Marija Nikolaevna al marito Nikolaj Rostov (Lettere delle eroine, 16)

by
La lasagna

La lasagna

di Emanuela Canepa

[Le Regole del gioco].

Sposo mio carissimo,

ho ritirato oggi presso l’ufficio postale la tua lunga lettera – la seconda dall’inizio della settimana, ed è martedì – e la rileggo con l’attenzione e la cura che metto sempre in tutte le cose che faccio, e in misura particolarissima in quelle che riguardano gli affetti che mi sono più cari.

Ti manco moltissimo, mi scrivi, e io non ne dubito, così come tu non devi dubitare che nella stessa misura voi mancate a me. I bambini, Natasha, Pierre, Nikolenka, Sonia e il chiassoso, amorevole caos di Lysye Gory.

Tuttavia, Nikolaj, dopo questi anni di matrimonio che non ho alcuna esitazione a definire densi e felicissimi, so che mancherei alle promesse che ci siamo scambiati se ti nascondessi anche solo parzialmente la verità, per il timore che tu possa risentirne. Sebbene difficile – difficile per me, credimi, per me prima che per chiunque altro – io mi sento in dovere di dirti tutto, perché la menzogna, perfino nella forma apparentemente innocua dell’occultamento della verità, finirebbe per inquinare la coppa d’acqua purissima del nostro legame e avvelenerebbe i nostri rapporti.

Mi chiedi che bisogno avevo di partire, Nikolaj. Cercherò di spiegartelo, se avrai la pazienza di seguirmi nel mio ragionamento

Adorato, tu sai cos’è stata la mia vita. Lunghi e rigidi inverni senza fine trascorsi accanto a un padre che dell’inverno aveva la stessa temperatura emotiva e la medesima asprezza, che Dio l’abbia in gloria, e senza alcun conforto che non fosse quello della preghiera e della compagnia di mademoiselle Bourienne, che è una santa donna, un cuore puro, e a modo suo, un’intelligenza vivace. Vivace ma circoscritta, assai circoscritta, e dedita esclusivamente a faccende di nessun conto, con un raggio di interessi così tragicamente angusto da rasentare il nulla. Quanto penavo a far transitare l’ombra di un concetto in quella dura cervice, per dirla con le parole dell’Esodo, Nikolaj! Mademoiselle Bourienne era impagabile nel far sì che la maionese in tavola arrivasse perfetta in gusto e densità, con quella ricettina appresa a Parigi che con stolida ostinazione rifiutò sempre di condividere col personale di cucina. Ma se ti provavi a scambiare due parole affacciate verso un orizzonte meno asfittico, o almeno un breve volo d’uccello oltre il ristrettissimo ambito della vita domestica, ci potevi scommettere che avresti ottenuto più sugo a parlare con i buoi attaccati all’aratro nel campo di patate dello starosta, che con lei. Del resto la conosci anche tu. Non ignori, io credo, la particolarissima eco siderale che ogni parola meno che elementare fa riverberare nel suo sguardo. Il nulla, Nikolaj. Il vuoto cosmico. L’abisso dell’insipienza. Non farmi aggiungere altro, che sai quanto detesti dir male di una creatura totalmente innocente. E dico innocente per paludare un giudizio che non mi fa onore, e che, se devo dare essere sincera, mi sale alla labbra con ben altra violenza verbale. Imbecille, sarebbe più esatto. Tragica, ostinata imbecille contro cui la Provvidenza si è doppiamente accanita, prima lasciandola orfana, e poi deprivandola del bene della ragione, forse per renderla meno consapevole delle sue miserie, che Iddio è grande e misericordioso, ed è in queste piccolissime attenzioni che ne misuriamo la lungimiranza. E contro la severa e inflessibile crudeltà di mio padre, come confidente io non ho avuto che lei. Per anni e anni è stata l’unico essere umano con cui ho potuto scambiare due parole. Per tacere di quel triste intermezzo in cui, lui e lei insieme, credettero bene di coalizzarsi contro di me, come se non avessi abbastanza pensieri. Non farmi dire altro, Nikolaj, che mi inasprisco, e non è caritatevole.

Poi, certo, da bambina ho avuto Andrej, il più caro, il più degno dei fratelli, che non fu mai cattivo con me. Ma ci lasciò prestissimo, come fanno gli uomini, via, in giro per il mondo, poi in guerra a servire il suo paese fino all’estremo sacrificio, rendendo mio padre ancora più cupo e triste e severo, e lasciando che fossi io a pagare per intero il prezzo della sua rabbiosa forma di allergia al mondo e alla socialità. Un giorno in cui mi lamentavo dell’asprezza della mia vita, Andrej che era in visita mi esortò a essere forte. Devi essere fiera, disse, nessuno potrebbe accudirlo come fai tu. E te credo, pensai io amaramente in quel momento. Ma lì per lì non compresi fino in fondo il senso della sua osservazione. Ci arrivai poi. Intendeva: accudirlo resistendo all’impulso di ammazzarlo co’ le mani mia, come in certi momenti perfino io, che sono minuta e pavida, sentivo che avrei potuto fare con relativa facilità, tanto mi esasperava quel vecchio rimbambito. Seppi resistere senza dare di matto. Opponendomi con tutte le forze al desiderio di morire quando mi bacchettava sulle dita perché, dal terrore che avevo di lui, non capivo la geometria, e lui ne deduceva che fosse un limite della mia intelligenza, o mancata volontà di applicarsi, laddove qualunque imbecille con due acche di competenza in psicologia dell’apprendimento avrebbe compreso che l’imbesuito era solo lui.

