Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 1

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di Federica Pittaluga

Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.
La seconda parte del romanzo racconta invece la versione di Caterina, moglie imperfetta di Giorgio e anima perduta, oltre alla storia di un maneggio, ora chiuso, di un padre missionario e di un uomo diviso tra il bene che desidera compiere e i mezzi illeciti che utilizza per realizzarlo.
Per lungo tempo ho pensato che il romanzo raccontasse uno spaccato di mondo che credevo di conoscere abbastanza bene. Ora, invece, so che tutte le vicende ruotano intorno alle ossessioni di Giorgio e niente le racconta meglio della sua viva voce.

* * *

Allegato B
Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica

Cognome e nome del richiedente: Giorgio Bonomi
Cognome e nome dell’altra parte: Caterina Ravizza

Quando avvenne la conoscenza? Come si svolse il fidanzamento?

Ci siamo conosciuti a Rimini, nell’agosto 2004. Ci siamo incontrati nel padiglione sud, dove io facevo il servizio d’ordine. L’ho fissata per alcuni istanti, incerto se salutarla perché il suo volto mi era familiare, ma non ricordavo dove l’avessi già vista. Anche lei mi guardava.
Alla fine si è staccata dalla fila delle persone che entravano in fiera e si è avvicinata: «Ciao, come stai?»
«Bene, grazie. Tu?»
«Non ti ricordi? Sono Caterina, del Volta.»
«Ah sì, mi ricordo. Czestochova, vero?»
«Esatto! Tu cos’hai fatto dopo?»
«Ingegneria, tu?»
«Lingue in Cattolica.»
«Sei una compagna di corso di Albina.»
Siamo rimasti a guardarci senza più sapere cosa dire. Il gruppo delle sue amiche l’aspettava per partecipare all’incontro Felicità è donarsi. Contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro che iniziava alle undici e un quarto. Avrei voluto partecipare anche io, ma ero operativo. Mi ha proposto di vederci più tardi e ci siamo accordati per prendere insieme un caffè durante la mia pausa.
Più tardi, invece di andare in spiaggia con i miei amici visto che era l’ultimo giorno di Meeting e staccavamo presto, avevo accettato di andare a vedere la mostra di quell’anno, un pittore francese, non mi ricordo più quale. L’avevano organizzata gli studenti di lettere della Cattolica, e Caterina mi aveva presentato una sua amica che a sua volta era molto amica di quello che l’aveva ideata e che ci avrebbe fatto da guida.
Dopo la mostra, in gruppo, siamo usciti dalla fiera e abbiamo trovato un chiosco dove mangiare un gelato. Infine l’ho riaccompagnata al campeggio, una passeggiata sotto le stelle. Me la ricordo bene.
Ecco, se dovessi dire io quando è avvenuta la conoscenza direi nel 2004, a fine agosto, durante i giorni del Meeting.
Con questa precisazione non intendo dire che Caterina mente quando dice che ci siamo conosciuti alle superiori, non mente affatto. Non si può dire che Caterina menta né in questa né in altre occasioni, ma non usa in modo corretto la ragione, cioè non tiene conto della totalità dei fattori.
Quanto a me, non ricordo così precisamente le minuzie del passato come lei, ma la spiegazione è semplice: Caterina teneva un diario, negli anni di liceo e anche dopo. Sono quaderni, agende, raccoglitori. Li ho visti. Li ha portati nella nuova casa e ha lasciato che ne leggessi delle pagine, ha insistito perché le leggessi e nel suo diario c’è davvero la storia del nostro incontro, di Albina che ci presenta alla giornata di inizio d’anno (del novantotto o novantanove).
Quindi: il primo «Ciao, piacere sono Giorgio» è avvenuto nel novantotto o novantanove (bisognerebbe vedere i diari di Caterina). Ci ha presentati Albina, che era la mia ragazza allora.
A sostegno della tesi di Caterina, se ci ripenso, c’è il fatto che se non ci fosse stata quella conoscenza pregressa, non ci sarebbe stato tutto il resto. Infatti se non avessi saputo che si chiamava Caterina, perché qualcuno, non ricordavo fosse stata Albina, anni prima me l’aveva presentata e se da quel giorno non avessi continuato a salutarla nelle occasioni in cui la incrociavo, se non avessimo camminato insieme un giorno al pellegrinaggio quando ancora stavo con Albina (di questo sono certo, perché avevamo appena fatto la maturità e Albina mi ha lasciato a novembre del primo anno di università) e insomma se non ci fosse stato quel «piacere, sono Giorgio» pregresso allora certo non ci sarebbe stato tutto quello che ne è venuto.
La conoscenza avvenne nel novantotto o novantanove, ma io ricordo bene del nostro incontro al meeting.

