerativo dell’arte). Vedi l’ironia: alla fine aveva ragione mia nonna, tocca farsi gli anticorpi…

    (Perdona la digressione che non risponde nemmeno alla tua domanda, ma non ho resistito)

  8. Adriano Says:

    Caro Giulio, ti scrivo dal 446 che ho appena preso uscendo dal Policlinico Gemelli dove mi faccio le flebo perché dall’orecchio destro non ci sento più. Volevo solo dirti che io non ricordo nemmeno un libro che mi abbia fatto ammalare – forse qualcuno, negli anni Sessanta, ma non era un libro di letteratura, forse, a pensarci meglio, sempre in quegli anni, La montagna incantata, ma non dipendeva dal libro -, perché a me, quello che mi ha fatto ammalare, sono stati i giornali. E il buffo è che continuo a comprarli, mitridatescaente, avvelendadomi, un pochino, ogni goorno, da me. Ma quello che fa peggio di tutto è la televisione. È lei, ne sono sicuro, che mi ha rovinato l’udito. E ora mi devo curare… Come vedi, questa volta non ho scritto in forma di diario. Qui habet aures…

  9. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, l.w.

    E auguri, Adriano.

  10. baotzebao Says:

    https://www.ibs.it/libro-rosso-liber-novus-libro-carl-gustav-jung/e/9788833920948

    Vertigini. Dolori di testa e stomaco. Crampi. Brividi. Svenimento quasi. Per ( relativamente ) poche pagine, molto illustrate, peraltro.

    A seguire: stato confusionale / rabbia / depressione. Incapacità di leggere per un mese circa. Il primo libro che ho ri letto, dopo, è stato RAYUELA ( Cortazar ) . Viva MORELLI !!!

  11. ANDREA CASINI Says:

    P.s. Appena avevo scritto, sul 446 sono saliti tre controllori dell’Atac. Che ora si chiamano ” polizia amministrativa “. Per fare più paura. Comunque, io, questa volta, avevo il biglietto. La filippina, invece.. Comunque anche l’Atac non fa tanto bene..

    Errata corrige: ” mitridatescamente “, ” avvelenandomi “.

  12. adriano Says:

    P.s. 2 Ebbene sì, non mi chiamo Adriano. Mi chiamo Andrea, come tutti. Comunque ” il mio segreto è chiuso in me “, non so se mi spiego. Baci.

  13. Valentina Durante Says:

    Provo a dare un contributo – molto prosaico, mi rendo conto – citando non un titolo o una lista di titoli, ma l’incrocio fra una certa categoria di libri e una certa categoria di lettori. Nelle persone con tendenza ipocondriaca, la lettura di testi che contengono la descrizione di sintomi produce immancabilmente la percezione accuratissima degli stessi: il meccanismo è ben descritto nell’incipit di “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome. L’impatto negativo, a livello sociale, si traduce in costi inutili per il SSN a causa di esami diagnostici non necessari (non sto scherzando). La qualità del testo è ininfluente – capolavoro o frattaglia – così come il genere – saggistica o letteratura. Conta più la minuzia della descrizione (la saggistica è considerata più attendibile, la narrativa più coinvolgente). Io, che purtroppo appartengo alla categoria, lessi per la prima volta “La peste” di Camus alle medie e mi convinsi di essere ammalata di peste bubbonica (i miei ci misero un bel poco, a rassicurarmi). Nei casi più estremi, ci sono persone che – leggendo la minuziosa descrizione di un cadavere – si convincono di essere morte (e qui sì, sto scherzando ;)).
    Segnalo solo un testo (che non ho letto né leggerò, per ovvi motivi): “The Emperor of All Maladies: A Biography of Cancer” di Siddhartha Mukherjee. Che poi ha integrato con una specie di prequel, più rassicurante: “The Gene: An Intimate History”.
    Paradossalmente, quando scrivo mi piace lavorare con un immaginario medicale (il famoso ottovolante al quale Giulio alludeva): ma agisco, per così dire, in un contesto controllato: con malattie che difficilmente potrei avere perché legate a traumatismi o all’età o a questioni biologiche (problemi alla prostata, per dire).
    Poi sì: ci sono anche testi – parecchi – che mi fanno stare male in altra maniera. Ma sono cose piuttosto personali e forse non significative, credo, ai fini di un manuale.
    Non so se sono stata di aiuto…

  14. Giulio Mozzi Says:

    Serve un apriscatole, Andrea-Adriano&altro?

