Assunta Spina a Michele Boccadifuoco (Lettere delle eroine, 20)

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Anna Magnani è Assunta Spinta nel film di Mario Mattioli

Anna Magnani è Assunta Spinta nel film di Mario Mattioli

di Domenico Pugliese

[Le Regole del gioco].

Michele ammore mio,

come stai?

Spero che questa lettera che m’ho fatto scrivere ti trovi bene.

A me m’avesse fatto tanto piacere sapere scrivere ma nessuno m’ha imparato.

Spero che questa lettera ti arriva. Perché certe volte le lettere che mandiamo le suore non ve le fanno arrivare, per paura che noi vi scriviamo come ci trattano qui dentro.

È già tredici mese e ventidue giorni che sto ai carcere di Pozzuoli e chissà quanto aggio a rummanè accà. Però fa buono. Io mm ‘o mmereto.

Anzi tu mm’avarisse a sputà nfaccia, pecchè io so’ stata ‘a causa e ‘a corpa ‘e tutto chello ch’ è succieso. Tu non dovevi tagliarmi la faccia, m’ avarisse e me tagliare la testa. Accussì a facivo furnuta già tanto tiempo fa.

Qua non puoi dire niente se no ci puniscono e ci mettono i rapporti. E poi quando venite qua fuori non ci lasciano di parlare con i nostri familiari, manco per salutarli.

Le celle sono molto umide e quando vengono di fuori gli fanno vedere solo la sezione più meglio.

Il vitto di spettanza è uno schifo, un mangiare così non lo danno manco ai cani dei poveri, ché quelli dei ricchi mangiano bene assai. E se vuoi un mangiare più migliore lo devi pagare al doppio perché te lo portano di fuori. L’altra volta a Filumena che si ha lamentato per questo, ci hanno fatto il santantuono. Ci  hanno buttato addosso una coperta, e la hanno quasi massacrata di pugni. Poi ci hanno messo i ferri.

Nei bagni non ti puoi chiudere a chiave e tante volte, quando ero spogliata è venuta la superiora che mi guardava in un modo che non mi ha piaciuto ma chest’è, ci vuole pazienza. La matrona, nell’ora di ricamo, mi ha detto che sono una donna ribelle, frivola e leggera, incoerente e strana, priva di poteri critici e irrazionale e che qualche giorno mi mette la camicia di forza.

Quando usciamo per l’ora d’aria, ci perquisiscono all’uscita e all’entrata. E dobbiamo girare rasente i muri come giovenche che tirano l’acqua dai pozzi, a distanza l’una dall’altra, senza poter dire una parola, senza potesse ferma’ se non ci dà il permesso la matrona. Questo è un cimitero di vivi. Perciò se qualcuno avesse compassione e avesse pietà di pregare e ottenere il perdono per mandarmi in un altro posto io andrei saltando su un’anca perché da tempo ho finito il mio coraggio.

Mi pare che una volta tu mi volevi bene a me. Almeno così dicevi. Ma forse tu mi volevi bene solo come un padrone vuole bene al suo cane. Tu hai fatto solo l’ommo per tagliarmi la faccia quando pensavi che stavo per diventare di qualcun altro pecché dovevo essere solo tua e mò che sono di proprietà delle suore carceriere non ti interessa più niente di me. Il tuo dovere l’hai già fatto agli occhi dell’onore del mondo facendo ‘o guappo. Eppure tu lo sai bene pecché io stongo accà. Ma fa buono, mm ‘o mmereto. Ce stongo pe’ ave’ voluto troppo bene a ‘nu strunz comm’ a te.

Tua
Assunta Spina

[Assunta Spina è una novella di Salvatore Di Giacomo. Dalla novella lo stesso Di Giacomo trasse un dramma, fortunatissimo sulle scene, dal quale furono tratti numerosi film per il grande schermo e per la televisione. Il più celebre è forse quello con Anna Magnani protagonista].

