Diffida di Angelica a Orlando (Lettere delle eroine, 21)

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Angelica e Medoro, di Simone Peterzano (1535-1599)

Angelica e Medoro, di Simone Peterzano (1535-1599)

di Paola Malaspina

[Le Regole del gioco].

ATTO FORMALE DI DIFFIDA

da parte della Signora Angelica, Principessa del regno del Catai,

nei confronti del Signor Orlando, Conte di Chiaromonte, prefetto di Bretagna, nonché paladino di Sua Maestá Carlo Magno.

Premesso, in fatto e in diritto, che:

– io sottoscritta Angelica del regno del Catai, all’approssimarsi dello scontro armato presso Parigi tra l’esercito cristiano e quello saraceno, venivo affidata in custodia da Sua Maestá Carlo Magno a Sua Maestá Namo di Baviera: ciò nell’intendimento di porre fine all’annosa questione della contesa, per così dire “amorosa”, a riguardo della mia persona tra la S.V. e il cugino, Signor Rinaldo di Chiaromonte;

– il succitato sovrano di Francia, senza sentire preventivamente il mio parere, prometteva la mia mano (com’è noto alla S.V., sono una giovane di altissimo lignaggio, incantevole aspetto e in perfette condizioni fisiche e mentali) a chi avesse ucciso mio fratello Argalia. Sua Maestá pareva ignorare il principio secondo cui l’omicidio di un futuro cognato non pare rappresentare la migliore premessa di una solida unione;

– a seguito della disfatta cristiana presso Parigi, decidevo di proseguire autonomamente il tragitto, trovando rifugio presso un eremita locale;

– la S.V. non interpretava questa mia decisione quale segno inequivocabile di disinteresse nei Suoi confronti, ma, informato non si sa bene a qual titolo né da chi (Ella parlerà in seguito di visione onirica), partiva da Parigi sulle mie tracce;

– successivamente, nonostante le dichiarate intenzioni, la S.V. impiegava un gran quantitativo di tempo e di energie per salvare una non meglio precisata Signorina Olimpia, insieme al di lei presunto fidanzato Signor Bireno, da Sua Maestà Cimosso, re della Frigia;

– quando, pertanto, mi trovavo in una situazione di reale pericolo, caduta proditoriamente preda dell’Orca crudele presso l’isola di Ebuda, trovavo supporto e decisivo intervento da parte del solo Signor Ruggiero e non della S.V.;

– a seguito di inenarrabili vicissitudini, la S.V. giungeva, insieme ad altri miei pretendenti, presso il castello del mago Signor Atlante, ove, con imperdonabile ingenuità, cadeva vittima di semplici trucchi di apparizioni e sparizioni, dando prova, qualora ce ne fosse stato bisogno, di preferire sempre l’Angelica sognata all’Angelica in carne e ossa e mostrando che, in fondo, anche il desiderio più grande non è altro che un castello di trappole e inganni;

– per le citate ragioni proseguivo in autonomia il tragitto, trovando rifugio presso un popolo di pastori, ove il disagio delle pur misere condizioni di vita (come detto sopra, sono una giovane di altissimo lignaggio) era temperato dalla loro gradevole riservatezza, oltreché dal sollievo di sentire finalmente lontana l’opprimente presenza della S.V.;

– quivi mi capitava, per puro accidente del destino, di prestare soccorso ad un valevole soldato ferito, tal Signor Medoro, eroico fante dell’esercito saraceno, gentile nell’aspetto quanto nei modi;

– la mia padronanza delle arti mediche, apprese durante gli anni della prima giovinezza, facevano sì che la convalescenza del ferito fosse rapida ed efficace. Al contempo, la frequente visione di lui, in particolare dei suoi riccioli biondi come l’oro, muovevano in me qualcosa di nuovo, qualcosa di febbrile e indicibile al punto da farmi credere che mi stessi ammalando, proprio mentre lui guariva;

