Maria a Nino (Lettere delle eroine, 19)

by

capinera

di Lauretta Chiarini

[Le Regole del gioco].

Caro, carissimo Nino,

nonostante la pena che provo, scriverti mi dona un senso di quiete, mi fa sentire libera, anche se soltanto per il tempo che impiega la penna a tracciare le mie ansie su questa pagina bianca.

Nino, scriverti mi fa respirare, oggi, mentre l’aria comincia a scarseggiare nei miei polmoni. Sai, Nino, cosa prova una capinera in gabbia? Sai Nino cosa significa tentare il volo e sbattere le ali contro le sbarre fredde e nere?
No, scusa, non puoi saperlo.

Non sai neanche le pene che ho dovuto patire, le umiliazioni e le limitazioni che fanno della mia ormai inutile vita un dramma straziante. Oh, ne sa qualcosa Marianna, la mia dolce e disperata Marianna, che ha letto ogni mio sfogo. Mentre tu ignori.

Che bella cosa ignorare. Ignorare o fingere di non sapere? Qualche dubbio, sai, confesso, l’ho avuto. Mi son detta che forse tu avevi capito, che forse tu sapevi quel che accadeva. Che probabilmente il gioco di mia madre (odio definirla tale, lo sai) è noto a tutti, non solo a mio padre.

Perché vedi, Nino, io so che nel tuo cuore c’era una fiamma accesa per me. Oh, io lo sentivo e una ragazza innamorata non sbaglia. I tuoi occhi mi cercavano e quando mi trovavano era festa.

Era festa quando vivevo tra di voi, quando potevo sentirmi viva nella natura, respirare il vento, le foglie, il cielo terso o burrascoso. Era un tripudio correre per le vigne, saltar fossati, scavalcar muricciuoli. E, ancora, mi chiedo come tu abbia potuto non capire, non percepire il dramma che si consumava, la schiavitù impostami. Possibile? Davvero hai creduto che io, la tua Maria, avesse scelto di lasciarti per rientrare in convento? Ma non hai visto il colore delle mie gote cambiare e sfumare nel rosa, ad ogni tuo sguardo? Hai dimenticato i fremiti del cuore e i respiri all’unisono, quando eravamo vicini?

E la rosa, la tua rosa, lì sul davanzale. E’ ancora qui, sai, la tengo ancora.

Rimugino Nino, e di tempo per rimuginare ne ho tanto, notti insonni infinite, giorni che si ripetono uguali, che mi disarmano per quanto io tenti di difendermi. E rimugino quindi e mi dico che se conoscevi la verità sei un mostro, come gli altri. Ma almeno posso consolarmi: c’era un piano, il piano forse di eliminarmi per dar spazio alla mia amata sorella. Se però non sapevi non ti considero migliore, sei un mostro lo stesso, perché dovevi combattere per me, per noi, perché non avresti dovuto arrenderti a quella che ti sembrava, forse, l’evidenza. Come puoi non aver vissuto un dubbio?

Sono stata strappata dalla mia vita, strappata, fatta a pezzi, umiliata. Vivo – se questa si può considerare vita – come un fantasma. Vivo trasfigurata e non mi riconosceresti. Chi riconoscerebbe in questa figura orribile qual sono adesso, la Maria leggiadra, timida, innamorata di un tempo?

Ma dimmi, Nino, ti sei spaventato abbastanza quando mi hai visto prendere i voti? Io ho notato il tuo pallore, sai. Ma ho notato anche la tua mano che stringeva quella di Giuditta. E ho chiuso gli occhi, la mente e il cuore.
Il mio fisico ha sopportato troppo, a questo punto. Il mio spirito ancora di più, straziato dai sensi di colpa che mi imponeva il mio stato di suora. Suora. Questa parola stride nella mia bocca. Devo estraniarmi da me stessa per vedermi suora. Mentre per tutti voi, per te, deve essere facile pensarmi tale. Suora. Perfino il suono di queste poche lettere mi fa star male. Non meritavo di finir suora e ora, non merito di esserlo perché il mio cuore non è stato mai per Dio. E’ stato solo per te. Sai che ho scoperto che dal belvedere del convento posso vedere la tua casa? Posso vedere te e Giuditta, seguire i vostri passi e le vostre tenerezze da una finestra all’altra. Oh, una tortura, qualcuno penserebbe. Sì, una tortura per la povera piccola Maria.