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23 Risposte to “Assunta Spina a Michele Boccadifuoco (Lettere delle eroine, 20)”

  1. la Matta Says:

    Ecco la dimostrazione di quanto sia impervio scrivere in dialetto ; direi quasi impossibile permutare in lettere gli effetti fonetici. Prendo ad esempio il siciliano. Camilleri si è arrampicato su di una neolingua che a volte non ha riscontro nella realtá. Adoro l’arguzia di Camilleri, ma è un altro discorso. Ci sono espressioni intraducibili in italiano. Ci sono sillabe che vanno pronunciate come una lingua di altra nazione.Credo sia preferibile scrivere in italiano : il dialetto è valido ed irripetibile solo se parlato.Direi che ha il fascino della tradizione , della cantilena e ,perchè no, della ninnananna.Matta

  2. Giulio Mozzi Says:

    Quindi buttiamo via: Giambattista Basile, Carlo Goldoni, Carlo Porta, De Filippo, Raffaello Baldini…

    Cara Matta. Nel momento in cui uno decide di usare il dialetto come se fosse una lingua, e nient’altro (esattamente come fecero i primi scrittori in volgare), allora va tutto bene. I problemi nascono nel momento in cui si cerca di ottenere, con il dialetto, un “effetto realistico”; o, peggio, un “effetto affettivo”.

    Dal punto di vista realistico, per esempio, Mimmo avrebbe dovuto puntare non all’imitazione del dialetto parlato ma all’imitazione dell’italiano scritto dalle persone scarsamente alfabetizzate. Per cui una frasetta come

    Io mm ‘o mmereto.

    a me pare piuttosto dubbia, perché quell’apostrofo davanti alla “o” è una finezza tipica di chi sa scrivere (chi non sa scrivere salta gli apostrofi, come pure gli accenti). L’alternanza tra “più meglio” e “più migliore” mi pare accettabile; le parole “priva di poteri critici e irrazionale” vanno bene perché sono discorso riportato; e così via.

    Ecco un esempio:

    Azzano_Decimo_2

    (E faccio notare che la stessa lingua italiana – come tutte le lingue – è resa assai approssimativamente dalla scrittura. L’unica differenza è che ci siamo abituati).

  3. la Matta Says:

    Caro Giulio,io ribaltereiil discorso.Cioè,grazie alla penna di famosi commediografi alcuni dialetti sono assurti quasi a seconde lingue.Vedi Goldoni.Aggiungi la Commefia dell’Arte.E poi,i grandi attori che hanno recitato in dialetto giocando così bene con la mimica da farsi capire con un’alzata di sopracciglio (il Grande Genovese…).matta

  4. Davide Di Finizio Says:

    Giulio Mozzi, secondo me il personaggio si sforza di scrivere in italiano, ma si trova di fronte all’incapacità di farlo. Questa lettera non è in “dialetto” (definizione su cui ci sarebbe da discutere), ma in quell’italiano “napoletanizzato” in cui scrivevano, per esempio, Totò ed Eduardo. Ovviamente si possono contestare alcuni esiti linguistici, ma il tentativo dell’autore di rendere l’approssimativa espressività di una donna che non sa scrivere e in cui si contaminano diversi registri, è a mio parere valido.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Be’, Matta: storicamente non è vero.

    Goldoni usava il veneto – soprattutto per dar voce a certi personaggi – perché il veneto era la lingua “ordinaria” in Venezia (lingua parlata e scritta, anche negli atti ufficiali, accanto al latino e al toscano).

    A diventare progressivamente “seconda lingua”, in Italia, è stato – nel corso di secoli – proprio l’Italiano.

    La grande maggioranza degli autori che hanno scritto in lingua ialiana (ma all’epoca si diceva: lingua volgare), dal Trecento in poi, non la parlavano. Alessandro Manzoni, per dire, parlava il francese e il milanese; con lungo, lunghissimo lavoro, e con lo scopo politico di tentar di imporre il toscano come lingua italiana raffinò la lingua dei “Promessi sposi”.

