UtN, 1 / Quella ragazza

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di Patrizia Sorrentino

[Le regole del gioco].

Che mi paghino la corsa. Questo è tutto quello che mi aspetto quando salgono sul mio taxi. Era avvolta in una pezza di stoffa azzurra che le lasciava scoperta una spalla ed era scalza. Ha pagato ed è scesa. Lo so che nevicava e gliel’ho detto che l’autobus non ferma più lì. L’ho lasciata accanto alla palina in tubo di acciaio zincato. Ormai mancano la tabella di lamiera e anche il portaorari. Qualcuno deve esserseli portati via. È un anno che hanno soppresso la linea. Chi ci va più a Raute a pregare. La Chiesa è rimasta nella terra di nessuno fra i due confini. Non so se ha capito, non deve essere una di qui. Straniera, sicuramente straniera, ma ci capivamo. No, perché strana? Era elegante. Sì, a modo suo; no che non era fuori di testa. Era incinta. Beh, cosa cambia? Era anche tanto incinta. Non ridere; era per dire che si vedeva bene. Che vuoi che ne sappia? Ma no che non ho visto se aveva la fede. Che domande mi fai? La fede. Oggi poi! Bella sì. E anche giovane. E non fare battute! Sì, ti scuso. E dai, smettila. Ognuno vive come può. Insomma, non lo so. Che vuoi che ti dica. Un po’ mi dispiaceva che andasse a piedi, di notte, ma ho pensato che non volesse spendere o che proprio non avesse i soldi. Però, era pieno di stelle; freddo un casino, ma pieno di stelle. Ho spento il motore e sono sceso, per guardare. Da lì diventa tariffa extraurbana e se ci metti il notturno festivo… Eh, avrei voluto vedere te al posto mio. Perché avrei dovuto rimetterci? E poi avevo fretta di tornarmene a casa, ma invece… Per via della Messa di mezzanotte, no? Certo che ci vado. E faresti bene ad andarci anche tu, non si sa mai. Voglio dire che male non fa. Ti ricordi come diceva mio padre? No, non hanno costruito niente; è rimasto solo lo scheletro della casa della mia infanzia. Un arco con una porta, chiusa sul niente, l’intelaiatura di un paio di finestre, qualche fila di mattoni faccia a vista del muro perimetrale: ormai sui ruderi crescono il tarassaco e le ortiche. Lì dietro gemono i pioppi e li sentivo, li sentivo insieme allo scorrere del fiume. Sì, era proprio vicino alla fermata la mia casa ed è sempre tutto campagna fino alla Chiesa. Te lo ricordi mio padre? È morto, l’hai saputo no che è morto qualche anno fa? Mi pareva già vecchio quando ci intagliava il nome sui bastoni. Avevo sentito dire che gli ultimi tempi dormiva con l’asino e la mucca. No, io non sono più tornato a casa. Sì, adesso sì. Mi ha lasciato il taxi e per questo sono rimasto qui. Quella ragazza l’ho vista che bussava alla porta e intanto nevicava più forte. Il tempo di sedermi in macchina e lui è uscito con le due bestie: forse la stava aspettando. Mio padre, sì. Sì, ti dico che era lui. Non so com’è possibile, ma era certamente lui. Non ho bevuto. No, sto benissimo. L’ha sollevata, che mi è parsa una bambina e ho visto svolazzare la stoffa azzurra. Il dorso dell’asino pareva dentato; così scarna era la sua carcassa, che le ossa sporgevano tutte. Lui però gliel’ha messa in groppa e ho temuto che potesse cadere, perché era seduta su quelle protuberanze come su un rialzo e a ogni passo dell’asino traballava. Anche la mucca, con le sue grosse narici tumide, era magra e portava a cavalcioni due ceste, che le sbattevano contro le fosse dei fianchi e le cicatrici dei parti. Non sempre è naturale partorire. Vedevo le rotule delle ginocchia di mio padre che ora si appoggiava al bastone. Le sentivo urlare e tutto il suo corpo scricchiolare. Quando si sono incamminati ho aperto la portiera. Volevo raggiungerli, perché ho visto il mio bastone. Sì, quello. Io sapevo che era il mio bastone. No, non so come lo sapevo, ma ti assicuro che era il mio. No che non sono ubriaco. Cazzo. Lasciami parlare. Doveva esserci il mio nome intagliato su quel bastone che mio padre aveva in mano e sono sceso per andare a vedere. Non camminavano veloci, ma non riuscivo ad avvicinarmi. Anzi, erano sempre più lontani e mi sono messo a correre, ma non li ho visti più. Non sono strafatto! No, che non ti sto raccontando un sogno. E lasciami finire. Te li farò dopo gli auguri e non tentare di cambiare discorso. Ti ho promesso uno scoop no? E che cosa significa: conforme alla realtà? Certo che è tutto autentico. Non sono forse autentici i miracoli? No, no, ascoltami tu. E la finzione? Se ci credi, non è forse autentica qualsiasi finzione? Chissà, forse lo sono. Pazzo. E allora sono lo scoop di questa notte. No, aspetta, non chiudere. Lo so che è quasi l’alba. Va bene, hai ragione. Solo altri cinque minuti. Non li ho più visti, capisci? Spariti e la neve era candida sulla strada. Ho camminato e anche se in alto c’era la luce, io vedevo solo buio davanti e non riconoscevo le anse del terreno, diventato sterrato, pieno di buche e anfratti che mi si paravano davanti all’improvviso; strettoie che mi costringevano rasente ai rovi e restringimenti che mi riportavano sul fondo naturale, ad affondare in cumuli di neve sporca e calpestata. C’erano persone ora davanti a me, in una lunga fila, e portavano doni; bambini paffuti e biondi, che sembravano non toccare terra coi loro graziosi piedini e lebbrosi deformi che lasciavano gocciolare le loro piaghe sulla neve: si formavano pozze brulicanti alle quali si abbeveravano le pecore. Sì, sì, le pecore. Va bene, adesso stringo. Ho capito, solo poche parole ancora. Non urlo: ho capito. Ho passato il confine e sono arrivato esausto nella terra di nessuno. Nella Chiesa non c’era più niente, avevano portato via tutto e lasciato i murales di una periferia degradata. Faceva freddo e loro erano lì. La ragazza, il vecchio, l’asino e la mucca si erano messi in un angolo, sotto una bifora: due aperture divise da una colonnina incastonavano una scia di luce.