  15. dm Says:

    “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco. Ricordo che il finale – come si dice: fulminante – ma soprattutto mortifero mi sembrò utilissimo a concludere la narrazione ma mortificante per il lettore (per il lettore che ero, ovviamente). I sintomi: disgusto e un’ansia passeggera ma non insignificante, senza vantaggio (o senza redenzione o, meglio, senza bellezza).
    Il libro non è male, credo. Mi riferisco solo a quello che ho detto.

  16. adriano Says:

    Grazie, G. Ma gli apriscatole lasciamoli ai 5S.

  17. misschorri Says:

    La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj. Anche se è un racconto. La vita, la morte e l’agonia della malattia sono narrati in un modo così intenso e suberbo, che la piacevolezza della lettura si alternava a un senso di angoscia crescente. Mi venivano degli attacchi d’ansia tremendi mentre lo leggevo.

  18. adriano Says:

    “ Domenica 3 agosto 2014 – Oggi Repubblica ci parla della « biblioterapia », ovvero ci dice che i libri « aiutano a guarire ». Quello che si guarda bene dal dirci è che i giornali fanno ammalare. (P. s.: mi piacerebbe sapere se la signora/ina Irma D’Aria è parente del povero Ciro – « Senza data [1981] – Ciro D’Aria. Si è lanciato dalla finestra. ») “. [*]
    [*] Lsds / 73…

  19. Agostino Says:

    La lettura di Montale (di “Le occasioni” e “La bufera e altro” in particolare) durante l’adolescenza mi ha convinto, per lungo tempo, che le ragazzette che incontravo erano tutte figure angelicate e salvifiche, in stile Clizia, e che solo loro potevano salvarmi dal vuoto angoscioso dell’esistenza.

  20. enrico ernst Says:

    … non so se fu più Carlos Castaneda (L’isola del Tonal) o Jiddu Krishnamurti (La ricerca della felicità) a provocarmi ebbrezza e vertigine – tanto che ai giardini di Affori cercai di danzare con una rondine, che volava basso – in modo tipicamente circolare (se c’è qualche ornitologo…).
    Chissà poi cosa avevo letto sui Dervisci Rotanti – forse c’entrano le poesie di Gialal al-Din Rumi. Tant’è. Al terzo o quarto giro tra gli alberi, dietro la coda del volatile, mi ritrovai a incontrare con immane violenza la terra: resasi obliqua mi schiaffeggiò spalle e fianchi. La rondine era volata via, intanto. Sintomi di ubriacatezza, contusioni, malinconia, disillussione. E tuttavia, dire che non promuoverò mai e poi mai la lettura di quelle opere… ce ne passa…

  21. sergiogarufi Says:

    io un giorno ho comprato villa metaphora di andrea carlo. non lo volevo leggere, lui non mi piace, però mi piaceva la sua pinguedine verbale, il fatto che fosse un libro talmente spesso da poterci salire sopra per prenderne uno migliore. così son montato, solo che mentre provavo a prendere dallo scaffale in alto l’horcynus orca son caduto miseramente slogandomi una caviglia, e il dolore era tale che ho perso la piena titolarità dei miei enunciati, arrivando a dire ciò che non volevo dire e che non sapevo di dire.

  22. Francesco Says:

    La Bibbia mi ha regalato un profondo senso d’inquietudine: man mano che leggevo mi sembrava una storia assurda ma raccontata e, naturalmente, vissuta anche attraverso messe e novene da chierichetto, come se fosse tutto normale anche se dentro di me sapevo che non lo era affatto e mi ha reso sospettoso d’essere pazzo. A 8 anni.
    “I ragazzi della via Paal”,mi ha fatto piangere alla morte stupida del povero Nemecsek per quello che in fin dei conti era solo un gioco, almeno nella mia testolina di bambino.
    “Cuore” senza dubbio per la povertà di Franti, lui non era cattivo era solo povero, per Garrone che mi prefiguravo (chissà perchè) indossasse un grande cappotto verde e per il racconto del “piccolo scrivano fiorentino”, anche qui a causa della povertà del padre. Poi mi è capitato ancora, durante la crescita, di piangere per i soldi, per i miei almeno, soprattutto per la loro mancanza.
    Il libro però che mi ha fatto più male è “Arrivederci ragazzi” di Louis Malle, letto in adolescenza. Odiavo i nazisti e non riuscivo a capacitarmi della loro durezza nè delle condizioni di vita degli studenti e la scena finale con padre jean che urla il titolo del libro mentre viene portato via insieme ai tre ragazzi ebrei è stata straziante. Penso di essermi ammalato di Giustizia.