    Wikipedia:

    L’italiano è rimasto per lungo tempo soprattutto la lingua scritta della parte più istruita della popolazione italiana che aveva “normalizzato” o “normato” il volgare con l’uso soprattutto letterario e ufficiale, mentre per l’uso quotidiano erano largamente usate solo lingue regionali.
    Nelle ricostruzioni dei linguisti, fino alla seconda metà dell’Ottocento solo fasce molto ridotte della popolazione italiana erano in grado di esprimersi in italiano. Nel 1861, secondo la stima di Tullio De Mauro[17], era in grado di parlare in italiano solo il 2,5% della popolazione italiana. Secondo la stima di Arrigo Castellani alla stessa data la percentuale era invece del 10%[18].
    In seguito, fattori storici quali l’unificazione politica, la mobilitazione e il mescolamento degli uomini nelle truppe durante la prima guerra mondiale, la diffusione delle trasmissioni radiofoniche hanno contribuito a una diffusione graduale dell’italiano. Nella seconda metà del Novecento in particolare, la diffusione della lingua è stata accelerata anche grazie al contributo della televisione e alle migrazioni interne in senso sud nord.

    Ovviamente diverso dal caso di Goldoni è quello di chi scrive oggi in dialetto: si tratta principalmente di poeti (citavo Baldini, che secondo me ha scritto cose meravigliose). In questo caso, molto più che il “fascino della tradizione”, conta il desiderio (coerente con lo sviluppo della lirica novecentesca, non solo in Italia) di procurarsi una sorta di “lingua privata”. Tant’è che spesso i “dialetti” dei poeti sono linguisticamente delle lingue quasi d’invenzione…

  6. la Matta Says:

    Mi piace tanto ricordare che dalla Scuola Poetica Siciliana di Federico II di Svevia ( ‘200 ) partirono i fermenti di quello che in Toscana diventò l’idioma dei grandi poeti del ‘300. Ma più che di Jacopo da Lentini vorrei dirti di una Santa Messinese ( Eustochia Smeralda Calafato) che ha lasciato delle Memorie, per la penna di una sua Assistente Suora ; queste memorie costituiscono un raro esempio di siciliano – volgare piuttosto tardivo ( 1400–500 ). Un esempio: rivolgendosi a Gesù lo chiama : ….” Patrone mio zuccarato…” .
    Per finire amo molto ricordare due grandi : Angelo Musco e Gilberto Govi che non disdegnando di recitare in dialetto o comunque con accento marcatamente dialettale, avrebbero potuti anche recitare per non udenti perchè la loro mimica e gestualitá era senza pari. Matta

  7. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 19 febbraio 2016 – Nella popolare trasmissione televisiva L’Eredità, in onda tutte le sere su Raiuno, lo so perché sono « condannato », tutte le sere, a vederla, hanno da poco inaugurato una nuova rubrica. Si chiama: « Traduci dal toscano » e consiste nel « tradurre » in italiano locuzioni e modi di dire tipicamente toscani, come, per esempio: « Te l’ho detto dianzi », oppure: « Vengo al tocco ». La cosa mi rallegra, anzi mi lusinga. Perché io lo penso e lo dico da anni: che il toscano ormai è diventato un dialetto, che non lo capisce nessuno, che fanno tutti finta di capirlo, per esempio quando parla Benigni, ma quello che vedono sono solo le smorfie, le facce buffe etc. C’è anche da dire che l’ignoto « autore » televisivo, inventandosi la rubrica, rivelando la condizione « dialettale » della lingua toscana, può indurre chiunque al salutare dubbio che « dialettale » non sia solo il toscano, ma anche l’italiano, almeno quello scritto, quello letterario, quello che, come è noto, sul toscano, olim, fu modellato etc. Quello che voglio dire è che potrebbe darsi che, per esempio, quando scriviamo, parliamo sempre una strana, buffa lingua che comprendiamo solo noi e i nostri stretti parenti. La lingua che parlano tutti, la lingua con la elle maiuscola, la Lingua che si parla in Italia e all over the world è un’altra: è la nota, risaputa, celebrata lingua delle Immagini – c’è anche chi parla di Lingua (Italiana) dei Segni (L.I.S) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  8. Giulio Mozzi Says:

    Matta, quando i poeti della corte di Federico scrivevano in siciliano, in Toscana già si parlava e scriveva toscano. Fare confusione non serve a niente.

    Acabarra: non per nulla, per fare del volgare toscano la lingua italiana, ci volle il lavoro dei non toscani (il veneziano Pietro Bembo, il franco-milanese Alessandro Manzoni, ec.).

  9. la Matta Says:

    Giulio credo che parliamo di due cose diverse.Tu parli di lingua ed Io parlo di SCUOLA POETICA che infatti si chiamò siculo-toscana.Se ne parla un pò su tutti i portali e sui libri ,ma affermano tuttila stessa cosa.Matta

  10. la Matta Says:

    Ti rimando al proposito alla lrlettura di Rosario Coluccia Accademico della Crusca.Non so fare il “qui” ma si trova anche sul portale Treccani.Mi pare che patli abbastanza chiaro.M.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Matta, tu hai parlato di “idioma”, cioè di lingua (“Lingua propria e particolare di una nazione”, Treccani, qui):

    Mi piace tanto ricordare che dalla Scuola Poetica Siciliana di Federico II di Svevia (‘200) partirono i fermenti di quello che in Toscana diventò l’idioma dei grandi poeti del ‘300.

    Quindi i casi sono due:
    – o non badi ciò che scrivi,
    – o fai apposta a far casino.

    Se è vera la prima, ti invito a riflettere prima di scrivere (e prima di rispondere). Se è vera la seconda, ti invito a piantarla.

  12. Ma.Ma. Says:

    (Ad ogni modo, Giulio, io imparo qualcosina anche un po’ da questi battibecchi😉 e mi riferisco ovviamente quando leggo le tue risposte. Quindi: ringrazio. Adesso mi cerco qualcosa di Baldini, sperando di riuscire a capirlo).

  13. Mimmo Pugliese Says:

    Ringrazio tutti per i commenti, in particolare Giulio che dà sempre suggerimenti molto preziosi.
    Quello della separazione tra lingua scritta e lingua parlata è un problema noto da sempre. Se la lingua parlata è un dialetto, certamente la divergenza è ancora più netta per l’impossibilità di restituire i fonemi, caratteristici di certi dialetti, attraverso i grafemi della lingua nazionale. E l’impresa di scrivere il dialetto diventa più ardua se è sperimentata da chi – come in questo caso – quel dialetto non lo parla.
    Secondo Barthes, una delle massime finezze dell’intelletto umano è barare con la lingua, truffarla e sottrarsi al suo “fascismo”.
    Pertanto, il vero poeta o scrittore è libero nel compiere le proprie scelte e istituire arbitrariamente universi di significato nei quali il lettore potrà riconoscersi. Joyce è un eccezionale esempio di questa arte.
    Sono molti i poeti e gli scrittori che hanno adottato il proprio dialetto come “lingua poetica” da Scarpetta e Martoglio a Tessa e Camilleri; e in ognuna delle loro opere il vernacolo ha una funzionalità diversa dal mero codice linguistico. Ritengo che leggere e sforzarsi di tradurre questi autori sia un esercizio di utilità pari a quella descritta da Giulio nel suo “Leggere scrivere copiare tradurre”, vera ciliegina sulla torta, in appendice al libro di Massimiliano Morini “La traduzione”.
    Quanto scritto sopra, chiaramente, vuole essere solo un mio contributo ad alcuni temi della discussione e c’entra poco nel merito della lettera di Assunta Spina, che ho scritto, per partecipare al gioco estivo proposto, semplicemente per divertimento e senza velleità letterarie di sorta.