Il vecchio – questo era mio padre, un vecchio – aveva posato le ceste a terra. Da una toglieva ora del pane e dall’altra sbucava una fascina. Affamato, mi sono avvicinato e l’ho aiutato ad accendere il fuoco: inginocchiato ho soffiato sulle braci; ho accostato i tizzoni col mio bastone, che si è incendiato cancellando il mio nome. Una fiammata è divampata alta nel cielo stellato e il calore mi è salito nel cuore.

[di Patrizia Sorrentino, in vibrisse, vedi anche Bruna scrive al suo diletto].

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29 Risposte to “UtN, 1 / Quella ragazza”

  1. acqua309 Says:

    Brava.

  2. Pallante Says:

    Bella la voce narrante. Mi sarei fermata a “cancellando il mio nome”. Però non ho capito il punto. Lui era in conflitto con suo padre e poi si riappacificano o che? Sarà anche pieno di altri simbolismi che non ho colto (perché sono davvero tonta ma questa è un’altra storia). Che belli questi racconti.

  3. Nadia Bertolani Says:

    Bello!

  4. simoneangeloferri Says:

    Molto bella.

  5. Cristian Says:

    Raute, salita di Raute, è una strada (e c’è una chiesa)

  6. melaniaceccarelli Says:

    Leggere un racconto di una persona che si conosce è strano perché all’inizio, le prime righe, senti proprio la sua voce, con le vocali completamente aperte, spalancate. Andando avanti nella lettura, però, quanto entri dentro il racconto, non senti più la voce di Patrizia ma sei lì, in quella notte fredda nella neve sporca. Sei lì tra quella povera gente, in quell’accozzaglia di pezzenti e ci stai bene. L’idea è veramente bella, la situazione difficile da descrivere, a pensarci, risolta con poche frasi messe nel posto giusto. Brava, che dire. Ma lo sapevo già.

