Marijuana al buio

by

di Paolo Galli

[Paolo Galli, di Reggio Emilia, classe 1986, ha una raccolta di racconti inediti sul mondo delle discoteche e dei buttafuori. Chissà se ce la farà, a trovare l’editore. Il vantaggio per tutti, nel frattempo, è che lo leggiamo gratis. mc]



Qualche birra e un paio di canne

Un venerdì pomeriggio mi ha chiamato Incio. Era pieno luglio. I ventilatori non facevano altro che spalare tonnellate di umidità da un posto a un altro. Faceva un caldo d’inferno. Si poteva star bene solo con l’aria condizionata. Io non l’avevo. Me ne stavo sdraiato nudo sul pavimento.

Incio era uno degli amici di mio fratello. Era anche lui alla cena per il compleanno della biondina un po’ troia. Aveva una gran cotta per quella biondina. Non che a me fregasse un accidente, ma questa cosa della cotta per quella biondina non riuscivo proprio a capirla. Incio era un tipo sveglio, uno che si dava da fare. Aveva una gran passione per le moto e faceva il meccanico part time. Studiava da ingegnere. Era anche un bel ragazzo, a parer mio. Era alto, largo di spalle, e aveva una faccia pulita, da bambino. Quella biondina non valeva uno sputo di tabacco masticato.

Devo aver visto Incio tre o quattro volte in tutto. Ma avevo il suo numero, e lui aveva il mio. Mi sono alzato, ho preso il telefono. Mi sono sdraiato di nuovo e ho risposto.

“Incio”, ho detto.

“Ciao Pà”. Mi chiamava Pà, non so perché. Non mi piaceva quel soprannome, ma non gliel’ho mai detto. “Stasera ti va di venire con me a una festa”?

Il caldo umido m’imprigionava le forze. Non avevo voglia di parlare. Non avevo voglia di fare assolutamente nulla che non fosse starmene sdraiato nudo sul pavimento. Quindi ho tagliato corto. “Va bene”.

“Ti passo a prendere alle nove in punto”.

“Va bene. Ciao”. Ho riattaccato.

Verso le sette del pomeriggio cominciavo a sentire meno caldo. Avevo le forze per stare seduto. Mi sono messo sul divano, davanti alla televisione, a bere whisky con acqua. Alla televisione davano un documentario sulla disfatta di Napoleone in Russia. Vedere tutti quei morti congelati mi faceva un effetto rinfrescante. Quando Incio è arrivato ero completamente sbronzo. Sono sprofondato nel sedile e mi sono lasciato trasportare dal dondolio dell’auto. Incio diceva qualcosa a proposito di una villa in campagna, di una festa per pochi. Invitati selezionati. La sua voce mi arrivava attutita, lontana, come se mi parlasse sott’acqua. Per un attimo ho ripensato alla selezione che facciamo alla ex fonderia. Poi ho aperto il finestrino e ho vomitato sulla fiancata dell’auto. Incio ha acceso una canna e me l’ha passata. Cominciavo a sentirmi meglio.

Abbiamo trascorso gli ultimi cinque minuti sobbalzando su una carraia in mezzo al nulla. Quando siamo arrivati il sole stava tramontando. Incio ha parcheggiato nel mezzo del piazzale. Era una gigantesca villa bianca. Non riuscivo a ricordare per quanto tempo avessimo viaggiato. C’era solo campagna, ovunque mi girassi.

Incio ha suonato il campanello. La biondina stupida ha aperto la porta. Era in mutande, indossava una camicetta e un paio di infradito. I capelli bagnati rigirati da una parte. La faccia di Incio ha passato tutte le tonalità di rosso percepibili dall’occhio umano. Rilassati, avrei voluto dirgli, è solo una biondina stupida che ti si vuole fare. E forse ci vuole fare tutti e due, e per lei non sarebbe la prima volta.

Sono sprofondato in una poltrona nel salone. La biondina mi ha mollato in mano una birra fresca. Era tutto rallentato. I miei movimenti, i movimenti di Incio, lo sculettare della biondina. Ogni cosa passasse davanti ai miei occhi era sfocata e lasciava una scia. “Buona quell’erba”, ho detto. “Vado a finire di prepararmi”, ha detto la biondina. Incio ha sorriso guardando il culo della biondina che lasciava la stanza. Si è seduto nella poltrona accanto alla mia e ha scolato d’un sorso metà della sua birra. Siamo rimasti seduti, in silenzio. Abbiamo scolato le nostre birre. Guardavamo nel vuoto, completamente fatti. La poltrona mi fasciava la schiena e le spalle. Non sentivo più le gambe. Mi sono accorto di una musica, a basso volume. Una musica jazz. Batteria, basso e sax. Volevo chiedere a Incio se quella musica c’era sempre stata, ma non riuscivo a decidermi ad aprire bocca e parlare. La biondina è riapparsa sulla soglia del salone. Aveva ancora la camicetta e si era raccolta i capelli in una coda alta. Indossava un paio di pantaloncini neri di jeans, sfilacciati, corti da non coprire completamente il culo. L’ho guardata chinarsi al frigobar e prendere due birre. E per un attimo ho sperato che volesse farci tutti e due. “Manca una persona, ma sta arrivando”, ha detto. Ha appoggiato le birre sul tavolo di fronte a noi. Si è seduta sulle gambe di incio e ha tirato fuori una canna dal taschino della camicetta. L’ha messa in bocca a Incio e gliel’ha accesa. Ha stappato le birre e ce le ha passate. Poi si è alzata ed è sparita di nuovo.

“Mi spieghi che cazzo di festa è”? Ho detto a Incio.

“Che cazzo ne so. Ci ha invitato lei”. Ha detto lui.

Abbiamo scolato le birre e fumato la canna. Era erba buonissima. Le pareti in sasso si muovevano davanti ai miei occhi. I sassi si mischiavano formando dei mosaici. La mia poltrona ruotava su tutte e quattro le pareti. Poi ha iniziato a aumentare la velocità, come se qualcuno stesse mandando avanti veloce una pellicola. Mi sembrava di non riuscire a mantenermi in equilibrio da seduto. Credevo che avrei vomitato da un momento all’altro. La poltrona stava compiendo un avvitamento verso il basso e mi sarei schiantato al suolo. Mi sono lanciato fuori, eiettato come un pilota che abbandona il suo jet. Mi sono ritrovato in piedi, davanti a Incio.

“Woah, non crederai mai a quello che mi è appena successo”, ho detto.

Incio fissava il vuoto, con un’espressione ebete. Un sorrisetto accennato.

“Oh, ti sei perso?” Ho detto.

Nessuna risposta.

“Guarda che secondo me la biondina ti si vuole fare”.

“Speriamo”, ha risposto.

“Ah, bene, sei ancora qui con noi”.

“Siamo qui”, ha detto la biondina.

Ci siamo girati verso l’ingresso del salone. C’era la biondina, e c’era Daniela. Un malloppo d’aria e saliva mi ha ostruito la gola. Ho deglutito strizzando gli occhi. Daniela era una visione straordinaria. Stava appoggiata con una spalla al muro dell’ingresso. Aveva un sorriso accennato sul lato della bocca. Le braccia incrociate sotto al seno grande e sodo. Sembrava lo cullasse. Aveva la minigonna di jeans della prima sera in cui l’avevo vista. E un paio di sandali con un tacco altissimo. Era tutta abbronzata. La biondina si è avvicinata a Incio. Gli ha infilato in bocca tutta la lingua che aveva e poi l’ha guardato dritto negli occhi per qualche secondo. “Vuoi venire un momento con me”? Gli ha detto. Incio si è alzato e s’è lasciato portare chissà dove. Sulla soglia del salone si è girato a guardarmi. Il suo sorrisetto ebete s’era fatto decisamente più grande. Daniela era ancora là, appoggiata al muro. Il suo sguardo mi ha colpito talmente forte da farmi ricadere seduto sulla poltrona. “Ciao”, ha detto. Si è staccata dal muro. Sembrava che si avvicinasse a rallentatore. Quelle cosce vibravano come ferro arroventato sull’incudine. Mi si è fermata davanti e ha slacciato il primo bottone della gonna. La gonna è scivolata lungo le gambe.

Marijuana al buio

Erano le undici e mezza, la sera della vigilia di Natale. Me ne stavo sdraiato sul divano a guardare la televisione. Aspettavo che il malloppo ingerito durante la cena con i parenti mi allargasse le viscere e si mettesse comodo. Avrei avuto gl’incubi se mi fossi addormentato con tutta quella roba ancora viva e in movimento nella pancia.

