Una lettera d’amore

by

di Demetrio Paolin

lettera

Cara Mara

Non so se queste parole arriveranno a te così come le scrivo.  Forse altri occhi che non sono i tuoi, i  tuoi occhi di spillo che guardavano il mare le poche volte che ci siamo stati, vedranno la mia calligrafia, ma nonostante i guardiani cercherò di parlarti chiaramente.

Qui dal carcere, tra le sbarre, vedo uscire la nebbia. Casale è così: un posto pieno di silenzio, che mi viene più facile pensarti in una delle nostre case sicure. Immagino a cosa pensi, immagino quello che senti ora rimescolarti nel sangue. Questo mondo e questa società, così come le abbiamo conosciute e vissute, sono destinate a esplodere. Noi saremo la miccia di questa apocalisse.

So che sorridi perché vedi in me il ragazzo cresciuto tra oratorio e messa. Eppure è così: il mondo è morente. Io lo vedo con nitore da questo angolo buio da cui mi è concessa la vista: tutto geme per la fine prossima. La natura, i pochi alberi che magri appaiono in lontananza, le nubi sparute nel cielo, la pioggia e le cornacchie abbandonate sembrano attendere il momento preciso in cui ogni cosa si svelerà. E io attendo con ansia il momento in cui non ci sarà più nulla di quello che siamo abituati a vedere, ma un mondo nuovo, un cielo terso, una felicità pura, che la sola idea di tutto questo mi rende gravido e partoriente, come se fossi un cavalluccio marino che feconda in sé i piccoli nascituri.

Ci saranno cadaveri lasciati per terra, lo sappiamo. Noi saremo visti come carnefici, ma è il prezzo che si paga per cambiare il mondo. La redenzione è un atto di violenza. Il Dio, in cui noi crediamo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Marx, il Dio dei poveri è un Dio rabbioso che tira fuori i corpi dal nulla e li riporta in vita, che cambia verso alla terra e separa le acque…

È la nostra fede, la nostra gloria di rivoluzionari, sappiamo a cosa andiamo incontro; potevamo maledire il giorno della nostra nascita e la società in cui viviamo e invece ci siamo fatti strumenti di questo cambiamento.

Ora è venuto il tempo di chiudere questa breve lettera e mi prende una malinconia da quindicenne, stupida e impossibile da trattenere, penso a quando sono stato con te l’ultima volta prima dell’arresto e sono entrato nel tuo corpo.

Ti ho sussurrato che stavamo creando un mondo, separando la luce dalle tenebre, le acque dalla terra ferma, ma neppure questo giustifica i morti che faremo, perché abbiamo scelto –  nonostante l’amore e il bene che sentiamo – la violenza. Siamo armati e sappiamo che finiremo la nostra esistenza terrena sul marmo di un tavolo autoptico. Ci amiamo di un amore che non c’entra con la rivoluzione, ma che sacrifichiamo a essa.

E in questa rinuncia di noi stessi, siamo nuovi.

Con amore
Tuo Renato

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13 Risposte to “Una lettera d’amore”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Vallanzasca? Nel giorno del suo compleanno?

  2. Cristian Miotto Says:

    stravolgimento (in nome di dio naturalmente; solo così possibile)

  3. manu Says:

    curcio

  4. Demetrio Says:

    I personaggi, mittente e destinatario, sono nei tag.

  5. Fiammetta Palpati Says:

    Penso Curcio, piuttosto.
    Bella.

  6. Fiammetta Palpati Says:

    Scusate, ho scritto prima di leggervi. Se puoi, Giulio, cancellami.

  7. Mac Certaldo Says:

    È una parodia (nel qual caso non la colgo perché non conosco l’originale)?

    Vuole essere un esempio di scrittura sovraccarica e sbadata?

  8. demetrio Says:

    No. Non è una parodia, nel senso che non conosco un originale neppure io. E’ una lettera d’amore scritta in carcere. Fine.

  9. Mac Certaldo Says:

    Grazie

  10. manu Says:

    @demetrio: una lettera che mi ha spinto a cercare qualche informazione su Margherita Cagol (qui nominata con i suo nome di battaglia ‘Mara’) e a mettere sulla mia lista ‘libri da leggere’ il tuo ‘Un tragedia negata’.

  11. Luciana Battan Says:

    Renato Curcio, Margherita Cagol, nomi noti, lei era di qui. Era di Trento e il suo nome mi arrivava come una leggenda. La leggenda di quelli che vogliono (volevano) cambiare il mondo, per ricrearlo a somiglianza di un sè stessi a cui avevano attribuito senso di verità pura, pertanto imponibile agli altri, a tutti i costi, anche con la lotta armata, appunto. Ricordi di fatti ritornano.
    Eppure questa lettera postata nel giorno di san Valentino si fa leggere ai miei occhi, che un po’ si sorprendono, ma non così tanto. Si fa leggere per quell’uomo dietro le sbarre, quell’uomo e il suo dire, quel dire a lei, così onnicomprensiva di tutti i suoi sensi: ideali, aspirazioni, lotta armata, amore. Ma qui c’è l’uomo che si dichiara, che va oltre lo stato acclamato di terrorista, per sfiorare l’ambito strettamente personale, magari quello che non ha mai mostrato “in pubblico”, quella parte di sè così intima e preziosa. Eppure mi appare chiaro che l’uomo non si scinde, mai. Una coerenza decisa, uno stato dell’essere, quindi. Irrevocabile, benchè addolcito dal sentimento d’amore e dai suoi ricordi.

  12. Ernst Hechinger Says:

    Meno male che il Dio del Capitale non lascia cadaveri per terra.

  13. Cristian Says:

    stravolgimento (in nome di dio naturalmente; solo così è possibile

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