– il giorno in cui lui mi chiedeva: “Madamigella, mi fareste l’onore di aiutarmi a risistemare i riccioli?”, io arrossivo e credevo di morire. Rispondevo allora: “Voi non credete che il desiderio sia solo un castello di trappole e inganni?”. Al che egli sorrideva, mi stringeva a sé e mi baciava con energia;

– valutato inutile ogni ulteriore indugio, per giunta nei difficili tempi della guerra, ove si hanno quotidiane prove della caducità della vita, decidevo, di comune accordo con il Signor Medoro, di unirmi in matrimonio a lui presso la comunità pastorale che aveva visto la nascita del nostro amore, a nulla valendo per noi le considerazioni sulla differenza di censo e origini;

– la S.V. dava prova di non saper prendere la notizia con la rassegnazione che ci si sarebbe attesi da un cavaliere della sua fama e del suo rango. Dava altresì i primi evidenti segni di isteria e squilibrio psichico quando, giunto senza invito alcuno presso la grotta ove si era consumata più e più volte l’unione fisica tra me e il mio promesso sposo, vedeva i nostri nomi incisi sulle pareti della roccia e sulle cortecce degli alberi;

– ciò costituiva, a parere della sottoscritta, inequivocabile prova che il valore di un uomo non si misura nel suo grado militare, restando per me preferibile un fante ricco di coraggio ad un condottiero pieno di boria, aggressività, ansia di essere il primo, l’unico, l’ultimo;

– a conferma di quanto sopra, allorquando con il Signor Medoro, ormai mio sposo, mi accingevo a iniziare una nuova vita, un’amara sorpresa mi attendeva al momento della nostra partenza per la Catalogna, una sorpresa che, ancor oggi, a distanza di tempo, ho raccapriccio a rievocare in queste righe. Proprio mentre salutavamo i gentili abitanti del villaggio che con tanta ospitalità ci avevano accolto, un uomo nudo, furibondo, coperto di fango si scagliava con urla selvagge contro la folla. Inutile dire che quest’uomo riprovevole era la S.V., ormai ridotto a una patetica caricatura di se stesso, nell’insano intento di mettere a repentaglio la nostra incolumità e il suo decoro. È superfluo descrivere lo sbigottimento della folla, l’incredulità di chi, fuggendo gridava: “Quello è Orlando, il paladino di Carlo Magno!”, per tacere del pudibondo turbamento delle giovinette e delle donne anziane (e della sola morbosa curiosità di alcune, che mai avrebbero sperato di vedere un eroe così celebre in versione adamitica).

Tutto ciò premesso,

io sottoscritta Angelica del regno del Catai invito formalmente la S.V. a:

– astenersi da qualunque azione di avvicinamento alla mia persona e alla mia famiglia, oltre che da qualunque comportamento lesivo della mia riservatezza e della mia tranquillitá;

– cessare immediatamente la presente condotta sciagurata e inutile, cercando di recuperare un senno che io non ricordo, ma certamente dev’essere appartenuto alla S.V., un tempo: un senno che dev’essersi perduto, in questi anni di guerra, da qualche parte del mondo, o forse addirittura sulla Luna.

Ogni risposta omissiva o non collaborativa alla presente sarà da me valutata ai fini di intraprendere le necessarie azioni di tutela dei miei legittimi interessi e diritti soggettivi.

In fede.

Angelica

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7 Risposte to “Diffida di Angelica a Orlando (Lettere delle eroine, 21)”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Bellissima, intelligente, arguta! Avevo pensato anch’io ad Angelica, ma certo non sarei riuscita a scriverla in questi termini. Un’invenzione originale e coinvolgente.

  2. Maria Cristina Says:

    Originale versione della missiva (non) amorosa.

  3. Ma.Ma. Says:

    Condivido i complimenti di Nadia. E aggiungo che è pure divertente.

  4. Ezio Says:

    “Io arrossivo e credevo di morire”.
    Bella, bella, bella.

  5. Fiammetta Palpati Says:

    Mi è piaciuta tanto. la condivido.

  6. Lauretta Chiarini Says:

    Geniale! Complimenti!

  7. Michela Fregona Says:

    bellissima!

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