Stavo guardando una di quelle trasmissioni in cui raccontano la storia di un omicidio irrisolto avvenuto venti o trent’anni prima. C’era questo presentatore, grasso e affaticato. Restava praticamente immobile. Lo studio era al buio, e lui era illuminato da un fascio di luce blu. Al posto degli occhi aveva due biglie sporgenti e tremolanti, sembravano due gocce d’olio bollente sul punto di esplodere. Li teneva sbarrati. Tentava di mettere su un’espressione terrorizzata. E prima di rivelare un dettaglio importante allargava le braccia e abbassava la voce. Ce la metteva tutta. Avrei voluto entrare nello schermo, dargli una pacca sulla spalla e accompagnarlo fuori dallo studio. La puntata parlava dell’omicidio di una anziana insegnante di pianoforte. L’assassino era una persona che lei conosceva e che aveva fatto entrare in casa. Non c’erano segni di scasso o di lotta. Chiunque l’avesse uccisa, aveva fumato due sigarette. Le cicche erano spente sul pavimento e sul divano. Erano l’unico indizio lasciato dal killer. Il cadavere era seduto sullo sgabello del pianoforte, con la testa appoggiata sulla tastiera. Era stata strangolata. Non si è mai trovato l’assassino perché, diceva il presentatore, all’epoca non era possibile effettuare l’esame del dna sulle sigarette. Le scritte in bianco cominciarono a saettare in fondo allo schermo. Il presentatore stava per concludere. Aveva riassunto nomi e ruoli dei tre principali sospettati. Aveva allargato le braccia per un’ultima rivelazione. E il mio telefono ha cominciato a squillare. Era Daniele. Non lo sentivo da mesi. Credo che all’epoca facesse ancora il camionista. Prima che investisse quel ragazzino triturandolo insieme alla sua bicicletta sotto le ruote del camion. Guidava ubriaco o che so io. Credo che poi gli avessero tolto la patente e fosse finita lì. Siamo in Italia, nessuno va mai in galera per niente. Ad ogni modo, faceva ancora il camionista. Viveva fuori città. Era di passaggio per le feste.

“Ciao vecchio. Buon Natale. Come vanno le cose”?

“Ciao Dan. Buon Natale. Sempre al solito. Tu”?

“Ho proprio voglia di fumare un bel cannone d’erba”.

“Mi spiace amico, non ho niente”.

“No. Ma che hai capito? L’andiamo a prendere. Un tale che conosco mi ha dato una gran dritta su uno che ha roba buona”.

“Dan, amico, mi spiace, ma non ho voglia di andare a cercare erba a mezzanotte della vigilia di Natale”.

“Dai, sono già lì da casa tua”.

“Vediamoci domani pomeriggio”.

“Sono nella tua via. Dai, esci”. E aggancia.

Usciamo dal mio quartiere e prendiamo la statale 63. Daniele guida verso il centro. Mette un cd di musica techno e si tiene la custodia in grembo. Dal posacenere prende un pacchettino bianco. Ferma il volante con le ginocchia e apre il pacchetto usando entrambe le mani. Fa cadere un po’ di coca sulla custodia, poi si porta la custodia al naso e tira. Prendiamo la circonvallazione. È la strada che faccio tutte le mattine per andare all’università. La circonvallazione ha tre corsie. Cinque giorni su sette si riempie di oggetti immobili e fumanti, di colpi di clacson e di puzzolenti motorini che si muovono impazziti come mosche intorno al letame. Mi sembra ingiusto attraversarla così, deserta e buia. Mi inquieta. Sembra che Daniele mi abbia letto nel pensiero.  Esce dalla circonvallazione, e prende verso nord. Attraversiamo i quartieri popolari. I marciapiedi bui, le palazzine degli anni ’60 e ’70 sfigurate da blocchi d’intonaco caduti e cancelli arrugginiti e immobili. Arriviamo a un incrocio. Il semaforo lampeggia, indifferente. Daniele rallenta e si guarda intorno. Poi si decide, svolta a destra. È una strada senza uscita. Arriviamo fino in fondo. C’è un telaio metallico arrugginito che doveva essere una fermata dell’autobus. E quel che resta di un cassonetto dell’immondizia bruciato. A sinistra ci sono due altalene rotte e quattro panchine. A destra ci sono due palazzi. “È qui”, dice Daniele. Ferma l’auto accanto ai resti della fermata dell’autobus. È una via buia. C’è solo un lampione basso all’inizio della strada, vicino all’incrocio. È quasi mezzanotte e mezza. Le due palazzine sono identiche, alte sette piani. Un cane esce dal cancello rotto della palazzina di destra. Ci annusa le scarpe e se ne va. “È questa”, dice Daniele. Poi mi guarda e sorride. Il quadro con i campanelli non è illuminato e usiamo i cellulari per fare luce. Cerco di leggere qualche nome, ma sono tutti stranieri e non ho proprio idea di come si possano pronunciare. Qualcuno è addirittura scritto in arabo. Daniele suona un campanello senza nome. Suona tre volte, a intervalli regolari. Poi una quarta volta, tenendo premuto più a lungo. Il portone scatta. L’atrio della palazzina è buio. Tasto il muro alla mia destra. Trovo un buco dal quale pendono dei fili scoperti. “Quarto piano”, dice Daniele. L’ascensore è una trappola claustrofobica degli anni sessanta, con le porte di legno che devono combaciare perfettamente altrimenti non parte. Accendiamo i cellulari e prendiamo le scale. Ogni pianerottolo ha tre porte, e una finestra che s’affaccia sulla strada chiusa. È una limpida notte d’inverno. Al secondo piano c’è una porta sbarrata con uno spesso nastro giallo. Mi avvicino e leggo la scritta in nero: “LOCALE POSTO SOTTO SEQUESTRO”. Daniele non fa una piega e corre verso l’alto. Al terzo piano tutte e tre le porte sono sbarrate. Al quarto, solo due. La terza porta è socchiusa, e uno spiraglio di luce taglia il pianerottolo. Voglio tornare indietro, ma c’è un tale silenzio che non mi azzardo ad aprire bocca. Un ometto di colore con un cappello di paglia spalanca la porta. Si guarda intorno e senza dire una parola ci fa cenno di entrare. È un piccolo appartamento. A sinistra c’è un divano e due uomini di colore guardano una piccola televisione appoggiata su una cassetta di plastica. La TV è senza audio. Sulla destra c’è un altro uomo, alto, che pulisce dei coltelli nel lavandino. Davanti a noi, a poco più di tre metri, c’è un tavolo con sopra un vassoio di polvere bianca. Un uomo grasso con una mascherina sulla faccia lavora al tavolo. Ha un coltello lungo e dalla lama larga con cui infilza la roba bianca sul vassoio e la posa su una piccola bilancia.  Al di là del tavolo c’è una finestra, e un sesto uomo che guarda fuori.

