UtN, 5 / Il rumore

by

daitarn_iii

di Elena Molisani

[Qui le regole del gioco. Per chi vuole, il racconto in pdf]

Nino diceva di averlo sentito, per la prima volta, a casa di nonna Elsa, dietro la porta della stanza chiusa. Quella camera era rimasta chiusa a chiave da quando il figlio di nonna Elsa era morto, molti anni prima, quando aveva più o meno l’età di Nino. Tutti e due sapevamo che Elsa ci entrava ogni tanto, per spolverare e dare aria e togliere le ragnatele; ma lo faceva sempre quand’era da sola e noi capivamo che ci era entrata, perché poi, per qualche giorno, sembrava sempre un po’ distratta e affaticata. Si muoveva più lentamente, iniziava un discorso e poi lo lasciava a metà, fermandosi a guardare qualcosa alle nostre spalle e, quando ci voltavamo per capire cosa stesse fissando, ci diceva «dove guardi cèo [1], son qua» ed era come se si svegliasse da uno stato di torpore.
All’inizio a Nino era sembrato il rumore di un cane che gratta dietro la porta; poi si era fermato ad ascoltare meglio e si era convinto che fosse una specie di tossetta roca, quel rumore che si fa per schiarirsi la gola dopo che si è stati in silenzio per un po’. E però, diceva Nino, era più “duro” e secco e così regolare da sembrare “meccanico” – così diceva lui – e dal modo in cui socchiudeva gli occhi e corrugava la fronte, capivo che non era neanche quella la definizione giusta e che gli mancavano le parole per farmi capire bene.
Di una cosa però era sicuro: la prima volta l’aveva sentito provenire da quella stanza, a casa di nonna Elsa ed era il 23 novembre, giorno di apertura del mercatino di Natale. Ne era certo perché Elsa aveva appena finito di dirci che no, quello proprio non potevamo chiederglielo; che poteva venire con noi sulle montagne russe, al fiume, anche in montagna, che non era certo la sua passione, ma al mercatino di Natale no, non ci avrebbe accompagnati. A noi non importava granché che fosse una trappola “acchiappaturisti” che aveva trasformato la città nella parodia di se stessa, come diceva lei; a dire il vero a me piaceva la parola parodia e la adoperavo in cortile, con un po’ di distacco, con la Susi e la Barbara quando non mi andava di giocare all’elastico. Ma se il senso della parola mi era chiaro quando pensavo a me e all’elastico, il significato diventava più nebuloso quando tentavo di associarlo alle casette di legno in piazza Walther, alle palle rosse e dorate che pendevano dagli ippocastani di palazzo Campofranco, alle carrozze trainate dai cavalli con i paraocchi. Io e Nino giravamo per la città con gli occhi bene aperti, ogni volta che ne avevamo l’occasione, e ci sembrava quasi di fluttuare tra la gente e che, qualsiasi cosa avessimo immaginato, anche la più ardita, in quel periodo dell’anno sarebbe potuta accadere. Per questo provavamo sempre a convincere Elsa ad accompagnarci al mercatino di Natale; perché anche lei, ci faceva un po’ lo stesso effetto.
Nonna Elsa non era veramente nostra nonna. L’avevamo conosciuta al cimitero, andando a trovare papà.
Io avevo preso l’abitudine di starmene a fissare l’acqua della fontana, dopo aver aiutato mamma a riempire il vaso per i fiori. Era una delle nostre nuove leggi, dacché papà era sparito. Io aiutavo mamma col vaso, i fiori e l’acqua e rimanevo alla fontana; Nino accompagnava mamma alla lapide, puliva con un fazzolettino di carta inumidito, e poi con un panno, la foto di papà sorridente con addosso il suo maglione blu. Poi veniva a guardare l’acqua della fontana insieme a me.
