UtN, 3 / Saranno giorni di quiete

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di manu

[Le regole del gioco]

Sono da poco passate le sette di sera. E’ venerdì. Sono in cucina a lavare la verdura. Apro il rubinetto e lascio scorrere l’acqua fredda fino a riempire il cestello della centrifuga, dove ho sistemato le foglie di radicchio rosso private della loro parte più dura. La pentola per il brodo è già pronta sul fuoco con l’acqua e le verdure. Stasera si mangia risotto. Faccio girare con piccoli movimenti della mano il cestello con le foglie. L’acqua fredda mi ghiaccia le dita. Guardo le mie dita muovere le foglie, guardo le foglie girare, cerco con gli occhi se ci sono impurità o parti da eliminare. Gioco con l’acqua. Cambio l’acqua e ripeto l’operazione di lavaggio. Quei movimenti sono quasi automatici. Sto pensando se ho lasciato qualcosa in sospeso in ufficio, se è tutto pronto, se ho avvisato tutti gli interessati per la riunione di lunedì. Sollevo un po’ il cestello per vuotarlo e sento un tonfo. Viene dal piano di sopra. Subito dopo, un lamento. E’ il vecchio, penso. Il pensiero si sposta velocemente dalla mia agenda a quella che ormai è la colonna sonora delle ore che passo in casa, quelle urla e quelle offese che inizieranno a sentirsi tra poco. Poso il cestello con l’acqua e le foglie dentro. Do un altro colpetto al cestello per farlo girare ma ci metto un po’ troppa energia, l’acqua schizza fuori e mi bagno la manica del maglione. Fanculo. Tolgo le mani dall’acqua. Le foglie di radicchio continuano a girare nel cestello, per inerzia. Mi sposto dal lavello verso i fornelli, abbasso la fiamma accesa per il brodo, mi asciugo con movimenti lenti le mani, tampono un po’ la manica bagnata e mi fermo lì, con lo strofinaccio in mano. Vorrei continuare le mie faccende ma ho i sensi allertati e il mio umore di colpo è cambiato. Fisso un punto sul soffitto. Sto lì. Senza volerlo, sto in ascolto. Sono sei anni che abito qui. A volte si sentono rumori di qualcosa di metallico che cade sul pavimento, altre volte, colpi sul muro, ripetuti, che vanno avanti per ore. Il disturbo maggiore si ha durante la notte, quando il vecchio si sveglia e chiede da bere, o ha necessità di andare al bagno, o sente freddo, o la luce accesa gli dà fastidio. Lo lasciano lamentarsi fino a quando non sopportano più la sua voce, poi a turno, una volta la moglie, una volta il figlio, lo raggiungono da un’altra stanza con un passo pesantissimo, urlando contro di lui che è un maiale, un maledetto, cose così. Il resto dei condòmini ci ha fatto l’abitudine. Dicono che quand’era in salute il vecchio fosse un uomo autoritario, che non lasciasse mai uscire di casa la moglie, che fosse un despota e che, al contrario, avesse una vera e propria venerazione per la figlia, che ora vive altrove con il marito e due bimbi piccoli. Raccontano che per diversi anni, durante l’estate, il vecchio aveva mantenuto l’abitudine di trascorrere qualche giorno al mare con la figlia, lasciando a casa la moglie. Di suo figlio si sa poco, pare sia disoccupato. Lui è rimasto a vivere con i genitori. Lo incontro spesso in ascensore, quando torna con le buste della spesa da qualche suo giro. Ha superato senz’altro i cinquant’anni, è un uomo alto, molto pallido, capelli corti scuri e basettoni lunghi. Ha un addome prominente che arriva prima di lui e cammina con le punte dei piedi rivolte all’esterno. Non parla mai. Solo buongiorno e buonasera. Veste sempre allo stesso modo. Nei mesi estivi indossa solo pantaloni neri e camicia bianca. Quando fa freddo, veste pantaloni neri, maglione nero, cappotto nero, scarpe nere. Sia d’estate che d’inverno, dall’alba al tramonto, indossa occhiali da sole, neri. Dicono che dal giorno in cui il vecchio è stato colpito da un ictus rimanendo costretto a letto sua moglie si stia vendicando con lui di ogni torto subìto. E’ impressionante quanto quella donna sia piccola di statura, decisamente sotto alla norma, con due occhi chiarissimi che guardano l’uno in direzione opposta all’altro, uno verso destra e uno verso sinistra, e una smorfia costante sulla bocca simile a disgusto per qualcosa. Il loro pavimento, è il mio soffitto. One man’s ceiling is another man’s floor. Ciò che ci lega, è ciò che ci divide. Io sento tutto. Sento che quando la donna è vicina al vecchio, lui