Il piccoletto con il cappello di paglia ci guarda piegando la testa da un lato. Ci chiede cosa vogliamo. Non ci chiede chi siamo, cosa ci facciamo in casa sua, chi ci ha dato l’indirizzo. No, ci chiede cosa vogliamo. Potremmo anche essere poliziotti, no? No, forse no. Lui, e tutti gli altri, i poliziotti li sanno riconoscere subito. Poi, non ho idea di quale fosse la mia faccia in quel momento, ma di certo non era quella di un poliziotto. Daniele fa un sorrisetto stupido e chiede dell’erba. Uno dei due seduti davanti alla televisione prende un cuscino e lo passa al piccoletto. “Quanto”? Chiede il piccoletto mentre apre la cerniera di un cuscino che in realtà è un gigantesco salvadanaio di marijuana. Daniele sta per dargli una risposta approssimativa e il ragazzone di colore alla finestra si agita e dice qualcosa in una lingua sconosciuta. Il piccoletto molla il cuscino e spegne tutte le luci e la tv. Da un respiro all’altro ci ritroviamo nel buio quasi totale. L’uomo alto dei coltelli ci prende per le spalle e ci fa sedere a terra. Tutti si siedono per terra. Tranne l’uomo alla finestra, che si è schiacciato contro il muro e guarda ancora fuori. “Che cosa cazzo c’è”? Chiede Daniele. Il ceffo alto dei coltelli gli pianta un cazzotto in piena pancia. Dalla strada buia compare una luce blu, che lampeggia, prendendo sempre più spazio sul soffitto. C’è un silenzio totale. Un silenzio fragilissimo, che scricchiola sotto il peso di quella luce blu. Poi una luce gialla è passata rapidamente sulla finestra. E dopo un secondo netto ci è tornata ed è rimasta ferma lì per un po’. L’uomo schiacciato contro al muro si era seduto anche lui. Daniele mi stringeva forte il polso. Vedevo giusto la sua ombra, di fianco a me. Guardava per terra, e respirava veloce. Poi abbiamo sentito dei passi, nel corridoio. Poi più niente. Daniele aveva allentato la presa. Poi qualcuno ha bussato forte. Tre volte. Colpi secchi e pieni. L’eco dei colpi mi ha mandato in pezzi la lucidità. Daniele ha stretto ancora più forte e l’ho sentito che tratteneva i singhiozzi. Si scuoteva tutta, la sua ombra. Gli si erano sbriciolati i nervi. Doveva fare uno sforzo maledetto per silenziare tutta quell’aria e quell’istinto. Io mi sentivo come se fossi svenuto. Come se il sangue avesse smesso di circolare. Come se fosse qualcun altro a respirare al posto mio. Di nuovo silenzio. E ancora quell’aurora boreale intermittente sul soffitto. Saranno passati due minuti o tre, e hanno suonato al campanello. Una bella strombazzata lunga, poi un’altra. Poi di nuovo tre colpi secchi sulla porta. Daniele cominciava a mugolare, non ce la faceva più. I neri erano immobili, impassibili. Ho pensato che forse aveva ragione Daniele. Se quelli là fuori erano poliziotti, e se ci avessero trovato qui, insieme a questi spacciatori, con tutti quei chili di cocaina e di marijuana. E con tutti quei coltelli. Addio alla vita. Addio alla carriera, di qualunque genere. Magari è così che hanno cominciato anche questi neri qui, ho pensato. Solo per farsi una canna si sono ritrovati in una situazione di merda che li ha fottuti alla grande per il resto della vita. Invece magari si sarebbero solo fatti una canna, poi qualche altra, e poi avrebbero smesso. Magari qualcuno di questi neri qui poteva essere un medico adesso. Giuro che se la scampo studio da medico, mi son detto. Poi i passi si sono allontanati. Daniele si stava mordendo il pugno. L’aurora boreale è sparita d’un colpo. Il ragazzone nero vicino alla finestra ha dato uno sguardo fuori. Ha fatto cenno di no. Siamo rimasti lì altri dieci minuti buoni. Ho acceso una sigaretta e l’ho passata a Daniele. Al secondo tentativo, il ragazzo della finestra ha detto che andava bene. È tornata la luce. Il volto di Daniele era una maschera viola, zuppa di lacrime e terrore. Il piccoletto con il cappello di paglia l’ha guardato e ci ha sbattuti fuori. Ho guidato io tornando a casa. Daniele non diceva niente.

Alla fine l’ho scampata, ma non ho studiato da medico. Per un po’, ho fatto il buttafuori in discoteca.

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74 Risposte to “Marijuana al buio”

  1. pococurante Says:

    Belli, meglio il secondo del primo. Speriamo che non trovi un editore per leggerne altri gratis.

  2. Cristian Says:

    mah … ma che roba è?? (il primo poi è un racconto? Sinceramente a me sembrano se posso dirlo penosi. Ecco: perché sono stati pubblicati? evidentemente mi sfugge qualcosa … Forse sono prevenuto nei confronti di cose così … Non so …

  3. bianconiglio decimo meridio Says:

    Se ho ben capito non sono stati pubblicati. Lo stile è sincopato, le scelte lessicali povere, i temi triti e ritriti… A me non piace e non lo comprerei mai. La curiosità è questa. Un editore lo dovrebbe pubblicare perchè lo considera bello o perchè lo considera vendibile (o magari entrambe le cose)?

  4. Michele Says:

    A me è piaciuto. Fa vedere tutto bene. Mai banale. Ci sono tante trovate originali. E poi c’è il ritmo giusto, e fa ridere. Bravo Paolo Galli.

  5. Ezio Says:

    Anche secondo me non sono un granché, mi spiace. Come Cristian anch’io mi chiedo come mai sono pubblicati qui. Che sia una provocazione di Giulio o che sia io ignorante totale, anzi “più totale”? Ok con Bianconiglio Decimo Meridio sulle scelte lessicali: ho provato a leggerli saltando frasi e rileggendole poi a caso, non cambiava quasi nulla. Idem per i temi sviluppati mille volte e non tutti siamo Bunker o Palahniuk.

  6. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 23 settembre 2016 – « Vedere tutti quei morti congelati mi faceva un effetto rinfrescante. » (Paolo Galli, Qualche birra e un paio di canne) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  7. Michele Says:

    Vorrei capire da chi ha commentato le “scelte lessicali povere” che tipo di lessico si fosse atteso da questo genere di personaggio-narratore. Sui temi “sviluppati mille volte”, non a tutti devono piacere, ma l’eventuale poca originalità del tema nulla ha a che vedere con la qualità del testo. Il quale, andrebbe scandagliato con dettaglio di analisi per vederne riconosciuto il discreto valore.

  8. anna maria bonfiglio Says:

    per quel che può valere, non mi piacciono, né come genere né come scrittura. vabbe’ minimalisti, però…

  9. bianconiglio decimo meridio Says:

    Ok Michele. Suppongo ti riferissi al mio intervento. Nel we analizzerò nel dettaglio il testo. Poi, auspicando che tu faccia lo stesso, vedremo chi sarà in grado di produrre le argomentazioni migliori!

  10. Michele Says:

    bianconiglio decimo meridio, ho altri programmi per il week end, leggerò comunque con attenzione tue eventuali note.

  11. Ezio Says:

    Michele ha toccato un bell’argomento, secondo me: “l’eventuale poca originalità del tema nulla ha a che vedere con la qualità del testo”. Ne parliamo? Secondo me, siccome i temi non sono infiniti, la qualità del testo ha la sua importanza. Per esempio, perché il personaggio deve per forza parlare “così” e non “cosà”?
    Potrebbe essere stato un buttafuori malinconico, per esempio, o delirante e usare il lessico della profezia. Sia detto e preso senza nulla di personale, spero.
    PS io ho l’influenza e trascorrerò il we in casa, quindi leggerò e leggerò e leggerò….

  12. massimo Says:

    Il narratore adotta un linguaggio mimetico e pare rivolgersi a una platea di coetanei. Questo giustifica la rinuncia a un linguaggio formale o alto, l’uso delle iperbole (spalare tonnellate d’umidità, gran passione, La faccia di Incio ha passato tutte le tonalità di rosso percepibili dall’occhio umano) e l’adesione a luoghi comuni (faceva un caldo d’inferno). Tuttavia le ripetizioni (il caldo, lo stare sdraiato nudo, sprofondare nel sedile/poltrona, salone, birra…) mi sono parse ridondanti e mi hanno trasmesso quella sensazione di povertà lessicale di cui ho parlato nel precedente post. Che lo stile sia sincopato credo non necessiti di argomentazioni. Per me la punteggiatura è il respiro di un testo. Tutti quei punti fermi sono una sorta di iperventilazione. In molti punti ho trovato la scelta esasperata e fastidiosa, come qui: “di una festa per pochi. Invitati selezionati.”
    Le similitudini mi sembrano brutte. A mio modo di vedere la similitudine è ben fatta se non buca il testo, se è davvero una similitudine. Leggendo autori contemporanei, mi imbatto sempre più spesso in similitudini azzardate, eccessive e soprattutto che non riescono a centrare l’obiettivo, cioè quello di rendere più evidente agli occhi del lettore con un paragone azzeccato ciò che si vuole dire. Sputo di tabacco masticato. Fra i ragazzi di oggi, pochissimi, per non dire nessuno, mastica tabacco. Eiettato come un pilota che abbandona il suo jet. Questa è efficace, ma l’ho trovata incoerente con il tono complessivo del testo. Quelle cosce vibravano come ferro arroventato sull’incudine. Il ferro rovente sull’incudine vibra? Francamente non lo so, ma non mi pare. In ogni caso più che creare un’immagine mi ha spinto a riflettere sulle parole e sulle intenzioni dell’autore, quindi ha spostato la mia attenzione impedendomi di godere del piacere della lettura.
    C’è la tendenza a fornire informazioni inutili. All’inizio afferma che si poteva stare bene con l’aria condizionata e lui non ce l’ha. Se usa il ventilatore è presumibile che l’aria condizionata sia assente. La citata “gran passione” è un iperbole e come detto rientra nello stile dell’autoe, ma il termine passione mi pare racchiuda l’idea di grandezza. Stessa cosa per il sorrisetto accennato. Il sorriso accennato è un sorrisetto, tanto che poco sotto, riferendosi alla ragazza, usa la costruzione in maniera più corretta. “Per un attimo ho ripensato alla selezione che facciamo alla ex fonderia”. Presuppone informazioni che al lettore mancano. Si potrebbe sostenere che è un non detto e che si può evincere dal contesto. Vero, ma incoerente con il resto del testo, ricco di dettagli. A volte francamente prolissi, come qui: Ma avevo il suo numero, e lui aveva il mio. Mi sono alzato, ho preso il telefono. Mi sono sdraiato di nuovo e ho risposto.
    Tutti questi aspetti rappresentano uno stile? Forse sì. Questo stile mi piace? Sicuramente no. Aggiungo che il tema proposto è a mio avviso decisamente banale e che non vedo alcun elemento innovativo rispetto ai (pochi) altri scrittori da me letti che hanno già affrontato temi analoghi. Diciamo che mi sembrano tutti simili: atteggiamento strafottente, stile veloce, ricorso a un linguaggio mimetico… Insomma, tutto già visto!
    Concludo dicendo che il ragazzo non si deve crucciare del mio giudizio. Si trova in ottima compagnia, perché io considero la bruttezza assoluta la paratassi di McCarthy, molto brutto il flusso di coscienza di Joyce e soporifere le invenzioni di Gadda. Quindi il mio giudizio, evidentemente, può essere del tutto errato.

