Vera Spiridinova a Viktorov (Lettere delle eroine, 15)

by

Stalingrado

di Guido Marzella

[Le Regole del gioco].

Compagno Tenente,

mio dolcissimo Viktorov, oggi un fragile stelo di verde è spuntato a sorpresa fra il ghiaccio e la neve che gravano i muri sbrecciati ed i tetti anneriti di questa città violentata o del poco che oggi ancora ne resta…

L’ho scorto per caso, quando m’ero accucciata in un angolo, le mani a coprire le orecchie per non sentire il sibilo d’una bomba in arrivo. Si è mostrato tra le fessure del tavolato di legno che ingombra l’orbita vuota del portone di casa, spalancato senza più alcun ritegno o vergogna.

Dava l’impressione d’essere la cosa più naturale del mondo.

Eppure la sua vista mi ha sconvolta, mi ha ferita a morte.

Nemmeno la raffica di uno Schmeisser in pieno petto m’avrebbe potuta ridurre così e da allora sanguino senza requie, i miei polmoni annaspano alla ricerca di aria, i muscoli si contraggono negli spasmi dell’agonia.

Eh sì, mio caro, perché quando il tuo naso si abitua a respirare il puzzo secco ed acre della polvere da sparo e ad inalare polvere, quando i tuoi occhi bruciano per il fumo degli incendi e il poco d’acqua che bevi sa di fango e nafta, allora anche la semplice visione di un brandello di normalità è troppo.

L’epifania della natura in questo inferno di piombo, gelo e vetri infranti non è sostenibile. La presenza di un lembo di fibra vegetale costituisce un insulto intollerabile per chi ha perduto ogni speranza e si trascina da un riparo all’altro per inerzia, solo perché un istinto cieco e incomprensibile lo strattona ottenebrandogli la mente.

Anche il cielo, sai, si è ribellato a questo affronto ed i timidi raggi di sole che si erano affacciati tra la nebbia informe durante la mattina sono stati ben presto eclissati da nuvole scure.

Adesso è ripreso a nevicare e sotto la coltre immobile del bianco che tutto livella anche il cuore soffre di meno. Il gelo è un anestetico potente, come la fame d’altronde.

Contro di loro non c’è difesa né rimedio… e forse è un bene.

L’ottundimento che procurano è più potente di una droga e aiuta a sopportare ciò che nessuno da vivo, da sano, potrebbe non dico tollerare ma nemmeno immaginarsi.

Vedi Viktorov, Stalingrado sta morendo soffocata, inesorabilmente. È avviluppata nelle spire di un incubo che ghiaccia il fiato e le membra. Giace riversa tra le zolle indurite dal freddo e le chiazze di neve sfatta, inconsapevole di quel che accade come gli occhi spalancati dei suoi morti inutili che non vedranno mai più albe e tramonti.

Non ricorda nemmeno che un tempo, qui, si stendeva l’estate dopo aver dispiegato con cura il suo manto di grano maturo, sonoro di grilli e cicale.

Ed ora anch’io rammento a fatica quei giorni diafani e afosi che parevano voler durare oltre misura, addentrandosi con passo lieve nelle sere limpide … le notti in cui il silenzio delle stelle ci inondava della sua pienezza e la luna era un falò che ardeva inquieto nel buio palpitante!

Si sarebbe dovuti morire allora, amore mio, al culmine della pienezza, senza rimorsi, con la bocca piena di baci e i tuoi capelli folti e lisci tra le mie dita, quando il profumo dei fiori cominciava appena a svanire e il tuo sorriso si velava un tratto mentre mi guardavi serio e non parlavi…

Non ora, non adesso che ci è stato tolto tutto, che abbiamo perso anche i ricordi e quando arriverà il momento non avremo nulla da portare via con noi a farci compagnia lungo il cammino aspro dell’esilio.

Non adesso, no, non è giusto, non è umano… Sempre che un briciolo di umanità ci sia rimasto in fondo agli occhi, tra le vene che guizzano in rilievo su questo braccio scarno che conosce le durezze della guerra.

Ancora pochi mesi fa ero convinta che almeno dall’odio e dal livore sarei rimasta immune.

Che la mia educazione, le buone maniere e le tante letture mi rendessero diversa, più aperta e tollerante, capace di continuare a guardare il mondo con un pizzico di ingenuità e di scetticismo, qualunque cosa fosse successa …
Ma non è così, credimi! Non è così purtroppo…

Quelle emozioni esasperate da cui solo un paio d’anni fa ci tenevamo lontani scansandole come la peste hanno contagiato i miei pensieri, li hanno imbrattati ed ora non sono più gli stessi.