  23. adriano Says:

    “ 2 aprile 1995 – C’è poi anche la storia di Momino, il cane della nonna Ida. Scappava spesso di casa, e poi tornava, dopo giorni e giorni. Una volta lo prese l’accalappiacani. Quando lo ritrovarono al canile municipale, dietro una rete, in procinto di essere liquidato, fu tanta la gioia della povera bestia nel rivedere la padrona che addentò la polpetta avvelenata che fino ad allora non aveva voluto mangiare. “ [*] [**] [***]
    [*] Dei libri non mi ricordo quasi niente, però mi ricordo benissimo le storie della nonna. Mi facevano piangere e, dopo tanti anni, ne piango ancora. La polpetta non credo.
    [**] Francesco: ma non era un film?
    [***] Lsds / 73…

  24. Francesco Says:

    Si Adriano, è uno dei pochissimi libri che sono stati scritti dopo la realizzazione del film omonimo. Il libro è del 1993 e mi ricordo avesse la copertina verde-nera mentre il film è di sei anni prima.

  25. Emanuele Says:

    (Mi vengono in mente il libro che leggono Paolo e Francesca; e il libro che legge Dorian Gray). Velenoso per me fu “Le Relazioni Pericolose” di Choderlos de Laclos, che ahime’ lessi a vent’anni. Mi convinsi d’essere Valmont: con conseguenze tremende per chi frequentavo a quel tempo e per me. A vent’anni i libri andrebbero proibiti.

  26. booklandia2017 Says:

    Fulminea: i libri mi hanno fatto ammalare, lo so per certo, altrimenti avrei avuto un’esistenza normale (cosa alla quale avrei ambito moltissimo). Alcuni: La nausea di Sartre, letto troppo presto, così come La noia di Moravia. Poi Virginia Woolf e Clarice Lispector (in particolare Vicino al cuore selvaggio), Tolstoj Anna Karenina e Che fare? di Černyševskij.
    Oggi però divulgo la lettura e la difendo strenuamente.

  27. C. P. Says:

    Libri che fanno male sono quelli avvelenati, come la seconda poetica di Aristotele ne “Il nome della rosa”. Per il bibliotecario Jorge erano dannosi i libri che possono indurre a ridere di tutto, e quindi anche di Dio; per me, se proprio dovessero esistere libri che fanno male (ma tendo a non crederlo), sarebbero quelli che tolgono qualsiasi illusione sulla specie umana. Di questo genere ho letto solo i libri di Sade, e non tutti. Comunque, l’idea dei libri nocivi, utilizzata nella nostra cultura e in altre per giustificare censura e repressione ideologica, mi fa un po’ paura.

  28. SimoneGhelli Says:

    Io direi che il breve saggio “Sulla malattia” di Virginia Woolf ti cadrebbe a fagiuolo.

  29. Cristian Says:

    non un malanno ma quasi per aver tentato di leggere uno dietro l’altro tre libri di Martin Amis. (il primo: stop dopo 90 pag; secondo stop dopo 40 50; terzo stop dopo 20). Qualcosa del genere con Moresco qualche anno fa

  30. Ma.Ma. Says:

    Mi stavo dimenticando di lasciare il mio piccolo contributo (in cui credo) anche qui su Vibrisse, che su Fb… Lo adatto al sito.
    Non so se conta (affligge però molte persone, di cui una buona rappresentanza sono certa che bazzica su Vibrisse), ma so che potrebbe sembrare una “marchetta”: garantisco che non lo è. “Purtroppo” è capitato proprio così: dopo aver letto I promessi sposi sono stata colpita dal Mal di scrivere storie, un male di cui temo non sia facile guarire. Sono trascorsi 14 anni e ancora ne soffro: è una grave malattia che pregiudica la qualità di vita; si diventa abbastanza asociali, non si esce più molto di casa, si fatica a restare in contatto con la realtà, viene spesso minata l’autostima, mentre il senso di frustrazione generale si intensifica, come la distrazione. Più fisicamente: epicondilite (a causa del mouse, ce l’ho da qualche mese); pancetta da sottoscrivania; dolori sparsi alle cervicali; riduzione della vista; assimetria infrascapolare (che ci si appoggia sempre solo su un gomito, rileggendo quello che si scrive); flussi sanguigni (in particolare la circolazione del sangue nelle gambe) poco scorrevoli e poco altro. Ancora non hanno trovato una cura, credo. E se c’è, non voglio scoprirla saperlo.
    Mi sono bastate invece pocchissime pagine de Il silenzio degli innocenti per stare male una notte intera a causa di un incubo che si basava su una scena del testo di cui non ricordo molto. Ma so che trascorsi parecchio tempo a cercare di leggere un ritaglio di giornale, che prima era una specie di pergamena in lontananza. Dopo tanta fatica alla fine ci riuscii: era l’annuncio funebre della mia morte, con i dettagli dell’accaduto.