Elsa l’avevamo incontrata lì, perché, ci spiegò poi, tutto quello scorrere d’acqua dai beccucci metallici e ricurvi, la metteva di buon umore anche in un posto così triste. Veniva a trovare suo figlio Antonio una o due volte in settimana. Non le piaceva per niente fermarsi lì a guardare quella foto muta; le pareva proprio senza senso, e però bisognava pur che qualcuno si occupasse di tener pulito, di mettere i fiori freschi, di piantare un ginepro nano o un bosso che resistessero all’inverno schifo, come lo chiamava lei. Ci era piaciuta subito, a me e a Nino, e visto che sembrava proprio una nonna, perché aveva i capelli bianchi, le macchie sulle mani e diceva “portamonete”, e visto che noi i nonni non ce li avevamo più e quasi non li avevamo conosciuti, ci venne naturale di chiamarla così, e a lei non dispiacque.
Dacché papà era sparito, a me e Nino piaceva poco rimanere a casa. Con mamma non si riusciva a giocare, neanche quando c’erano le vacanze estive o quelle di Natale, perché il più delle volte doveva pulire casa, preparare il minestrone oppure dormire un po’, perché era così stanca che non stava in piedi, ci diceva. E quando Nino provava a raccontarle del rumore che aveva sentito da Elsa e che gli pareva fosse lo stesso che, da qualche notte, percepiva dietro la tenda del salotto, proprio vicino alla poltrona di papà, mi pareva che fosse lì lì per arrabbiarsi. Gli occhi le diventavano più scuri, iniziava a fissare il tavolino di vetro e a passarci sopra il dito per controllare la polvere; poi faceva sì sì con la testa e sbatteva le palpebre, mentre Nino parlava e, dopo poco, lo interrompeva, chiedendoci se avevamo voglia di portare a Elsa un pezzo di torta.
Con Elsa non ne parlammo. Era come se tra noi ci fosse un patto segreto, che non ci eravamo mai detti ad alta voce, ma di cui tutti e tre eravamo consapevoli: Antonio e la sua stanza non si nominavano. E quindi eravamo restii a raccontarle di una tossetta secca che proveniva proprio da lì. Io, a dire il vero, il rumore non lo avevo ancora mai sentito. Mi ero fermata un paio di volte di fronte alla porta chiusa della stanza di Antonio e anche vicino alla tenda, dietro alla poltrona di papà. Mi ero sforzata di rimanere immobile, di concentrarmi sul pomolo, sulla vernice bianca e pastosa che rivestiva il legno e sulla trama nodosa della poltrona dal sedile sformato. Mi ero messa l’indice e il pollice nelle orecchie, per aprirle meglio e fare in modo che il rumore, per quanto sommesso, arrivasse senza ostacoli. Ma niente.
Poi, un pomeriggio, sentii.
Era il primo di dicembre. Nonna Elsa ci aveva regalato il calendario d’avvento e il cioccolatino della prima finestrella toccava a me, che ero la più piccola. Era una legge di Elsa: coi più piccoli bisogna essere più gentili, e la sua idea di piccolo era ampia e si adattava a molte situazioni. Io di solito ci rientravo sempre. Elsa si era messa in testa di fare i biscotti di Natale, quell’anno, perché, anche se continuava a pensare che fosse una gran baggianata consumistica, diceva che fare la pasta frolla poteva essere divertente, che i suoi biscotti erano buoni e che non voleva ridursi a fare la vecchia inacidita, di quelle che non gli va mai bene niente. Così chiese a Nino di accompagnarla in cantina a recuperare le formine, il mattarello, la tasca da pasticcere e tutti quegli strumenti che aveva sbattuto in uno scatolone un po’ di anni prima, quando aveva deciso che il Natale non le interessava più.