  13. bianconiglio decimo meridio Says:

    Dimenticavo! Il secondo racconto non l’ho letto! E nel precedente post ho dimenticato di cambiare il precedente nick! A livello informatico sono una frana…

  14. Patrizia Patelli Says:

    Paolo, io spero invece, tanto, di vederli pubblicati, benché pubblicazione non sia sinonimo di qualità, perché li ho letti d’un fiato e avrei voluto continuare a girare pagina. Sono scritti bene, il respiro lessicale è perfettamente in sintonia con il mio di lettrice. Il tuo problema, forse, è proprio che non sono stati tratti da un libro edito, che il tuo nome non sia apparso in nessuna vetrina (o forse sì è ti chiedo scusa): sarebbe stato accolto in maniera diversa. Bravo!

  15. Patrizia Patelli Says:

    Chiedo scusa per gli errori ( in mezzo a tanti scrittori…) ma sto scrivendo dal cellulare

  16. Ezio Says:

    Bianconiglio ti sei veramente impegnato, congratulazioni. Il tuo intervento mi ha insegnato molto, specialmente nella parte dove scrivi sulle similitudini. Ne avevo una diffidenza istintiva dopo averne riscontrato un uso eccessivo nei miei tentativi di scrittura (e nel parlato). Mi chiedevo infatti perché mai usarle, e magari spesso: non sarà perché non ho null’altro da dire? Concordo sulla punteggiatura. Il secondo racconto è effettivamente migliore (anche se non mi piace), magari se lo si presentava prima avrebbe mitigato il giudizio sull’altro.
    Se, come scrivi, il linguaggio pare rivolgersi a una platea di coetanei, allora sembrerebbe sempre quello da quarant’anni. Magari scrivere “che cosa cazzo c’è” funziona (forse meglio nel contesto d’urgenza) e un editore si trova.
    Son stupito, e mi consolo, di non essere l’unico a cui non piace McCarthy.

  17. Ezio Says:

    nel commento precedente a causa dell’uso delle caporali è saltato un pezzo: (forse meglio – ‘ cazzo c’è? – nel contesto d’urgenza)

  18. Cristian Says:

    Massimo, che lavorone! Bravo, però un’analisi così la si poteva far anche su un articolo di giornale, o qualunque altro testo senza che per questo si faccia un passo avanti su ciò che veramente interessa riguardo a un racconto: è bello? è brutto? mi dice qualcosa? (e posso anche accostarlo a generi autori (per es Marco Candida stesso) trovare stilemi ecc ecc, ripeto, senza per questo pronunciarmi sulla sua qualità).

  19. bianconiglio decimo meridio Says:

    Ringrazio Ezio e Cristian per i complimenti. In ogni caso non volevo insegnare niente a nessuno. Mi è stato chiesto di argomentare un mio giudizio e l’ho fatto. Per quanto riguarda la tua domanda, Cristian, non credo possa avere una risposta definitiva. Il bello e il brutto sono soggettivi, la scrittura a regole e metaregole che possono essere analizzate e valutate. A me pare brutto, l’ho detto e ne ho spiegata la ragione. Non saprei cosa aggiungere. Patrizia, invece, merita una risposta a parte.

  20. bianconiglio decimo meridio Says:

    Patrizia tu sostieni che se il testo fosse stato pubblicato avrebbe ricevuto una diversa accoglienza. Fatta la premessa che in effetti è stato pubblicato, perché questo blog è pur sempre un luogo pubblico, e che ha ricevuto il favore di Giulio Mozzi, mi limito a farti notare che sono numerose le piattaforme internet su cui il pubblico ha facoltà di recensire i libri che acquista in libreria e non mi pare che le opinioni siano più morbide. Su questo stesso blog in passato si era accesa una disputa sul valore di Gilda Policastro.
    Concludo dicendo a Paolo che se questo è il suo modo di scrivere e se a lui piace, deve proseguire su questa strada! Non si può piacere a tutti, ma ciascuno di noi può sapere se piace a se stesso. E se gli elogi sono un balsamo, a volte le critiche aiutano a crescere. Quindi, io non comprerò mai un libro scritto così, ma auguro comunque all’autore di trovare un editore disposto a puntare su di lui. E spero che possa ottenere lo stesso successo degli autori che a me non piacciono e che ho già citato🙂

  21. mabertoli Says:

    Non è che sia peggio di tante altre cose; è che è uguale a troppe altre.

  22. dm Says:

    Davvero molto belli.
    Complimenti all’autore e grazie a chi li ha portati qui.

  23. fred flinston Says:

    Non so perché ma l’atmosfera dei racconti mi sembra finta. Mi sembra più da provincia americana o anglosassone che da provincia italiana. Forse è il tipo di linguaggio che si rifà a quel tipo di cultura. Insomma mi sembrano scritti da Marco Candida sotto pseudonimo

  24. C.P. Says:

    Per l’ambientazione, i temi, i personaggi, la scrittura (comprese le similitudini dissonanti) questi testi li avrebbe potuti scrivere Ammaniti vent’anni fa. Per questo forse non lo comprerei un libro di racconti tutti così, ma penso che l’autore sia da tenere d’occhio.

  25. Gianluca Gemelli Says:

    Mi piacciono molto, spero li pubblichino. Anche se temi e scelta stilistica sono praticamente puro Ammaniti, P.G. scrive molto bene. Secondo me deve fare ancora un po’ di lavoro, eliminando qualche residuo eccessivamente letterario (“a parer mio” “Il caldo umido m’imprigionava le forze” “Non avevo voglia di fare assolutamente nulla che non fosse starmene sdraiato”) e inserire qualche parolaccia in più (“Non che a me fregasse un accidente”), ma giusto un po’. Peccato che il primo racconto si interrompa così.

  26. Cristian Says:

    teniamolo d’occhio, sì, che non voglia magari riprendere la penna in mano!

  27. dm Says:

    C.P., secondo me ti sbagli. Il primo Ammaniti (quello di “Fango”, ad esempio”) è lontanissimo dall’autore di questi racconti. Sotto l’aspetto del linguaggio, dico. Le tematiche al netto dello stile mi paiono irrilevanti nella caratterizzazione di una voce.
    Io ci vedo, invece, un che di bolañesco. Con le dovute proporzioni. (Penso ad esempio al Bolaño di “Puttane assassine”).

  28. acabarra59 Says:

    “ Domenica 25 settembre 2016 – Leggo Giulio Giorello (filosofo della scienza, 1945) che, a domanda, risponde che al liceo « invece di leggere Manzoni, leggev[a] l’Ulisse e a Pascoli preferiv[a] i Canti pisani di Pound ». Mi sembra, non so se mi spiego, « sccc… scientifico » – « Domenica 8 maggio 2005 – “ Sccc… sccc… scientificamente “ (I soliti ignoti, Monicelli, 1958) ». [*] [**]
    [*] Dite che non c’entra niente? C’entra… c’entra…
    [**] Lsds / 73…

  29. dm Says:

    C’è anche questo problema. In generale, diciamo. Presenti esclusi.

    Sono anni che non linko un mio pezzo in un altro blog; lo faccio solo perché in effetti questo l’ho scritto sul rinculo della discussione qui sopra, e in qualche modo lo sento dovuto.

    La polemica è ovviamente scherzosa.

  30. C.P. Says:

    dm, non ho letto niente di Bolaño, e quindi non so, ma, per quanto riguarda le somiglianze con “Fango”, penso che vada ben oltre i temi: è sostanziale.
    Si potrebbe creare un racconto leggibile e coerente montando insieme sequenze di Galli con altre di Ammaniti (con l’accortezza di uniformare la persone del narratore – prima o terza – e modificando i nomi ai personaggi). Non verrebbe un capolavoro ma non si vedrebbe una cucitura, un cambio di mano da un autore all’altro. Provare per credere!