  14. la Matta Says:

    w.w.w.Rai.it La lingua italisna è nata in Sicilia. portali rai.Aspetto un’altra sfuriata. Matta p.s.per l.arricchimento culturale deii says

  15. Maria Cristina Says:

    Questa lettera mi era sfuggita, perbacco, sarebbe stata una grave lacuna.

    Secondo me è un esempio equilibrato di quello che mi sembrava mancare nella lettera di Mena.

    Capisco la difficoltà di scrivere in dialetto perché ci sto provando anche io ma il punto in questione secondo me è:
    è più importante il pensiero del personaggio o quello dell’autore?

    Se prevale la necessità di una lettera ben scritta, il pensiero dell’eroina è strumentale alla stesura della stessa e allora scrivo usando lingua e stile che voglio.

    Per i miei gusti, sia ben chiaro, se mi interessa la credibilità del personaggio io non posso concepirlo che non parli come magna.

    Concordo con Davide sull’italiano napoletanizzato.

    Per Acabarra: scopro con orrore – dopo tanti anni che mi hanno fatto credere che i miei avi toscani hanno inventato l’italiano – che parlo un dialetto. Poco male, però vorrei la concessione di poter dettare legge sull’uso del “codesto” da parte dell’italica gente.

    Grazie a tutti per i preziosi contributi, ho imparato di letteratura – di cui ho ancora ampia ignoranza, come già ebbi a dire – più su questo sito che al tempo del liceo.

  16. Ezio Says:

    “In entrambi i casi ‘codesto’… può essere considerato, ancora una volta, una suppellettile invecchiata ma non del tutto dismessa, un lampadario fuori moda che però può convivere con l’illuminazione con lampade alogene’.

    [L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Laterza 2006, pagg. 20, 21]
    Non so se Maria Cristina scopriva con orrore sul serio o con ironia di parlare un dialetto, ma io – ne parlo due – non lo amo, non lo userei oggi, per scrivere. Mi sembrano difficili, chiusi, spesso incomprensibili e autoreferenziali. Se in una narrazione un personaggio deve esprimersi in dialetto, d’accordo, ma impiantarvi tutta un’opera mi sembra eccessivo. Ovviamente, se si ha il piacere della traduzione non se ne discute. Il fatto è che Dante o Joyce dobbiamo tradurli per forza, mentre un italofono mi chiedo – sinceramente, senza polemica – perché. Mi sfugge.

  17. acabarra59 Says:

    “ 8 gennaio 1989 – Leggo Una vita violenta (Pasolini, 1959) e non riesco a non pensare ai Soliti ignoti, che del gergale borgataro malavitoso fece il condimento di un genere cinematografico mentre alla letteratura non restò niente o poco e quel poco per l’esclusivo piacere del professor Contini. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  18. Maria Cristina Says:

    Orrore iperbolico, Ezio… Io uso l’italiano più che posso, anche se il fiorentino non è un dialetto ma un vernacolo: per emanciparsene basta un piccolo sforzo di fonazione e di memoria per ricordarsi di emettere tutte le consonanti interne alle parole, eliminando i rafforzativi all’inizio che nessun attore/imitatore ha mai collocato appropriatamente recitando d’istinto.
    Il codesto l’ho citato perché chi cerca di prenderci in giro lo usa sempre al posto di “questo” e mi fa stridere le orecchie.
    In realtà lo usano ancora in campagna dai sessanta in su e in città ormai soltanto gli ultranovantenni.
    Io no.
    E sinceramente i miei conterranei troppo “scaharellati” non li sopporto proprio come non posso sentire nessuno che indugi troppo sul dialetto risultando incomprensibile ai più.
    Il lavoro dialettale di cui parlavo è limitato ai dialoghi e soltanto di un personaggio: quello intorno al quale ruota la mia narrazione.
    Ma si tratta, come nel caso di Assunta qui sopra, di un italiano aretinizzato.