Mi ritrovai sola e subito sentii qualcosa di diverso nello spazio che mi circondava. Era come se l’aria fosse diventata più pesante e mi spingesse a guardarmi dietro le spalle. Mi venne voglia di chiudere gli occhi e prendere grossi respiri, per capire meglio che odore si stesse diffondendo tutt’intorno a me. Era dolce e pareva buono, sulle prime. Ma poi, se stringevo le palpebre un po’ più forte e mi mettevo col naso all’insù, sentivo, in fondo in fondo a quell’odore dolce, qualcos’altro, come una coda acida che, velocissima, mi frustava la radice del naso facendomi lacrimare gli occhi, e poi spariva. Non avevo più nessuna voglia di aspettarli da sola; pensavo che avrei aperto la porta di casa e li avrei raggiunti in cantina, perché quella coda acida non mi piaceva, mi pareva un po’ stupida e cattiva e non volevo rimanere ancora lì, sola con lei. Ma era come quando, a casa da soli Nino ed io, ci mettevamo al buio di fronte allo specchio del bagno e spalancavamo gli occhi e facevamo un sorriso sinistro che ci terrorizzava. Era un gioco che facevamo quasi contro la nostra volontà, perché non volevamo avere così paura, eppure quel terrore era bello e ci attirava e finivamo per spaventarci a morte. E così, mentre nei miei pensieri aprivo la porta, accendevo la luce del giroscale e, in cantina, aiutavo Elsa e Nino ad aprire gli scatoloni, mi rendevo conto, come in sogno, che stavo in realtà seguendo l’odore lungo il corridoio, di fronte alla porta della stanza chiusa, che era, in quel momento, semiaperta.
Mi fermai a pochi passi di distanza, perché mi pareva di aver sentito qualcosa: un rumore così sommesso, che temevo che anche solo muovere un passo mi avrebbe impedito di distinguerlo e che, poi, non avrei sentito mai più nulla. Rimasi in attesa, con gli occhi chiusi e il naso all’insù, immersa in quell’odore dolce dalla coda acida, come di mele troppo mature. Capivo adesso Nino e la sua difficoltà nello spiegarmi il rumore: mi pareva una cosa conosciuta e allo stesso tempo impossibile da descrivere, perché era sì come lo sfregare di un cane che gratta la porta con le unghie, ma era pure una specie di tosse secca e roca, ma più dura e regolare, meccanica, con la nota stonata di un meccanismo che si inceppa. E anche se era sommesso e io dovevo tendermi tutta e quasi smettere di respirare per sentirlo, allo stesso tempo strabordava dalla stanza, curvava il profilo degli stipiti e correva, strisciando, verso i miei piedi e dietro di me.
Lo sentivo ora, dietro alle caviglie, ritmico e secco, sempre più vicino e in quel suono asciutto, pieno di un’indifferenza che mi metteva paura, si faceva strada in un sussurro il mio nome.
«Elena! Elena, cèo, cosa fai qui?». Elsa mi guardava con gli occhi chiari appena un po’ velati, mentre Nino mi fissava corrucciato, come quando pensava che lo imbrogliassi a “un due tre stella”. Elsa mi superò e richiuse la porta della camera di Antonio. Poi, mi carezzò la guancia, mi appoggiò una mano sulla fronte come faceva mamma quando avevo la febbre e mi disse: «’Sti biscotti li facciamo prima che venga Natale o no?». Non so bene cosa vidi di diverso in lei: forse le due rughe che le solcavano la fronte si erano spianate un poco, o forse era scomparsa quella piega amara che, per quanto pieni di tenerezza fossero i suoi sorrisi, la faceva sembrare triste e inquieta. Seppi con certezza però, che anche lei aveva sentito.

