O-Lang a Wang Lung (Lettere delle eroine, 23)

by

labuonaterra

di Ada Rosa

[Le Regole del gioco].

Caro Wang Lung,

lo so, è un inizio banale, ma ormai dovresti conoscermi, sono sempre stata ligia al dovere e alle tradizioni. Sono stata una moglie banale, so anche questo. Non così bella né così fine, come avrei dovuto essere per tenerti con me, per impedire che ti innamorassi di lei, di quella puttana tutta smorfie e moine. Si sa, se una moglie non riesce a soddisfare il proprio marito, se non riesce ad essere perfetta in tutto, la colpa è solo sua. Eppure io credevo che bastasse amarti ed esserti fedele. Non ho mai mancato in niente. Mi alzavo presto, non oziavo a letto. Preparavo pranzi e cene deliziosi, anche con poco. La Vecchia Signora te lo disse, sono brava in cucina. Ho curato i nostri figli e tuo padre con dedizione. Ho lavorato fino al giorno del parto, di ogni parto. È questo che ci aspetta da una donna. Sempre in silenzio, mai un lamento. Perché dovremmo lamentarci di ciò che la natura ha voluto per noi? Ero felice, però. Non mi importava che non vivessimo negli agi, il poco che avevamo allora ci bastava, perché ci amavamo. Ora divento sentimentale. Un difetto femminile, che voglio concedermi.

Quando ero bambina fui venduta come schiava e non conobbi mai l’affetto che tu per primo mi hai dato. Eppure un giorno varcasti la soglia della Grande Casa, per me. I tuoi sguardi gentili e timidi mi facevano sentire bella, io che non lo sono mai stata. Sono brutta, me ne rendo conto. Ho gli zigomi sporgenti e il naso troppo grosso. Mia madre non mi legò i piedi. Non sono come Loto. Non ho le sue mani affusolate, la sua boccuccia imbronciata, la pelle chiara di chi non si è mai curvato sui campi sotto il sole. Però quel giorno lontano, nella Grande Casa, tu sei venuto a prendere me, eri lì per me, ed eri innamorato, anche se non parlavi. Quando ci fu la carestia e dovemmo migrare al Sud, quando abbiamo chiesto l’elemosina e tu tiravi il risciò, nemmeno allora sono stata così triste e straziata come adesso che c’è lei. Certe volte mi capita di guardare il cielo e chiedermi in cosa ho sbagliato. Ho sbagliato ad amarti, a fidarmi di te, a pensare che fossi un uomo semplice, sincero, un uomo incorruttibile, invece le ricchezze ti hanno guastato il cuore. Penso che in fondo Loto non abbia tutta la colpa. Si è adattata a ciò che si pretende da una donna, come ho fatto io. Lei che è bella ha dovuto vendere il suo corpo per tirare avanti, ha dovuto farsi ancora più bella per gli uomini, prima nella Sala da Tè e ora qui, ora che l’hai comprata per il tuo piacere. Io non credo che la sua vita sia stata più facile della mia. Eppure non posso fare a meno di odiarla. Odio lei e odio te e ti odio tanto di più perché ti amo. Pensavo che bastasse essere una buona moglie, darti tanti figli, curare la casa e lavorare senza lamentarmi mai, ma non è bastato. Per te una sola donna non è stata sufficiente. Due donne per un uomo, una per la cucina e i figli, l’altra per il godimento. Non mi sono mai lamentata perché sono stata schiava fin da bambina e una schiava non può concedersi il lusso di recriminare. Se lo faccio è perché sono ferita, come una volpe in una tagliola.

Quando mi togliesti le perle ho sofferto molto. Può sembrare una sciocchezza, ma non mi sono mai sentita così brutta e inutile come in quel momento. Avrei tanto desiderato montarle in forma di orecchini, prima o poi. Non avevo mai avuto gioielli. Non sono frivola, non ho potuto concedermi questo lusso. Ma quelle perle … erano la prima cosa che tenevo per me, il primo piacere che mi fossi mai passata nella vita, e tu le prendesti e le desti a lei. Nessuno ti ha rimproverato; la moglie di tuo fratello disse che avevi fatto bene, che gli uomini ricchi hanno diritto a prendersi delle concubine, che sono i poveri a bere da una sola tazza, non è così? Non mi ha difesa, lei, una donna, una moglie, avrebbe dovuto capire più di chiunque altro ciò che provo. Invece ti ha fatto da ruffiana, per soldi. Non ha voluto altro, come non vuole altro quella puttana, gioielli, vestiti, mangiar bene. Maledetto sia l’oro che fa marcire i cuori.

E poi mi portasti in casa Cucù, quella serva odiosa, concubina dei padroni nella Grande Casa, ruffiana di quella tua sgualdrina, donna untuosa, ipocrita, cattiva, colei che parlava sempre male di me alla Vecchia Signora, che mi criticava, mi maltrattava, pur essendo accomunate dalla sorte di essere schiave. Ora lei è nella mia casa, insieme all’altra. Siano testimoni gli dei della mala sorte che tocca a chi nasce femmina. I genitori gridano alla sventura, spetterà loro il peso della dote. Le nostre parole valgono quando il fumo di una pipa, e se il cielo ci concede di esser belle, la nostra freschezza svanisce presto, come i fiori di ciliegio in primavera. Rimaniamo piccola cosa, mentre gli uomini, cui appartiene il mondo, cercano altri svaghi da comprare con pochi pezzi d’argento. Tra di noi nessuna alleanza, siamo nemiche le une delle altre, ci detestiamo per colpa vostra. Fino a che non arriva l’inverno e, invecchiando, diventiamo fantasmi, vecchi mobili polverosi di cui è inutile prendersi cura, e che verranno buttati via per essere sostituiti.

Come vedi ora mi lamento. Non lo avevo mai fatto in vita mia. Perdonami questo scatto di impertinenza, non era mia intenzione darti noia, se ho parlato l’ho fatto per colpa del dolore che mi porto dentro, poca cosa, perché poca cosa è il dolore di una donna, ma è il frutto del mio amore ferito ed è tutto ciò che mi rimane da offrirti in questi ultimi giorni della vita. Non dimenticarti di me quando la malattia avrà concluso il suo corso e il mio cuore mangiato dai vermi cesserà di battere. Seppelliscimi nella terra, ti prego, in quella terra di cui siamo figli entrambi e che ci ha dato da mangiare. Il suo ventre scuro attende le mie ossa, affinché io le renda ciò che mi ha dato.

La tua O-Lan.




labuonaterra_cop

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