  31. Ezio Says:

    dm ho provato a leggere il tuo testo, ma non sono sicuro di aver capito molto.
    Potrebbe essere che: i due testi sono come una traduzione in inglese ritradotta in italiano da uno statunitense (una specie di surimi letterario, il massimo della transgenderietà), cioè un’americanata ben riuscita? e che chi ha il palato troppo fine, non ama il ketchup? Così fosse, m’immagino Giulio Mozzi in qualche osteria con Bissolati e la Prestante che sogghignano diabolicamente.
    Dopo provo a leggere ancora “il problema”. Intanto ho ritrovato in cantina tre vecchi racconti scritti a macchina su carta da riso, che m’han commosso. Vuoi per abitudine, vuoi per nostalgia, andrà a finire che mi piaceranno anche questi sul blog.
    Certo che questi due pezzi stanno avendo un discreto successo, eh?

  32. gian marco griffi Says:

    Ho appena letto questo, in un commento qui sopra: “io considero la bruttezza assoluta la paratassi di McCarthy, molto brutto il flusso di coscienza di Joyce e soporifere le invenzioni di Gadda”.
    Bene, adesso le ho lette davvero tutte.

  33. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Gian Marco: ti manca solo sentir parlar male di Manzoni.

  34. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 26 settembre 2016 – « Libera canna in libero stato » (Titolo di un articolo di Roberto Saviano su L’Espresso di questa settimana) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  35. gian marco griffi Says:

    Basta che non insegnino letteratura, poi, per mio conto, possono anche dire che Shakespeare scriveva da cani. Ma se non lo dicono a me, o se non lo leggo per caso, preferisco.

  36. bianconiglio decimo meridio Says:

    Gian Marco non insegno letteratura e non pretendo di insegnarla. Tuttavia se la tua idea di cultura si basa sul principio di autorevolezza e non sull’indipendenza di giudizio spero che non lo faccia neppure tu.

  37. Ezio Says:

    Manzoni strappava le ali alle mosche perché gli piaceva vederle camminare sulla propria scrivania😛

  38. gian marco griffi Says:

    Bianconiglio, lascia perdere l’autorevolezza. Suppongo che tu abbia letto a fondo McCarthy, Joyce e Gadda, oltre a Lewis Carroll.
    Orbene, la mia idea di letteratura si basa sul principio secondo il quale se uno afferma quanto affermato sopra (da te? Mi sembrava un altro nome), la letteratura probabilmente non fa per lui.
    Così come la mia idea di calcio si basa sul principio secondo il quale se uno afferma che le giocate di Messi, Van Basten e Baggio sono la bruttezza assoluta, molto brutte e soporifere, probabilmente è meglio che guardi il rugby.
    Non è un dramma.

  39. bianconiglio decimo meridio Says:

    Gian Marco, per me non è un problema se gli autori che ho citato non mi piacciono. Dal tono indignato dei tuoi post ho dedotto che fosse un problema per te. Ma se così non è, amici come prima.

  40. acabarra59 Says:

    “ 19 febbraio 1988 – La questione del gusto. Resto convinto che leggono sempre i libri sbagliati, oppure nel modo sbagliato. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  41. gian marco griffi Says:

    Bianconiglio, io problemi non ne ho. Tu problemi non ne hai. I cadaveri congelati che fanno un effetto rinfrescante, oltre a essere una cosa per cui valeva la pena di leggere il primo racconto qui sopra, non ne hanno più.
    Se McCarthy, Joyce e Gadda ti fanno l’effetto che ti fanno, è un problema loro.
    Perché tanto, in letteratura, si può scrivere tutto di tutti, tirando in ballo il gusto personale, come se non esistesse mai, in nessun caso, un benché minimo metro di giudizio per definire la qualità di una cosa scritta. La tecnica, l’abilità, le ragioni delle scelte linguistiche, non contano niente.
    Uno prende la lingua italiana, ci fa quel che vuole con maestria insuperata, e invece di studiarlo fino all’ultima riga, tu che sei un appassionato di letteratura (mi sembra) hai il coraggio di scrivere che “le sue invenzioni sono soporifere”.
    E lo fai così, come se Gadda fosse uno che ha scritto quattro post in croce su Facebook.
    Mi indigno, cazzo.
    È un mio diritto, tanto quanto è un tuo diritto giudicare Gadda soporifero.
    Ciao.

  42. Ezio Says:

    Il gusto: povero cerchio, povera botte! cosa c’entriamo, protestano. E giù colpi, e mazzate, e impietosi e vibranti come ferro arroventato sull’incudine (a forma di culo biondo).
    Infine ne fuoriesce Attilio, quello che si buca, e ci chiede una Rizla.
    Bianconiglio, abbasso McCarthy e viva la libertà!

  43. gian marco griffi Says:

    Massì, arrangiatevi.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Rinunciare all’autorevolezza equivale a considerarsi autorevoli, poiché ci si fida solo di sé stessi.

  45. bianconiglio decimo meridio Says:

    Gian Marco, io non amo le polemiche via web. Già se ne fanno a sufficienza nella vita reale. Io ho detto che il racconto qui pubblicato a me non piace e, su richiesta, ne ho spiegate le ragioni. Ho concluso le mie argomentazioni dicendo che l’autore non si deve abbattere per la mia opinione perché io boccerei anche grandi autori come i tre citati. Tu mi hai messo in bocca ciò che io non ho detto, ovvero che siccome non piacciono a me non sono, per me, grandi scrittori e su questo stai innestando una sterile polemica. Tu dici che se non mi piacciono dovrei lasciar perdere la letteratura. Io ribatto che prima di giudicare la letteratura bisognerebbe imparare a leggere. Se vorrai replicare, lascerò a te l’ultimo commento, perché non ho proprio voglia di proseguire. Io frequento questo e altri blog per confrontarmi, non per litigare.

  46. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 4 febbraio 2008 – Ogni tanto faccio il professore anche io. Per esempio quando il giovanescrittore Piperno – non è più tanto giovane ed è anche vistosamente ingrassato – mi chiede di trovargli il Pasticciaccio, che non si trova. Io – che sono bravissimo a trovare le cose che cercano gli altri ma non trovo mai quelle che servono a me – lo trovo subito – era stato erroneamente riposto fra i libri di Gadda Conti. Così approfitto dell’occasione per dire una frasetta: « Povero Gadda, pensare che è stato perseguitato tutta la vita da questo cugino… ». Al Piperno, che quasi non ci crede, sarei sul punto di spiegargli che negli anni Trenta, nei Quaranta etc., il Gadda famoso era l’altro, un bischeraccio di cui ora non si ricorda, giustamente, più nessuno… Ma poi non ne ho fatto di niente perché ho pensato che quando parlo di Gadda si capisce che parlo di me etc. “. [*]
    [*] Lsds / 73…

  47. Cristian Says:

    Va be’, discussioni che lasciano il tempo che trovano; resta il fatto che un qualunque testo che abbia un valore letterario deve dirci qualcosa – nelle forme più diverse- sulla vita – magari su una sua fettina microscopica – e questo qualcosa sulla vita, se c’è, il lettore, diciamo pure attraverso il suo corpo, lo sente e reagisce, e nasce un sentimento magari minimo che il testo gli trasmette: che gli comunicherà qualcosa sulla durezza, sullo schifo, sulla gioia della vita, sull’ironia con cui si può guardarla, sulla sua assurdità, sulla sua complessità e via discorrendo. Ora testi come quello sopra ( che detto tra parentesi buoni o no che siano comunque penso che se ne possano trovare in giro a migliaia) hanno lasciato diciamo pure il mio corpo, nervi e testa, completamenti atoni e invece di una qualche consonanza , che c’è se prende piede un sentimento, ho sentito che tendevano ad allontanarsene. Il che, a me almeno, succede con il Kitsch che appunto non può dire niente sulla vita in quanto artificialità (ovvero non vita).

  48. dm Says:

    Il problema è sempre quello.
    Argomentare sul valore di un testo che a un altro sembra brutto ha, diciamo, lo stesso effetto che voler persuadere l’altro a fidarsi meno, o a non fidarsi del proprio corpo. Il che anima il più primordiale degli istinti di autodifesa, culturalizzato e sempre vivo. Attaccando il testo, cioè, ci si difende – e sul piano collettivo questa cosa prende l’aspetto del più sfegatato darwinismo culturale. Ecco, l’ho detto in belle parole anche per chiarirmi.
    Che altrimenti tutta questa discussione tesa non si capisce mica.
    Io sono certo, ad esempio, che chi vede in questi testi il ricalco di un Ammaniti fuori tempo massimo dica il vero. Così come dice il vero chi si dice convinto che di racconti scritti così se ne trovino a migliaia… La qualità immaginativa, la freschezza e la forza simile solo a se stessa di questi due raccontini sembrano, a chi non ne vede i risultati, delle corrispondenze paranoiche fra visionari che abbaiano alla luna. Mi sembra un’immagine che risponda alla situazione. Poi, negarlo sarebbe il meno.
    La lotta, diciamo, nei panni di una pacifica discussione sulla letteratura con il pretesto d’un testo, è sempre fra corpi, secondo me. Non saprei come meglio dirlo; ma a chi non capisce posso dire che è solo colpa mia. E saluti.