  31. Venceslav Soroczynski Says:

    Andiamo con ordine. Anzitutto, per tirare una linea in mezzo al campo, cito la fucilata di Kraus sul libro come oggetto in sé: “Il bibliofilo ha con la letteratura lo stesso rapporto che il collezionista di francobolli ha con la geografia.” A me, il supporto fisico libro non interessa. La mia mania non è quella. A me, interessano le storie. Sarebbe come venerare il corpo di un padre, quando quel padre è morto. Cioè, lo posso fare per una mezza dozzina di ore, poi basta. A me interessa lo spirito di mio padre, il suo ricordo, la sua voce, l’immaginare cosa avrebbe fatto lui nella situazione (difficile, o gioiosa) in cui mi trovo io adesso. Non adoro quindi il libro, ma le sue righe, le idee che ci sono dentro.
    La mia malattia è la continua ricerca di un frase fulminante, di un periodo indistruttibile, di un capoverso che descriva il mondo. Di un libro che descriva il mondo. Cerco nel libro come cercherei nel mondo. Che sia un saggio o che non lo sia (quindi un romanzo, che è forse cosa poco saggia) non importa. Io, come lettore, voglio essere il complemento all’idea che, dello scrivere, aveva Gesualdo Bufalino: “Si scrive per dialogare […] con un lettore sconosciuto.” Ecco, io voglio essere la controparte di quel dialogo. Il dialogante muto. Mi sta bene così.
    Io sono un malato che non cerca la guarigione, sono uno che, quando è arrivato il suo turno, scappa dallo studio medico, che smarrisce la tessera sanitaria, che chiama il CUP e accetta la visita più lontana.
    Le malattie che prendo più volentieri le ho recensite sulla mia pagina Facebook, o in qualche gruppo Facebook in cui si parla di letteratura. Forse, quella che mi ha fatto più male è il “Viaggio al termine della notte”, di Louis-Ferdinand Céline, perché dire romanzo non basta e non è la parola giusta, perché qui c’è del romanzo, del saggio, del diario di bordo di una nave che affonda e, forse, del manuale di qualche disumana disciplina umanistica ancora senza nome. Mettete in conto che le prime due pagine potrebbero non piacervi, perché le grandi opere sono così, male introdotte, perché sentono il peso di tutta quella potenza incontrollabile che deve arrivare. Ma poi è tutta discesa, ché l’autore vi porta dentro gli abissi dell’uomo, della guerra, della morte, delle cose peggiori che la storia d’inizio secolo è riuscita a mettere insieme. Nel Voyage, il fondo della notte è il punto più profondo della paura, della viltà, della sconcezza, della vergogna. Partecipare alle visioni di Céline è entrare con un bisturi nella carne di qualcuno e, come vi muovete, vedrete qualcosa di carnoso, di sanguigno, di orribile, eppure di vivo. E quel qualcosa di vivo è il piccolo uomo Bardamu e, un po’ più indietro, gli altri personaggi: numerosi, passeggeri, scolpiti con quattro parole cardinali, eppure indistinguibili in quanto rappresentanti di quella cosa ridicola e pericolosissima che è il genere umano. La storia è costruita attorno a tre periodi della vita del protagonista: la prima guerra mondiale (e il suo carico di morte e di orrore), l’emigrazione negli Stati Uniti (e l’insieme di solitudine e di amore che ne deriverà), il ritorno in Francia (e la sensazione di inutilità e di smarrimento). Momenti storici diversi, luoghi lontani, ma descritti con lo stesso punto di vista lucido, magro, crudissimo. In fondo al quale, è la piccolezza dell’uomo rispetto a qualsiasi ideale.
    Mi sono chiesto, alla fine del libro, com’è possibile che sia scoppiata la seconda guerra mondiale, dopo che Céline ha descritto la prima. Non legge romanzi chi prende le decisioni? Chi sono i suoi consiglieri? Quali pagine hanno davanti agli occhi, la sera, prima di addormentarsi? Qui capite che non abbiamo speranza, che non possiamo imparare, che a scandalizzarsi per i fanatici di qualcosa sono sempre i fanatici di qualcos’altro. Che il genere umano non muore di vecchiaia, ma di stupidità. Questo libro ha una importante controindicazione: dopo averlo letto, ogni altra cosa che terrete in mano vi sembrerà tiepidina, rinunciabile, forzata. Perché le mancherà la vita che c’è dietro queste pagine. Non si può non leggere Viaggio al termine della notte e, per una volta, non mi sento di dire che “è questione di gusti”. È grande, punto. Leggerlo è come fare una gastroscopia al proprio intelletto, al proprio sistema di credenze, al proprio concetto di coraggio. È una sorta di bibbia laica occidentale non autorizzata, scritta in volgare. Citatissimo da ogni disperato con devianze artistiche che si rispetti, Céline ha ispirato autori come Bukowski, Capossela, Sorrentino, tanto per citare gli ultimi arrivati. Leggetelo e, se non vi piace, sono disposto a chiedere scusa pubblicamente per avervelo consigliato. Ma se vi piace, ditelo, scrivetelo anche solo con due parole, perché io sappia che non sono il solo a essere stato trasfuso con questo sangue nero il cui gruppo non conosco, ma che, dopo tanti anni, sento ancora scorrermi nel profondo e sbucciarmi le vene dall’interno.
    Sì, so cosa state pensando: il solito classico. È vero, il Voyage è un classico, ma ricordate quel detto secondo cui tutti i libri sono nuovi, per chi non li ha ancora letti.
    Se proprio siete dei salutisti, che non hanno tempo di ammalarsi, esponetevi al contagio d’estate, che nella malattia di cui sono affetto io potete crogiolarvi anche sotto l’ombrellone, o in traghetto, o in treno, o in aereo. O anche in autostrada, se avete un audio-book.
    O se fate guidare qualcun altro.
    https://www.facebook.com/venceslav.soroczynski