Che poi, a cosa doveva servirmi la geometria, me lo sai dire tu Nikolaj? Cosa te ne fai della geometria se sei un’ereditiera assai poco avvenente – come tutti mi avete sempre fatto intendere inequivocabilmente, ché la sensibilità non è stata mai il vostro punto di forza – che a malapena avrà un ruolo e una funzione alla fiera delle vacche del mercato matrimoniale, in grazia dei suoi soldi, e nella migliore delle ipotesi sarà destinata a risanare il patrimonio di qualche nobile spiantato e rovinato dal gioco! E Dio ti guardi, sposo carissimo, dal ravvisare in queste mie parole l’allusione a quello sfortunato episodio della tua gioventù che portò alla rovina i tuoi genitori ormai impossibilitati a far fronte ai debiti che avevi contratto con quello psicopatico di Dolochov, che è uno a cui, per quello che ho potuto vedere, io non avrei affidato nemmeno due copechi per andare a comprare una foglia di lattuga, e figuriamoci sedermi con lui a un tavolo da poker, che davvero, Nikolaj, bisogna avere il tuo cuore ingenuo e purissimo, per arrivare a fare una simile, gigantesca cazzata!

Ma che non ti sia di peso quel che dico. Mai dubitai che solo l’amore e la lealtà ti portarono a chiedermi in moglie, e che i soldi non c’entravano nulla. Non dire una parola, lo so. Semmai molto di più contò l’occasione in cui ci conoscemmo, il tuo impagabile intervento in mia difesa durante la fuga di fronte all’avanzata dell’esercito francese. Quanto ti piacque fare il figo in divisa da ussaro di fronte a me, fanciulla impotente e priva di risorse, eh, Nikolaj? Perché si capisce lontano due verste che tu sei proprio il tipo d’uomo che si fa sedurre da una lusinga narcisa molto più che dal denaro che ha perduto. Tuttavia, per tornare a bomba, quali che siano state le tue ragioni, ho motivo di credere che quando saldai i debiti che avevi contratto, tu mi fosti grato, certo. E di sicuro, correggimi se sbaglio, non certo perché nel frattempo avevo imparato a menadito la geometria.

Tuttavia la mia vita, come dicevo, è stata dura. In casa mia non fu mai come da voi, a Otradnoe, uno sgambettare di bimbi gioiosi, un ruzzolare di slitte giù dalla collina a tutta velocità sotto lo sguardo amorevole di genitori fieri e appagati.

A Lysye Gory, morta mia madre, il tempo invece passava solo tra una novena e una compieta. Era quella la massima idea di divertimento consentito, per cui fatte du’ conti, Nikolaj. Immagina la scena penosa: io e mademoiselle Bourienne, insieme, a sgranare rosari, mentre mio padre masticava la sua amarezza. Passo per essere donna devota, Nikolaj. Ma avrei voluto vede’ te al posto mio, che te saresti potuto inventa’ per avere almeno la parvenza di una vita sociale. Perché contemplai l’ipotesi del nichilismo ateo, credimi – che in fondo era assai più conforme all’idea che m’ero fatta del mondo sulla base delle mie esperienze – e a trattenermi non fu solo la paura di mio padre che m’avrebbe senz’altro riempita di mazzate se mi fossi messa a citare Gorgia e il relativismo etico nella sala della musica! No. È che poi, da nichilista, nichilista e donna, m’avrebbero definitivamente seppellita in camera, non mi sarebbe rimasta manco quella passeggiatina casa e chiesa all’ora del vespro che almeno una volta al giorno me faceva rifiata’!

Poi nella mia vita irrompesti tu, Nikolaj, bello, forte e galante, e mi portasti via da tutta quella morte. Mademoiselle Bourienne, per dirla tutta, l’avrei anche scaricata volentieri, ma ho dovuto tenermela, perché ormai arrivata a quell’età chi altro se la sarebbe incollata? Almeno papà, a Dio piacendo, ci aveva lasciati, e già questo mi pareva un miglioramento mica da ridere, per cui ho fatto buon viso a cattivo gioco.

Sposandoti, mi dissi, sarei diventata l’unica signora della casa. Mi ero fatta l’idea che peggio di quello che avevo passato non mi sarebbe mai potuto accadere. E in effetti all’inizio ho ravvisato un certo miglioramento delle mie generali condizioni di vita.

Ma poi sono arrivati i bambini uno dopo l’altro. La gioia dei tuoi occhi, e anche dei miei. Finché dormono. Ma poi si svegliano Nikolaj, si svegliano tutti i giorni, senza saltarne uno. E imperversano come maledetti per la casa, ognuno con le sue richieste e le sue necessità, e tutti, immancabilmente, s’attaccano come zecche su di me. E adesso ci si è messa anche tua sorella.

