Aula e piuma

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Domenica 13 novembre 2016, ore 7.35

Domenica 13 novembre 2016, ore 7.35

di giuliomozzi

Ieri mattina alle sette e mezza circa sono entrato in quest’aula. Ho acceso il riscaldamento, ho lasciata aperta la porta per cambiare l’aria. Mi sono seduto, mi sono guardato intorno, e ho fatto un conto: negli ultimi sei anni ho trascorso qui dentro, a far lezione, circa millecinquecento ore: poco più di un migliaio con Gabriele Dadati e con ospiti occasionali, le altre da solo.

La parola aula, connessa etimologicamente con aere e quindi con aria, significa originariamente qualcosa come “spazio connesso a un edificio, ma aperto”: una corte esterna o una corte interna, magari circondato o parzialmente delimitato da un colonnato, eccetera. Uno spazio destinato alla vita comune, alla conversazione, all’incontro, ai pasti e ai festeggiamenti, magari anche al barbecue. Lentamente la parola passò a significare invece un luogo chiuso, ma grande, arioso: non una stanza ma una sala.

A me piace questa idea dello spazio aperto: perché se cerco di pensare al me stesso che fa lezione, l’immagine che per prima mi viene è quella della piuma. Me stesso, in aula, è esposto ai quattro venti, e i venti lo fanno andare di qua, di là.

In che cosa consiste il mio lavoro di insegnante di narrazione? Me stesso sta lì; si discute di storie e di immaginazioni; chi possiede le storie e le immaginazioni parla, racconta, espone; e se va tutto bene me stesso viene sollevato, ricade, plana, di nuovo s’innalza, gira su se stesso, precipita, viene raccolto da una nuova folata e riportato di qua, di là.

Il vento non si vede: ma la piuma si vede. Questa è la virtù della piuma.

Mi rendo conto che molti pensano che, in una situazione come quella della Bottega di narrazione, il cosiddetto docente debba essere molto attivo; parecchi, addirittura, temono che un docente possa essere troppo attivo.

La cosa importante è invece la passività. La passività del docente riesce a rendere visibili alle persone i movimenti, le giravolte, gli ondeggiamenti, i va-e-vieni delle loro immaginazioni.

Questo pensavo ieri alle sette e mezza circa.

13 Risposte to “Aula e piuma”

  1. L'esageratore Says:

    Molto bello e raro.

  2. Marina Says:

    Molto bello e poetico. Tu eri lì alle 7.35, le nostre immaginazioni stavano uscendo dalla dimensione notturna per presentarsi alla luce e all’aria. Grazie, Giulio.

  3. claudia Says:

    Poetico.

  4. antoniolamalfa Says:

  5. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 31 dicembre 2004 – Lo tsunami: l’acqua ha una forza terribile, irresistibile. È da tutte le parti. È tantissima, ne arriva sempre di più. Sento di non potere niente, non ho più peso, non ho più corpo, sono un fuscello, una piuma, in un vento centomila volte più forte di me. Vengo sbattuto, sollevato, scagliato in ogni direzione, sono assolutamente in balia di questo spropositato flutto che sembra volere soltanto crescere, invadere, sopraffare la terra e tutto ciò che c’è sopra. Non so che fare. Posso solo aggrapparmi a qualcosa, qualcosa che resista all’orrenda fiumana, qualcosa di fermo, di piantato, di solido, in mezzo al furibondo gorgo. Sento qualcosa fra le mie dita – le dita della mia mente. È solo un pezzetto di materia dura, di forma cilindrica, ma, ciò che è strano, non si muove, resta, inspiegabilmente, perfettamente fermo. È – credo di capire che sia, ma forse deliro, forse il mio è già il sogno di un morto – una penna. L’afferro, la stringo, mi aggrappo con la forza di un’estrema speranza. Scrivo: dal centro dell’orrore, dal fondo del disumano Maëlstrom. Scrivo e aspetto: che la furia si plachi, che il mare ritorni in sé, che il sole abbia il tempo di guarire la terra. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  6. Fiammetta Palpati Says:

    Giulio Mozzi è stato, per me, una piuma.