urla. Non so perché, ma l’attimo prima sta in silenzio, l’attimo dopo, urla. Lei lo insulta. Lui piange. Arriva il figlio bestemmiando da un’altra stanza. Si infuria con la madre e prende le parti del padre. Si insultano. E via così, fino a quando cambiate le lenzuola o portato il bicchiere o aggiunta una coperta o tolto un cuscino tutto si acquieta per un po’. Altre volte càpita che sia il vecchio a lanciare la provocazione. Forse sporca volutamente dappertutto o rovescia l’acqua sulle lenzuola per costringere la moglie a pulire, sta di fatto che quando viene lasciato solo per un po’ lavora alla dannazione altrui. Quelle volte, quando entra nella stanza e trova il disastro, la moglie sfoga la sua rabbia piangendo mentre va su e giù in corridoio da una stanza all’altra, e parla da sola dicendo che non ce la fa più, in un sottofondo lamentoso che a un certo punto esplode nella minaccia di dare fuoco al vecchio. Lui allora, per tutta risposta, ride. Una risata di spregio, forzata, insistente, fino a quando non ce la fa più, fino a quando perde il fiato. Allora tossisce, e piange. Sei anni. Quel corpo in quella stanza sembra non avere fine. Io detesto i rumori. Non voglio sapere nulla delle altre famiglie. Invece sono capitata qui sei anni fa, al piano di sotto. La mia tranquillità dipende dalla loro tranquillità. Il malfunzionamento di quel corpo determina la mia irritabilità. Il nostro, alla fine, è un vivere comune, e anche se la struttura separa i livelli, il mio universo di sentimenti è costantemente insidiato dal loro. Ho l’abitudine di mettermi a letto presto la sera, con un libro, e ho usato più di una volta i tappi per le orecchie per isolarmi dalle loro grida. Volano bestemmie, offese tra le più pesanti che io abbia mai sentito, gonfie di vecchi rancori. Mi hanno autorizzata, nel tempo, a immaginare di tutto. L’altra sera il corpo del vecchio è volato giù dal quarto piano e si è sfracellato nel cortile condominiale, allora la signora Ernestina dell’appartamento al piano terra è uscita con la bocca spalancata, urlante, senza dentiera, le braccia protese in avanti e i palmi delle mani rivolte verso il corpo a terra, come una delle donne del Compianto del Cristo morto, il gruppo scultoreo in terracotta di Niccolò dell’Arca che ho visto nella Chiesa Santa Maria della Vita, a Bologna, ma con addosso la sua vestaglia in panno morbido color porpora e la retina rosa nei capelli, e dopo di lei è uscito Mario, più lento perché ha dolori alle gambe e non ce la fa e si è avvicinato dondolante mentre Olindo emetteva dei lamenti e agitava le braccia accompagnato dal suo fastidiosissimo cane, e sono usciti di casa anche la signora Lidia e marito a seguito, e i signori del primo piano con la puzza sotto al naso, erano tutti lì, attorno al cadavere del vecchio finalmente in pace, chi con le mani sulla testa, chi con il cellulare per chiamare ambulanza e carabinieri, e anche la moglie era corsa giù ed era ferma lì, in silenzio, con le mani chiuse in grembo, e i suoi occhi erano asciutti, come non fosse successo nulla, sempre con la stessa smorfia stampata in viso, mentre il figlio affacciato alla finestra guardava giù, e ripeteva un movimento di sfregamento con le mani. Ho immaginato spesso una fine. Questa volta però le urla non arrivano. Sento due giri di chiave a una porta blindata del piano di sopra e poco dopo un suono di campanello sul pianerottolo. Un breve silenzio. Poi sento parlottare. Subito dopo qualcuno scende le scale rumorosamente. Suonano alla porta. Alla mia porta. Vorrei far finta di non essere in casa, potrei farlo, in fondo che ne sanno di chi c’è e di chi non c’è, e poi, perché suonano proprio a me, siamo in tanti in questo maledetto posto. Vado ad aprire. Mi trovo davanti la moglie del vecchio. Non so quale occhio guardare. Guardo un punto al centro della fronte. Mi chiede se posso aiutarla, è sola in casa, suo figlio è uscito e suo marito è caduto dal letto. Non si agita. Parla piano, con tono rassegnato e un’espressione mortificata, di quelle esibite al bisogno. Mi precede e salgo con lei le scale fino al quarto piano con addosso un senso di stretta allo stomaco, adeguandomi alla sua andatura che non è veloce come mi aspetterei, vista la situazione. Arriviamo sulla soglia della porta di casa dove vedo appesa una decorazione natalizia, di