UtN, 4 / Guarda le cose

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di Noemi de Lisi

[Qui le regole del gioco. Per chi volesse: il racconto in pdf].

La nonna era cieca da un occhio. Quando ero piccolo ne chiudevo uno e giravo così per la casa. Lei mi scopriva e mi diceva: «Scimunito!», così lo riaprivo e mi accorgevo della differenza: “Povera nonna”, pensavo, “povera nonna”.
Trascinai l’albero di plastica verso destra: «Così lo vedi?», dissi ancora chinato, con gli occhi sul pavimento. «Un altro poco», disse la nonna con la voce rauca come sempre. Lo trascinai ancora di due passi: «Basta», mi fermai. Mi raddrizzai e cominciai ad appendere sui rami le decorazioni vecchie e ammuffite. Le tenevamo in uno scatolone marcio. Quando lo prendevo dallo sgabuzzino, una volta all’anno, mi impolveravo le mani, mi sentivo tutto sporco e mi innervosivo. La nonna stava sulla sedia a rotelle nello stesso angolo del salotto dove stava seduta anche prima, quando ancora si poteva alzare e camminare da sola. Avevo tolto la poltrona e avevo fatto spazio per la sedia a rotelle. Così la posizionavo lì quando voleva stare in salotto, proprio dove si metteva prima, per non farla sentire diversa.
«Le luci ce le metti?»
«Ora, nonna, un attimo! Quelle alla fine.»
Misi il festone argentato tutto attorno ai rami, anche se ormai era brutto e spelacchiato. Poi avvolsi l’albero con i fili delle luci: c’erano quelle bianche, che rimanevano fisse, e quelle colorate che si spegnevano e accendevano da sole. Alla nonna piacevano di più quelle intermittenti. «Avanti, ho finito», accesi le luci dell’albero, poi andai a spegnere l’interruttore del salotto. Anche se erano le cinque di pomeriggio, la stanza divenne buia, sembrava notte, e l’albero brillava:
«Sei contenta?»
«Bravo, figlio mio. Che sono belle.»
La nonna tirò fuori un fazzoletto di carta appallottolato da dentro la manica del maglione e se lo passò sugli occhi. Poi tornò a guardare l’albero, e si spaventò perché mi ero messo dalla parte dell’occhio cieco:
«Dove sei?»
«Qua sono. Ma perché ti spaventi? Te l’ho detto che non me ne vado.»

Da quando io e la nonna eravamo rimasti soli, non ero più uscito di casa. La nonna mi voleva vedere sempre. Quando le prime volte mi ero allontanato, aveva urlato dalla finestra: «Aiuto, aiuto! Mi sta ammazzando. Venite, aiuto». Una volta quelli del piano di sopra avevano chiamato i carabinieri. Quelli erano venuti e io avevo dovuto spiegargli che non avevo fatto niente, e avevo dovuto dire che la nonna era pazza, che bisognava lasciarla perdere. Nel palazzo poi tutti sapevano com’erano le cose nella nostra casa, e nessuno si preoccupava più. A parte i carabinieri quella volta, nessuno aveva bussato di nuovo alla porta. Solo ogni settimana veniva il ragazzo del supermercato a portarci la spesa, era l’unica persona con la quale parlavo a parte la nonna. All’inizio mi vergognavo, gli davo i soldi e non dicevo manco grazie, gli chiudevo la porta in faccia. Poi a forza di vederlo, mi ero calmato e gli avevo chiesto pure l’età dato che sembrava mio coetaneo:
«Ne faccio venti sto mese.»
«Ah, quanto me, preciso. Io però li faccio in estate.»

Riaccesi la luce del salotto. «Per ora l’albero lo spegniamo, va bene?». Andai verso l’albero, mi chinai e spensi le luci.
«Era più bello prima.»
«Lo so. Ma dopo lo riaccendo. Per ora è presto. Sciupa luce.»
La nonna non disse niente, si asciugò di nuovo gli occhi col fazzoletto, tossì, lo dispiegò e ci vomitò dentro il catarro. Mi sedetti sulla sedia a dondolo, accanto alla nonna, dal lato dell’occhio buono. La sedia era vecchia, cigolava ed era tutta scivolosa. Dovevo stare attento, con i muscoli tesi per non cadere mentre dondolava, ed era già successo: mi ero intontito ad ascoltare la sedia che faceva «Crack crack», avevo allentato la presa dai braccioli ed ero scivolato a terra.
«Vuoi che ti accendo la televisione?»
«No, no. Non c’è niente a quest’ora. Poi, più tardi me la guardo.»
«Ah ma a che punto sei con le calze?»
«Eh, ancora un pezzettino ce ne vuole e le finisco. Così te le metti.»
La nonna abbassò la mano e rovistò dentro il sacchetto di plastica trasparente che teneva appeso al bracciolo della sedia a rotelle. Ci teneva dentro le sue cose. Tirò fuori un lungo ferro al quale erano intrecciati i fili di lana che formavano la sagoma di una calza.
«Ti piace arancione, vero?»
«Qualsiasi colore è uguale. Tanto non me le deve vedere nessuno. Te lo dicevo perché quelle che ho si sono bucate e mi entra il freddo.»
«Manca un pezzetto e te le puoi mettere. Però stacci più attento. Non le fare sciupare in un mese.»
La nonna posò il ferro con la lana dentro il sacchetto. Tirò fuori gli occhiali da vista e li indossò. Poi prese una rivista dalle pagine tutte smussate e gonfie, perché tempo fa, quando mi ero rotto il dito, ci avevo fatto cadere su un bicchiere d’acqua.
La nonna aveva sempre quelle tre riviste di gossip. Le leggeva e rileggeva, e negli spazi bianchi fra un articolo e l’altro, ci scriveva i suoi pensieri o le cose che voleva da mangiare. A me pareva male chiedere al ragazzo del supermercato di andare in edicola, così mi inventavo delle storie e le raccontavo alla nonna per farla svagare.

