Anna Da Costa a Martin Fallon (Lettere delle eroine, 24)

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di Marco Candida

[Le Regole del gioco].

Caro Martin, io sono cieca e tu sei morto e lo zio, il quale sta faticosamente redigendo questa lettera, è ormai molto vecchio. Ho insistito parecchio per scrivere queste parole. Zio Michael non voleva: scrivere una lettera a un uomo morto gli sembrava solo un’assurdità. Tu però non sei morto. Almeno non per me e credimi se ti dico che non lo sei nemmeno per il sacerdote che hai conosciuto col nome di Padre Da Costa. Il tuo fantasma non è più uscito dalle nostre vite, Marteen. Questa lettera, pertanto… sono sicura capirai senz’altro cosa in realtà è.

Il dramma a cui abbiamo dato vita qualche anno fa sembra una commedia di quart’ordine scritta da uno scrittore senza più idee. Un assassino ammazza un uomo. Unico testimone, un prete. Per indurlo a tacere, il killer si confessa da lui. Il sacerdote, per aiutare la legge, è costretto a tradire l’obbligo del segreto confessionale. Converrai con me, Martin, che tutta questa faccenda, nelle sue linee essenziali, suona una farsa.

Tuttavia, questa vicenda, pur nella sua assurdità, è simbolica. Ci abbiamo riflettuto a lungo, in questi anni. Col tuo gesto, hai cacciato mio zio in una situazione molto simile alla tua. Zio Michael ha dovuto tradire il suo credo cattolico. Gli anni al campo di prigionia cinese a Chong Sam e la faccenda dell’uccisione del maggiore della Felgendarmerie, gli hanno reso questo gesto molto difficile da compiere. Lo zio non ha mai pensato che L’Uomo Cavo, quella poesia di Eliot, parlasse solamente di un ammasso di carne – come l’ispettore Miller ci fece notare durante l’autopsia di Jan Krasko, l’uomo che tu, Marteen, freddasti al campo santo per conto di quel verme di Jack Meehan in cambio di un passaporto e una nuova identità.

E tu, Martin, quando ti abbiamo conosciuto, in fondo, come mio zio stavi facendo lo stesso. Tradivi il tuo credo. Anche per te non è stato facile. Eri tenente dei Provisional dell’IRA. A Derry ti chiamavano il carnefice. Non ce n’era uno come te, con un’arma in mano. E che testa! Hai frequentato il Trinity College. Conoscevi poesie, libri. E sapevi suonare il piano divinamente. Un giorno nascondesti mine su una strada per un’imboscata a un carro armato Saracen, ad Armagh. Ma qualcuno aveva sbagliato a indicare l’ora, così saltò uno scuola-bus con una dozzina di bambini. Cinque morirono e gli altri restarono invalidi. Per te fu il colpo di grazia. Già da un pezzo ti tormentavi per come andavano le cose, con tutta quella gente che ci lasciava la pelle e così via, e la faccenda dell’autobus fu la classica goccia che fa traboccare il vaso. Decidesti di sparire, ma l’IRA ti sguinzagliò dietro un plotone di esecuzione. C’è un solo modo per uscire dal giro, e lo sapevi: entrare in una cassa da morto. Nondimeno, ci provasti ugualmente. Questo rende il tuo, Martin, un gesto eroico.

Cause, fede, ideali, ideologie… Si scrivono con il sangue e dopo un po’ è il sangue stesso a cancellarle. Sangue colpevole e sangue innocente. L’innocenza vale molto più della colpevolezza. Non è così, Martin? Non è questo che la nostra storia ci insegna, in fin dei conti?

Cosa siete tu e mio zio?

Siete dei sopravvissuti.

Questa parola, non credo che al giorno d’oggi si abbia la più pallida idea di che cosa voglia dire. Vai in guerra, e ti trovi all’inferno. Che importa che sia nell’Ulster in Corea o nel Vietnam? Muoiono persone come mosche e nei modi peggiori. Non c’è senso. E’ una roulette russa. E tu sopravvivi. Da quell’inferno, esci vivo. Io non credo che i reduci siano mai stati compresi veramente. Uscire vivi da una guerra, non c’è nulla che ti fa sentire più vicino a un dio. Non si può capire, se non sei là. Un uomo è ancora al mondo perché qualcuno o qualcosa vuole così, lo protegge. E se le cose stanno così, allora la sua vita è preziosa. Esserci ha senso. Ecco, il perché di tutte le guerre nel mondo. Uomini alla ricerca di valore. Forse un uomo non vale nulla, ma la sua vita, quella ha valore. Essere usciti dall’inferno lo dimostra. Certo, Marteen, come ho già ricordato, non è il tuo caso. Perché tu, come uomo, valevi.

Tu non eri un animale. Avevi cultura, classe. Lottavi per la questione irlandese. giudicandola importante. Non era solo un modo per scaricare istinti omicidi. Non poteva esserlo! Non per uno come te. O almeno così, zio Michael e io ci ripetiamo. Lottavi per l’autonomia. Per l’indipendenza. Perché intere famiglie e intere popolazioni potessero vivere meglio senza subire le usurpazioni di uno Stato che nulla c’entrava più con l’Irlanda. Poi, le cose sono probabilmente precipitate e basta e gli scontri tra l’IRA e i gruppi lealisti sono stati soltanto un Far West senza regole e ideologie, tenuto in piedi solamente dal senso di vendetta. Solo un altro disastro, in questo bel mondo. Quanto male hanno fatto gli inglesi… Le colonie americane, l’Irlanda, la Palestina, l’Africa… Hanno sempre voluto dominare senza voler dare mai veramente vita a qualcosa.

Ricordi quella frase, Martin?

“C’è una vita prima della morte?”

Riposa in pace, Martin.

Riposa in questa lettera, che lo zio e io custodiremo.

Fino alla fine.

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