Micòl a Celestino (Lettere delle eroine, 32)

by

ilgiardinodefinzicontini

di Agostino Cornali

[Le Regole del gioco].

Caro Celestino,

ti scrivo dal vagone blindato di un treno che arranca attraverso la pianura. Non ti saprei dire dove mi trovo di preciso: se mi alzo sulle punte dei piedi e sbircio attraverso la finestrella vedo solo campi di grano, campi a perdita d’occhio, punteggiati da qualche raro cascinale o da grossi trattori che sembrano molto più agili e veloci di questo ammasso di ferraglia. Oggi pomeriggio ho visto dei braccianti, tre o quattro uomini sulla quarantina, in braghe corte e canottiera, abbronzati e sudati, che ammucchiavano il fieno sotto il sole. Hanno smesso per un attimo di lavorare, si sono tolti il cappello e l’hanno agitato in aria, per salutare il treno; probabilmente per chi lavora nei pressi di una ferrovia è un gesto meccanico, un’abitudine, ma a me ha fatto piacere. In certe situazioni bisogna accontentarsi di poco. Qualche minuto fa, invece, ho sentito abbaiare un cane: il treno ha rallentato in prossimità di un passaggio a livello e io ho visto questo cagnolino bianco e nero, spuntato fuori dal nulla, che si è messo a rincorrere il convoglio. Riusciva a stargli al passo senza troppa fatica e abbaiava come se volesse avvertirci di qualcosa. Ho pensato al mio povero Jor, chissà che fine ha fatto, quando sono venuti a prenderci stranamente non era nei paraggi, secondo me si è nascosto in qualche remoto angolo del giardino, il furbastro. Se avessero catturato anche lui sono convinta che avrebbe scavato un tunnel sotto le recinzioni di filo spinato e sarebbe fuggito senza neanche salutarci!

Stamattina prima della partenza ho visto l’alba, dietro quelle recinzioni. Sono entrati nella nostra baracca che era ancora buio, quattro tipacci in uniforme, uno dei quali parlava in tedesco, e urlava. Prima hanno fatto l’appello, come sempre, poi il tedesco ha tirato fuori un foglio e ha iniziato a fare un altro appello, ma questa volta non in ordine alfabetico. Avresti dovuto sentire come faceva fatica a pronunciare il mio doppio cognome, mi veniva da ridere! Uno dei suoi compari, vedendo che la nonna cominciava a rifare il letto e a sistemare le sue cose, le si è avvicinato e le ha detto di lasciar stare, perché tanto non l’avrebbero “convocata”. “Troppo vecchia”, ha sussurrato una ragazzetta che aveva il letto accanto al mio, una che aveva l’aria di sapere sempre tutto. Ora, se fosse qui, le chiederei dov’è diretto questo stupido treno.

Mia madre adesso è seduta davanti a me, non apre bocca da quando siamo partiti. Dei Perotti e di tutti gli altri invece non so nulla, li ho persi di vista fin dal primo giorno di prigionia. Mi chiedo se sia meglio questa incertezza tormentosa, alimentata da una speranza meno che flebile (sono rimasti a Fossoli? Sono anche loro su questo treno? Li rivedrò all’arrivo a destinazione?) oppure sia preferibile aver visto un fratello morire davanti ai propri occhi, stringendogli la mano e porgendogli, come si dice, l’ultimo saluto, mentre lui mi guardava pallido e magro, e tossiva, tossiva senza requie… Ormai è passato quasi un anno ma la sua faccia smunta la vedo davanti a me ogni volta che chiudo gli occhi.

Cosa succederà al giardino, alle mie Washingtoniae graciles, adesso che nessuno se ne prende più cura? E alla magna domus? La venderanno, l’abbatteranno? Quando penso al campo da tennis invaso dalle erbacce mi si stringe il cuore… Finisce dunque così, ignominiosamente, la storia della mia gloriosa stirpe. Ma quel tempo, quei pomeriggi non sono stati sprecati, vero? Dimmi che non è stato uno spreco, che non avremmo potuto fare nulla di diverso per vivere di più, per vivere meglio!