A me piacevano le fiabe. Quando ero piccolo, a ogni compleanno, papà mi regalava una raccolta di fiabe. Poi mi diceva di leggerle ad alta voce, per farmi allenare. Da quando io e la nonna eravamo rimasti soli, le avevo già letto tutti i libri di fiabe, avevo solo quelli. A lei non piacevano molto. Una volta che avevo ricominciato a leggergliene uno daccapo, aveva preso uno dei ferri per la lana, e aveva cominciato a colpirmi forte sulla coscia. Avevo messo le mani dove mi colpiva, e mi ero rotto il mignolo. Poi, avevo dovuto fare le faccende di casa con una mano sola, ed ero diventato bravo. Così, quando il dito non mi faceva più male, era solo diventato storto, con due mani facevo tutto in un secondo perché le cose mi sembravano più facili.

«Ti racconto una storia?». La nonna smise di guardare la rivista, la posò sulle ginocchia e si levò gli occhiali: «Sì, figlio mio, parla. C’è troppo silenzio.». Allora cominciai a dondolare sulla sedia e a raccontare quello che mi veniva in mente come se lo stessi leggendo: «Tanto tempo fa, in un regno lontano, nacque una bambina lo stesso giorno che sua madre, la regina, morì. Nonostante questo lutto, la principessa viveva felice, amata dai sudditi e dal re. Egli straveda per la figlia, e ogni notte, dopo che la balia l’aveva messa a letto, entrava nella sua stanza, le baciava la fronte e le sussurrava: “Darei il mio regno per te”.

La principessa cresceva bella e buona, sembrava fatta di stelle e burro. Le piaceva giocare nell’immenso giardino del castello. Giocava a rincorrersi con i cani da caccia del re, saltava la corda, e raccoglieva fiori che poi regalava alle serve. Un giorno, quando aveva appena compiuto otto anni, mentre rincorreva una farfalla attraverso il giardino, scoprì un’apertura, mai vista prima, fra le siepi. Dal fondo di quella entrata, proveniva un rumore, un verso, la principessa sentiva fare: “crack crack”, da lontano. Curiosa quanto bella e buona, si mise a carponi e vi strisciò attraverso. Sbucò in una foresta, fuori dalle mura del castello. Felice poiché non era mai andata al di là del giardino, cominciò a camminare, meravigliata da ogni cosa nuova che vedeva: una vecchia quercia mastodontica, un merlo dal becco rosso scintillante, un ruscello trasparente fra i sassi verdi. Così, camminando, si fece buio. Il cielo era nero pece, senza la luna. La principessa si accucciò sotto i rami intrecciati di un albero, fra le foglie secche che facevano “crack”, e cominciò a piangere con le mani sugli occhi.

Intanto, il re che non la vide tornare, mandò i suoi sudditi a cercarla dappertutto. Si strappava i capelli e gli tremavano i denti mentre l’aspettava alla finestra più alta della torre. I servi andavano e venivano con le fiaccole per tutto il giardino, rincorrendo i cani che annusavano e abbaiavano, prima da una parte, poi dall’altra.