Il fidanzamento si svolse bene. Breve: le ho chiesto di sposarmi a Novembre, abbiamo organizzato il matrimonio per Aprile.
Quindi il fidanzamento si svolse bene, e brevemente. Non so in che relazione stiano le due cose, se fu un fidanzamento felice perché breve o breve e felice.
Ricordo che abbiamo passato dei bei momenti insieme. Abbiamo frequentato il corso fidanzati, siamo stati a una vacanzina studio con il suo oratorio dopo Natale, andavamo d’accordo.
Anche per quanto riguarda l’organizzazione pratica della nostra vita insieme, avevo l’impressione che filasse tutto. Una decisione via l’altra, senza fatica. Ricordo che a Caterina brillavano gli occhi quando le ho chiesto se voleva sposarmi, e non mi ha risposto né sì né no, ha solo detto: «Cosa ne pensi di Aprile?».
Quando credi di fare la cosa giusta, non ti stupisci di non incontrare intoppi, di vedere la via davanti a te spianata, come dice quel verso della canzone «cammina l’uomo, quando sa bene dove andare». Io ero convinto che Caterina fosse la moglie pensata per me e messa sul mio cammino da un Altro.
Non era così con Albina. Intanto perché all’epoca eravamo troppo giovani e stavamo insieme come ragazzini, senza la prospettiva del destino. E poi c’era il fatto che lei all’epoca era già pronta per cose che io invece vedevo ancora distanti e prova ne è che dopo avermi lasciato si è messa subito con Carlo, uno che aveva conosciuto in Cattolica. E pensare che quando l’aveva conosciuto al corso maturandi in quinta liceo mi aveva detto: «Mio Dio, ma proprio lingue deve fare questo pazzo?!». Magari invece le piaceva già lì, non so. Comunque sono contento per loro, perché si sono fidanzati e sposati prima ancora che lei si laureasse e ora aspettano il quinto figlio. Sono felici.
Con Caterina, invece, le cose erano diverse. Io ero maturato, Caterina era una ragazza dolce e le circostanze ci offrivano la risposta a ogni problema. Dove andiamo a vivere? Un nostro amico affitta un piccolo trilocale, o meglio un bilocale più un piccolo locale dove una culla ci starebbe alla perfezione.
I genitori di Caterina pagavano il matrimonio; io mi sarei laureato in marzo e poco prima della laurea, fui assunto in una società che produce macchine industriali. Il posto era venuto fuori tramite il Ciga, il testimone di nozze di mio fratello Enrico, che lavorava lì e aveva segnalato il mio nome al caporeparto, che, avevo poi scoperto al colloquio, cantava nel coro di Enzo, un ragazzo del Poli più grande di me che avevo conosciuto in una vacanza con Architettura due anni prima.
Anche per Caterina si era presentata un’opportunità, anzi due. Infatti Elena le aveva detto che nella scuola elementare Cabrini c’era un posto vacante, una sostituzione maternità. Secondo me, avrebbe dovuto accettare, ma lei esitava. Non si sentiva chiamata all’insegnamento e d’altro canto non si sentiva di rifiutare un lavoro che ci avrebbe permesso di mantenerci da soli, fin da subito.
Tutto si era risolto bene, però, perché Paolo, il responsabile della fraternità del suo oratorio, le aveva fatto avere un colloquio per la società per cui lavorava. Un posto a metà tra l’assistente e l’ufficio stampa, e Caterina aveva accettato. Avrebbe iniziato come stagista, ma con promessa di assunzione dopo sei mesi.
A quel punto, potevamo dire che era tutto organizzato alla perfezione. E infatti il problema del vivere non è d’intelligenza, ma di attenzione, perché non la costruiamo noi. Possiamo solo scoprire i segni nel reale e seguirli. Così ho fatto.

Qualcuno manifestò delle contrarietà alla vostra relazione affettiva e alla successiva scelta matrimoniale? Per quali motivi?