Natasha ormai viene a trovarmi ogni tre per due. Non c’è ponte, fine settimana, festa comandata, sciopero sindacale, che non me la ritrovi alla porta co’ tutta la pipinara de ragazzini suoi, che si sommano ai ragazzini miei, e anche lei ci mette del suo, perché dura fatica a convincersi che non è più la naiade leggiadra che volteggiava nelle sale da ballo di San Pietroburgo vent’anni fa. Vent’anni fa, e trenta chili almeno, Nikolaj. Manda giù certe sleppe di panpepato lunghe come il mio braccio che avrebbero conservato in forze tutto l’esercito di Napoleone, invece di consumarsi di stenti come fu nella realtà. E con quella stazza ancora pretende di volteggiare. Volteggia ovunque. In giardino, in cucina, in salotto. Mi ha fatto fuori un paio di servizi di Dresda e certe ceramiche stilizzate di Faenza che non avevano l’uguale in tutta la santa Russia, porcoggiuda!

Nikolaj, permettimi: ne ho piene le palle! Quant’è vero che mi chiamo Mar’ja Nikolaevna Bolkonskaja, contessa Rostova, se non mi allontano da tutti voi e non recupero le forze, giuro che una di questi giorni me parte l’embolo e vengo a tagliarvi la gola uno per uno nella notte!

Adesso sto bene. Ho messo una grande distanza fra noi, e per il momento preferisco non dirti di preciso come fare a raggiungermi. Sto qui co’ certi amici simpatici conosciuti da poco. M’hanno raccattata mentre facevo l’autostop in tangenziale. Dice che gli ho fatto pena, coi i pizzi e le trine che svolazzavano ogni volta che mi passava accanto una bisarca, e così m’hanno caricato sul Westfalia con cui attraversano tutta la Russia, dal mare di Barents al lago Bajkal. Parlano un dialetto strano che senza volere sto imparando anch’io. Certe volte mi trovo in bocca delle assonanze che non riconosco – anvedi, ansenti, ammazza – di cui non comprendo bene il senso ma che uso a intuito, come se una parte di me riconoscesse l’eco di questa lingua sapienziale mai ascoltata prima, che viene, mi dicono, dalle estreme periferie del continente. Andiamo tutti d’accordo. Ognuno si fa i fatti suoi, mangia quando ha fame e dorme quando ha sonno, senza rompere i coglioni a nessuno. La sera suoniamo la balalaika intorno al fuoco, come adesso, e ci scambiamo dei sigarilli sottili che loro ricavano da certe piantine che portano sempre con sé, e che mi fanno un gran bene alla salute. Guardo le stelle infinite che punteggiano il cielo, e me sento ’na crema. In questi momenti sono pervasa da una grande pace e penso che prima o poi forse gliela posso fa’ perfino a tornare a casa.

Però, Niko’, damme tempo. Famme respira’. V’ho lasciato comunque il congelatore pieno de lasagna. Ve potete sfonna’ fino a Natale. Co’ Natasha però state attenti, nun glielo dite, fateje magna’ insalata. Da’ retta amme’, è tutta salute.

Tua per sempre Marija
(ma qui tutti me chiameno Meri)

Il romanzo di riferimento, spero sia chiaro a tutti, è Guerra e pace di Lev Tolstoj.

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9 Risposte to “Marija Nikolaevna al marito Nikolaj Rostov (Lettere delle eroine, 16)”

  1. Aria Says:

    Meravigliosa. Mi sussultano le trippe dal gran ridere. Grazie

  2. la Matta Says:

    Finalmente una lettera che trovo aderente alle discrete iindicazioni di Giulio. Matta

  3. la Matta Says:

    Manca la ricetta della lasagna…Sarebbe stato carino.Matta

  4. Ezio Says:

    Brava Meri: così si fa, così ci si comporta! Brava l’autrice.
    All’inizio mi son chiesto: chissà come andrà a finire, con un assassinio forse? e fiutavo odor d’arsenico. Infine invece, pure a me ballano le trippe. Ci mancano solo un bel estiqatsi e, bisogna dar ragione a Matta, la ricetta per le lasagne.
    Ci disponiamo in golosa attesa, a presto.

  5. Maria Cristina Says:

    Esilarante. Brava.

  6. Maria Cristina Says:

    A me le lasagne me le fa mi’ madre…

  7. Emanuela Says:

    Vi ringrazio davvero, ma purtroppo sono solo l’autrice e non condivido i talenti di Meri. Se vi passo una ricetta io, credetemi, amici e familiari non ve ne saranni grati. I miei non lo sono mai.

  8. anna maria bonfiglio Says:

    Sì,penso che debba essere questo lo spirito di questa iniziativa, rivoltare un po’ la frittata, dissacrare, reinventare. Brava Emanuela.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Ma anche no, Anna Maria. Si tratta anche, a es., di “dare voce” a personaggi che nei romanzi ne hanno poca. Vedi, per dire, la ragazza Carla.

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