“Perché piangi?”, disse una voce profonda e roca nel buio della foresta. La principessa smise di singhiozzare e tolse le mani dagli occhi. Tese l’orecchio per ascoltare, non era sicura di aver sentito quelle parole, poteva essere il vento, o il verso di animale.
“Perché piangi?”, disse di nuovo la voce.
“Mi sono persa.”
“Ti posso aiutare se mi fai una promessa.”
“Dimmi la promessa.”
“Ti donerò un mio occhio. Illuminerà la notte della foresta e ti guiderà verso casa. In cambio, mi devi promettere che fra dieci anni tornerai per sposarmi.”
“Lo prometto”, disse subito la principessa e non ci pensò più. Ci fu silenzio. Una piccola sfera luminosa come una stella apparve fra le sue mani. Lei sorrise, si alzò dal mucchio di foglie secche e seguendo la luce, poté tornare a casa. Quando la videro tornare dal giardino, i sudditi diedero subito l’annuncio, e il re svenne per la gioia. La principessa aveva tutto il bel vestitino stracciato, sporco di terra, e fra le mani teneva una piccola sfera, grande quanto un occhio, ma bianca e dura come un dente…», mi venne un conato di vomito. Mi succedeva sempre quando la nonna si sporcava; la puzza era pestifera e non la smettevo di sentirmi male ogni volta. L’aria della stanza divenne subito irrespirabile. Mi alzai dalla sedia a dondolo, tossii forte, e spinsi in fretta la nonna fuori dal salotto. Entrammo nella camera da letto, indossai la mia solita mascherina di cartone che mi copriva il naso e la bocca, sollevai la nonna dalla sedia a rotelle, la stesi sul letto e cominciai a svestirla per cambiarla. Quando dispiegai il pannolone, la puzza si diffuse in tutta la casa. Quando la cambiavo, la nonna si agitava, mi graffiava, mi tirava i capelli, mi chiamava “disgraziato”, e mi diceva: “devi buttare sangue dal cuore!”. Quando finii di lavarla, cambiarla e mettere a posto le cose che avevo messo in mezzo, aprii la finestra della camera, sollevai la nonna e la rimisi sulla sedia: «Andiamo in cucina che comincio a preparare?», dissi mentre già la spingevo lungo il corridoio per non farle prendere freddo. «Lo puoi accendere ora, vero?», mi fermai, lasciai la nonna sulla soglia del salotto così poteva vedermi, entrai e accesi l’albero. Le luci brillavano, le ombre colorate si riflettevano sulla parete. Anche in quella stanza aprii la finestra. L’aria fredda mi si buttò sul viso, avevo gli occhi secchi. Guardai i balconi dei palazzi di fronte: le ringhiere erano addobbate con festoni e luci come fossero dei negozi. Mi ricordai del tavolo pieno di regali che mi aveva fatto trovare papà una mattina di Natale. C’erano tanti pacchetti e avevo paura di toccarli: “Papà, sono tutti miei?”, gli avevo detto, anche se ero l’unico bambino, e lui mi aveva risposto di sì.

Da quando io e la nonna eravamo rimasti soli, il Natale mi faceva solo innervosire perché dovevo prendere lo scatolone marcio delle decorazioni. Montavo l’albero per la nonna la vigilia, poi per Santo Stefano lo smontavo, perché non sopportavo di vederlo per tanto. «Avanti. Che fai fermo?», disse la nonna. Uscii dal salotto, mi misi dietro la sua sedia e ricominciai a spingerla. Entrammo in cucina. Spinsi la nonna al suo posto a tavola e chiusi la porta per non fare entrare la corrente. La casa era vecchia, il corridoio era lungo e quando si apriva una finestra, tutte le porte sbattevano. L’inverno si moriva di freddo e l’estate di caldo. La nonna stava sempre male, io bene.

Accesi il piccolo televisore che tenevamo sopra il frigorifero e diedi il telecomando alla nonna. Avevo segnato i pulsanti che doveva premere. Si sintonizzò sulla recita del rosario e mise il volume altissimo. Io cominciai a preparare da mangiare. All’inizio del mese, la nonna si era fissata con la carne di coniglio perché aveva visto una ricetta in televisione. Io le avevo detto che non sapevo cucinare il coniglio e che la carne costava assai. Lei mi aveva detto che facevo schifo, mi aveva ripetuto per giorni: “Il coniglio! Il coniglio!”, e quando gli ero andato vicino per cambiarla, mi aveva preso per i capelli e mi aveva morso lo zigomo così forte che avevo urlato. Poi mi era spuntato il livido e avevo la guancia gonfia. Per questo poi quando il ragazzo della spesa aveva suonato alla porta, quel giorno, non l’avevo spalancata come al solito, avevo aperto solo una fessura, ci avevo passato il braccio attraverso per dargli i soldi, avevo preso il sacchetto e l’avevo richiusa, non avevo potuto scambiarci una parola.