  49. marcocandida Says:

    Daniele e tutti, i libri di Ammanniti non parlano di buttafuori e discoteche. Farei discorsi più elementari. Quando al liceo mi davano un tema, pensavo a cosa scrivere su quel tema. Non pensavo con quale stile scriverlo – Cicerone o Cesare . Lo stile doveva essere chiaro e corretto. La cosa importante erano le cose da dire e dirle in modo consequenziale senza contraddirmi.

    Quando si scrive narrativa, il tema lo si sceglie da soli. In questo caso, si tratta di discoteche e buttafuori. Nel caso di Valentina Diana, per fare un esempio, di mamme e figli. Lascia stare che Valentina Diana tramite un sapiente uso del linguaggio trasformi il figliolino Gi in una specie di spirito guida, fantasma, angelo, demonietto alter-ego. Quella è un’altra cosa ancora. Restiamo alle faccende elementari. Galli si è scelto un tema e lo svolge. Con uno stile chiaro e corretto. Sì, per carità, si poteva scrivere in millanta altri modi… ma lui ha adottato uno stile chiaro e corretto, si esprime in modo consequenziale e senza contraddizioni. Svolge il suo tema. Se si parla di discoteche e buttafuori (dato che i buttafuori di solito sono alti e hanno muscoli) è probabile che si parlerà di sesso, di droghe… E infatti Paolo parla di sesso e di droghe. In tutto questo non vedo nulla di sbagliato ossia non vedo nulla che si possa realmente criticare. Rappresenta un mondo.

    La differenza vera è la profondità dello sguardo. Quando si parla di un tema noto, compito dell’autore è dire qualcosa di particolare. Detto questo, i racconti di Galli sono ottimamente scritti, e ho scelto solo due racconti su trenta. Questo è stato un battesimo del fuoco, con botte all’ego e quant’altro. Tutta salute tutta salute, se si sopravvive.

  50. dm Says:

    (Però, Marco, faccio l’avvocato del diavolo, e ti dico che qui non si parla se non di squincio di discoteche e buttafuori; nei racconti che hai pubblicato. E alcuni elementi dell’immaginario – neutralizzati nello stile – si possono tranquillamente mettere in relazione col “Fango”, come ha fatto C.P. Non mi sembra questo il punto. Ma sul resto sono più che d’accordo con te.)

  51. marcocandida Says:

    Ma ho scritto nelle due righe di introduzione, Daniele, che i racconti parlano di discoteche e buttafuori. Quindi, presumibilmente, di sesso, droga, musica tecno… alcuni elementi ricorrono anche in questi due pezzi. Ah, ho pubblicato su Vibrisse un altro autore solo per questa volta. Non lo farò più in futuro. Questo lo dico a chi premeditasse di assaltarmi. Tutti questi commenti, se devo essere sincero, me li attendevo, comunque. E grazie.

  52. gian marco griffi Says:

    Bianconiglio, io sto apposto così. Non volevo indispettirti, mancarti di rispetto, eccetera. Se l’ho fatto, era sì mia intenzione, ma era un’intenzione turpe, dettata da una interpretazione errata delle tue parole.
    Perciò chiedo scusa.
    Amici come prima non si può dire, perché amici non lo siamo mai stati.
    Sconosciuti indifferenti l’uno all’altro come prima, ok?
    Ciao.

  53. dm Says:

    Marco, non fare tu il buttafuori, però.
    (Scherzi a parte, i lettori parlano di quel che hanno letto. Non puoi dire che si stanno sbagliando perché ciò non è stato pubblicato li smentisce. Cioè, puoi dirlo ma a che serve? Ha senso discutere su ciò che tutti possono leggere. Credo. Un caro saluto).

  54. marcocandida Says:

    Daniele, non ho scritto né penso che i lettori si sbagliano. Non mettermi nelle condizioni di fare precisazioni all’infinito, altrimenti non finiamo più. Ho scritto altro, rileggi bene. Non è mia intenzione dire che i lettori si sbagliano. Anzi, li ringrazio, eccome se li ringrazio, per tutta questa attenzione.

  55. bianconiglio decimo meridio Says:

    Gian Marco, scuse accettate. Visto che frequentiamo entrambi questo blog è possibile che in futuro ci troveremo di nuovo su posizioni opposte. Mi auguro, se dovesse accadere, che potremo confrontarci con toni più civili e reciproco rispetto.
    Per quanto riguarda i racconti qui pubblicati mi riallaccio a un commento di marcocandida. Dici che un racconto che parla di buttafuori è presumibile parli di sesso, droga ecc. Ecco, per me questo può essere un limite. Mi spiego. Ogni scrittore rappresenta un mondo. Tuttavia un bravo scrittore lo fa attraverso uno sguardo personale. Se si aderisce a una visione presumibile, che è un modo più elegante di dire stereotipata, credo corra il rischio di appiattirsi su cose già dette e di non accendere la curiosità del lettore. Come dice Ezio in uno dei commenti iniziali, e come tu stesso ribadisci nel tuo primo intervento, uno stesso tema può essere sviluppato in mille modi diversi. Detto questo, uno scrittore può tranquillamente aderire ai luoghi comuni e rinunciare all’originalità, purché sia una scelta consapevole e sia funzionale a sviluppare una poetica personale. La strada per diventare scrittore è impervia. Prima di trovare un editore è necessario trovare se stessi. Che Paolo si sia incamminato nella giusta direzione, al netto di commenti positivi o negativi, io non lo so. Credo che sia una cosa che chi scrive riesce a sentire.

  56. Cristian Says:

    Intanto qui non ci sono discoteche né buttafuori; e il sesso dove sta e la droga dove sta? Io non li vedo. Si, ci sono delle parole: sculettare marijuana, ma non una frase che crei una qualche seppur minima vibrazione relativamente a sesso e droga: ci sono delle marionette che compiono gesti e questi gesti potrebbero benissimo essere altri come non so nuotare o giocare a tennis il che farebbe cambiare l’ambientazione ma tutto rimarrebbe uguale. E questa di un’intenzione di rappresentare marionette in relative situazioni trite e ritrite potrebbe essere una chiave di lettura, l’unica forse possibile, se l’autore ce ne desse la chiave con un certo qual tipo di scrittura che però non manda segnali in questa direzione e va via piatta e tranquilla (tra parentesi non credo che un testo possa essere valido solo perché come pare dica Candida è scritto in modo chiaro in buon italiano e simili). C’è un solo momento in cui c’è un minimo di dialettica che dà un po’ di vita – appunto: vita – al testo (il secondo) quando il ragazzo è spinto alla riflessione su quanto succede immaginando quel qualcosa sui neri e pensando a se stesso, affiora cioè qc di umano nella artificialità marionettistica. Certo che se poi questa roba fosse una pagina di un romanzo di trecento tutto potrebbe anche essere visto in un’ altra luce; se saggio di una raccolta di racconti quanto meno chi li ha scelti ha scelto il peggio

  57. Patrizia Patelli Says:

    Solo una piccola cosa che è talmente piccola che probabilmente è passata inosservata: io, e forse non sono l’unica qui, “un tema su discoteche e buttafuori” (avete usato un’espressione molto brutta perché la differenza tra un tema e qualsiasi altra forma di narrazione è che nel secondo caso la situazione scelta mi dice molto di più del contesto e, per quanto mi riguarda, nei racconti che ho letto, accade) non lo saprei scrivere così. Uno quando scrive può scegliere tanti mondi, se li conosce. Poi predilige quelli che conosce meglio anche sotto mentite spoglie. Poi prova a raccontarci qualcosa che gli sembra valga la pena farci arrivare. A me non sono rimasti la droga, la birra, …, ma il desiderio, la paura, una certa desolazione e solitudine e questo è molto più della somma delle parti, è il motivo per cui ne leggerei ancora. Semplicemente mi sono arrivati e questo mi basta. Di cosa parliamo quando parliamo di originalità? Siccome da leggere c’è n’è per tutti i gusti, non tutto può piacere a tutti, ma da qui a dire che sono banali o mal scritti o, ne passa. Sull’edito (e non “pubblicato”) intendevo: se Giulio Mozzi o qualcun altro ci avessero presentato Galli come un nuovo Giordano o che so io, avremmo probabilmente discusso sul gusto ma non sulla capacità o meno di scrivere.