Mi sono accorta di non essere vaccinata da quel morbo che striscia silenzioso tra i ruderi di queste case massacrate e si insinua lentamente tra le dita senza darlo a vedere, così che alla fine della giornata te le ritrovi impastate di una morchia unta e dall’odore aspro, mordace, che ti dà alla testa e oblitera le percezioni.

Fino a quando una mattina, scorgendo il cadavere d’un soldato tedesco, t’accorgi che questa sensazione ti riempie il petto e lo stomaco, ti fa stare meglio come una benedizione improvvisa che tacita i morsi del dolore e acquieta le paure.

Tutte tranne una, a dire il vero, nuova e diversa dalle altre.

Quella di perderti per sempre, ma non per un colpo di mitraglia o fracassato nella carlinga del tuo areo abbattuto… Perderti perché nel cuore l’astio si è affastellato dappertutto e non lascia più spazio nemmeno per un refolo d’aria, per un briciolo d’amore.

Sarebbe tremendo se per riuscire a sopravvivere in mezzo a tanta rabbia e disperazione e fatica fossi costretta a rinunciare a ciò che m’è più caro, all’unica cosa che ha ancora un senso per me…

Ti penso allora, quando posso, ricordando quegli occhi seri che mi facevano arrossire senza motivo, giocando sulle mie guance e tra i lobi delle orecchie prima di venire a posarsi nell’incavo della mia spalla.

Raramente, nei momenti più inattesi, ti immagino di fianco a me e stupisco di osare ancora così tanto.

Una notte poi, carica di silenzio e d’abbandoni come poche, t’ho sognato in alto col tuo aereo, oltre le nuvole che soffocano questo inferno quotidiano, immerso nella luce estesa e quieta che si stende da occidente all’imbrunire. Sembravi felice e la tua serenità s’è fatta mia…

È il dono più bello che io abbia ricevuto e lo serbo con cura come i pochi ricordi d’un tempo lontano, più limpido e terso di quello di oggi, confidando che vita e destino non siano in contrasto tra loro e che anche a noi voglia arridere un giorno la sorte!

Tua da sempre e per sempre,

Vera

[Il romanzo di Vasilij Grossman Vita e destino è bellissimo].

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17 Risposte to “Vera Spiridinova a Viktorov (Lettere delle eroine, 15)”

  1. Ma.Ma. Says:

    Non “amo” le “storie d’amore”, soprattutto quando si prendono troppo sul serio perché risultano sempre goffe, puerili, superficiali, e poi non ho letto il libro in questione. Ma questa lettera è così densa, così matura, così sentita, così bella, così vera… che se leggo “la distruzione” come metafora di tante possibili tragiche situazioni quotidiane che possono accadere a chiunque, ecco, mi sembra persino attualissima e… fa innamorare dell’amore. O forse sono messa male di mio, questa mattina ^_^

  2. la Matta Says:

    È strano che le più belle lettere di Eroine siano scritte da mano maschile. Mi domando: è possibile che l’uomo riesca a scandagliare così bene l’animo femminile che appare molto più complicato di quello maschile? o cosa? O Giulio, hai qualcosa da dirmi al proposito? Grazie. Matta

  3. Giulio Mozzi Says:

    Non è vero, Matta, che l’ “animo femminile” (qualunque cosa esso sia) sia “molto più complicato” dell’ “animo maschile” (qualunque cosa esso sia). Punto.

  4. la Matta Says:

    Benissimo che tu non la pensi come me. Non credo che tu non comprenda ciò che io voglio indicare con ” animo femminile”. Che peccato. Alla prossima.Buon Ferragosto.Matta

  5. dm Says:

    (Non ho mai capito le basi dell’esperienza per questo luogo comune. Ricordo una mia amica che appunto diceva qualcosa del genere. Che l’uomo è semplice e virile, la donna sensuale e complicata. Solo poi sono riuscito a capire: per una qualche maledizione, o forse per predilezione inconsapevole, conosceva quasi soltanto uomini rozzi).

  6. Giulio Mozzi Says:

    Matta, scrivi:

    Non credo che tu non comprenda ciò che io voglio indicare con ” animo femminile”.