Misi le patate a bollire in una pentola e i giri [1] in un’altra. La nonna recitava il rosario, io stavo in piedi accanto alla cucina a gas e mi veniva di dire anche io le preghiere anche se non ci avevo mai creduto.
«Che ti posso regalare per domani?», disse la nonna e vomitò il catarro nel fazzoletto. Urlavo per superare il volume della televisione:
«Ma che mi devi regalare? Perché ogni anno te ne esci con sto discorso?»
«Ti vedo triste. Cosa ti posso regalare, figlio mio? Non ti devo fare niente manco per Natale?»
«Non voglio niente, non sono triste. Non mi stai già facendo le calze di lana?»
«Ma che c’entra… che centra!»
«Non voglio niente.»
«Bugiardo! Io lo so quello che vuoi… devo morire, figlio mio, così ti liberi. Questo è un grande regalo.»
«Smettila. Recita le preghiere, non dire fesserie.»
La nonna tornò a fissare il televisore: «Il signore mi deve fare questa grazia, mi deve fare morire». Infilzai le patate con una forchetta: erano cotte.

La nonna diceva sempre che voleva morire, poi si metteva a piangere perché aveva paura, e io mi innervosivo. Da quando eravamo rimasti soli, era passato troppo tempo e ormai mi ero abituato. Solo ogni tanto mi sentivo strano ed era come se stessi piangendo, anche se avevo gli occhi secchi. Una volta, una notte in cui mi sentivo strano, il cuore mi batteva forte, sudavo e non riuscivo a dormire, ero uscito fuori di casa. La nonna russava nel letto di fronte al mio, attaccata al ventilatore polmonare come sempre. Il ventilatore emetteva una lucina gialla che lampeggiava quando l’apparecchio era acceso. Avevo gli occhi spalancati nel buio, guardavo la lucina spegnersi e accendersi. Mi sentivo strano, mi dava fastidio il cuore che si muoveva dentro, e non smetteva anche se mi ero dato dei pugni sul petto. Così, ero sceso dal letto e avevo cominciato a spostarmi lentamente. Facevo un passo quando la nonna inspirava perché faceva più rumore. “Solo un po’ d’aria… ti prego, fammi prendere un po’ d’aria”, pensavo, e nel frattempo ero uscito dalla stanza. Avevo indossato le scarpe che tenevo in mano, avevo aperto la porta di ingresso ed ero uscito sul pianerottolo in pigiama. Avevo socchiuso la porta dietro di me ed ero rimasto a guardare intontito la penombra. Mi ero aggrappato al corrimano, avevo guardato prima su e poi giù nella tromba delle scale e avevo respirato forte. Poi avevo fatto il gioco di sporgermi finché potevo, finché non sentivo di perdere l’equilibrio in avanti, e allora raddrizzavo subito la schiena. Il cuore si muoveva ancora ma era una cosa diversa. Mi veniva da ridere e avevo gli occhi bagnati. Mi allontanavo dal corrimano, tendevo l’orecchio verso la porta socchiusa, sentivo la nonna russare piano: “Tutto va bene finché la nonna russa.”, pensavo, ed ero rimasto lì per un po’ perché era bello, perché l’aria mi sembrava pulita, e avevo il cuore diverso. Poi avevo aperto piano la porta ed ero rientrato perché non sentivo più la nonna russare e mi ero spaventato. Ero tornato nella stanza, mi ero levato le scarpe e mi ero sporto sul letto della nonna per guardarla. Respirava ma aveva smesso di russare. Aveva una maschera di plastica sul viso che le copriva il naso e la bocca, la maschera era attaccata al tubo del ventilatore polmonare. Sopra il letto c’era una finestra e la luce che veniva dalla strada illuminava la faccia della nonna: aveva la pelle con le grinze, le macchie sulle guance e la gobba sul naso come quella mia. Poi aveva sbarrato un occhio mentre la guardavo, ma non mi ero spaventato, perché era quello cieco.