Mio padre aveva sempre sperato che almeno uno dei suoi figli si consacrasse al Signore. Tecla e Enrico ormai erano sposati, quindi quell’aspettativa era passata su di me.
Non mi pesava. Quando si parlava di futuro, io tra tutti ero quello con le idee meno chiare, persino i gemelli avevano più prospettive di me. I miei amici si fidanzavano e si sposavano, io invece non avevo più avuto una ragazza da quando Albina mi aveva lasciato.
A essere sincero, ci avevo messo un po’ per capire che Albina non era per me e, dopo quello, mi ero quasi convinto che la mia vocazione fosse proprio quella della castità. C’era però sempre quel quasi che mi frenava, un dubbio, e non mi ero ancora confrontato per avere un giudizio su questa possibilità di vita.
Le circostanze sono un fattore essenziale, non secondario, per la mia vocazione e la mia missione. Ci riflettevo sopra anche in questi giorni riprendendo la Scuola di comunità – stiamo lavorando sugli appunti degli esercizi della fraternità Dalla fede il metodo. Se Dio si è incarnato nella storia, la storia, la vita ha un senso.
Quindi non poteva essere un caso l’aver incontrato Caterina. Non poteva essere un caso se il messaggio del Gius al meeting di quell’anno parlava del disegno che Dio ha su ciascuno di noi paragonandolo a quello di un padre e di una madre verso un figlio, e infine non poteva essere un caso che il mio amico Roberto mi avesse invitato a quel pranzo delle famiglie. Ci ero stato due volte e poi avevo capito che non ci sarei più tornato fino a quando non mi fossi chiarito rispetto alla mia vocazione.
Non ne avrei forse parlato con mio padre, se proprio quella sera non fossimo rimasti a casa da soli. La mamma era da Tecla a dare una mano, perché i bambini avevano il raffreddore, e i gemelli erano fuori per cena chissà dove.
Mio padre correggeva dei compiti in sala, con i piedi appoggiati su un tavolino, una cosa che avrebbe fatto dire a mia madre che la realtà deve essere usata per il suo scopo, altrimenti commetti peccato. Mi ero seduto sul divano, avevo preso Tracce e avevo iniziato a sfogliarlo senza interesse. Avevo già letto il numero di settembre e mi aveva colpito la storia di Valeria e Max che incontrano la comunità di Memores di Gudo e decidono di sposarsi.
«La mamma ha lasciato qualcosa in frigo da scaldare.»
«Penso di chiedere a Caterina di sposarmi.»
Papà aveva appoggiato di lato il compito che stava leggendo e aveva messo il tappo alla penna rossa. Si era tolto gli occhiali e si era passato la mano sulla faccia, sugli occhi.
Torcevo la copertina di Tracce tra il pollice e l’indice e mia mamma, se fosse stata lì, avrebbe ripetuto la frase sull’uso della realtà. Quella sul tavolino in sala era la sua copia, mentre la mia era infilata nello zaino dell’università o sotto il cuscino – avevo l’abitudine di leggere Tracce prima di addormentarmi. Ora invece lo tengo nella ventiquattrore, per leggerlo sui mezzi pubblici.
«Ti sei già confrontato con qualcuno?»
«Non ancora. Ci ho pensato oggi.»
Mio padre è uno che sa ascoltare. Ascolta i suoi studenti, ascolta gli amici, ascolta noi figli, mia mamma a volte dice che ascolta proprio tutti tranne lei. Ma non lo dice mai sul serio.
Non mi ha dato un consiglio, lui non dice mai «fai questo», ma ti spinge sempre a mettere alla prova il tuo giudizio con la realtà, a sottometterlo alla prova del vivere. Mi consigliò di verificare se il sentimento che provavo mi spalancava alla realtà, se mi faceva scoppiare il cuore perché rilanciava tutto il mio desiderio di felicità o se c’era qualcosa, un’altra cosa, un’altra possibilità che mi sembrasse più corrispondente al desiderio del mio cuore.
Ci avrei riflettuto, promisi.
I miei avevano sentito parlare di Caterina in un paio di occasioni. Con cinque figli e tre nipoti (all’epoca infatti Tecla aveva due bambini e Enrico uno. Le cose nel tempo sono cambiate) non potevano star dietro a tutti e io non sono mai stato un chiacchierone. Enrico, quando si è messo con Veronica, mi raccontava i dettagli. Siccome dividevamo la stanza, era convinto che dovessimo dividere tutto. Spesso mi addormentavo dopo dieci minuti di panegirico sulla fidanzata ideale che lui aveva incastrato.