    In effetti, non comprendo. Mi sembrano parole vuote.

  7. Ezio Says:

    Oh,Giulio!

  8. Maria Cristina Says:

    Può darsi che mi sbagli ma una qualità dell’anima penso sia la sensibilità che non credo abbia genere.

  9. la Matta Says:

    Piccola nota a margine ferragostana.Se a qualcuno il mio – O Giulio – suonasse un pò strano, comunico che questa interiezione è un modo di apostrofare caratteristico dell’Arcipelago Eoliano.Ovviamente, senza l’h che chiamerebbe un bel punto esclamativo. Esempio: se Giulio mi vuol sottolineare qualcosa, dirà ” O Matta forse questo blog non fa per te…”. Ed io penserò ” O Matta : che Giulo abbia ragione? ” .Buone Feriae a tutti.

  10. Ezio Says:

    Ciao Matta, beta te alle isole. Il mio vocativo non era collegato a quello del tuo post, se ti riferivi a questo.
    Il mio “Oh, Giulio!” segue quel “Oh, Carla!” della lettera precedente (14). Là esclamavo per una specie di pietà paterna che mia ha suscitato la lettura; qui, al contrario, per la sorpresa che mi a suscitato la franchezza del Dottor Mozzi. Tutto qui.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Ezio, non sono dottore.

  12. la Matta Says:

    Andiamo alle “parole vuote “. Gulio…: se mi vuoi dire che in ogni umano ci può essere una maggiore componente femminile come una maschile o tutt’e due insieme ti seguo.Ma se mi affermi che parlarti di animo femminile o maschile non ha senso sono io che non ti seguo più. Perchè mai una donna dai modi bruschi e dominatori viene definita”virago”, perchè mai un uomo delicato e suscettibile alla commozione a volte si becca “come una femminuccia”? Perchè ad una donna si addebita un “come un maschiaccio”quando si comporta in modo violento e … Mi dirai che anche qursto è passato e che omnia licent.Va bene. Ma che tu mi dica che non capisci anzi, non comprendi cosa mai io voglis dire, perdonami : sono io che non comprendo più. In ogni caso quando si tiene ,oltre il salotto buono , un blog per il popolo bisogna anche sopportare le matte oche. Pardon : le oche matte. @Ezio. Se ti dicessi che sono un uomo, così. d’amblai (si scrive così ? ),cosa penseresti? Noooo E’ troppo …(mettici quello che ti viene prima ) per essere un uomo ! o no? Saluti amicali dall’Isola. M.

  13. acabarra59 Says:

    “ 13 aprile 1995 – « “ Non sono dottore “ » (Un maledetto imbroglio, Germi, 1962) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  14. Giulio Mozzi Says:

    Matta: ho detto che non capisco, non ho detto che no ti sopporto.

    I modi di dire che tu citi mostrano che il senso comune descrive la “femminilità” e la “mascolinità” in certi modi.

    Che tali descrizioni siano veritiere, è da vedersi.

    (Per spiegarsi: sono affermazioni di “senso comune” quelle del tipo: “gli zingari rapiscono i bambini”, “i meridionali sono fannulloni”, “i politici pensano solo a rubare”, “gli spinaci contengono ferro”, “i preti sono tutti potenziali pedofili”, “gli svizzeri sono puntuali”, e così via).

    Quindi se tu mi parli di “animo femminile” io ti rispondo che secondo parli di qualcosa che non esiste, se non come “rappresentazione” nel senso comune.

  15. Ezio Says:

    Matta: d’amblai (scriviamolo così, è estate, chi se ne importa), mi hai fatto ridere di gusto, con caraibica allegria; vero o no, è una sorpresa molto divertente.

  16. Ezio Says:

    …. è troppo casinista per essere un uomo…

  17. Ezio Says:

    … tipo la Tereza della lettera 11, che, detto qui con l’occasione, è una lettera che mi è piaciuta molto, l’autore è stato bravissimo a ricostruire un sintassi “avvitata” come quella. Io ne averi avuta la tentazione per degli scritti miei e pensavo di registrare i discorsi della gente per riportarli pari-pari, ma lui è stato davvero eccezionale. Un uso magistrale dei segnali discorsivi.
    Sì, è lo scritto di un casino controllato accuratamente, al millimetro.
    Però adesso basta con questa inchiesta uomo/donna, ne ho già troppa al lavoro e “avrei preferenza di no”. Con un sorriso, ovviamente.

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