  7. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Strabiliante, nel senso che mi trabocca la bile. Abile riproduzione di un pensiero maschile, indizi nascosti disseminati con grande naturalezza, ambientazione originale del soggetto scontato, mai nominato. Non sono riuscita a individuare gli inserimenti suggeriti dal
    Mozzi, ho letto di un fiato affascinata prima dal narratore e poi dai protagonisti. Ma siccome di fronte a una prova d’artista non mi sembrano così rilevanti.

    Cristina, artigiana-che-a-malapena-sforna-qualche-ardita-metafora

    P.S.: Giulio Mozzi, potevi cominciare con più cautela… con ciò vuoi forse dire che sono tutti di questo tenore i racconti che ti sono arrivati?
    In tal caso mi rassegno all’oblio.

  8. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Scusa la frase smozzicata… è l’emozione.
    Volevo scrivere:
    Ma siccome sono di fronte a una prova d’artista non mi sembrano così rilevanti.

  9. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Mi ero persa la lettera di Bruna. Indubbiamente, come dice la tua amica Melania, con poche frasi collocate al posto giusto riesci a delineare le situazioni. Proprio il tipo di scrittura che mi attira e che vorrei esser capace di riprodurre. Ci riesci con qualunque registro, ironico o drammatico. Ora aspetto la prova fantasy.

  10. Eliana Says:

    Molto bello, da leggere vicino al camino.

  11. Vincenzo Todesco Says:

    Sono sorpreso, emozionato. Il racconto mi ha aperto gli occhi su una grande narrazione, comune a tutti gli esseri umani nella nostra parte del mondo, che avevo avvicinato distrattamente, con superficialità. Patrizia mi ha portato nella terra di mezzo, al confine, dove la realtà si sfalda e si confonde con la favola. O dove la favola appare come la sostanza più autentica della realtà, al di là della apparenza. E’ così che vanno le cose? Sì, è così. Solo la visione rende il senso profondo della esistenza. Il reale, non la realtà, direbbe Recalcati. Scusate l’entusiasmo. E’ cos’ che mi sento. Grazie Patrizia.

  12. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Ora che l’ho riletto anch’io mi sarei fermata a “cancellando il mio nome” ma questo non altera il mio giudizio globale.

  13. Ezio Says:

    Molto, molto bello e avvincente. Passo dopo passo si arriva alla fine senza fiato. Bellissimo il “dialogo”. Brava Patrizia, anch’io strabilio.

  14. mariagiannalia Says:

    L’ho letto stamattina velocemente. Adesso l’ho riletto con calma: è fantastico. Davvero bellissimo, il narratore, la visione che confonde i contorni tra i sensi e il sogno, i personaggi dipinti con pochi tocchi, davvero un bel racconto. E gli elementi suggeriti da Mozzi, ci sono tutti.

  15. Marina Says:

    Bello come un cielo stellato in una notte d’inverno, ma piena di calore. Grazie

  16. Guido Says:

    Che dire … emozionante, di altissimo livello!

  17. fabiorea Says:

    Devo essere sincero: ho trovato questo racconto scritto benissimo ma non l’ho capito, scusate se questa ultima affermazione possa risultare troppo banale. È un limite mio, come mio è anche la difficoltà nell’aver trovato tutte le regole del gioco, per il resto complimenti vivissimi all’autrice per la regia e il montaggio della stessa storia

  18. fabiorea Says:

    Devo essere sincero: ho trovato questo racconto scritto benissimo ma non l’ho capito, scusate se questa ultima affermazione possa risultare troppo banale. È un limite mio, come mia è anche la difficoltà nell’aver saputo individuare tutte le regole del gioco, per il resto complimenti vivissimi all’autrice per la regia e il montaggio della storia

  19. lidiadel Says:

    Il racconto ha un bel ritmo e forse risponde alle prescrizioni date, ma non lo definirei un racconto di paura, ansia, terrore, eccetera. Almeno a me non ha fatto battere il cuore.

