Un po’ Voltaire, un po’ Cervantes, molto Barbera

by

di Enrico Macioci

la-truffa-come-una-delle-belle-arti1Che libro bizzarro e originale La truffa come una delle belle arti (Aliberti editore, 2016) di Gianluca Barbera! Un po’ romanzo e un po’ saggio filosofico, un po’ Don Chisciotte e un po’ Candido, con incursioni storiche e puntate, rapide ma acute, nel campo della filosofia, della psicologia, della sociologia.

Ciò che anzitutto colpisce è la padronanza culturale dell’autore, capace di muoversi disinvolto fra i diversi saperi e di scioglierli con naturalezza nel fluido della narrazione. La quale si occupa della dinastia catanese dei Lopiccolo, dal lontano 1842 fino ai giorni nostri. A parlare è l’ultimo discendente della schiatta, Carl Peter, oramai vecchio e malato; Carl si rivolge a un certo signor Ricci, che lo sta intervistando per redigere una biografia su di lui, in uscita presso un importante editore italiano. Il dialogo – in realtà un monologo di Lopiccolo, che di tanto in tanto gira al signor Ricci qualche domanda o esclamazione – si sviluppa nella stanza di un ospedale di Rio de Janeiro. Da Catania, dove all’inizio del libro si muove il bisnonno di Carl, fino a Rio dove il medesimo Carl langue, l’epopea familiare è costellata di spostamenti innumerevoli, quasi impossibili da ricostruire nella loro capricciosità, occasionalità e casualità. Barbera li snocciola con un piacere narrativo evidente, che si trasmette subito al lettore, una sorta di febbre giocosa. L’extravaganza, la deviazione, la parentesi, il racconto nel racconto costituiscono la cifra stilistica di Barbera, assieme a un lessico terso e a una sintassi che non “gratta” mai. Divertenti e preziosi inoltre gli innesti dialettali, a mezzo fra il romanesco e il siciliano.

Le traversie dei Lopiccolo s’incastrano perfettamente nelle più ampie vicende italiane ed europee fra sovrani, scienziati, risse, agguati, guerre e scoperte scientifiche. La truffa come una delle belle arti è uno di quei romanzi in cui risulta arduo discernere, a un certo punto, ciò che l’autore inventa da ciò che invece si limita a riferire. In tal senso mi sovviene Città distrutte di Davide Orecchio e, sebbene con toni e temi assai diversi, il grande W. G. Sebald.

Ma dove sta il nocciolo del romanzo? Come recita il titolo stesso, nel concetto quasi filosofico di truffa. I Lopiccolo sono impostori abili e incalliti, a tratti geniali, ma la truffa assurge qui a paradigma cognitivo dell’essere umano e dei suoi più oscuri moventi. La storia nostra personale, e di conseguenza la storia collettiva, non è in fondo che un’enorme truffa ininterrotta. Cerchiamo per prima cosa di sopravvivere; non paghi, cerchiamo poi – strane creature – la felicità; ma siamo come mosche prese nella ragnatela del Bene e del Male, concetti estranei tanto a Dio (seppure esiste) quanto al resto del creato. Non facciamo dunque che agitarci senza posa in un universo nel quale ci sentiamo estranei (“L’anima è straniera sulla terra”, cantava Trakl). Questa tremenda agitazione ontologica genera la truffa, ovvero il tentativo di aggirare un problema che, pur tinto da Barbera di umorismo ed eleganza, sfiora l’abisso del non senso e della follia. Si truffa per sopravvivere, per vivere meglio, per diventare ricchi, per diventare felici; si truffa, alla fin fine, per non morire. Il romanzo rovescia la poetica donchisciottesca: l’hidalgo si rifugiava nella menzogna senza che nessuno gli prestasse fede, i Lopiccolo elargiscono agli altri la menzogna in cui rifugiarsi. Un esemplare di sirena o uno di gigante seppellito, un’anziana ultrasecolare o il sacrificio di sedicimila bambini al nume della mitica isola di Formosa, dove ogni marito può disporre a piacimento della propria moglie, divorarla o imbalsamarla, e dove le donne si allacciano una banana intorno ai fianchi per poi penetrare le amiche di passaggio… tutto può in qualche maniera saziare, almeno per un poco, la fame di assurdo e di stupore degli umani, prigionieri della coscienza e del raziocinio.

Il finale (ma un’opera del genere non finisce, s’interrompe) è amaro, benché senza esagerare. Barbera non vuole – o magari non può – virare al cupo estremo; il suo ironico sorriso è tuttavia leggero solo in apparenza. Dietro le fantasmagorie e i funambolismi dei Lopiccolo, dietro le loro grottesche peripezie, dietro la farsa gigantesca che l’umanità inscena giorno per giorno, anno per anno, secolo per secolo, scorre infatti la tenebra in cui tutti prima o dopo, truffatori e truffati, dovremo lanciarci.

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3 Risposte to “Un po’ Voltaire, un po’ Cervantes, molto Barbera”

  1. Ma.Ma. Says:

    Premetto che mi è piaciuta molto come recensione, perché mi ha fatto venire la voglia di leggere questo libro. Però… avrei un però.

    E questo però riguarda un’affermazione: «La storia nostra personale (…) non è in fondo che un’enorme truffa ininterrotta».
    (Non lo dice Barbera, lo dice Macioci, giusto?, in ogni caso non cambia di molto il mio punto di vista).

    Ecco, a sostegno di questa affermazione mi pare si riportino dei comportamenti che a me però non sembrano c’entrare con la truffa.

    Cioè vengono elencati:
    – Cerchiamo per prima cosa di sopravvivere;
    – Cerchiamo poi (…) la felicità;
    – Non facciamo dunque che agitarci senza posa in un universo nel quale ci sentiamo estranei

    Per cui, la conclusione sarebbe che:
    – Questa tremenda agitazione ontologica genera la truffa, ovvero il tentativo di aggirare un problema che (…) sfiora l’abisso del non senso e della follia.
    Si truffa per sopravvivere, per vivere meglio, per diventare ricchi, per diventare felici; si truffa, alla fin fine, per non morire.

    Ecco, se posso – ma è un’opinione personale e forse ho confuso o frainteso – a me non pare “giusto”. Cioè: secondo me la truffa è un’agire, sì, per trarre propri benefici, ma che danneggia altri… e io non ci vedo danno ad altri in questa agitazione, semmai ci vedo un danno verso sé stessi, per cui sarebbe eventualmente un autoinganno, un’autotruffa e non davvero una truffa.

    Magari mi leggo il libro così capisco meglio quello che si intende.

  2. enricomacioci Says:

    @ Ma.Ma.
    La truffa è sia verso sé stessi che verso gli altri; nel romanzo di Barbera tutto ciò assurge a un livello direi ontologico. Del resto, delle due l’una: o c’è un aldilà, e non siamo pazzi; o non c’è, e siamo pazzi (per chi ci crede; per chi non ci crede, siamo solo dei poveracci dotati di coscienza). Nel dubbio – che è terribile – spesso preferiamo correre appresso alle illusioni, o produrle. Ma se non è chiaro il concetto, la colpa è mia: il romanzo è lucido e preciso come una lama.

  3. Ma.Ma. Says:

    No, no, non è colpa tua: tu sei stato chiarissimo. (Semmai sono io che mi incastro sovrapponendo le mie idee attorno a quel “tutti” che mi sta stretto). È il “danno” che mi sfugge, il “torto” che genera una truffa… in fondo anche se non dovesse esistere un aldilà: nell’oncoscienza della morte non subirei comunque torti 😉 Però, sì, leggerò…

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