Io, invece, sono di natura più riservato, mia mamma me lo ha sempre detto. Ogni tanto mio padre mi chiedeva quando avrei portato a casa una ragazza, specie dopo che Enrico si è sposato e i gemelli hanno iniziato a uscire con gli amici. Credo che mi punzecchiasse in attesa che io rompessi gli indugi e dicessi che intendevo prendere i voti.
Ma il metodo è l’esperienza. Ero ormai convinto che le circostanze mi stessero chiamando a una scelta diversa.
Prima di parlarne con Caterina ho aspettato un po’. Innanzitutto non volevo agire sull’onda del sentimento. Il sentimento infatti è uno strumento prezioso, ma pericoloso, perché, se utilizzato male, può allontanare le cose invece di avvicinarle.
Così mi sono confrontato con il mio responsabile del Poli, Giulio. Ci siamo visti in aula CUSL e siamo andati a prendere un caffè. Avrei voluto avere un dialogo di quelli che ti aprono il cuore e la testa, che ti mettono davanti alle tue scelte.
Gli dissi che la domanda «cosa farò da grande» era di fronte ai miei occhi, perché i miei coetanei, gli amici dell’università, quelli d’infanzia, la mia prima fidanzatina iniziavano a far sul serio. Albina infatti, l’ho già detto, si era sposata proprio quella primavera e aspettava un bambino. Aveva trovato la sua vocazione.
Fino a che non avevo incontrato Caterina, però, io ero vissuto in una sorta di limbo in attesa di un segno. C’era stata quella sera a Rimini, la passeggiata sulla spiaggia di cui abbiamo tanto parlato con gli amici. L’avevo di nuovo incontrata al Poli a settembre per la laurea di un amico comune e da quella volta eravamo usciti insieme alcune volte. Per esempio, ci eravamo visti alla messa del lunedì in San Marco. Lei arrivava con i suoi amici, ma poi io la riaccompagnavo a casa, noi due da soli. Mi aveva invitato alla festa del suo oratorio e io c’ero andato con alcuni amici del Poli, ma non ci sarei andato se non ci fosse stata lei.
Ho continuato parlando del pranzo a cui ero stato, della preghiera finale per le mamme in attesa che mi aveva fatto pensare. L’ho presa troppo alla lontana: Giulio ha voluto sapere che tipo di ritrovo fosse. Non sapevo bene: lo organizzava un tale Nicola, della fraternità che aveva preso a frequentare Roberto. Giulio si ricordava bene di Roberto, mi ha chiesto come stava, cosa faceva. Ho cercato di ricondurre il discorso alla questione che mi premeva e gli ho parlato di Caterina, del fatto che «filavamo» e che mi sembrava di intravedere un futuro, ma che non sapevo come pormi davanti a questo.
A questo punto siamo stati interrotti, una matricola voleva sapere per il turno in Cusl, oppure un tizio che doveva versare il fondo comune. Una cosa di routine, ma Giulio ci ha messo un buon dieci minuti per spiegarsi e io iniziavo a spazientirmi.
Quando lo scocciatore se n’è andato, Giulio ha guardato l’orologio e ha detto che stava facendo tardi, ma voleva dirmi una cosa e se lo accompagnavo in metro finivamo di parlare.
Era contento, mi ha detto. Mi vedeva più sereno rispetto ai mesi prima e forse era tutto merito dell’incontro con Caterina, che mi faceva intravedere il destino buono che c’era in serbo per me. Questo però non significava che dovevo buttarmi senza riflettere. Dovevo anzi domandarmi se con Caterina c’era in gioco il destino o solo il sentimento, se stare con Caterina mi faceva andare più al fondo dell’incontro con Cristo.
Poi mi aveva dato una pacca sulla spalla e aveva detto che però capiva che quando ci si innamora si vorrebbe andare in giro a dirlo a tutti. Quando accade una cosa bella, non puoi tenerla per te. L’importante, aveva ribadito, è tenere desta la domanda. Aveva tirato fuori la tessera dell’ATM e con un ultimo cenno di saluto era sceso in metropolitana.