Quando la nonna finì di mangiare, sparecchiai, lavai i piatti e mi sedetti di nuovo al tavolo per guardare il televisore. La nonna spesso si girava per vedere se fossi sempre là seduto. Dal soffitto venivano rumori di tacchi e di sedie che strisciano. Era sempre così nei giorni di festa: quelli del piano di sopra invitavano tanta gente e facevano confusione fino a tardi, la nonna si lamentava: «Disgraziati», diceva, «disgraziati», «Non vedo l’ora che finisce tutto», dicevo io. Mi venne un conato di vomito, mi alzai e spinsi la nonna fuori dalla cucina per cambiarla per la terza e ultima volta della giornata. Quando passammo davanti alla porta aperta del salotto, mi girai a guardare l’albero illuminato, era bello. Entrammo in camera da letto, presi in braccio la nonna e la misi sul letto. Mentre ero chinato su di lei per pulirla, dalla finestra aperta sentii le campane della chiesa per la messa di mezzanotte. La nonna cominciò a prendermi a pugni e mi spaccò il labbro. Poi le infilai il pigiama pesante, chiusi la finestra e lei si calmò. Le infilai la maschera e accesi il ventilatore polmonare. «Finisco di raccontarti la storia?», dissi. La nonna mi guardò, aveva le pupille giallognole e liquide. Mi sedetti sul letto e cominciai: «Gli anni passarono, la principessa non pensò più alla promessa fatta nella foresta. Crebbe, e divenne così bella che certi giovani servi avevano paura di guardarla troppo per non cadere a terra morti. Ma oltre che bella era anche sempre più gentile e buona. Tutti l’amavano, il re stravedeva sempre più di giorno in giorno. Per il suo diciottesimo compleanno, durante i festeggiamenti, arrivarono i principi dagli altri regni per chiederla in sposa, ma il re li rifiutò tutti perché diceva che non erano degni. La mattina dopo il compleanno della principessa, tutte le galline del regno deposero uova vuote. Non si sapeva spiegare una cosa simile, e il re ebbe il suo primo grattacapo. Il giorno dopo, infatti, le vacche fecero latte acido. Il re cominciò a riunire a attorno a sé i migliori consiglieri per capire cosa stesse accadendo, ma neanche quelli riuscivano a dare una spiegazione, si stringevano le tempie, si grattavano la testa: “Maestà è colpa della luna.”, “No, Maestà è colpa di Dio , “No, Maestà è colpa dei nemici del regno”, non sapevano cosa dire prima. Il terzo giorno, un suddito arrivò trafelato dal re, gli raccontò di aver aperto un sacco di farina e di averci trovato, invece, la cenere; allora, disse di aver aperto anche gli altri sacchi del deposito, e di aver fatto la stessa scoperta: tutta le scorte di farina erano diventata cenere. Il re cominciò a strapparsi i capelli, e mandò a chiamare lo Zingaro del paese. Lo Zingaro era un vecchio scheletrico vestito di stracci che mendicava per il paese trascinandosi con un bastone bitorzoluto. Nessuno sapeva da dove fosse venuto, nessuno sapeva il suo vero nome. Gli abitanti lo evitavano, ne avevano timore perché sapeva ogni cosa, e tutto quello che diceva era la verità.

“Tu sai quello che sta succedendo, spiegami il perché!”, gli disse il re.
“Maestà, è colpa della vostra principessa. Quella notte, quando si smarrì da bambina, ha promesso all’orco della foresta di diventare sua sposa. ”
“Tu menti!”. Allora, lo Zingaro raccontò per filo e per segno cosa accadde quella notte nella foresta, e aggiunse: “Maestà, se non la mandate in sposa all’orco, una disgrazia capiterà nel regno per ogni giorno che lei ritarda.” Il re, che aveva cominciato a piangere mentre lo zingaro parlava, si strofinava gli occhi arrossati: “Come fare? Come fare?”, disse, e si strappò i capelli.
“Maestà, se mi promettete il vostro regno, vi dico come fare per evitare questa disgrazia.”
Il re andò su tutte le furie:
“Che vecchiaccio insolente! Lurido mendicante, come osi chiedere una ricompensa tanto grande? Chiedi il regno del tuo re, miserabile traditore!”
“Maestà, lo avete detto voi tutti i giorni, da quando la principessa è nata: Darei il mio regno per te. Parola di re è parola di re.”
Il re si alzò dal trono per avventarsi contro lo Zingaro ma lui gli scappò da sotto le mani come una lepre; fuggì col suo bastone bitorzoluto dietro; non fecero in tempo manco le guardie del castello ad arrivare.

Con la morte nel cuore, il re decise di mandare la principessa a onorare la sua promessa: “Parola di principessa è parola di principessa”, le disse, l’abbracciò stretta al petto e la ricoprì di lacrime. “Padre, se questo è il mio destino, per il bene del regno, andrò. Non piangete.”. La principessa fu scortata dalle guardie fino all’entrata della foresta, poi loro andarono via lasciandola sola, al buio, seguendo le istruzioni che aveva dato lo Zingaro. La principessa camminò a tentoni, come se fosse cieca e finalmente si ricordò di quella notte, quando si smarrì da bambina. Mise una mano nella tasca dell’abito e tirò fuori l’occhio dell’orco che portava sempre con sé come un portafortuna, anche se ne aveva dimenticato l’origine. Nel buio, l’occhio subito si illuminò, e lei ne seguì il fascio di luce, sempre più in fondo alla foresta. Camminando, arrivò davanti a una grotta. L’occhio di spense fra le sue dita, e una voce cominciò a parlare dal fondo della grotta. La principessa la riconobbe come la voce della sua infanzia:
“Sei arrivata. Ti ho aspettata tanto.”
“Sono qui per la mia promessa.”
“Vieni avanti, entra. Ma tieni gli occhi chiusi, altrimenti a vedermi, moriresti di paura.”
La principessa chiuse gli occhi ed entrò nella grotta. Per aiutarsi ad avanzare, tastava le pareti, ed erano prima ruvide di roccia, poi lisce, poi piene di ricami. Ebbe la tentazione di aprire gli occhi, ma invece, li strinse più forte. “Fermati.”, disse l’orco. E per la prima volta, la sua voce non era lontana e misteriosa, ma vicina e roca come il verso di un animale che ringhia. Sentì che l’orco le prendeva la mano. La mano era enorme, dura e ruvida, ricoperta di peli irti sulle dita: “Domani celebreremo le nozze e sarai mia sposa.”, disse l’orco, e la condusse per mano, fino a una stanza. “Riposa qui, stanotte, principessa. Quando sarò andato via, potrai aprire gli occhi. Ma domani, appena busserò alla porta tre volte, dovrai richiuderli, altrimenti morirai di paura”. La principessa sentì dei passi pesanti, poi la porta chiudersi, e una chiave girare nella serratura per due volte. Aprì gli occhi. Si trovava in una magnifica stanza da letto, tutta oro, argento e porpora, più bella di qualsiasi altra stanza avesse mai visto nel suo castello. Si avvicinò al letto, si lasciò cadere fra i morbidi guanciali di piuma e le lenzuola ricamate d’oro, e si mise a piangere.

