Mena ad Alfio (Lettere delle eroine, 18)

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Locandina del film di Luchino Visconti liberamente ispirato a I Malavoglia di Giovanni Verga

Locandina del film di Luchino Visconti liberamente ispirato
al romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga

di Gaia Gentili

[Le Regole del gioco].

Alfio mio,
che ti sia buono il viaggio verso la città grande. Veglierò sulla lontananza, per quel colpo di cuore che dura.

Ti ho visto uscire stamattina che ancora il giorno faticava ad arrivare, eri sotto il nespolo, nel suo cerchio di buio. Ti ho guardato la schiena mentre ti abbassavi a raccogliere la sacca, i miei occhi erano lì, fermi su quella curva, il mio volto nascosto dietro le tende; ho guardato le spalle piegate del tuo asino: non vuoi dargli un nome, l’asino è un asino, hai detto quel pomeriggio che insistevo per trovargliene uno. Vi ho guardati e ho pensato che piangeresti come un bambino se lo perdessi. Comincia a essere vecchio, è spelacchiato in alcuni punti e stanco di pesi; quando nessuno ti vede, gli accarezzi l’orecchio sinistro, mentre camminate affiancati. Ma io ti vedo e quelle carezze me le sento addosso, con le mani ruvide di fatica. Riesco a sentirle, anche se non mi hai mai toccato, ma ho passato tanto di quel tempo a immaginarle, quelle mani, che è come fossero mie.

Sei partito presto, a piedi, nel buio, mi si stringeva il cuore a vederti andare. Fanno male le lontananze, gli abbandoni che la vita imbastisce. Ormai ne ho contati troppi, da quando il mare grosso si è portato mio padre nel fondo. Mi tenevo stretta alle gambe di mia madre sulla sciara, aspettavamo con la schiuma bianca negli occhi ma la Provvidenza non si vedeva e Lia piangeva in braccio, per la fame credo: era così piccola, non so se avesse ancora sentimenti. Mio padre non tornò, non potei più sentire la sua voce roca e il caldo delle sue braccia forti. Capii quella sera che gli amori sono spilli grossi ficcati dentro il cuore, misurai le dimensioni del dolore dalle lacrime che mia madre non riusciva a far uscire, strette dentro gli occhi. Eppure crescendo, ti guardavo, Alfio, dalla finestrella della cucina o mentre lavoravo al telaio, attraverso il vano della porta lasciata aperta. Lo stesso facevi tu, mi sorridevi ogni tanto, ma non osavi che poche parole con la voce che tremava. Come stai?, mi dicevi. Io diventavo rossa nelle guance scure di sole. Sapevamo che non potevamo concederci altro: noi Malavoglia appartenevamo al mare, tu eri uomo di terra, con niente se non qualche gallina da allevare. Dovevo sposare uno abbastanza ricco, fintanto che ancora potevo, la mia dote era nella cassapanca vecchia: il nonno piangeva di nascosto per l’affare dei lupini finito male, per la Provvidenza mezza sfasciata da rimettere a posto. Io avevo solo la mia vita da sacrificare per poter fermare quelle lacrime di vecchio che formavano rivoli, infossandosi nella pelle rugosa. Non sono riuscita nemmeno a fare quello. Ricordo che allora hai deciso di andartene lontano, a cercare fortuna. Io non ho mai calpestato sassi diversi da quelli di Aci Trezza, il lontano era senza colori. Torno presto, mi hai detto. Eravamo seduti sulla sciara in un giorno di mare grosso, la schiuma bianca che si alzava: i miei addii sono quelli che fa il mare quando urla dal fondo. C’era una barca al largo, la guardavamo fare su e giù con gli occhi vuoti: pensavamo a quello che non potevamo avere, pensavamo a quanto assomigliassimo a quei pezzi di legno cosparsi di pece che seguivano le onde. Ho il mal di mare, hai soffiato piano dopo un po’ e ti sei alzato. Io sono rimasta seduta, senza voltarmi. Sei mancato 8 anni. Ho creduto non saresti tornato, poi un mattino ho sentito l’asino ragliare in cortile.