* * *

«Non ci stiamo tutti e due!».
«Sì che ci stiamo. È solo che sei una fifona. E allora ti inventi la scusa che non ci stiamo».
Da quando anch’io avevo sentito il rumore, Nino si era messo in testa di passare una notte insieme sulla poltrona di papà, per vedere se sarei riuscita a sentirlo anche lì, provenire dalla tenda del salotto. Si era incattivito con me, mi torturava, accusandomi di essere troppo paurosa o, all’opposto, di essermi inventata tutto per copiarlo. Non capivo perché volesse mettere alla prova anche il salotto, visto che ormai, fuori di casa, lo sentivamo ovunque.
Elsa, invece, aveva cambiato idea sul mercatino di Natale e non faceva che proporci di accompagnarla in piazza Walther a comprare addobbi e lucine colorate, palle di vetro dipinte a mano, decorazioni di paglia intrecciata. Diceva che voleva preparare la casa come si deve, che da troppi anni aveva fatto la sciattona in quel periodo, quasi per puntiglio, e che mettere un po’ in ghingheri l’appartamento non poteva che farle bene. L’importante era non rincitrullirsi al punto da indossare un cappello a forma d’alce. Si preparava con cura, indossando abiti che non le avevo mai visto prima. Mi piaceva, quando mi prendeva per mano, togliermi la muffola per carezzare i suoi guanti in pelle, morbidi e attillati, e giocare coi bottoncini che ne ornavano i profili. In mezzo alle casette di legno, che sembravano tante piccole baite giocattolo, Nino ed io ci perdevamo, inseguendo i profumi del vin brulé, del succo di mela caldo, degli Strauben che Elsa poi ci avrebbe comprato. Ma, per quanto fossimo felici in tutta quella confusione, piena di tintinnii, di cori e di suoni cristallini, il rumore ci seguiva, stava in agguato e, appena ce n’eravamo dimenticati, ritornava a sfregarci vicino, a tossicchiare seccamente, ritmicamente. Solo Elsa non si girava di scatto, ma proseguiva tra le casette, cercando la decorazione giusta, quella che aveva in mente e che ricordava di aver visto proprio lì, nella casetta vicino all’abete più grande.
Il giorno prima della vigilia di Natale ci svegliammo presto e di malumore. Mamma aveva il mal di testa e, dopo averci raccomandato di non far troppo rumore e di non litigare, si rimise a letto a dormire. Dalle persiane abbassate filtrava una luce opaca e tutta quella penombra ci metteva in uno stato di malinconia e pigrizia; per noia ci facevamo i dispetti e, le luci intermittenti dell’albero di Natale illuminavano i nostri visi di un’aura cattiva.
«Non ti siedi con me sulla poltrona, perché hai paura. Sei una fifona pappamolla». Nino mi guardava dritto negli occhi, in un modo che mi rese triste e disperata; ero convinta che di me non gli importasse più nulla.
« Sei tu che quando lo sentiamo fuori mi dici “Ti prego, torniamo a casa”! Pappamolla tu! Cattivo e pappamolla. Sulla poltrona di papà non ci vengo, perché se non c’è lui che ci fa le parole crociate non mi piace starci seduta.»
Nino si rimise accovacciato ai piedi del letto e continuò per un po’ a giocare da solo coi robot, mentre io lo guardavo ancora arrabbiata, con la speranza che per una volta fosse lui a chiedermi scusa e mi facesse muovere Daitarn 3, anziché darmi il solito robot nero senza nome. Daitarn poteva lanciare i pugni, aveva una spada argentata e lo scudo giallo e, piegando e spostando spalle, testa e gambe in una combinazione che a me non riusciva mai, si trasformava in una navetta spaziale.
«Questo lo metti qui. Poi pieghi le gambe, così. Le spalle son difficili. Se non le fai bene me le rompi».
«Falle tu. Io metto le ali. Però non ridere».
Mentre mi spiegava come comporre la navetta, non mi guardava in faccia, ma mi prendeva le mani guidandole lungo gli snodi e gli incastri e, talvolta, quando ero troppo impacciata e rischiavo di forzare la plastica rigida del robot, interveniva deciso, ma senza prepotenza, paziente. Passammo il pomeriggio così, scambiandoci giusto le indicazioni necessarie a compiere quella trasformazione più e più volte, finché non mi venne facile e quasi automatica.
Sentivo che ci volevamo bene di nuovo.
Quando calò la sera Daitarn 3 mi era quasi venuto a noia. Lo parcheggiamo sotto al letto, ci prendemmo per mano e andammo in salotto. Nino diceva che lì il rumore era un po’ diverso.