La famiglia di Caterina, invece, qualche perplessità in più l’aveva. Quando Caterina mi ha portato a cena per presentarmi come suo fidanzato, suo padre ha alzato gli occhi dal giornale, mi ha guardato per un momento, ha fatto un cenno con la testa e mi ha domandato: «Che squadra tieni?». Ho risposto che non seguivo molto il calcio, ma quello continuava a fissarmi senza dire niente e quindi ho aggiunto che avevo una simpatia per la Juve. Non è vero, è mio fratello Enrico che tifa Juve, ma è la prima squadra che mi è venuta in mente. Il mio futuro suocero ha riabbassato il giornale senza una parola. Caterina ne aveva riso, più tardi, ma nei mesi successivi ogni volta che entravo in casa loro, lui non mancava di dire: «C’è a cena lo juventino».
La mia futura suocera si è mostrata amichevole, come se avesse già deciso che le sarei piaciuto. Mi ha accolto con spontaneità, ha lodato la mia giacca – avevo pensato di mettere una giacca sopra i jeans per mostrarmi al meglio, ma avevo evitato la cravatta che mi faceva sentire scemo -, mi ha chiesto della mia famiglia e dei miei studi, dei miei progetti per il futuro. Credo tentasse di interpretare in modo personale il ruolo che supponeva essere del marito, ma che il marito non aveva nessuna intenzione di assolvere.
Quella prima sera non avevo conosciuto il fratello di Caterina, più giovane di lei di un paio d’anni. Avevo pensato che era un peccato, perché io con i ragazzi vado d’accordo e a tavola avrei avuto bisogno di un alleato, in particolare quando, dopo aver servito le patate, la mamma di Caterina si era riseduta sulla sedia e con aria indifferente aveva detto: «Giorgio, tu sei molto devoto, mi ha detto mia figlia».
Caterina aveva risposto per me: «Mamma, non ricominciamo.»
La signora si era difesa dicendo che non voleva dire niente di male, ma che le sembrava una cosa importante, anche bella, che un giovane come me andasse in chiesa e insomma fosse un bravo ragazzo.
«Mio figlio, ti dico, è un ragazzo molto intelligente, però si fa traviare da certe compagnie. Questo per dire che apprezzo che invece tu sia diverso.»
Era difficile rispondere senza essere frainteso e così mi ero rifugiato sul terreno sicuro dei complimenti alla cuoca. Sarebbe stata la mia strategia negli anni a venire.
Quando pensavo ormai che la tortura fosse al termine, con un bis del tiramisù, la specialità della casa, il padre di Caterina era riemerso dai suoi pensieri, che credevo di stampo calcistico per osservare: «Quindi vi vorreste sposare, ho capito bene?»
«In Aprile»
«Pensavo che Caterina volesse farsi suora, va sempre in chiesa.»
«Papà!»
«Papà vuol dire solo che Aprile è molto vicino.»
«Non vogliamo fare una cosa in grande.»
Caterina rispondeva con la prontezza di chi ha ripetuto le stesse frasi diverse volte. La madre si era alzata e aveva incominciato a ritirare i piatti.
«Non vi conoscete da molto.»
«Mamma, te l’ho detto: ci conosciamo dai tempi del liceo!»
Era stata la prima volta che diceva quella storia? Non mi ricordo. Comunque i genitori di lei non avevano più sollevato obiezioni, anzi la mia futura suocera da quel momento si era adoperata per organizzare un matrimonio a regola d’arte, anche se noi ci saremmo accontentati di molto meno. Per lei, che non ne comprendeva la dimensione ontologica, il matrimonio era una festa, non un sacramento, segno dell’amore di Dio.
Per Caterina le incomprensioni con i suoi erano solo una conferma ulteriore che loro non la capivano e mai l’avrebbero capita.
E per questo rimase invece affascinata dalla mia famiglia.