    Ieri, quando poi alla spicciolata siamo arrivati, appesantiti di alcool, chiacchiere da ore piccole e di un malessere struggente – malinconia, paura, gratitudine (e anche altri sentimenti, magari meno nobili) – Giulio in effetti era già lì, ad aspettarci. Era il nostro ultimo giorno di bottega. Tutta la giornata, o quasi, se n’è andata nel prendere accordi per il futuro. Presentazioni, idee per nuovi romanzi, consigli di lettura, contatti, propositi, impegni reciproci, appuntamenti. Un modo di concludere dando un senso – il più positivo possibile – a quello che finiva, e di aprire qualcosa di diverso per ciascuno. Ognuno ha disegnato il sentiero che avrebbe intrapreso da solo, fuori dalla bottega, e Giulio ha riempito la sportina di ciascuno di cose buone, utili. Chiudere bene, insomma, come farebbe un insegnante attento, premuroso. Come fa Giulio. Anche noi siamo stati bravi, ho pensato. Nessuno ha perso il controllo. Nessuno s’è lasciato andare al pianto dirotto, all’angoscia della separazione. Molte carezze, contenutissimi scazzi, promesse, una scrivania imbandita, un brindisi a un matrimonio fatto e ad uno da farsi, un augurio a una bambina che nasce, ad uno che quasi compie un anno, sciarpe, segnalibri all’uncinetto, ciabatte, millefoglie e fette di lardo, balli scatenati. Siamo un gruppo tosto (che orribile aggettivo). Non ci siamo amati sempre. Non ci siamo amati tutti. Impossibile. Ma il gruppo sì, il gruppo si è amato, sempre.
    Adesso Giulio scrive questa cosa qui, della piuma, e allora io piango, sì. Ma di emozione, non di dolore. Perché sono giorni che penso all’immagine di un sogno. Un sogno che mi sembra mio. Non ne ho la certezza. Può darsi mi sia stato raccontato e poi io l’abbia avvertito come mio (derive della promiscuità). Chi dovesse leggere e se ne volesse assumere la paternità è ovviamente libero di correggermi. Nel sogno siamo tutti in bottega – quella che vedete nella fotografia; ci teniamo per mano, formiamo un cerchio. Chi prima, chi poi, ci solleviamo, come palloncini, e il cerchio che formavamo per terra rimane sospeso a mezz’aria.
    Avvicinandosi la conclusione ho immaginato Giulio cominciare a scendere, lentamente e assicurarsi che ciascuno tocchi terra. Nella leggerezza della discesa noi tutti avevamo aperti i nostri paracadute. Il mio, per dire, di paracadute è stato un piccolo viaggio nella memoria: ho cercato di rispolverare il ricordo di tutti i miei buoni maestri: da mio nonno che mi segue sul terrazzo mentre io corro col triciclo, fino ad oggi.
    Ieri Giulio dice: Fiammetta ha bisogno di qualche minuto di più per raccontare la storia. È vero. Se potessi, anzi, non la racconterei. Non mi piace parlarne. Soprattutto avendola scritta. Quindi ci giro intorno, prendo tempo. Giulio ascolta e non molla. E l’intensità di quell’ascolto è tale che non può essere ignorata. Allora mi do una mossa e dico quel che devo dire, faccio quel che devo fare, scrivo il libro che va scritto. Grazie buon maestro.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Prego: abbiamo fatto quel che siamo riusciti a fare.

    (Abbiamo è una prima persona plurale).

  8. melaniaceccarelli Says:

    E’ solo la capacità di accoglienza, del farsi concavo, vuoto da riempire che consente all’altro di espandersi. Riesce solo a chi non si costruisce completamente d’ego. Ho visto quella piuma molte volte, a piccoli passetti inciampati, alzandosi e sedendosi, girando su se stessa, alzando le mani e le maniche. Ho visto chiaramente quella piuma che tu descrivi.

  9. acabarra59 Says:

    Pur essendo da tutt’altra parte e direi anche in tutt’altro tempo, sono convinto anche io che Giulio sia un eccellente maestro. Peggio per me che non ho più l’età per andare a scuola. Buona giornata a tutti.

  10. Fiammetta Palpati Says:

    Acabbarra non so quanti anni lei abbia, né se ha grossi problemi di deambulazione. Anzi, a dire il vero, me lo chiedo da parecchio. Più propriamente, anzi, mi chiedo chi diavolo sia questo Acabarra il cui tempismo di “arrivare” sul pezzo è divenuto proverbiale tra noi affezionati lettori di vibrisse. E non le dico le fantasie.
    Comunque. La nostra era una bottega piuttosto stagionata, compresa la scrivente.

    Mel: come l’hai tratteggiato bene!

  11. acabarra59 Says:

    “ 3 ottobre 1985 – Andai in campagna proprio quando se ne andavano tutti. Quello che si dice il tempismo. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  12. sergiogarufi Says:

    che tipo che sei

  13. enrico ernst Says:

    Sapete, col passare del tempo
    ogni cosa, per quanto amara o orrenda, ci sembra indispensabile,
    perfino utile e bella. E questa rude montagna sopra di me,
    era una compagnia – una protezione quasi – mi vestivo della sua ombra.

    Dunque, da questa mia inapparenza mi compiacevo di vedere e ascoltare. Potevo
    sognare liberamente. Era bello, davvero – come se vivessi
    fuori della storia, in un mio spazio intatto, assoluto,
    protetta, e allo stesso tempo presente. (Crisotemi, Ghiannis Ritsos)

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