La poltrona di papà aveva la seduta lisa e sformata; si sentivano, quando ci si metteva seduti, i bugni [2] duri dell’imbottitura che si era raggrumata qui e là e il punzecchìo delle molle. Soltanto papà sapeva trovare la posizione giusta per mettercisi seduto comodo; diceva che la poltrona riconosceva solo l’impronta del suo sedere. Io e Nino ci incastrammo tra i braccioli, seduti talmente vicini l’uno all’altra da non riuscire a muoverci. I nostri piedi non toccavano terra – la seduta era profonda – e li facevamo dondolare davanti al tavolino di vetro su cui ancora c’erano la Settimana Enigmistica non finita e il libro preferito di papà, “Il gioco del rovescio”.
Mi misi a chiudere ed aprire gli occhi seguendo il ritmo intermittente delle lucine che decoravano il nostro albero; per un attimo tutto era giallo e pastoso, un momento dopo vedevo solo profili d’ombre e stentavo a credere che quel che poggiava alla parete di destra fosse davvero la credenza bassa, che mamma era solita spolverare con accanimento. Il rumore iniziò a grattare dietro di noi. Aveva ragione Nino; qui era diverso, più vicino, più morbido, come se qualcosa sfregasse la stoffa nodosa della poltrona, tentando di uscirne, in un certo senso. E anche qui, quel che inizialmente ci pareva un raschio, diventava altro, una tosse più fonda però, che nascondeva sillabe, forse parole, suoni che sapevo avrei dovuto riconoscere, ma a cui arrivavo sempre un momento dopo, senza poterli afferrare.
A un tratto Nino mi strinse forte la mano e sussurrò: «L’hai visto?». Accanto a noi e, ne eravamo sicuri, alle nostre spalle, qualcosa si muoveva, si tendeva a sfiorarci i capelli, i gomiti, forse le scapole; ma per quanto voltassimo la testa di scatto, per cogliere di sorpresa quel che sentivamo essere lì, a un passo da noi, per quanto fossimo veloci e ormai temerari, quasi spavaldi per la paura, non lo eravamo mai abbastanza.
Ci addormentammo, esausti, sulla poltrona di papà e ci abbandonammo al rumore, divenuto ormai familiare.
Mamma ci svegliò con dolcezza e un po’ di pentimento, la mattina dopo. Aveva preparato la zuppa d’orzo col carré, il lesso, la salsa verde e la torta con panna acida e cannella. Si era fatta prestare da Elsa un po’ di ingredienti e l’aveva trovata indaffarata a preparare una cena elaborata, per la quale, le aveva confidato, Antonio sarebbe andato matto, se solo ci fosse stato, povero cèo. Il baccalà e le seppioline in umido erano i suoi piatti preferiti. Soprattutto il baccalà, che doveva essere messo sotto l’acqua corrente per giorni, e cotto poi lentamente, a fiamma bassa. Piaceva al suo Antonio, le aveva detto Elsa, stare a guardare quei tranci di pesce sotto l’acqua corrente. Anche da molto piccolo, quando erano ancora al paese, poteva rimanere ore davanti ai banchi del pesce, al mercato.
Mamma ci suggerì di andarla a trovare dopo pranzo, con la scusa di portarle il regalo e una fetta di torta, e di distrarla un po’. Diceva che il Natale era una gran batosta quando si era soli come Elsa.
Quando venne ad aprirci la porta, stentai a riconoscerla e mi affrettai a cercare in Nino una rassicurazione, uno sguardo tranquillo e noncurante che mi dicesse che Elsa era sempre la stessa. Ma anche in lui trovai il mio stesso smarrimento.
C’era un che di esaltato nei suoi occhi, una luce maliziosa e sfuggente. Aveva tinto i capelli di un biondo cenere e si era messa il rossetto.
Quando le dissi che le avevamo portato il regalo di Natale e una fetta di torta fatta da mamma, sulle prime mi sembrò infastidita, come se quasi non volesse farci entrare. Si pentì subito di quella stizza e ci fece strada in sala da pranzo, ma c’era tra noi un imbarazzo che ci spingeva ad essere formali e ci impediva di sederci liberamente, sul divano trapuntato, e chiederle latte e biscotti. Aprì il nostro regalo con gesti trattenuti, incaponendosi per non stracciare completamente la carta da pacchi rosso rubino; si rasserenò solo quando vide il bel cammeo che mamma ci aveva suggerito di prenderle da Trodele, il rigattiere di via Leonardo Da Vinci dove Elsa ci portava spesso.
«Che tesori ‘sti cèi. Lo metto stasera, col vestito verde? Sta bene, guarda Elena che bene che sta. È bello questo Natale, bambini. Proprio un bel Natale». Elsa ci baciò sulla fronte. Mentre ci prendeva per mano, accompagnandoci verso la porta di ingresso, il rumore si diffuse nitido e ritmico, sempre più forte, per tutta la casa. Elsa ci guardava con tenerezza e un po’ di nostalgia, come se intendesse salutarci per sempre, definitivamente. Poi si chinò verso di noi e ci sussurrò: « Magari stanotte, quando lo sentite che gratta e tossisce, se vi girate piano, lo vedete anche voi. E magari anche lui decide di fermarsi. È un bel Natale questo».

