Violetta ad Alfredo (Lettere delle eroine, 26)

by

latraviata

di Anna Maria Bonfiglio

[Le Regole del gioco].

Mio caro Alfredo.

Da quando sei entrato nella mia vita niente è stato più lo stesso. Tutto quello al quale avevo dato importanza, la vita mondana, i gioielli, le feste, l’ammirazione e la corte degli uomini, i bei vestiti e, perché no, anche l’agiatezza economica, ha perso ogni valore. Eppure, prima di amarti, mi credevo felice. E’ vero, ero stata una donna, per così dire, leggera, amante di uomini ricchi che mi facevano vivere nel lusso e nell’ebbrezza di feste e teatri, ma da quando il Barone mi aveva scelta come sua mantenuta, ero cambiata. Vivevo la vita che avevo sempre desiderato, fin da quando, ancora giovanissima, frequentavo bordelli di bassa lega. La mia è stata un’ascesa graduale che ha trovato il suo culmine nel felice incontro con il Barone. Da quel momento tutto è stato leggero, piacevole, talvolta addirittura esaltante; mi accoglievano le migliori case di Parigi, frequentavo l’Opera, avevo il mio appartamento e la mia cameriera personale, e il mio protettore non mancava mai di farmi arrivare ogni mattina un mazzetto di camelie, il mio fiore preferito. All’amore non pensavo, appagata da quell’esistenza che mi trascinava nel turbine della mondanità. Tu sai, mio caro, quanto sa essere travolgente la vita a Parigi.

Ma una sera, ad una festa che avevo organizzato nella mia casa, sei comparso tu. Non so bene chi ti avesse invitato, non io, che non sapevo nemmeno della tua esistenza, ma qualcuno, mi pare il visconte Gastone de Letorières, ti aveva condotto con sé. Fu lui a presentarci. Per me eri uno come gli altri, bello e gentile, questo sì, ma solo un ospite. Fu quel brindisi ad avvicinarci, l’ebbrezza del vino appannò la mia visione d’insieme e all’improvviso mi parve che non ci fosse nessun altro che tu in quella sala. All’improvviso tutto vorticò intorno a me, mi mancò il respiro e mi abbandonai su una sedia, riconoscendo i sintomi di quel male che cominciava a minarmi. Invitai gli ospiti ad allontanarsi, ma tu restasti, ti avvicinasti a me e mi confidasti che mi amavi da un anno. La mia resistenza fu breve e debole, ti diedi appuntamento per il giorno dopo e mi ritrovai innamorata, posseduta da un sentimento nuovo che mi ubriacava di felicità.

Oh, mio caro Alfredo, cosa non fu per me, che non l’avevo mai conosciuto, l’amore. Non m’importava più delle feste, né dei bei vestiti, né dei gioielli che anzi vendetti per provvedere al nostro sostegno, dal momento che tu non disponevi di alcuna risorsa. Ma ero felice, il tuo amore mi ricompensava di tutto. Fu la visita inaspettata di tuo padre a rompere l’incantesimo. Con garbo, educatamente, mi accusò di volere dare fondo ai tuoi beni, insomma, di volerti rovinare, quando invece era tutto il contrario, e dunque m’impose di lasciarti. Non fu facile convincerlo che le cose non stavano come lui credeva e alla fine fui costretta a mostrargli le carte che testimoniavano la verità. Alfredo, non potevo lasciare che l’amabile signor Germont pensasse che ero un’approfittatrice e svilisse così il sentimento che nutrivo per te. Di fronte a quella verità avrebbe dovuto arrendersi, ma così non fu. Il tuo vecchio genitore si giocò l’ultima carta raccontandomi la lacrimevole storia di tua sorella: la giovinetta doveva andare sposa ad un signorotto della Provenza che si sarebbe sicuramente tirato indietro una volta venuto a conoscenza della nostra scandalosa relazione. Comprendi, mio caro Alfredo, la ragione per cui ho dovuto scriverti quella lettera in cui ti dicevo che non ti amavo e che mi ero solo presa gioco di te? Rinunciavo a te per una nobile ragione e tu che cosa hai fatto? Alla festa di Flora mi hai offesa ed umiliata gettandomi in faccia i soldi vinti in una partita alle carte con il Barone. Ricompensavi così la mia generosa rinuncia. Inutile, dopo quel gesto vile, venirmi a trovare, pallida e sofferente nel mio letto di malata, e promettermi di portarmi via con te, lontano da Parigi, in un luogo salubre dove potesse rifiorire la mia salute. Ma dove pensavi di condurmi, mio amato? In una casetta nella campagna della Provenza, dove tuo padre, pentito e finalmente convinto della sincerità del mio sentimento, mi avrebbe accolta con tardivo affetto? Lascio Parigi, sì, ma senza di te. Parto stasera per la Svizzera, il mio medico, il dottor Grenvil, ha trovato una clinica in una località di montagna dove, con le cure e una vita sana, la mia salute forse rifiorirà.




latra_viata

Tag: , ,

Una Risposta to “Violetta ad Alfredo (Lettere delle eroine, 26)”