  32. Chiara G. Says:

    “L’eletto” di Thomas Mann, letto al ginnasio, d’estate. Per molto tempo mi sono svegliata di soprassalto con la netta sensazione di aver subito un processo di disidratazione e mummificazione, come Gregorio sullo scoglio: mi sentivo ridotta a un nocciolo di pesca. Anni dopo mi è capitato di ascoltare Giorgio Vasta che parlava proprio di quel libro e avvicinava Gregorio, ridotto a niente da diciassette anni di scoglio, a Maria Giovanna Elmi, disidratata e cadente a seguito della partecipazione all’Isola dei famosi.

  33. marcocandida Says:

    Un libro nocivo?
    “Il manuale del cattivo” di Francesco Dimitri edito da Castelvecchi – a cui si accompagna il secondo volume di “Mindfucking”. Letto tardi a trenta e passa anni, mi resi conto che molte più persone di quello che pensavo utilizzano la retorica della manipolazione mentale – dico “retorica” perché il manuale ti dice proprio le espressioni, le parole che devi usare per la manipolazione mentale. La retorica della manipolazione mentale è una pestilenza, contro la quale sarà meglio che giuristi e filosifi del diritto comincino a ragionare seriamente, e con coraggio. Dopo attenta riflessione, sono arrivato a concludere che in fondo “tutto” può essere manipolazione mentale (non tanto questa o quella frase), la cosa importante è l’atteggiamento. Se ho cattive intenzioni, se vedo l’altro come un nemico, prenderò ogni frase che dice come una minaccia, rispondendo sempre in toni difensivi, oltraggiati. Esempio: A: “Vuoi un gelato?” B: “Perché altrimenti cosa mi succede?”. E viceversa, ogni cosa che dirò potrebbe essere velata dalla minaccia e dall’offesa, provocatoria. Se ci si trova in una situazione del genere, se qualcuno pensa che siamo minacciosi o di vivere sotto minaccia, la soluzione per me non è telefonare al telefono azzurro degli adulti, ma togliersi da quella situazione, al più presto. (Un paio di romanzi che ho scritto sono sull’argomento… “Il bisogno dei segreti” ed. Las Vegas e c’è qualcosa anche in un romanzo che si intitola “Il ricordo di Daniel” pubblicato a puntate qui su Vibrisse e dalle Edizioni Anordest).

  34. helgaldo Says:

    … pertanto mi piacerebbe costruire un bel manuale da intitolarsi, senza mezzi termini: Ammalarsi con i libri. Come procurarsi un qualunque malanno leggendo anche solo poche pagine.

    Prendo l’invito alla lettera, senza aggiungere commenti. Malanno: pianto improvviso, violento, prolungato, incontenibile, con successiva emicrania e dolore agli occhi, causato dalle seguenti pagine:

    Promessi sposi, Cecilia
    Cuore, Il tamburino sardo
    Oscar Wilde, Il gigante egoista, L’usignolo e la rosa

    Malanno: senso di abbandono, perdita di un amico caro
    David Copperfield, ultime pagine

    Altro al momento non mi viene

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