[La puntata successiva].

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19 Risposte to “Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 1”

  1. Ma.Ma. Says:

    Lo ammetto: leggiucchiando la presentazione non mi sono sentita incuriosita (non mi interessava leggere una storia d’amore e/o di un divorzio: il mio immaginario cozzava subito contro troppa realtà trita e ritrita). Ho provato a leggere questa prima puntata, quindi, solo perché mi fido di Giulio, per cui, una chance andava data. Mi sono iniziata a incuriosire quando ho capito la forte presenza del binomio matrimonio / “religione-vocazione” o meglio, la questione: mi sposo Dio o una donna? Trovo il tema molto molto intrigante! Per cui continuerò a leggere e lo condividerò sottolineando questo aspetto.

    Durante la lettura, però, ho faticato a capire alcuni passaggi. In pratica sono stata costretta a rileggere più di una volta questo periodo: «I miei avevano sentito parlare di Caterina in un paio di occasioni. Con cinque figli e tre nipoti (all’epoca infatti Tecla aveva due bambini e Enrico uno. Le cose nel tempo sono cambiate) non potevano star dietro a tutti e io non sono mai stato un chiacchierone. Enrico, quando si è messo con Veronica, mi raccontava i dettagli. Siccome dividevamo la stanza, era convinto che dovessimo dividere tutto. Spesso mi addormentavo dopo dieci minuti di panegirico sulla fidanzata ideale che lui aveva incastrato. (…) Ogni tanto mio padre mi chiedeva quando avrei portato a casa una ragazza, specie dopo che Enrico si è sposato e i gemelli hanno iniziato a uscire con gli amici.»

    Siccome i nomi (personaggi) tirati in ballo sono diversi (già prima di questo passaggio), ricordavo di aver letto di un Enrico (Tecla non me la ricordavo), ma non che fosse il fratello (lo avevo memorizzato come suo amico), e nemmeno avevo capito quanti fossero in tutto. E ricordavo, sì, dei gemelli, che però messi in quella frase («Non mi pesava. Quando si parlava di futuro, io tra tutti ero quello con le idee meno chiare, persino i gemelli avevano più prospettive di me. I miei amici si fidanzavano e si sposavano, io invece non avevo più avuto una ragazza da quando Albina mi aveva lasciato.») mi avevano fatto pensare a qualcosa di “generico”, tipo: intende dire che si sposano proprio tutti, persino quelli che nascono gemelli. Per cui inizialmente avevo capito che quel Tecla ed Enrico si riferisse ai “suoi”, cioè ai genitori. E alla domanda sul perché il personaggio dovesse chiamarli per nome ho ipotizzato che probabilmente la storia ci riserva una lite tra lui e loro… Insomma, un casino. Poi continuando, e tornando al passaggio precedente, alla fine ho capito. Penso comunque che mi basterebbe qualche parola “didascalica” in più, ad esempio, in questo caso: “…(all’epoca, infatti, mia sorella Tecla aveva due bambini, mentre Enrico…).
    Lo stesso vale per i riferimenti a certe comunità: che io quando sento nominare “comunità” penso ai centri di disintossicazione, agli alcolisti anonimi, o a qualche setta religiosa… Anche perché dare tutto per scontato non mi pare essere giustificabile dal tipo di personaggio che si capisce che ci tiene a spiegare bene le cose, penso io.
    Un altro giro di frasi strano (per me, eh!) è invece questo: «Mi ha proposto di vederci più tardi e ci siamo accordati per prendere insieme un caffè durante la mia pausa.
    Più tardi, invece di andare in spiaggia con i miei amici visto che era l’ultimo giorno di Meeting…»
    Quel doppio “Più tardi” mi ha mandata un paio di volte in corto circuito.

    Detto questo. C’è una frase che il cui senso mi sfugge (chissà magari proseguendo la lettura, capirò meglio): «A quel punto, potevamo dire che era tutto organizzato alla perfezione. E infatti il problema del vivere non è d’intelligenza, ma di attenzione, perché non la costruiamo noi. Possiamo solo scoprire i segni nel reale e seguirli. Così ho fatto.» È la relazione tra organizzato (che pare sia stato quasi il caso a permetterlo e non l’intelligenza) e il resto…

    Mentre mi piace tantissimo quest’altra, su cui vorrei ragionarci, così, tanto per…: «…una cosa che avrebbe fatto dire a mia madre che la realtà deve essere usata per il suo scopo, altrimenti commetti peccato»

    Per finire ho trovato un paio di inevitabili refusini:
    – “Aprile” viene spesso scritto con la A maiuscola, ma per quanto ne so è un uso legato solo a certe lingue straniere (inglese, tedesco), mentre da noi penso che le iniziali dei mesi andrebbero scritti in minuscolo.

    – «che iniziava alla undici»
    – «cioè non tiene conte della totalità dei fattori»

    Ora aspetto il prossimo!

  2. Giulio Mozzi Says:

    Tieni conto, Ma.Ma., che Giorgio scrive un resto che sarà letto eventualmente (nel romanzo) da chi conosce perfettamente quel gergo. Quindi non ha motivo di spiegare il significato di parole comr “comunità”, “raggio” eccetera.