  1. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 24 novembre 2010 – Fu lei a farmi sapere che « Che strano… » lo dice Violetta prima di tirare le cuoia al quart’atto della Traviata. Io avevo detto: « Che strano… », dunque era facile dedurne che Violetta ero io. Lei, dal mio punto di vista, era strana. Per esempio sapeva l’Opera, nel senso di melodramma. Una cosa vecchia, che non si usava più. Una cosa del tempo dei nonni, al massimo del babbo. Che però amava Puccini, la Tosca, soprattutto. « Stridea l’uscio dell’orto / un passo sfiorava l’arena »… Mi ci aveva portato, a Sant’Andrea della Valle, quando siamo venuti a Roma, avrò avuto diecianni, a trovare la nonna, a conoscere quei parenti grassi, allegri, a mangiare da «Ottavio», a due passi da Sant’Andrea della Valle… La nonna di Roma di cognome faceva Totti, e ora, a ripensarci, mi sembra come minimo strano. Allora mi sembrò strana Roma, con quei palazzi alti, le strade larghe, le macchine grosse. Fu una stranezza momentanea, tornammo subito a casa, alla mia vita normale, la scuola, gli amici, i nonni, la mamma. Del resto io, come tutti i bambini, non amavo le stranezze, a meno poi che non ci siano bambini che invece le amano. Io amavo la quieta vita di tutti i giorni, i compiti, i giochi. L’inverno, il Natale, le vacanze, l’estate… Ieri sera ho visto un attimo X Factor, quella trasmissione dei nuovi cantanti. Ho pensato che X Factor è come dire « Fattore X », ma questa è un’altra storia. Questa: « Venerdì 19 luglio 1996 – Ho sognato Eli. Penso che ancora non ho capito niente. È cominciato tutto come un’immensa felicità. Ed è finito così male. Era molto tempo che non la sognavo – ma l’ho sognata sempre, lungo più di trent’anni, dovunque mi trovassi, con qualsiasi donna mi intrattenessi, e non era mai lei. Per i sogni è come per le lettere: per sognare una persona – o per scriverle – bisogna essere lontani. (Era un sogno di vecchi. Con la tenerezza dei vecchi. Lei mi parlava della figlia troppo alta, troppo sportiva e che diceva troppe parolacce. Nel sogno ho pensato che mi sarebbe piaciuto vestirmi bene e farmi vedere in giro con lei, come una volta). Ma: si scrivono lettere perché si sta lontani o si sta lontani perché si scrivono lettere? Già, le lettere. Lei era una di quelle che in una lettera scrivono “ X “ invece di “ Per “. Che, se non c’è dubbio che si fa prima, che si risparmia tempo – però: che fretta c’è, nelle lettere? – secondo me è soprattutto un modo di liquidare una parola a favore di un segno, che è anche una cosa moderna, una specie di letteratura del risparmio – si risparmiano tre lettere -, una specie di poesia visiva, una specie di calligramme, una specie di ceci n’est pas une pipe, una specie di calembour, una specie di scherzo, come quello che ho visto al Centre Pompidou l’ultima volta che sono andato a Parigi, l’ultima volta che sono andato da qualche parte: “ Five words in orange neon “, ed erano appunto cinque luminose parole scritte coi tubicini di neon arancione. Come lei che tutto sommato era una ragazza normalmente “ moderna “, era di quelle che leggevano Prevert, e io no. E forse sbagliavo. Qualche anno dopo che c’eravamo lasciati, mi accorsi che quello con cui, lasciando me, si era messa, mi somigliava come una goccia d’acqua. Le somiglianze finivano lì, all’altezza, alla magrezza, perché per tutto il resto non si potevano immaginare due persone più diverse. Diciamo che anche in questo caso era riuscita a risparmiare qualcosa, acquisendo la mia immagine diciamo pure il look, senza il penoso contorno dei miei difetti, che non sono pochi. In ogni caso ha fatto benissimo. Io invece non ho più trovato nessuna che le somigliasse, o forse le somigliavano tutte. Si vede bene ora che, in tanti piccoli particolari, le somigliano davvero tutte. E forse, come lei che si sentiva brutta e a me sembrava bellissima, si sentono tutte brutte, e invece. Però io non sono più innamorato. Ma ho ancora il problema delle lettere. Si devono scrivere? E a chi, per (“ X “) chi? Quello di cui sono sicuro è che, comunque, non si devono scrivere “ al direttore “. Che non esiste. Che è uno o più tizi che leggono e sghignazzano e scrivono: “ Si faccia coraggio, signora Rossi, suo marito è un immaturo, pensi ai figli, lo dimentichi, e, soprattutto, continui a leggerci “. Uno come me, comunque, è bene che le lettere continui a scriverle. Anche se nessuno le legge, anche se nessuno risponde. Anche se scrivo “ X X “, come sulla schedina, come se fossimo pari, per una/o “ X “, di cui ancora non conosco il nome. ». [1] [1] P. s. Violetta non dice « Che strano », ma « È strano ». E non lo dice al quart’atto – che non esiste perché gli atti sono tre -, ma al primo, scena quinta. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...