Come ho potuto ridurmi a questo? Come ho potuto non rispettare me stessa?

Io sono arrivata, Nino, sono arrivata alla fine del volo, lo sento. Pazza? Folle?

Stanca.

Stanca di pensare, di pensarvi; di sognare ed illudermi ancora di vederti un giorno, magari proprio domani. Di sentire le tue mani accarezzarmi. Stanca di illudermi di vedere volti amici e amorevoli.

Stanca di non vedere il cielo che attraverso le sbarre. Stanca di non potermi librare in quel blu azzurro indaco cobalto e nero. Se potessi spiccare il volo Nino, mi alzerei e galleggerei nell’aria, puntando lontano, lontano. Non dovresti temere perché non planerei dove sei tu, ma supererei confini dei quali ignoro perfino l’esistenza. Per approdare altrove, dove le mie ali non sarebbero considerate sconvenienti.

Ma so che quest’ultimo volo non ci sarà. Pazza. Io finirò nella cella dei matti, Nino.

Non affannarti a scrivermi una risposta. Non la riceverei in tempo. I miei giorni sono contati. Uscirò presto da qui, anche se non come avrei voluto.

Voglio che tu sappia, però, che alla resa dei conti, alla fine della strada i miei ultimi pensieri non sono stati per te, amato Nino, i miei ultimi pensieri sono stati per me.

Maria, una capinera

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7 Risposte to “Maria a Nino (Lettere delle eroine, 19)”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Struggente!

  2. Ma.Ma. Says:

    Ah, ‘sto amore, quanto amore, maledetto amore. Mi piace anche questa.

  3. acabarra59 Says:

    “ Sabato 11 luglio 1998 – Accendo la radio giusto il tempo per sentire che c’è una signora (Gemma da Genova) che ha scritto 14352 lettere d’amore al marito. (Sento anche dire La cosa buffa di Giuseppe Berso [sic], ma neanche allora mi viene da ridere) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  4. Lauretta Chiarini Says:

    Quante lacrime ho versato su questo romanzo (anche in età adulta!), fino ad inumidir le pagine. Sogno da sempre di riscattarla, la “mia” piccola Nina.

  5. la Matta Says:

    Mi ha sempre fatto male la sofferenza, straziante quanto indicibile, della Capinera come di Gertrude. Non avere la forza di tirarsi indietro, pur consapevoli di essere alla soglia di una scelta sbagliata imposta da altri. Spero, cara Lauretta, che la vicenda di Capinera non abbia alcun riferimento al tuo vissuto. Mi dispiacerebbe molto. Matta ps.Bella la lettera , senza sbavature lacrimevoli.

  6. Lauretta Chiarini Says:

    Nessun riferimento personale, fortunatamente, anche se poi di belle beghe ne abbiamo tutti. Ma, come dici tu, lo strazio della Capinera, è uno di quelli per i quali ho sofferto di più e che meno ho ingoiato. Lo leggi e ti prudono le mani dalla voglia di fare qualcosa. Grazie per l’apprezzamento.

  7. la Matta Says:

    Niente di personale, Lauretta , ma il modo in cui è scritta la lettera mi fa una grande, grande tenerezza.Ti vedo proprio come la Capinera : fragile,vulnerabile , piccola ma ricca di una straordinaria forza . Quale, devi scoprirlo tu.Forse,non sai nemmeno di possederla. Matta

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