quelle che si vedono appese alle porte delle abitazioni in questo periodo, in quasi tutte le porte, non sulla mia. Entriamo nell’appartamento semibuio, lei mi fa strada attraversando il soggiorno, accende la luce all’inizio del corridoio e si dirige verso la stanza in fondo, dove c’è già Giuseppe, mi dice, il vicino che abita con loro al quarto piano, allertato prima di me. Entro nella camera. E’ una stanza grande, dove però c’è solo un letto piuttosto basso vicino alla finestra, attrezzato solo da un lato con una sponda di quelle che ho visto nei letti d’ospedale quando andavo a trovare un parente anziano, e un piccolo tavolo accanto al letto stracolmo di scatole di medicinali, fazzoletti in carta da naso usati e appallottolati uno sull’altro, una tazza, un bicchiere, una bottiglia d’acqua riempita a metà. Si sente appena il sobbollire del deumidificatore collegato alla presa sul lato opposto all’ingresso della stanza. La luce, è quella minima di un’abat-jour posata a pavimento. C’è un corpo a terra accanto al letto, il corpo di uomo vecchio che non avevo mai visto e che ho sempre immaginato sofferente. Giuseppe è accanto a lui e gli parla. Lui, si lamenta piano. Ho paura, la stretta allo stomaco si fa più forte. E’ nudo sul pavimento a piastrelle arancioni effetto cotto, coperto solo da uno straccio bianco che la moglie, stizzita, gli getta sul sesso un attimo prima che io possa vedere. Non capisco perché sia nudo. Forse lo stava cambiando. Deglutisco, faccio cenno a Giuseppe di prendere quel corpo inerme sotto le ascelle abbracciandolo, mentre io lo afferro per le gambe. Il tempo dello spostamento mi sembra eterno. Stringo senza rendermene conto le mani attorno alla poca carne delle cosce del vecchio che lancia un grido. Gli ho fatto male. Non riesco a controllare la mia forza, non so capire come tenerlo. Il vecchio termina il grido con un lamento lungo, non una parola, solo la lettera ‘A’ pronunciata lentamente, e ripetuta. E’ lo stesso lamento che sento sempre, da casa mia. Lo riconosco. Sono sei anni che da casa mia sento quella lettera ‘A’. Mi viene da riprovare la stretta. Premo piano, prima con il pollice, poi con le altre dita, infine stringo forte. Lui grida di nuovo. Si, è proprio lo stesso lamento. La moglie urla contro di lui di smettere di urlare. Fingo compassione. Guardo Giuseppe che mi guarda per le ultime manovre di appoggio del corpo sul letto. La stanza è umida. Fatico a portare fino in fondo ogni respiro per quell’odore di mentolo misto a odore di piscio. Mi manca l’aria. Giuseppe gli solleva il lenzuolo al petto. Poi fa lo stesso con la coperta. Il vecchio tiene la testa reclinata verso i vetri appannati della finestra alla sua destra e guarda il buio con occhi acquosi, l’espressione inebetita. Dalla bocca storta verso il basso, gli scende una goccia di saliva. Nessuno parla. Sua moglie ci accompagna alla porta e ci ringrazia, con fare fintamente cerimonioso. Io e Giuseppe ci salutiamo e non facciamo nessun commento. Scendo le scale, rientro in casa e vado diretta in bagno a strofinami le mani con il sapone. Dopo qualche minuto sento il rumore del motore dell’ascensore che si ferma al piano di sopra. Un colpo di porta sbattuta. Il figlio è rientrato. Torno in cucina a finire di lavare la verdura. Questa volta mi arrotolo le maniche del maglione fin sopra ai gomiti. So che tra qualche giorno la figlia che vive altrove con la sua famiglia arriverà in visita con i suoi due bimbetti. Una volta all’anno arriva, per le feste di Natale. In quei giorni, potrà capitare di incontrare qualcuno di loro in ascensore e saranno sorrisi per tutti. Alle grida, che dalle finestre del quarto piano arrivano normalmente fino al parcheggio, si sostituiranno amabili conversazioni sul terrazzo, risate di bimbi, corsette e scherzi tra la nonna e i suoi nipotini senza il minimo screzio tra la moglie del vecchio e suo figlio. Lo scandalo delle ore notturne non avrà modo di compiersi, l’orrore verrà seppellito con grazia, nulla di ripugnante si svelerà a figlia e nipoti in visita. Inizio a sminuzzare lo scalogno per il soffritto e penso che sto aspettando l’arrivo di quei giorni, sto aspettando che arrivi la figlia del vecchio. Saranno giorni di quiete, per tutti. Vorrei pagarla, perché venisse più spesso, ma quella stronza si fa vedere solo a Natale.