“Non sprecare gli occhi per piangere. Aprili e guarda le cose. Stanotte è l’ultima volta che potrai guardarle”, disse una voce minuscola. La principessa si guardò attorno: “Parla ancora ti prego!”. Allora la vocina cominciò a ripetere: “Domani sarai cieca, domani sarai morta!”, e mentre la sentiva, la principessa cercava per la stanza da dove provenisse. Finché sotto il letto non trovò un buco nella parete, ci appoggiò le labbra sopra e disse: “Non stare nascosto,vieni fuori. Ti prego aiutami.” Dal buco, sbucò fuori un grazioso coniglio con gli occhietti color smeraldo. Il coniglio si arrampicò sul ginocchio della principessa e le parlava mentre lei lo accarezza, rideva e si asciugava le lacrime.
“Bel coniglio, perché dici che domani sarò cieca e morta?”
“Domani l’orco prima ti strapperà gli occhi, e ne farà luci per le fanciulle che si perdono nella foresta, poi ti spezzerà il collo con una mano, e di te ne farà un bel bollito che lo sazierà per un anno!”
“Oh, bel coniglio, che cose orribili mi dici! Come farò?”, poi prese l’occhio che aveva in tasca e vide che lacrimava poiché non era quello dell’orco ma di una fanciulla, il cui spirito, a sentire raccontare la brutta sorte che le era capitata, era di nuovo un attimo riaffiorato.
“Se farai come ti dico, ti salverai. Domani mattina quando l’orco busserà, non uscire dalla stanza. Lui ti prometterà fiori, gioielli, una vita felice ma tu non dovrai uscire per nessuna ragione e”…», la nonna si addormentò. Avevo la bocca secca per aver parlato tanto. Presi la bottiglietta d’acqua dal comodino e bevvi, il labbro mi faceva un po’ male; poi mi spogliai e misi il pigiama. Le calze di lana avevano i buchi e sentivo freddo. Spensi la luce, mi infilai sotto le coperte e mi coprii fin sopra la testa. Dal piano di sopra sentii una cosa di vetro cadere, poi il silenzio e uno scoppio di risate. Strinsi gli occhi forte e mi addormentai.

Mi svegliai. Pensai che era la mattina di Natale e mi venne in mente di nuovo papà. L’allarme del ventilatore stava suonando, suonava quando qualcosa non andava, ad esempio quando la maschera della nonna si spostava durante il sonno e quindi l’ossigeno usciva dai bordi. Capitava soprattutto di notte. Mi alzai e pigiai subito il tasto per spegnere l’allarme perché mi dava fastidio. Guardai la nonna: aveva gli occhi chiusi e la faccia cianotica; le macchie bluastre erano grandi e la ricoprivano scendendo giù fino al collo. La chiamai più volte, la scossi per una spalla, l’abbracciai per tirarla su, per metterla seduta ma non ci riuscii, ricadde sul letto. La chiamai ancora. Era diversa, sembrava un’altra persona. La chiamai, poi non dissi più niente. Respiravo veloce, il cuore si muoveva e mi faceva male come quella volta. Mi rigirai per la stanza, uscii e camminai per il corridoio, entrai nel salotto: l’albero era illuminato ma non brillava con la luce del giorno. I denti mi cominciarono a battere, mi sentivo strano perché ero in salotto e la nonna non mi guardava, tornai subito indietro. La nonna era uguale a come l’avevo lasciata. Solo il colore era cambiato: il blu si era sciolto in alcune chiazze piccole, come dei lividi. La faccia era più chiara, giallognola. Mi avvicinai e le misi una mano sulla fronte come quando le controllavo la febbre, aveva i capelli tutti scombinati e umidi. La chiamai di nuovo. Aprii la finestra per far cambiare l’aria. Mi sedetti sul mio letto che era di fronte al suo, e la fissai. Avevo gli occhi bagnati, il cuore si muoveva ma era diverso, mi veniva da sorridere. Guardai la porta, avrei voluto uscire ma rimasi fermo perché era Natale e non volevo lasciarla sola.