  3. manu Says:

    «La mamma ha lasciato qualcosa in frigo da scaldare.»
    «Penso di chiedere a Caterina di sposarmi.»

    questo il passaggio che mi è piaciuto molto, così come l’inquadratura nelle cinque/sei righe che precedono e seguono lo scambio tra padre e figlio.

    sul resto non ho parole di entusiasmo da spendere, nel senso che in caso di pubblicazione sono sicura resterebbe fuori dalle mie preferenze di lettura per il tema che non sento minimamente e per quel mondo lontano da me, privo di attrazione.

    Tuttavia, leggerò il seguito di questo questionario.

  4. Ma.Ma. Says:

    Giulio: in effetti.
    (Mi toccherà leggere anche il resto del romanzo, dunque, per capire bene tutto 😉 speriamo trovi un editore)

  5. marisasalabelle Says:

    Invece per me tutto quel mondo cattolico, col suo lessico particolare, col suo modo di vedere le cose e con quel tipico modo di interpretare scelte di vita e decisioni delle persone, ha un fascino perverso…

  6. Donatella Says:

    Secondo me sei stata bravissima a descrivere la realtà religiosa cui appartengono i protagonisti. Quella ragnatela di legami per cui riescono a trovare un lavoro o comunque una soluzione ai vari problemi pratici rende perfettamente l’idea della vischiosità relazionale di questo movimento. E anche nei comportamenti dei personaggi, quelli secondari come i protagonisti, si può leggere la descrizione di un mondo poco conosciuto, ma che ha inciso notevolmente nella vita, non solo religiosa, italiana. Complimenti!

  7. Fiammetta Palpati Says:

    Ero molto incuriosita dal tema che era stato preannunciato e dalla formula che era stata scelta per trattarlo. A fine puntata ho desiderio di proseguire e approfondire. Non ho rilevato sostanziali ambiguità (mi riferisco ai commenti precedenti). Il racconto scorre molto bene e il quadro offerto è vivido e interessante. Quelle due espressioni “oscure” funzionano benissimo perché danno il senso di una comunità dove i legami sono strettissimi (vischiosi, diceva una commentatrice poco sopra) tanto da sviluppare un gergo iniziatico. Avrei un dubbio ma me lo tengo fino alla fine, perché è probabile che si sciolga da sé. Ma una domanda la faccio: all’interno del romanzo originale questa sezione è presentata come un documento, diciamo un verbale, della deposizione di Giorgio durante la causa di nullità, oppure come la ricostruzione che Giorgio fa a sé stesso (e al lettore) della propria storia seguendo, strumentalmente, il questionario?
    Grazie, Federica Pittaluga.

  8. Fedex2 Says:

    Intanto ringrazio Donatella per i complimenti, marisasalabelle e manu per aver lasciato un loro feedback e infine Ma.Ma. per l’attenta lettura.
    Come diceva Giulio, l’utilizzo del gergo interno al movimento non facilita la lettura, me ne rendo conto. D’altra parte, Giorgio non sente la necessità di spiegare perché non è consapevole di utilizzare un gergo. E spesso ripete a pappagallo: quando dice che tutto è organizzato e poi fa quell’osservazione sulla realtà fa sue le parole che qualcuno gli ha detto a un incontro, o che ha letto su Tracce. A volte la citazione ha un senso, e a volte invece è utilizzata in modo improprio. Ma per Giorgio tutto deve essere ricondotto alla sua esperienza e a quello che gli è stato insegnato.
    Capisco e parzialmente condivido anche l’obiezione sulla quantità di nomi che appaiono fin dall’inizio e che risultano disorientanti. Si tratta di un problema a cui non sono stata capace di dare una soluzione nella narrazione. Ma immagina di essere invitata a una riunione in cui si conoscono tutti (quello ha fatto le medie con il migliore amico del marito della tizia con la maglietta rossa, che a sua volta conosce quel mio amico che canta nel coro ed è sposato con la sorella di quello…), ecco CL è così. Non puoi ricordarti tutti i nomi, ma a un certo punto scopri che i giri sono sempre quelli. E te ne fai una ragione.

  9. Maria Luisa Mozzi Says:

    Non è il mondo cattolico, è CL.