  19. Giulio Mozzi Says:

    vernàcolo s. m. e agg. [dal lat. vernacŭlus, agg., «domestico, familiare», der. di verna (v.)]. – 1. s. m. Parlata caratteristica di un centro o di una zona limitata. Si contrappone a lingua ed è distinto da dialetto, rispetto al quale è più popolare e locale […] ed è usato più spesso, per ragioni storiche, con riferimento alla situazione toscana o dell’Italia centrale: […] (Treccani).

    Maria Cristina, scrivi:

    …scopro con orrore – dopo tanti anni che mi hanno fatto credere che i miei avi toscani hanno inventato l’italiano – che parlo un dialetto.

    Eh, beh. Il volgare fiorentino divenne italiano – ovvero: si “istituzionalizzò” – con l’intervento normativo del Bembo (padovano) ai primi del Cinquecento. Il fiorentinissimo Salviati con la sua Accademia della Crusca cercò di ammazzarlo: la guerra si trascinò per secoli. Ci mise una pietra sopra a metà Ottocento il Manzoni (lombardo, francofono e dialettofono), che trovò la mediazione vincente. L’ultimo colpetto, poi, teste Tullio De Mauro, glielo diede Mike Bongiorno (italoamericano di origini torinosicule).

  20. acabarra59 Says:

    “ 9 maggio 1995 – Il giovane medico che, dalla sede ginevrina dell’OMS, parla per telefono con il conduttore del telegiornale non solo tradisce le proprie origini, ma parla un toscano che a me pare francamente spudorato. Intravedo molte cose: un abitare in Toscana senza inquietudini, un’indifferenza sostanziale alla lingua, quell’« ineleganza » di base che è tipica di tutti gli scienziati, giovani e non. Io invece sono sempre stato fin troppo sensibile alle lingue, al suono, alle bellezze, agli splendidi o curiosi idiotismi. Inoltre, ci tenevo a capire e a essere capito. C’era infine il gusto particolare di mettersi di fronte alle proprie radici, alla stolta naturalezza del parlare-come-si-è-sempre-parlato, nella posizione di chi, senza rifiutare niente, è tuttavia capace di dimostrarsi libero cioè consapevole. E poi il toscano – questa lingua spampanata, da bucaioli o da vecchie zie, troppo liscia, troppo rotonda, troppo « idiota » – francamente non mi piace più. “. [*]
    [*] Lsds / 73…

  21. Maria Cristina Says:

    Di notte mi ribolle (cfr. da ribollita) e allora mi sono ricordata di quella volta in cui un “codesto” avrebbe potuto salvare due vite.

    Tizio e Caio artificieri, alle prese con un complesso groviglio di fili colorati per disinnescare una bomba, conclusero che il filo da tagliare era nero ma ce n’erano tre: uno accanto a Tizio, uno accanto a Caio e uno al centro del groviglio lontano da entrambi un paio di metri.
    Tizio, superiore in grado ed esperienza, vedendo che il timer concedeva soltanto pochi secondi, lanciò un urlo isterico a Caio: TAGLIA QUELLO! accompagnato soltanto da un ammiccamento generico protendendo il mento verso Caio.
    Con ciò intendeva sicuramente escludere quello che stringeva tra le mani e Caio, che era di Pontassieve, lasciò andare il suo filo e si precipitò su quello al centro del groviglio. Lo tagliò e al clic delle tronchesi seguì il boom di un’esplosione.

  22. Ezio Says:

    Boh?!… ho qualche dubbio. Simpatica però.

  23. normanna albertini Says:

    Io a Mimmo vorrei che mi imparasse a essere brava come lui. Complimenti davvero!

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