[1] Anche “la gira”. Termine dialettale siciliano che indica una verdura selvatica simile alla bietola.

[L’immagine in alto è un dettaglio di un ritratto di Guido Reni. Di Noemi de Lisi, in vibrisse, potete leggere anche il racconto Carcassa].

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17 Risposte to “UtN, 4 / Guarda le cose”

  1. ladonnacamel Says:

    Il livello dei contributi è altissimo.

  2. Amanda Melling Says:

    Che atmosfera spaventosa. È riuscita a creare una normalità orribile dove ogni dettaglio è in linea con i personaggi. L’unico appunto è per un passaggio dove il nipote recupera la busta della spesa settimanale, nel senso che mi pare poco verosimile che una busta presa anche un po’ in velocità (quindi non stracolma e presa faticosamente con due mani) possa bastare per due persone una settimana intera. Comunque bello.

  3. Valentina Says:

    Noemi, il tuo modo di scrivere mi piace davvero molto.
    Questo racconto fluisce meravigliosamente, incastonando con chiara maestria la narrazione nella narrazione. Se proprio dovessi fare una critica, forse il finale è un po’ prevedibile, ma ci sta comunque benissimo. Complimenti.

  4. Noemi De Lisi Says:

    Ringrazio mille per la lettura (capisco che può essere un po’ barbosa data la lunghezza), e soprattutto chi ha voluto (e vorrà) lasciare un segno del suo passaggio.
    @Amanda Melling be’ che dire? Questo denota il tuo attento spirito d’ossrvazione. Grazie. Anche io sono posta la questione ma in maniera superficiale, confesso. Posso salvarmi in extremis con alcuni appunti: ho dato degli indizi sul loro regime alimentare. Ad es. la cena della vigilia è composta da patate e verdure bollite. Non mangiano carne perché costa troppo. Ho immaginato dei pasti poveri. Quindi dentro il sacchetto, potrebbero in effetti esserci alimenti a sufficienza per una settimana. Ma la questione del “peso” del sacchetto rimane. Soprattutto quando ha la faccia gonfia a causa del morso della nonna e lo scambio avviene con la porta socchiusa.
    @Valentina Anche tu hai ragione. Quindi grazie per l’appunto. Suppongo che il lettore speri fino alla fine che lui possa uscire (e non sul pianerottolo ma proprio fuori), la sua immobili finale frusta voi quanto me, ma questo sarà l’ultimo gesto d’amore per la nonna. Un gesto solo d’amore stavolta e non di amore-odio-passivo-aggressivo (e tutta quella roba di sentimenti) di prima. Finalmente lui è puro, solo buono (insomma, è natale!). La morte della nonna era qualcosa di fatale. O lui o lei, non c’era altra via d’uscita. Tuttavia, mi serbo il piacere di poter riflettere su questo finale. Magari più avanti lo rielaborerò.

    Ma quanto ho scritto? Che io sia logorroica? Eppure mentre sto qua a scrivervi, non dico una parola. Mia nonna poco fa mi ha chiesto come mai sono così silenziosa. :p

  5. Eliana Attuoni Says:

    Notevole questo racconto con racconto. L’orco, il re-padre-sconsiderato e la nonna sudicia e crudele nella sua demenza sono personaggi pieni in un’ambientazione che fa sentire gli odori e il buio. A causarmi vera inquietudine però è stato il nipote. Imperdonabile per me, che covo ancora una bambina qui da qualche, non aver saputo che cavolo è successo alla principessa… dici che puoi ancora rimediare, cara Noemi? 🙂 Complimenti, brava!

  6. Amanda Melling Says:

    Si si mi riferivo proprio a quel passaggio lì dove la porta non era completamente aperta e si presuppone quindi un sacchetto snello. Mi sarei aspettata sul finale un pensiero da parte del protagonista in cui si scopriva che, al contrario di tutto ciò che si era capito fino ad allora, ora sarebbe diventato incredibilmente ricco.

  7. maddalenalotter Says:

    a mio parere, la scontatezza del finale è scongiurata molto bene dal sorriso di liberazione del nipote. Il racconto infatti finisce più propriamente con il senso di liberazione, non tanto con la morte della nonna. Questo è piuttosto originale; o meglio, nei nuclei famigliari capita spesso, ma non si dice.
    Brava!

  8. Patrizia Says:

    questo racconto mi ha afferrato per il bavero della giacca e non mi ha più lasciato fino al finale. Bellissimo 🙂

  9. aria Says:

    grazie Noemi, è stato un piacere leggere il tuo racconto; piacere vero, pieno, parole fluide e anche la paura.

