Cappuccetto Rosso al lupo (Lettere delle eroine, 34)

by

valerie

di Alessandro Cecchinelli

[Le Regole del gioco].

Quando ti aprirono la pancia io sono stata libera. Ho sentito subito molto freddo. Là, infatti, nello scuro, c’era caldo come se ci fosse acceso il fuoco. Ma non c’era e infatti era buio e non ci si vedeva niente. Era come se il fuoco fosse l’aria buia e il caldo fosse un soffio continuo tutto attorno. Solo oggi, che non so neanche quanto tempo fa è stato, qualche mese, nove mesi, forse un anno, ho capito che non eri solo tu, ma anch’io, che respiravo, e la vecchia lì stretta con me che sfiatava anche lei, borbottando le sue preghiere di catarro. Ci scaldavamo da sole, in fondo, in quella grotta scura al di là della tua bocca, con la fessura di luce che sembrava lontanissima a filtrare tra i tuoi denti, raggiava.

Mi fece strano incontrarla, la vecchia. Ho maledetto che fosse lì. Dentro un’altra vecchia che invece eri tu travestito, un trucco da scemo, da povero cristo, come quelli che vengono in piazza e con un catino pieno d’acqua fanno il mare e un lenzuolo bucato sulle spalle fanno il principe. E crederci è bello. È stato facile per me crederti. Credere che non eri tu, sapendo benissimo che invece eri proprio tu. Quello che non dovevo incontrare, il pericolo, il torto, la guida che porta al burrone, quello che ti spinge dopo che ti sei sporta, che inganna coi suoi consigli. Mi hai indicato la strada più breve, ma era quella impervia e tortuosa, oltre la porta della vecchia che per qualche momento ebbe la tua voce, oltre il corridoio e fino alla sua camera, oltre il lenzuolo che sapeva di camino e, con te lì sotto, anche di terra e di bosco e giù giù sulla tua lingua, lungo la gola, fino al ventre, al chiuso. Ed è cominciato un mistero che non so capire, una cosa che a dirla non mi sembra davvero quella, ma un’altra cosa.

Per dirla bene dovrei mettermi a correre con una benda sugli occhi e battere la testa sul primo muro o albero, farmi male sino al sangue, dovrei cominciare a bere l’acqua di un fosso, tazza dopo tazza fino al fango, mangiare lucertole e smagrire come il gatto, coi capelli che diventano bianchi qua e là. Dovrei mettermi a girare su me stessa e, dopo essere caduta, continuare a girare sulla schiena, come una mosca stordita, strappare il rovo a mani nude, versarmi la cera calda nelle orecchie e diventare sorda: quel vuuuu uuuh nell’orecchio, ecco, il vento che si sente nella testa saprebbe dire qualcosa di giusto. Perché anche il cuore fa quel rumore. Io l’ho sentito il tuo cuore quando mi hai mangiata. Ho saputo distinguerlo da quello della vecchia, più difficile distinguerlo dal mio. E da quando l’ho sentito non vorrei sentire altro: anche se dovessi ritornare in quel buio, sapendo che sarei morta lì, stretta alla vecchia, disperata ad artigliarmi con le sue dita a stecco. Magari mi fossi spenta in te, mangiata, ti avrei nutrito, saresti stato vivo un po’ anche per me, mi sarebbe bastato come ultimo pensiero, prima del buio ultimo, quello che non finisce. E questo voler morire ora che sono viva io non so, questo continuare a respirare e aprire e chiudere gli occhi e muovermi e muovere i miei passi, mi stupisce e mi ammala, senza febbre sì, ma non guarisco.