  20. Luciana Says:

    Per me un racconto deve essere compreso subito, mentre lo leggi, proprio per le caratteristiche di brevità, immediatezza e sintesi che di solito un racconto ha. Se questo non accade, per me in quel racconto qualcosa è stato omesso o qualcosa è stato reso complicato. Se un racconto va letto due volte, secondo me perde mordente. Come fabiorea, ravviso poco il “terribile Natale”. Mi è piaciuto molto il finale e mi ha provocato una bella visione e una altrettanto bella emozione. Per il resto dovrei, appunto, rileggerlo.

  21. declesc Says:

    È un racconto del mistero, di fantasmi. Forse il legame con la materia religiosa (il presepe) lo rende meno incisivo di un racconto del mistero più classico. Comunque è suggestivo e l’autrice è stata brava a non scadere troppo nello scontato. Bello, complimenti.

  22. Giulio Mozzi Says:

    Declesc: ricordo che il Natale è una festa religiosa.

    Luciana, fabiorea: l’unica difficoltà che questo racconto presenta è che, per comprenderlo, è necessario sapere che cosa è il Natale (il “soggetto scontato”, come bene lo definisce Maria Cristina Vezzosi).

    Maria Cristina: i racconti sono molto diversi tra loro. Mi piaceva l’idea di cominciare con un racconto che parla del Natale in quanto Natale.

    Pallante, non ci sono simbolismi particolari. L’antico testamento è quello del padre, il nuovo è quello del figlio: che si è incarnato appunto con uno scopo di riconciliazione. E’ tutto molto semplice.

    Naturalmente questo è un racconto di secondo grado, cioè non comprensibile se non si conosce il racconto originario del Natale.

  23. Ezio Says:

    A me è piaciuto molto come Patrizia sia riuscita a farmi immaginare anche il personaggio che non c’è, quello che sembra essere all’altro capo del telefono. Posso dire che me l’ha messo davanti agli occhi, quasi quasi potevo udirlo. In un certo senso ero io, lei è riuuscita a farmi entrare nel suo racconto.

  24. fabiorea Says:

    Mi era chiaro il Natale come correlativo oggettivo, non ho capito le dinamiche dei personaggi (questi ultimi troppo abbozzati secondo me per quel che rappresentano), per il resto ho già detto di averne apprezzato lo stile e che il problema era soltanto mio

  25. Maria Cristina Vezzosi Says:

    La regola numero uno del Mozzi:

    1. si tratta di un concorso di racconti di paura, o almeno di ansia, di spavento, di terrore, di magia oscura, quello che volete, roba così,

    non è limitante, al contrario, la locuzione “roba così” è un fattore amplificante.

    Lo stupore di intravedere vivo e vegeto il proprio padre creduto morto la possiamo sicuramente ascrivere nel campo delle forti emozioni, credo.

  26. Luciana Says:

    Giulio: sono una convinta cristiana cattolica e praticante e conosco il Natale, quello vero. E infatti il finale, come ho detto, mi ha fatto sorgere un’emozione autentica e vera. (Ps: ho bisogno di un tuo consiglio, che oggi mi è arrivata una bella notizia, ti scrivo, se vorrai gentilmente rispondermi ti ringrazio )

  27. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Scusate l’accoppiata sicuramente/credo, eliminate entrambe da cui sopra.

  28. Giulio Mozzi Says:

    Maria Cristina: la bizzarria (della lingua, non tua) è che si usi la parola “credo” non per affermare (come sarebbe logico) ma per indicare un dubbio o un’esitazione.

  29. Amanda Melling Says:

    Io questo racconto l’ho letto tre volte in momenti differenti. Lo trovo intrigante e pulito, se potete passarmi il termine. Ha quello che deve avere per mantenere viva l’attenzione. Complimenti davvero!

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