  10. Nadia Bertolani Says:

    Per fortuna non devo esprimere preferenze: anche questo racconto è molto bello e, forse, è quello che sento più vicino a me per quel misto riuscitissimo di malignità (che rende le nonne simili agli orchi) e di generosità (che rende l’amore simile alla negazione di se stessi). Brava, una scrittura che conquista.

  11. melaniaceccarelli Says:

    Anche a me è piaciuta molto la capacità affabulatoria dell’autrice. I due personaggi sono memorabili, il pensiero del nipote semplice, come quello della nonna, Due esseri primitivi. Gli orror, o le inquietudini, si stanno alternando: soprannaturale e domestico. Sarà interessante capire quale risulterà più inquietante.

  12. mariagiannalia Says:

    Questo racconto ad incastro è molto bello.
    Comunica al lettore l’idea di quanto angosciante possa essere talvolta l’atmosfera natalizia all’interno di una situazione di grande sofferenza ma anche di grande amore. Ho letto il sorriso finale del nipote come un ringraziamento alla nonna quasi che questa “abbia scelto” di morire giusto nel giorno di Natale, affrancandolo da tutto il dolore e la compassione.
    Ho apprezzato particolarmente il linguaggio, dove le espressioni dialettali siciliane, nella traslazione in italiano, hanno esercitato su di me la magia di trasportarmi a Palermo, dove è sicuramente ambientata la storia ( il monte Pellegrino). La doppia narrazione mi ha fatto pensare da una parte (il rapporto nonna-nipote) alle scritture di Joyce in Dubliners , dall’altra invece ( la favola della principessa e dell’orco) a Mimmo Cuticchio e ai suoi modi di affabulazione nel teatro dei pupi.
    Non so se tu, Noemi, l’abbia voluto, ma le due narrazioni si potrebbero leggere come un parallelismo analogico e metaforico. Che dire di più? Brava.

  13. Luciana Says:

    Un testo, questo, che mescola il racconto alla fiaba. In entrambi trovo quasi una scrittura di formazione, dove i giovani protagonisti (forse proprio grazie alla loro giovinezza e quindi portati a una spontanea generosità) scelgono senza esitazioni di donarsi, di sacrificarsi per gli altri, qui per le persone amate. È questo è il bel messaggio che traspare.
    Tuttavia, mescolare i due generi non è cosa da poco. Carver insegna a circoscrivere un racconto dentro un confine ben preciso, dove eventi, personaggi e messaggi si muovono in uno spazio piuttosto ridotto ma incisivo.
    Lo stile, secondo me, forse avrebbe potuto essere più fluido, veloce, netto.
    Questo quotidiano appuntamento con i racconti è proprio bello e ci avvicina al Natale.

  14. Noemi De Lisi Says:

    @Eliana Attuoni, quella della principessa è sicuramente un lieto fine. Perché non lo scrivi tu un finale? (:
    @Amanda Melling ahahah interessante. Purtroppo non ci sono eredità all’orizzonte e chissà cosa ne sarà di lui.
    @mariagiannaalia molto felice che ti abbia riportato a Palermo. Per me il discorso della lingua, dell’utilizzo del linguaggio regionale in ciò che scrivo è molto importante. Ovviamente la città è Palermo. Vorrei che l’ambientazione venisse fuori dal modo di parlare e pensare dei personaggi che non dal l’inserimento forzato di elementi facilmente riconoscibili. Quindi se ci riesco, quale gioa! Per quanto riguarda la fiaba, sì, è tutta costruita su analogie volute. In più, tramite il secondo racconto, ho voluto coprire alcuni “buchi” (o curiosità) del primo, ma senza palesare nulla come ad es che fine abbiano fatto i genitori del ragazzo. La fiaba è il modo (classico in effetti) che ha il nipote per evadere dalla sua quotidianità infernale ma come è evidente, neanche con la fantasia riesce ad andare oltre e si trova a raccontare comunque la sua storia. Ringrazio nuovamente chi ha avuto la pazienza di leggere.

  15. manu Says:

    molto bello. forte. finora è il racconto che preferisco. bravissima noemi.

  16. Daria Says:

    Noemi, complimenti, questo è davvero un racconto molto bello. Il finale, più che prevedibile, mi sembra un po’ in sordina, nel senso che è meraviglioso che lui resti lì per non lasciarla sola, ma forse questa soluzione arriva senza essere… Come dire, preparata?
    Non so, forse ci puoi pensare ancora un pochino, ma davvero complimenti perché funziona benissimo 🙂

  17. Many Kazem Goudarzi Says:

    Bello! Non ci sono altre parole. Anch’io sono rimasto con la curiosità di sapere la fine della fiaba, il cui finale è sicuramente lieto (e il cattivo è il coniglio).

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