Ora che ci penso la maledico la vecchia, che non appena ti hanno tagliato, è saltata fuori come un grillo e mi ha trascinato neanche fossimo cucite insieme, lei sempre così debole, lei quella malata: la lama ha divaricato quel lembo di cielo e quei visi sopra di noi che dicevano che ero salva, ero libera. Libera io che non volevo, io che ora lo so che l’amore non libera e loro non lo avevano mai saputo. La rabbia che mi prese. Per non saper dire che non capivano, non capivo, io no, ero felice di non esserla, felice, volevo lanciare un grido che avrebbe fatto tremare l’aria, ma rimasi muta, neanche mi avessero messo le mani al collo per strozzarmi. Non un suono, gli occhi spalancati, pietrificata, sino a che poi non cominciai a piangere: piansi come non mi ricordo di aver mai pianto. Pensarono che fossero lacrime di gioia e sollievo, ma l’unica cosa che mi sollevò fu non vederci bene, col pianto che faceva sembrare il mondo come se si stesse sciogliendo. E fu bello non distinguere i lineamenti del cacciatore o dei cacciatori, la vecchia, la camera, la casa, il bosco. Ad abbassare la testa, una macchia scura. Eri tu, come se un po’ di buio tuo continuasse a esistere anche fuori di te, come un’ombra a forma di cuore, l’entrata di un pozzo: era il tuo corpo sventrato. Solo allora, per vederti, invece, mi passai il dorso della mano destra sull’occhio sinistro e della sinistra sul destro, a togliere le lacrime, e mi accorsi dell’appiccicume e che le mani non erano pulite. Non la mia faccia e i vestiti, pieni di avanzi di cibo e sangue e poltiglia, la mia mantella rossa era inzuppata e sporca, come una lingua mentre uno mangia e la fa vedere, quando si è bambini. Io è un po’ che non lo sono più, una bambina. Anche se ho ubbidito alla mamma, sempre, ho portato da mangiare alla nonna e l’ho salutata e ho ricevuto i suoi baci bavosi sulla testa, immaginando che tra i capelli fosse passata una lumaca. Anche se mi sono sempre vestita come qualcun altro si aspettava, anche se il mio nome pretendeva da me questo pezzo di stoffa rossa e un cappuccio da calare sino agli occhi, da abbassare con un movimento che fa abbassare tutta quanta la testa e guardare bene dove si mette i piedi. Io non voglio guardarmi i piedi e basta, voglio guardare anche negli occhi o lontano, se non c’è nessuno, in alto, dappertutto. Io non lo voglio più questo nome. Lo so che gli altri mi chiameranno sempre così, ma io no, io lo so di avere un altro nome. L’ho scelto non appena ho saputo cosa fare. Preparavano un falò, per bruciarti ora che eri morto. Le fiamme erano già vive e alte, la legna della nonna è buona, è la migliore, continuavano a dirle, e lei sorrideva senza denti, come se l’avessero complimentata per un bel vestito, ora che era sporca come me. Se ti avessero bruciato, non so, avrebbero cancellato quel cuore, murato il pozzo, so che sentii cedere le gambe, come se mi avessero svuotata e stessi per cadere senza ossa. E il mio nuovo nome parlò per me: io dissi che no, non il fuoco si meritava, quel mostro, tu, ma i corvi e gli uccelli a divorargli la carogna, là, in quella radura, lontana dal sentiero, che lo mangiassero e noi lo dimenticassimo, non dimenticando però l’onore di essere state salvate, il coraggio di quel cacciatore, o di quei cacciatori, non so bene. Li ho convinti, sai, lui o loro. Come se io fossi stata un po’ tu: si sono lasciati ingannare volentieri, hanno capito e ti hanno portato là, io sapevo bene dove. So che poi mi sarò lavata alla prima fonte, so che sarò tornata a casa dalla mamma, che sarà scoppiata in lacrime al racconto di quanto successo: so che sarà stata la vecchia a parlare, che sarà rimasta da noi per un po’, per tornare a sentirsi tranquilla. Ma non mi ricordo che queste cose sono successe davvero. Io non ho mai smesso di pensare a te, nella radura. Dopo cena, col buio, sono uscita dalla casa immersa nel sonno. Non vedevo bene dove mettevo i piedi, ma la lanterna l’ho accesa solo oltre lo steccato, poco prima di entrare nel bosco, così potevano vedermi di meno. E sono venuta da te. Lo avevo io il coltello, adesso. Sapevo dove incidere, sapevo come sfilarti via la pelle come il guanto da una mano. Solo la testa ho lasciato intatta. Volevo anche il tuo cuore, ma non l’ho più trovato. Quanto ho pianto anche allora, con te adagiato sulle mie gambe come una coperta, circondata dai tuoi visceri e con le ossa sulle quali il lumicino della lanterna faceva muovere le ombre. Ho trovato il modo e una pietra pomice, ho levigato la cotenna, ho ripulito il pelo con l’acqua dell’alloro bollito, ti ho tolto il cervello e gli occhi.