[1] “Piccolo”, nella parlata veneta del Veneto Orientale e del Bellunese (n. di gm).
[2] Bozze, protuberanze.

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8 Risposte to “UtN, 5 / Il rumore”

  1. Amanda Melling Says:

    Mi piace molto lo stile incalzante e semplice di questa storia. Non so Elisa se ha già pubblicato oppure no, ma per me ha un grande talento.

  2. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Gogol ne Le anime morte dice più o meno: “sono allo stesso titolo mirabili le lenti che contemplano i soli e quelle che rendono i movimenti degl’invisibili microrganismi”.
    A me piace la cura dello stile più che la trama e se devo scegliere tra una storia banale scritta mirabilmente e una storia sconvolgente scritta sciattamente scelgo la prima combinazione.
    Questa è una storia credibile, semplice e piuttosto lunga che ti spinge a continuare la lettura perché non c’è niente che interrompa l’azione o faccia calare l’interesse. Mi pare una mirabile applicazione dello “show don’t tell”: io ho visto Nino e l’Elena al cospetto del fantasma di Antonio e ho sentito i loro brividi lungo la schiena.

  3. Eliana Says:

    Classico si, ma questo mi ha messo paura. Argomento sempre da brividi quello del cosa c’è “là” quando non siamo più “qua”. Scritto bene senza spiegare troppo. Mi è piaciuto.

  4. Luciana Says:

    Nel suo fluire pacato e “saggio”, come i racconti d’altri tempi, trovo in questo racconto una grande dolcezza. E questa sensazione di dolcezza mi aiuta a penetrare nei personaggi, tutti adeguati a questo contesto.
    Il “rumore” della mancanza di Antonio e del padre dei bambini accompagna e pervade la storia; un rumore che si anima di più nel tempo del Natale, in quell’Avvento di cui si conosce la portata. E allora Elsa si trasforma, riprende in mano i segni natalizi ed è sicura che il figlio, quest’anno, tornerà. Come è sicura che i due bambini, che hanno vissuto la stessa sua storia, avranno anche loro il più bel regalo di Natale. (Das ist eine Frohe Weihnachten)

  5. Many Kazem Goudarzi Says:

    Un fantasma per regalo. Mi è piaciuta molto la caratterizzazione dei bambini. Elsa e la madre mi hanno colpito meno, ma i bambini sono delineati molto bene. Mi è piaciuta soprattutto la scena in cui sono in due nella poltrona e litigano.

  6. C.P. Says:

    A metà racconto ho iniziato a pensare che Nino fosse, in realtà, il fantasma di Antonio, percepito dalla narratrice come un bambino vero, una specie di fratello (Nino può essere un diminutivo di Antonio e il Daitarn 3 con cui giocano è un giocattolo “antico”). Inferenza sbagliata: peccato, però.

  7. Nadia Bertolani Says:

    Questo racconto, più di tutti gli altri, sottolinea il contrasto tra il Natale oleografico e quello terribile, reso ancor più pauroso per il fatto che il punto di vista è quello dei due bambini. Molto bello!

  8. Marion Koenigsberger Says:

    Emozionante e inquietante, al modo di Marie Luise Kaschnitz.

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