  58. bianconiglio decimo meridio Says:

    Io non ho letto il libro di Giordano, ma molti di quello che lo hanno fatto mettono in discussione la sua capacità di scrivere bene.

    http://www.ibs.it/code/9788804577027/giordano-paolo/solitudine-dei-numeri.html

  59. gian marco griffi Says:

    Scusa Marco, ti faccio una domanda.
    Scrivi: “ma lui ha adottato uno stile chiaro e corretto, si esprime in modo consequenziale e senza contraddizioni. Svolge il suo tema. Se si parla di discoteche e buttafuori (dato che i buttafuori di solito sono alti e hanno muscoli) è probabile che si parlerà di sesso, di droghe… E infatti Paolo parla di sesso e di droghe”.
    Ti sembra che questo possa essere sufficiente a definire un racconto?
    Te lo chiedo perché per me, in un racconto, non solo non è sufficiente, ma non è neppure così necessario.
    Ma forse non ho inteso bene ciò che volevi dire.

  60. dm Says:

    Marco, io leggo e rileggo bene.

    Qualcuno qui ha argomentato sulla somiglianza tra questi due testi e “Fango” di Ammaniti.
    Tu hai risposto:

    “Daniele e tutti, i libri di Ammanniti [che si scrive comunque con una “n” soltanto] non parlano di buttafuori e discoteche”.

    Che non è un buon argomento. Visto che, come ti si fa notare, questi testi qui c’entrano nulla con le discoteche, e quasi nulla coi buttafuori.
    Al massimo, se non sei d’accordo (come non sono d’accordo io) che questi testi siano sulla falsariga del primo Ammaniti (con una “n” sola) ha senso argomentare sul perché questi testi, che tutti possiamo leggere (non quelli che solo tu e pochi altri avete potuto leggere), non c’entrano poi tanto col primo Ammaniti.
    Hai un’idea? O ti sembrano un Ammaniti postdatato anche a te? O forse non hai voglia di discutere di questo? Nel caso, sarebbe stato meglio non intervenire proprio, secondo me.
    E pace. Non mi va di perder tempo con queste cose, ma la dialettica vischiosa che metti in discorso non mi piace; e mi irrita.

  61. acabarra59 Says:

    “ Martedì 9 luglio 1996 – Che cosa facevo, tutto il giorno, da bambino? Stavo fra le donne. Per esempio la nonna e la sorella della nonna. Per esempio nel ’52. Che cosa face¬vano la nonna e la sorella della nonna nel ’52? Litigavano. Litigavano come avevano litigato nel ‘ 92 (Ottocento), nel ‘902, nel ’12, nel ’22, nel ’32, nel ’42 e come riuscirono a fare anche nel ’62. Nel ’72 no, perché la nonna, come sento dire che si dice ora, aveva « schiodato ». Nel 1892 nasceva il partito socialista. E le due inseparabili litigavano. Nel 1902 Cechov pubblicava Tre sorelle. E le due sorelle si accapigliavano. Nel 1912 Papini dava alle stampe Un uomo finito. E le due donne continuavano a darsele. Nel 1922 i fascisti marciavano su Roma. E Ida e Olga litigavano anche per strada. Nel 1932 Aldous Huxley scriveva The brave new world. E quelle non temevano di menarsi, come avevano sempre fatto. Nel 1942 usciva Lo straniero di Camus. E le due donnine, invece di viaggiare, si prendevano a schiaffi. Nel 1962 c’era il centro sinistra e ognuno era da considerarsi « più libero ». Ma le due, vecchie com’erano, si impegnavano in un furioso corpo-a-corpo, lanciandosi insulti terribili, anche in forma di citazione di quelli del 1892, del 1902, del 1912, del 1922, del 1932, del 1942, del 1952. Se non stavo attento, rischiavo di prenderle anch’io. Per non rischiare facevo come il nonno: mi defilavo. Lui nella sua stanza in fondo al corridoio, io da qualche altra parte, il più lontano possibile da quelle due furie scatenate. Il nonno, quando proprio non ne poteva più, tirava unmoccolo. Io no, ma, con tutto il mio piccolo me stesso, entusiasticamente approvavo. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  62. Paolo Galli Says:

    Grazie a tutti. Grazie per avere letto i miei racconti e per averli commentati. Non vi siete risparmiati (che si trattasse di complimenti o critiche) e questo, in ogni caso, mi ha fatto un gran piacere.PG

  63. marcocandida Says:

    Gian Marco, non c’è una definizione univoca di racconto. Esistono metodi per raccontare qualcosa. L’importante è avere qualcosa da raccontare!

    Patrizia, sì, sono d’accordo. Ma è un gatto che si morde la coda. A te è rimasta la paura, la desolazione… Ma questi sentimenti sono correlati agli oggetti della birra, degli spinelli e da un certo mondo. Se dico ho scritto un racconto sulla desolazione esistenziale, chi mi ascolta è costretto a chiedermi: “E di cosa parla? Cioè, com’è?” e allora gli dico “Mah, si ambienta nelle discoteche. Parla di un buttafuori. Lavora con la qualifica di operaio perché in pratica un buttafuori è un operaio…” e comincio a raccontare. La desolazione, chi ascolta, la deve provare, la deve sentire, la deve percepire.

    Cristian, concordo concordo. Però, sono anche convinto che dire “quando leggo mi fido del mio corpo” non esclude che un altro posso dire “e io quando leggo mi fido del mio”.

    Daniele, questi due testi parlano di fattoni che vanno con biondine e fumano erba a tutto spiano. E secondo te non c’entrano nulla con il mondo delle discoteche? Sì, che c’entrano. Anche perché l’ho detto: ho detto che questi racconti fanno parte di una raccolta sull’universo delle discoteche. Quanto ad Ammaniti, non ho nulla da dire in proposito. Non mi viene nulla, mi spiace. Non ho visto somiglianze specifiche. Ho pensato di più a un Jim Carrol in salsa emiliana e tortellina. Però Jim Carrol è un diario sul mondo del basket e dell’emarginazione giovanile… non sulle discoteche e sui buttafuori.

  64. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 25 dicembre 2009 – Ieri sera ho letto qualche pagina del nuovo romanzo di Niccolò Ammanniti, Che la festa cominci. Ho pensato che scrive male. Scrive male, ma scrive. “ [*] [**]
    [*] Lsds / 73…
    [**] E un racconto sui buttatifuori? Pourquoi pas…

  65. C.P. Says:

    Tratto da “L’ultima canna dell’umanità” di Niccolò Ammagalli

    Verso le sette del pomeriggio cominciavo a sentire meno caldo. Avevo le forze per stare seduto. Mi sono messo sul divano, davanti alla televisione, a bere whisky con acqua. Alla televisione davano un documentario sulla disfatta di Napoleone in Russia. Vedere tutti quei morti congelati mi faceva un effetto rinfrescante. Quando Incio è arrivato ero completamente sbronzo. Avevo una faccia da fare schifo. Gli occhi rossi, la forfora, la barba non fatta da due giorni. Sono sprofondato nel sedile e mi sono lasciato trasportare dal dondolio dell’auto. Incio diceva qualcosa a proposito della Discoteca il “Lupo Mannaro”, Via Cassia 1041. La sua voce mi arrivava attutita, lontana, come se mi parlasse sott’acqua. Tra le gambe stringevo una bottiglia di vodka Kasatskij, prodotta e imbottigliata ad Ariccia, un paesino dei castelli, vicino Roma. Seimila a bottiglia. Ne ho ingoiato un sorso e ho ruttato. Poi ho aperto il finestrino e ho vomitato sulla fiancata dell’auto. Incio ha acceso una canna e me l’ha passata. Cominciavo a sentirmi meglio.