Due mesi fa ho trovato la spazzola nera dietro la porta della casa del nespolo. Sapevo cosa voleva dire, era la spazzola di tua madre, me la ricordo quando buttava in avanti i capelli bianchi lunghi e li pettinava veloce per poi stringerli sulla testa in un nodo alto. Era la tua domanda senza parole. Messaggero in attesa di risposta. Quel giorno non ti ho visto partire, te ne sei andato a notte pesta per essere certo fossi ancora chiusa negli occhi, hai serrato le imposte: era il segnale saresti rimasto via qualche giorno. Il pollaio era vuoto: le galline e le uova da vendere le hai caricate sull’asino. Non ti bastava il cuore di stare lì, nella casa di fianco, ad aspettare il responso. Portai la spazzola dentro la casa del nespolo senza farmi vedere, ma sapevo di non poterla accettare. Dormii tenendola sotto il cuscino, per due notti. Fu come mi respirassi accanto, come se ti avessi in quel letto in soffitta in cui mi ero rifugiata, dentro quelle lenzuola di tela dura. Chiudevo gli occhi e immaginavo le tue mani di calli e la pelle bianca e liscia all’interno delle braccia e poi quel triangolo tra il collo e le scapole su cui riposava il mio sguardo ogni volta che mi parlavi. Da quando mio fratello Alessi ha ricomprato la casa del nonno, sono salita qui sopra. Appoggiata al muro c’è la vecchia cassapanca, la dote l’ho regalata a Santuzza: è una brava ragazza, non aveva niente da portare. Lei mi ha ricompensata con i bambini, ho imparato a essere madre con figli non miei. Mi chiamano “Menaaaaa” allungando la a in una cantilena acuta. Io corro da loro, lascio che mi strattonino e si aggrappino alle gambe.
Ho tenuto la spazzola per due notti, la terza, nel buio di un cielo nuvoloso, sono uscita, nascondendola dentro il grembiule, l’ho baciata prima di metterla davanti alla tua porta. Non era più tempo per noi. Alfio mio, sapevo avresti faticato a capire.

Ieri, mentre il giorno declinava, ti sei avvicinato.
Stavo spazzando il cortile, i bambini mi giravano intorno, stridevano di gioia. Nelle sere d’estate sembrano cicale che riempiono l’aria.
Mi sposi?, hai accostato la tua fronte alla mia, non siamo mai stati tanto vicini. Sapevi di tabacco, mi sembrava di sentire il nonno.
Non posso.
Ti sei allontanato di qualche passo, con una smorfia di dolore sulle labbra, le spalle basse. Avrei voluto baciarle quelle labbra o almeno sfiorarle con la punta delle dita.
La cassapanca in soffitta è vuota, è passato il tempo.
Io mi sarei sposata con te anche senza dote, tu mi avresti presa anche con quel grembiule smunto che mi cascava addosso. Nessun altro mi avrebbe più voluta, tu sì. Lia, la mia Lia. Toccava a lei sposarsi, lei era più bella, non sembrava fatta per Aci Terza: aveva la pelle bianca che si scottava al sole e non riusciva a camminare scalza, continuava ad avere piedi delicati a dispetto dei nostri sassi. Quando se ne è andata, giravano voci, dicevano che si faceva regalare cappellini da uomini di Catania. La gente di qui è cattiva. Parlavano in crocchio, quando mi avvicinavo smettevano, ma io sentivo tutto. E la immaginavo sparire tra lenzuola di seta in camere sconosciute. Immaginavo e piangevo. Non voglio tornino a parlare di lei, se mi sposassi direbbero che ti sei messo in casa la sorella di una sgualdrina. Lia sarebbe costretta a camminare di nuovo, fantasma sui sassi che tanto odiava. Voglio ricordarla bella come a quindici anni, con la treccia grossa sulla schiena e i denti bianchi e spensierati.
Non posso, ti ho ripetuto.
Ti sei avvicinato di nuovo, la tua fronte a toccare la mia. Credo sia stato il tuo addio.
Il mio è stato stamattina, ho tenuto gli occhi fissi sulla tua schiena mentre te ne andavi, misuravi il passo sull’andatura sghemba dell’asino. Sei diventato un puntino. Poi più niente. Quando sono uscita la spazzola era poggiata davanti alla porta. Era il tuo per sempre, messaggero silenzioso. L’ho messa nella cassapanca addossata al muro.
Fai buon viaggio, Alfio mio.