Scende la sera, la luce che filtra dalla finestrella è sempre più fioca, qualcuno si è addormentato in piedi, lo sento russare. Mia madre si è accasciata su un fianco, anche lei sta dormendo, i nostri compagni di viaggio si sono spostati per lasciarle spazio. Quando ci faranno scendere li ringrazierò, uno per uno. Il buio tra poco mi impedirà di continuare a scriverti ma la cosa non mi preoccupa, perché quello che avevo da dirti l’ho detto, il resto lo sai anche meglio di me. Tra poco infilerò il foglio nella finestrella, come se fosse una buca per le lettere, anche se so che cadrà tra i sassi e le sterpaglie della scarpata, che non lo riceverai mai; del resto non ho neanche un indirizzo da mettere, mi sembra di scrivere a un fantasma. Ma tu non sei un fantasma, tu sei vivo da qualche parte e forse sei l’unico che sopravvivrà a tutto questo, perché sei sempre stato il più furbo di tutti, l’ho capito fin da quel pomeriggio di giugno in cui ti aggiravi con l’aria da cane bastonato lungo le mura di via Ercole I d’Este. Probabilmente era tutta scena, volevi solo farti compatire, confessa!

Celestino, mi manchi. Lo so che è strano dirtelo così, dopo tutto questo tempo. Il Giampi mi ha raccontato delle vostre scorribande notturne, al chiaro di Luna, mi ha detto che avevi sempre un’aria malinconica e un po’ angosciata. Tu non sei un fantasma, anzi, come me sei uno che va avanti “con la testa sempre voltata all’indietro”, perciò sai bene cos’ha di bello il passato: è incancellabile, ed è nostro. La memoria può essere fallace, imperfetta, ma ciò che è accaduto è accaduto per sempre e noi possiamo, dobbiamo ricordarlo. È come un tesoro che nessuno può sottrarci, solo la nostra pigrizia e la nostra sbadataggine potrebbero togliercelo. Tutto questo è consolante, non trovi? Perché noi non siamo pigri né sbadati. Niente può farmi dimenticare quelle telefonate, quelle passeggiate, quelle partite interminabili che finivano quando ormai non si vedeva nemmeno più la pallina. Lo so che mi volevi bene, lo percepivo nella tua voce, nei tuoi occhi azzurri, e adesso quel ricordo è l’unica cosa che mi sembra abbia senso, nella notte scura in cui questo treno sta precipitando.

Magari uno di quei braccianti troverà questa lettera, la leggerà con attenzione e si prenderà la briga di andare a Ferrara a chiedere di me, della famiglia Finzi-Contini, e di te. Magari ti troverà.

Ciao, Celestino.

All lost, nothing lost.

Micòl



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5 Risposte to “Micòl a Celestino (Lettere delle eroine, 32)”

  1. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 2 ottobre 2003 – « E poi, chi è questa Micòl? Con molta scaltrezza Bassani non ce l’ha mai descritta e solo induttivamente possiamo attribuirle tutte le volubilità della ragazza di spirito e tutte le durezze di una donna viziata (in famiglia è la sola che sappia tirare il collo a un pollastro, strano particolare lasciato cadere con negligenza!). Ma soprattutto noi lettori le attribuiamo, sotto l’apparenza volage, una profonda consapevolezza: più di ogni altra persona della sua famiglia questa ragazza un po’ pigra, un po’ civetta, amante e collezionista di inutili bibelots di vetro e solo capace di esprimersi in un suo lezioso e semi-infantile gergo « finzi-continico », solo lei è la donna che sa e che ha capito. “ (Eugenio Montale, Vita e morte di Micòl, in «Corriere della Sera», Mercoledì 28 febbraio 1962) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  2. Marina Says:

    Bella bella bella.

  3. Lauretta Chiarini Says:

    Complimenti, emozionante.

  4. Anna Maria Bonfiglio Says:

    Ma chi è nel libro Celestino? Io non lo ricordo e il mio libro non so dove l’ho sepolto. Però ho cercato e trovato un sunto del racconto con i personaggi ma Celestino non c’era.

  5. Agostino Says:

    Anna Maria, “Celestino” è il soprannome che Micòl dà all’io narrante. Il suo vero nome nel romanzo, al contrario che nel film, non viene mai rivelato.

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