  10. Ma.Ma. Says:

    Grazie Federica, ma pure a ML Mozzi (adesso ho capito di quale “mondo” si parla nel libro 😉 ).
    Sui nomi ho anche pensato che essendo un inserto di un romanzo è pure probabile che a quel punto il lettore riconosca anche lui già tutti. Mi è servito molto invece il chiarimento sull’espressione incomprensibile. E immagino che anche in questo caso – se ho ben capito – farà “sistema”.
    Sono curiosa di leggere il resto 🙂

  11. marisasalabelle Says:

    Maria Luisa: lo so che è CL. Però all’interno del mondo cattolico esistono altre realtà ugualmente esclusive, con un loro gergo e una loro rete di relazioni, un sistema interpretativo e direi, un modo di manipolare gli adepti, che differisce da una comunità all’altra: tutte però hanno in comune quel certo “non so che”…

  12. Turi Totore Says:

    L’idea mi piace. Sfruttare una scaletta reale (e mi pare che la realtà sia al centro del testo (una realtà dai contorni irreali )) per una storia irreale è in linea con la mia idea di finzione funzionale (e che vor di’?)
    Spero che rimangano totalmente al di fuori del testo le osservazioni a distanza, le “analisi ” da terzo sguardo: questo cosmo portatile di cielle, per un non ciellino, può essere interessante solo visto dall’interno.
    Da questa prima puntata mi arriva la percezione di un piccolo mondo sicuro che vive in un mondo più grande che viene tenuto a distanza, un mondo, quello esterno, che non può varcare in senso centripeto quel perimetro protettivo. Questa piccola comunità di simili garantisce luoghi bonificati (il meeting, la cusl), persone bonificate, ambienti di studio e lavoro bonificati: e questo potrebbe essere l’aspetto positivo (utile), visto che assicura un percorso di vita e di lavoro nella migliore tradizione consortile italiana; ma, già da questa prima puntata, si sente un senso di oppressione, quello che deriva dal livello più o meno alto di compromesso tra sicurezza e libertà; tra quiete e rischio.
    Leggerò le prossime puntate con curiosità, per vedere cosa ci sarà in fondo.

    PS
    Questo testo me ne fa venire in mente uno speculare che ho letto nel corso della bottega di narrazione 2015. Un testo di Simone Salomoni, che potrebbe essere interessante leggere e mettere a confronto con questo. Lì la voce narrante è femminile.

  13. maria Says:

    Ho finito di leggere or ora il testo che ho seguito con un’attenzione e una comprensione particolare perchè io ho conosciuto questo ambiente.Mi sembra una riproduzione perfetta. Non ho capito come si può proseguire la lettura.

  14. Giulio Mozzi Says:

    Maria: aspetta giovedì. Uscirà la seconda puntata.

  15. Simone Salomoni Says:

    Un ottimo inizio. La voce narrante è credibile. Giorgio, secondo me, si rivolge al tribunale ecclesiastico in modo realistico, senza incappare in eccessive spiegazioni, difficilmente motivabili. Voglio dire (è già stato detto): chi leggerà Giorgio (nell’invenzione romanzesca) conosce bene l’ambiente che Giorgio descrive.
    Proseguirò nella lettura.
    Federica, complimenti.

    P.S.: ciao Turi!

  16. Fedex2 Says:

    Rispondo a Fiammetta, il cui commento ieri mi era sfuggito. Il questionario viene dato a Giorgio dal prete che ha seguito la coppia durante il fidanzamento. Non è la trascrizione di un racconto orale, ma è proprio Giorgio a scrivere.

    @ marisasalabelle e Maria Luisa Mozzi: sono d’accordo con entrambe. Vero che io qui racconto CL e ne sfrutto la lingua – ormai la parlo bene quasi quanto l’italiano :). Ma è vero anche che meccanismi simili sono in atto anche altrove. Su suggerimento di un’amica, nelle scorse settimane, ho guardato The Path (Amazon Prime Video) e ho riscontrato un utilizzo del linguaggio – e non solo – molto simili.

    @Turi Totore: non sono sicura di capire bene cosa intendi con “analisi da terzo sguardo”. Mi spieghi? Grazie

    @ maria e Simone: grazie.

  17. Turi Totore Says:

    FEdex 2:
    forse avrei dovuto scrivere da “sguardo terzo”. Un esterno.

    saluti

  18. Chiara G. Says:

    Scrittura esatta. C’è qualcosa di molto intrigante. Attendo il seguito.

  19. Teresa sciacca Says:

    A me sembra un inizio onesto. Giorgio non si è messo sulle difensive già nel momento in cui fa riferimento ai diari di Caterina per i periodi temporali che non ricorda; ammette sin da subito e chiaramente in che modo prende la decisione di sposarsi, e inquadra, usando incisi efficaci, il ruolo e le personalità dei personaggi che gli stanno attorno. Mi incuriosisce il seguito della storia e la struttura del romanzo.

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