Solo tua
Mena

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19 Risposte to “Mena ad Alfio (Lettere delle eroine, 18)”

  1. Maria Cristina Says:

    Bella lettera piena di sentimento ma ho perplessità su tono e lessico: Mena dovrebbe essere analfabeta o quasi, no?

  2. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Maria Cristina: una volta che decidi di far sì che Mena scriva, devi concederle una competenza. Altrimenti dovresti scrivere una lettera “da analfabeta”: cosa difficilissima, e probabilmente insostenibile per il lettore.

  3. helgaldo Says:

    Si potrebbe dettare a chi sa scrivere, il prete, il farmacista…

  4. Gaia Says:

    Hai ragione. Poteva essere una buona soluzione. Confesso che, dopo averla inviata di impulso, mi sono interrogata anch’io sui problemi linguistici e la scarsa aderenza della voce di Mena rispetto al contesto sociale in cui è collocata. Ma ormai era andata … e come tutte le lettere, quando trovi il coraggio di spedirle, non ti appartengono più del tutto.

  5. Giulio Mozzi Says:

    I promessi sposi, cap. xxvii:

    […] Pensate se si struggeva [Renzo] di mandar le sue nuove alle donne, e d’aver le loro; ma c’eran due gran difficoltà. Una, che avrebbe dovuto anche lui confidarsi a un segretario, perché il poverino non sapeva scrivere, e neppur leggere, nel senso esteso della parola; e se, interrogato di ciò, come forse vi ricorderete, dal dottor Azzecca-garbugli, aveva risposto di sì, non fu un vanto, una sparata, come si dice; ma era la verità che lo stampato lo sapeva leggere, mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche. Era dunque costretto a mettere un terzo a parte de’ suoi interessi, d’un segreto così geloso: e un uomo che sapesse tener la penna in mano, e di cui uno si potesse fidare, a que’ tempi non si trovava così facilmente; tanto più in un paese dove non s’avesse nessuna antica conoscenza. L’altra difficoltà era d’avere anche un corriere; un uomo che andasse appunto da quelle parti, che volesse incaricarsi della lettera, e darsi davvero il pensiero di recapitarla; tutte cose, anche queste, difficili a trovarsi in un uomo solo.
    Finalmente, cerca e ricerca, trovò chi scrivesse per lui. Ma, non sapendo se le donne fossero ancora a Monza, o dove, credé bene di fare accluder la lettera per Agnese in un’altra diretta al padre Cristoforo. Lo scrivano prese anche l’incarico di far recapitare il plico; lo consegnò a uno che doveva passare non lontano da Pescarenico; costui lo lasciò, con molte raccomandazioni, in un’osteria sulla strada, al punto più vicino; trattandosi che il plico era indirizzato a un convento, ci arrivò; ma cosa n’avvenisse dopo, non s’è mai saputo. Renzo, non vedendo comparir risposta, fece stendere un’altra lettera, a un di presso come la prima, e accluderla in un’altra a un suo amico di Lecco, o parente che fosse. Si cercò un altro latore, si trovò; questa volta la lettera arrivò a chi era diretta. Agnese trottò a Maggianico, se la fece leggere e spiegare da quell’Alessio suo cugino: concertò con lui una risposta, che questo mise in carta; si trovò il mezzo di mandarla ad Antonio Rivolta nel luogo del suo domicilio: tutto questo però non così presto come noi lo raccontiamo. Renzo ebbe la risposta, e fece riscrivere. In somma, s’avviò tra le due parti un carteggio, né rapido né regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato.
    Ma per avere un’idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come andassero allora tali cose, anzi come vadano; perché, in questo particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato.
    Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto. […]

  6. acabarra59 Says:

    “ Martedì 17 aprile 2007 – « Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, – dicevano i vicini, – che passa la notte a cantare come una passera solitaria? » (Giovanni Verga, Cavalleria rusticana, in Vita dei campi, 1880) [*]
    [*] Lsds / 73…

  7. Maria Cristina Says:

    Scusate se mi sono permessa ma io sono alle prime armi, frequento ancora corsi di scrittura creativa e continuerò a farlo in futuro perché capisco che ne ho molto bisogno ancora, però credevo di aver capito che è onnisciente soltanto il narratore in terza persona.
    Se concedo al personaggio competenze che non avrebbe in natura il pensiero che esprime è quello dell’autore e non il suo. Ora ve lo chiedo sinceramente come consiglio di scrittura creativa a gratuito: è questo quello che va fatto?

  8. Nadia Bertolani Says:

    Maria Cristina, secondo me, anche se il mio parere vale poco, Mena è in linea con le espressioni linguistiche del Verga (il giorno faticava ad arrivare, gli amori sono spilli grossi, non ti bastava il cuore…) e tanto basta. Del resto abbiamo dato voce a eroine morte… del resto, il bello dell’invenzione è che inventa…

  9. Maria Cristina Says:

    Hai ragione, anche la mia Eva è stata criticata perché quella “vera” non avrebbe gettato la spugna.

  10. anna maria bonfiglio Says:

    Una lettera inventata è una creazione, non starei a sottilizzare sull’analfabetismo di Mena, non avrebbe senso, allora non avrebbe dovuto scrivere. A me la lettera è piaciuta molto, l’ho anche trovata abbastanza verghiana, ma quell’ Aci Trezza che si legge nel testo è voluto o è un refuso? Dovrebbe essere Acitrezza. Complimenti all’autrice.

  11. la Matta Says:

    Grazie, Giulio, per la boccata d’aria buona,cioè , per la pagina preziosa riproposta. Non mi sazierò mai di questa miniera inesauribile. Matta

  12. maria Says:

    Ammirevole. L’intensità è la stessa di un passo del romanzo del Verga.

  13. Maria Cristina Says:

    Scusate: so’ pignola. Forse è il motivo per cui non scriverò mai bene come Gaia.

  14. Nadia Bertolani Says:

    Elimina dal tuo lessico l’avverbio MAI. Cara Maria Cristina, le tue osservazioni hanno una loro ragione e essere pignoli non ha mai impedito a nessuno di scrivere meglio, peggio, bene, male, chissà.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Anna Maria: Wikipedia riporta “Aci Trezza”. Altrove trovo Acitrezza. Essendoci Aci Castello, per coerenza io sarei per la separazione. Poi non so com’è il nome ufficiale dell’abitato.

    Maria Cristina: dipende dal regime di realismo linguistico che tu scegli. Pensa: ci sono perfino storie nelle quali parlano gli animali (hai presente i film di Disney? Quando il “punto di vista” è quello degli umani, gli animali abbaiano nitriscono ec., quando il “punto di vsta” è quello degli animali, gli animali parlano.

  16. la Matta Says:

    C’è anche Acireale, poco distante.Forse, c’ è stata una fusione per facilitare.Comunque, Aci è una figura mitologica e la leggenda di Aci e Galatea mi pare sia rappresentata in una fontana del catanese. M.

  17. C.P. Says:

    Non ho trovato la mia vecchia copia Oscar Mondadori dei Malavoglia su cui volevo controllare come è scritto il toponimo nel romanzo, così ho consultato on line Liber Liber, che riporta l’edizione Principato del 1985. Nel romanzo il paese è Aci Trezza, ma molto più spesso Trezza. Non ho saputo resistere e ho contato le occorrenze: 5 volte Aci Trezza,38 Trezza, Acitrezza mai.

  18. anna maria bonfiglio Says:

    Sì, è vero, si trovano tutti e due, non vorrei sbagliarmi ma mi pare che il nome diviso fosse quello più antico, molti siti turistici lo riportano attaccato. Comunque sia, vorrei dirvi che è un posto meraviglioso, degno di essere visitato.

  19. カゼムグダルジマニ Says:

    Ho riletto da poco i Malavoglia e mi ha fatto piacere leggere questa lettera.

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