Ora sei qui e non piango più. In camera mia, la mantella rossa nell’armadio e la tua pelle a circondarmi. Lo posso fare di notte, di giorno ti nascondo sotto il terzo asse dalla porta, nel vuoto del pavimento, il mio posto segreto dove mettevo le noci quando ero piccola e i sassi che raccoglievo perché assomigliavano a qualcosa e la mamma mi diceva di no. Col sole tu rimani lì, circondato dai sacchetti di lavanda: la testa seccherà, pian piano l’odore sparirà. Con il buio puoi uscire. Metto una sedia contro la porta, mi tolgo tutti i vestiti: sei tu il mio unico vestito. E chiudo gli occhi, siamo insieme e mi premo i pugni sulle orecchie, sento quel vento che va e che viene. È il battito del cuore, è il mio cuore ma potrebbe essere il tuo. E ti parlo e ti scrivo senza scriverti davvero, immagino di passare un rametto bruciacchiato sulla cotenna levigata dalla pomice sotto di te e scriverci il mio nuovo nome. E anche il tuo. Perché so che tu non sei solo il lupo. Lo so che gli altri si sbagliano a chiamarti così, solo io so il suono che fanno i nostri nomi.

Basterebbe aprire la finestra e correre verso il bosco, ferirmi i piedi, farmi male, cadere, prendere a morsi la terra, salteremmo insieme e io ululerei come si suppone che avresti fatto tu, che pure parlavi: io ora che parlo a te e ululerei per te con te, con le unghie sporche e nere come artigli. Io, la ragazza lupo, io adesso il mostro, finalmente, e sarebbe bello, lo sarà: ancora sentire quel mistero cominciato allora e che è la vita adesso.

[La lettera è illustrata da un’immagine del film Cappuccetto rosso sangue].

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16 Risposte to “Cappuccetto Rosso al lupo (Lettere delle eroine, 34)”

  1. Ma.Ma. Says:

    Bellissima!

  2. Stefania Says:

    Molto bella! Davvero suggestiva!

  3. middlemarch Says:

    Veramente bellissima. Mi sono commossa. A parte il fatto che la nonna non l’ho mai sopportata neppure io.

  4. acabarra59 Says:

    “ 15 luglio 1992 – Il Lupo, ora che era à la rétraite, ripensava spesso a Cappuccetto Rosso. « Una storia cretina », si diceva girandosi insonne nel letto. Non l’aveva più vista da quei lontani giorni. Aveva sentito dire che la ragazza abitava a New York e lavorava per la televisione. Si era portata dietro la Nonna che nella « Grande Mela » si trovava benissimo. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  5. morenarossi Says:

    Strepitosa!

  6. Maria Cristina Vezzosi Says:

    In bocca al lupo… viva il lupo.

  7. Fiammetta Says:

    Complimenti Alessandro. Una lettera che è quasi un romanzo. Bello. Bella.

  8. Marina Says:

    Mamma mia! E io che mi chiedevo se stessi scrivendo! Notevole, originale, bellissima!

  9. melaniaceccarelli Says:

    Molto bella, intensa, sconvolgente. E i temi di Alessandro, ha ragione Manuela: la vecchia, ma anche il sangue, tanto sangue…

  10. Aria Says:

    Bellissima, bravo Alessandro!

  11. Giulio Mozzi Says:

    Ah, la claque delle compagne di Bottega…🙂

  12. acabarra59 Says:

    “ Domenica 9 gennaio 2000 – La mia nipotina, che ha poco meno di un anno, non vede la tv perché in casa sua la tv non c’è, ma quando poco fa in casa mia in tv applaudivano, ho visto che applaudiva anche lei. Ne deduco che l’applaudire è insito nella natura dell’uomo (e soprattutto in quella delle bambine) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  13. la Matta Says:

    Uno specchio oscuro veramente senza fondo. Altro che Lupo, altro che Nonna, altro che Cappuccetto… Qua c’è un Bosco molto intricato e inquietante, nel quale anche il Cacciatore che dovrebbe essere il “deus ” appare marginale e sfocato. Un bosco che per un niente non ha le strade lastricate di denti. Ho riletto due o tre volte e ogni volta emerge una nuova verità. In fondo, il bello delle favole. matta

  14. Ezio Says:

    Avrei evitato l’accenno ai nove mesi. Per il resto è uno specchio, che nascondiamo dietro la schiena. Liberatoria. Chi non è così, lanci il primo coltello.

  15. donatella Says:

    Complimenti ad Alessandro per la sua Cappuccetto Rosso, ben scritto e punto di vista decisamente originale.

  16. Paola Says:

    …essere fagocitati e rinascere anche lupo…la liberazione finalmente! Il permesso di essere anche cattive senza più il cappuccio che obbliga a chinare la testa. Il suono del nuovo nome che non viene pronunciato…
    Bello!
    Paola

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