  66. acabarra59 Says:

    “ Domenica 28 dicembre 2009 – Poi sono andato alla libreria dell’Auditorium a cercare il libro di Ammanniti, perché dovevo trovare quella frase su De Coubertin che l’altroieri non ricordavo. Ma Ammanniti non c’è. Perché « è finito », mi dice la gentile commessa. Sorridendo, come chi è contenta – dopotutto lei Ammaniti lo vende -, ma è anche abituata a vedere « finire » i libri, almeno quelli che, giustappunto, si chiamano best-seller, perché vengono venduti molto etc. Comunque io, pensando che, dopotutto, anche se i libri io non li vendo, qualche diritto nei confronti dei libri ce l’ho, ho insistito: « Ma non ce n’è nemmeno una copia?… Perché a me serviva solo di fare un controllo… su una frase… ». Insomma, per farla breve, la commessa – un’altra, un po’ truce, un po’ adirata nel volto ma molto gentile anche lei – è andata a prendermi l’unica copia rimasta, una copia « fallata », ma « fallata » di brutto, con le pagine tagliate male, che sporgevano fuori, come se qualcuno le avesse volute strappare, ma riuscendoci solo a metà, dicendo, con un sorriso un po’ sprezzante: « Se vuole la può anche comprare », sottinteso: « Che a me non me ne po’ fregà de meno », perché a me i libri mi escono dalle orecchie, perché sono soltanto lavoro, lavoro di merda, come tutti i lavori. Comunque me l’ha data, e io ho trovato la frase, la famosa piccola frase che dice che il barone Pierre de Coubertin « è ricordato per aver coniato l’odiosa frase: “ L’importante non è vincere, ma partecipare “ (che fra l’altro non è sua ma di un vescovo della Pennsylvania). ». A me sembra comunque che questa frase sulla frase del barone de Coubertin – che, letta lì all’Auditorium, cioè al villaggio Olimpico, a due passi da viale de Coubertin, mi sembrava la morte sua, dico del villaggio, dico del libro, dico del barone, dico dell’autore, dico del lettore – sia una frase che si dice parecchio, per esempio da quelli che dicono frasi, per esempio i giornalisti, oppure i comici, che poi sono la stessa cosa etc. Il fatto, tuttavia, era un altro. Il fatto era che lì era pieno di libri. Io, a differenza di altre volte, invece di scappare subito, mi sono divertito a prendere nota di qualche titolo. Per esempio, Angeli, di Agamben e di un altro, un libro di cui il minimo che si può dire è che è voluminoso, forse è per questo che costa 70 euri. Mi è venuto in mente di quando, tanti anni fa, mi stupii quando vidi quello di Benjamin su Parigi, e lo scrissi anche: « 4 marzo 1986 – Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, 1986, costa lire centomila. Vale molto più di una messa. ». Per esempio, Ascetismo metropolitano, di Duccio Demetrio. Che è uno che io so chi è perché ha a che fare con i diari. A parte il fatto che si chiama Duccio, come se chiamarsi Demetrio non gli bastasse. Per esempio, Scorre la Senna, di Fred Vargas. Che in copertina c’è la Senna che scorre, come se non si fosse capito che scorre. Per esempio, Correre, di Jean Echenoz. Come se non si fosse capito che correre va di moda. Anche se, come si dice in un altro diario, è pericoloso: « 23 luglio 1984 – Beniamino Placido scrive sulla morte dell’inventore del jogging: “ Non sanno che rischi corrono, correndo “. ». Per esempio, La vita come un romanzo russo, di Emmanuel Carrère. Che dev’essere uno a cui piacciono i romanzi russi, ne conosco qualcuno anche io. Anche se poi, per lo più, vanno al cinema. Per esempio, Sul giornalismo, di Joseph Pulitzer. Quello sono stato sul punto di comprarlo, ma poi ho pensato che del giornalismo io so quanto basta per non avere voglia di saperne di più. Per esempio, Bolle di sapone, di Michele Emmer. Di cui vorrei solo sapere se è parente del regista, quello de Le ragazze di Piazza di Spagna (1951). Alla fine ho, come si dice, « guadagnato l’uscita ». Girandomi indietro ho visto i bastioni di « novità » che illustrano l’entrata. C’erano, schierati in file compatti, tutti quelli di cui, alla radio o in tv, ho già sentito parlare: Beha, Berselli, Biagi, e via promuovendo. C’era anche Spavento, di Domenico Starnone. Meno male, ho pensato, che c’è qualcuno che si spaventa. Come me, anche se mai più di me. (Credo che dipenda dal fatto che non partecipo. Oppure che non vinco?) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  67. dm Says:

    C.P., ti ho letto sempre con interesse e adesso, devo ammetterlo, sono molto stupito. Davvero quel testo ti sembra omogeneo?

    Ad esempio ti pare che:

    La sua voce mi arrivava attutita, lontana, come se mi parlasse sott’acqua.

    e:

    Tra le gambe stringevo una bottiglia di vodka Kasatskij, prodotta e imbottigliata ad Ariccia, un paesino dei castelli, vicino Roma.

    abbiano la stessa qualità sonora, immaginifica e insomma siano esteticamente sullo stesso piano?

    Sono solo due frasi, ma sono sufficienti – per quanto mi riguarda – a catalogare in due mondi diversi i due scriventi.
    Senza contare che l’effetto complessivo del collage è terribile.

    Oddio, dimmi che vedi anche tu la differenza, o dispero.
    (Inoltre: potrei interpolare, che so io, delle parti a caso di questa nostra discussione con i versi di “Rapporti” di Antonio Porta. I versi di Porta sono giustapposizioni di mondi interconnessi, a livello di significante, ma incompatibili a livello di significato. Quindi nessuno, sul piano del contenuto, noterebbe una qualche differenza. Se fossi bravo potrei persino mettere in piedi una composizione esteticamente decente. Questo però non dimostrerebbe nulla rispetto al valore estetico dei nostri commentini. (Potrebbe al massimo far sospettare che noi non stiam parlando di niente). Non so se mi spiego).

    Insomma, è tutto sbagliato. Ma comunque, se tu non senti nessuna minima differenza tra quelle frasette non possiamo proprio più continuare questa discussione.

    Resto in attesa. Curiosità in agguato.

  68. Cristian Says:

    M Candida: d’accordo? Anche sul fatto che questi sono testi scolastici? ( difatti il protagonista è uno scolaro, un apprendista di non si sa che, né carne né pesce). Quanto alla questione del corpo certo qui siamo per così dire alla aporia capitale del gusto: come quello che diceva sì il clic spitzeriano, ma a me qui non scatta, qui non lo sento. Però un certo ambito per un qualche avvicinamento dei diversi giudizi dovrebbe essere dato per così dire da un corpo educato, in due sensi. Da una parte educato da consistenti esperienze di lettura conoscenza di testi ecc; dall’ altra (quasi all’opposto) educato a non lasciarsi inquinare da pregiudizi canoni correnti ideologie, capace di mantenere una qualche ingenuità originaria che gli consenta di sentire l’autenticità di un sentimento, di un testo.

  69. Ezio Says:

    L’importante è aver qualcosa da raccontare? E’ vero, vedi quel francese là, che cosa non ha tirato fuori da un pasticcino, due piastrelle sconnesse e un orario dei treni. Anche questi due sono tempo perduto, in fondo, e anche qui si arriva all’epifania: si poteva affrontare lo studio della medicina. Sai tu che domani non lo ritrovi a operarmi e mi dica, mentre sono sul tavolaccio: “Ma lei non è quel…”
    Son testi cinetici. Leggi uno passi all’altro e sei arrivato in stazione. Però è vero, va bene anche così, ce n’è per tutti. All’autore – che ne ha scritti trenta – onora alla costanza e determinazione.

  70. pococurante Says:

    Va be’, comunque, al di là di tutto, dei torti e delle ragioni, delle dietrologie e delle evidenze, 70 commenti a un post su Vibrisse rappresentano un’anomalia.

  71. C.P. Says:

    dm, anch’io ti leggo con interesse e continuerò a farlo. Tra le due frasi che ho cucito insieme c’è uno stacco stilistico, sono assolutamente d’accordo con te; ecco, a me sembra che sia il primo Ammaniti che Galli (almeno da quel pochissimo che ne abbiamo letto) abbiano in comune una notevole disomogeneità, quindi il mio obiettivo non era quello di creare un testo omogeneo, e ancora meno di creare un testo bello. Non mi dilungo perché non vorrei trascinare troppo una questione che in fondo non è molto importante. Mi faceva piacere risponderti, ma non certo per tentare di farti cambiare idea.

  72. Paolo Veronelli Says:

    E io che sono venuto qui e mi pensavo di trovarvi tutti a parlare di canne..

  73. marcocandida Says:

    Ezio, sì, “avere qualcosa da raccontare” è un po’ una frase fatta. Forse l’espressione più ampia è “avere la voglia di raccontare”. Un racconto è il risultato della voglia di raccontare. Detto questo, il modo più immediato di sfogare la propria voglia di raccontare è concentrarsi su qualcosa, qualcosa di specifico. No? Ma ho anche scritto nel commento precedente che non esiste una definizione qualitativa di racconto.

  74. bianconiglio decimo meridio Says:

    Non sapevo come rispondere a Giulio in relazione al suo intervento sull’autorevolezza. Ieri sera a cena ho trovato il modo giusto. Cena di pesce con i colleghi di lavoro. La persona seduta di fronte a me a un certo punto dice: “Ma questo che pesce è? E’ un pesce pregiato?” Nessuno di noi ha saputo fornire una risposta. Al che lui ha concluso: “Per me deve essere un pesce pregiato. E’ buonissimo!”

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