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13 Risposte to “UtN, 3 / Saranno giorni di quiete”

  1. Luciana Says:

    L’atmosfera natalizia è accennata sul finire del racconto e così mi sembra marginale. Trovo alcune descrizioni un pochino “appiccicate lì” e la soluzione finale, dove tutto si sistema con l’arrivo della figlia e dei bimbetti inverosimile, per il fatto che una situazione così grave di malattia e di odio familiare non può essere nascosta così facilmente, anche se si tratta soltanto di un racconto.

  2. Pallante Says:

    Ma io credevo che l’epilogo fosse il suicidio del vecchio che vola dal balcone.

  3. Amanda Melling Says:

    Anche a me non è piaciuto moltissimo. Ma, in generale, fatico a digerire le ripetizioni, anche se sono parte di un preciso stile. Questo concorso mi ha fatto tornare una voglia di leggere racconti che avevo perso. Mi sembra come il calendario di dicembre dove ogni giorno si apre la casella per tirare fuori la sorpresa. Anche quello l’avevo dimenticato. Grazie per questa avventura fatta di letture che per me è molto emozionante.

  4. C.P. Says:

    Questa piccola storia di orrore quotidiano mi dà più brividi della storia del bimbo cannibale. Non male come preparazione al Natale.

  5. Fiorella Says:

    Il padre che aveva una venerazione per la figlia e a volte andava in vacanza da solo con lei; lei che si trasferisce altrove e torna solo per Natale. Elementi vaghi, volutamente, ma che fanno nascere il sospetto di abusi. Che giustificherebbero poi l’enorme rancore di madre e figlio per l’uomo.
    A me è molto piaciuto.

  6. Ezio Says:

    Lo preferisco agli altri letti finora perché è una storia vera, è cronaca. Le ripetizioni mi infastidiscono il necessario per il nervosismo che creano, mi è giusto che sia così, è funzionale – il lavaggio dell’insalata metafora di anni di sofferenze quotidiane? Orribile e tuttavia comune, più dell’antropofagia, l’esperimento con cui la protagonista tormenta il malato per una sua curiosità. Il Natale era necessario? No, forse no: poteva anche essere solo domenica. Purtroppo.
    Bravissima Manu, davvero. Voto eccellente.

  7. mariagiannalia Says:

    Storia di orrore quotidiano. Molto verosimile anche mantendosi strettamente al detto, più che al non detto.Mi sembra però che la narrazione manchi di coerenza: il vecchio cade dal balcone e dopo? Non muore? Non fa precipitare ancor più gli eventi? Questo particolare mi è sembrato superfluo ai fini della struttura generale.

  8. Rita Says:

    ” mi hanno autorizzata, nel tempo, a immaginare di tutto. L’altra sera il corpo del vecchio e’ volato giu…”
    E’ lei che immagina la sua caduta come risoluzione del conflitto famigliare.
    Eccellente.
    Bravissima.

  9. manu Says:

    solo ora mi è possibile rispondere, mi scuso. ringrazio tutti, ma proprio tutti, per aver letto, e giulio per aver considerato degno di stare in vibrisse, il mio racconto. mi sono chiesta se era una storia che poteva essere raccontata. alla fine l’ho scritta, perchè mi andava di scriverla. fino a un certo punto mi sono attenuta a un nucleo di fatti, purtroppo veri. poi mi è successa una cosa strana. ho iniziato a girarci attorno come una iena con la sua preda. l’orrore quotidiano esiste. ma la scrittura è peggio. leggerò con calma da oggi gli altri racconti.

  10. Many Kazem Goudarzi Says:

    Terribile, non il racconto, che mi è piaciuto, ma il resto dell’anno. Un terribile resto dell’anno.

  11. Nadia Bertolani Says:

    Mi piace quello che dici, Manu, cioè che la scrittura non solo traduce ma amplifica l’orrore quotidiano, e mi è piaciuto anche il tuo racconto; l’unica perplessità che ho riguarda la proporzione delle parti (molto radicchio, poco Natale), ma è veramente cosa di poco conto perché la terribilità del tuo Natale è stata raggiunta e restituita al lettore.

  12. manu Says:

    ciao nadia. se dovesse venirmi voglia di metterci mano ancora, potrebbe essermi utile la tua osservazione, non tanto per il radicchio quanto per il natale. si. qualche nota in più potrebbe starci. grazie per aver letto e per aver detto.

  13. Nadia Bertolani Says:

    E’ stato un piacere, grazie a te di avere scritto! E… Buon Natale (ah ah).

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